Un buon osservatore, che avesse potuto seguire Maddalena, passo per passo, ne’ suoi primi anni, avrebbe scrollato il capo e detto per lo meno: Non ci capisco nulla!
Non che ella fosse, come si dice dei bimbi, «cattiva» — tutt’altro — ma era qualche cosa di peggio — non era, non fu mai una bambina.
Guardate quale anomalia.
Nei primi sette mesi succhiò da sola tanto latte che avrebbe bastato benissimo per due. Fortunatamente la balia ne aveva per quattro.
Succhiare e poi.... succhiare — pochissimo dormire — un dimenarsi senza posa — una grande insofferenza delle fasce ed una maggiore dell’oscurità. Luce, aria! — Tollerava solo e per pochi istanti ancora le braccia della balia.
D’essere presa da altra gente nè baciucchiata, non voleva saperne. Rotolarsi sull’erba, nella polvere e, a preferenza, nel fango, ecco i suoi gusti.
Nell’ottavo mese dimostrò, con sorpresa di tutti, una certa ripugnanza al capezzolo. Nel susseguente s’era già svezzata da sè. Di dieci mesi passeggiava, e una magnifica foresta nera le copriva la testolina.
Ad un’età in cui i bimbi non si sa quasi neanche che esistano, ella era la meraviglia della corte, che le diede ben presto il soprannome di tosa di bronzo.
E lo meritava. Chi aveva mai avuto occasione di notare ch’ella soffrisse o godesse? Chi aveva mai veduto una sua lacrima o un suo sorriso?
Seria, con movimenti ricisi e sicuri — non desiderava, voleva — non chiedeva, prendeva — occorrendo, strappava — il suo capriccio era il suo diritto. Al di lei cospetto, i bimbi più deboli sentivan paura — i più forti, rispetto o stupore — e i grandi, si lasciavan soverchiare per divertimento.
La Caterina avendo sofferto una lunga malattia in quel tempo, fu forza lasciar Maddalena presso la balia fin verso i due anni.
Quando la madre potè finalmente farsela portare in città, fu deciso che lo stesso giorno dell’arrivo della balia sarebbe anche quello della di lei partenza. Si temeva che se si lasciavano prendere alla Lena le abitudini cittadine nelle braccia della balia, venendo poi quel giorno in cui si dovrebbe pur separarle, la Lena non avesse a far il diavolo e a costar noje e insonnie infinite.
Qual vano timore! La povera donna piangeva staccandosi dalla sua Maddalena, e la sua Maddalena, infastidita, le volgeva le spalle per occuparsi d’un cagnolino che faceva una gran festa ai suoi dolci.
Chi sa che cosa c’era in quel cervellino! Si può dire che fino ai quindici anni visse come una lumaca, indifferente per tutto quanto l’attorniava, per tutto quello che interessava gli altri, cominciando dal giocare e dai giocatoli, non curante persino di sè stessa, ad un punto che sembrava nata senza vanità!
Obbediva come una macchina ai genitori, riceveva le loro carezze, ma non le ricambiava che richiesta, asciutta, fredda.... per liberarsi d’una noja.
Una cosa da morir dal ridere.... quel soldo di cacio si dava alla solitudine e alla meditazione.
Quando cominciò a frequentare la scuola, in quella gran festa dell’infanzia che è appunto la scuola, avrebbe forse potuto aprirsi il calice di quell’anima, ma una circostanza impedì che alcun raggio d’amore vi cadesse sopra, e così restò sempre chiuso.
Pertanto non potè mai gustare alcuna di quelle gioje, non potè mai sentirsi trasportata da alcuno di quegli entusiasmi infantili che amicano una piccola creatura all’umanità e ne foggiano a poco a poco un essere sociale.
Per Maddalena volevasi una scuola con una maggioranza di ragazzine della di lei condizione, all’incirca.
Là, non essendovi quelle disuguaglianze che tanto fanno soffrire i bambini, avrebbe trovato sorrisi, amicizie, trasporti, ed ella si sarebbe forse, o almeno in buona parte, trasformata.
L’importante è dare o cambiare l’intonazione ad un carattere — il tempo fa poi il resto.
Invece i genitori, che ne volevano fare una damina, la misero in una scuola nella quale non v’erano appunto che damine in erba. — «Così — dicevano — prenderà subito le maniere della migliore società e avrà delle amiche le quali le faranno onore e potranno anche giovarle col tempo.»
Giustissimo! ma allora bisognava mandarla vestita con eleganza, all’ultima moda, e farla accompagnare dal servitore o dal maggiordomo. Invece la mandavano vestita con una economia ridicola, di stoffe che sapevano di rigattiere un miglio lontano e in cui si vedeva, ad occhio nudo, la lotta accanita dell’ingegnosità materna contro i colpi del tempo, e contro la crescente pressione delle membra in continuo sviluppo.
Permettevano che l’accompagnasse una donna senza sciallo, senza cappellino, la quale pareva una serva, aveva i tradizionali movimenti della portinaia frettolosa e curiosa, e che Maddalena — orrore! — confessava essere sua madre.
Ma era una mamma quella? Tutt’al più era una stonatura nel genere madri.
Maddalena produsse proprio lo stesso effetto che un cane in chiesa, in quella scuola, e come un cane fu trattata — ma stavolta il cane non guaì, nè si raccomandò alle gambe.
I bambini, di solito, quando si trovano esposti al dileggio e alle busse dei compagni prepotenti, perchè ricchi o nobili, o hanno forze per vendicarsi, e allora.... guai ai dileggiatori, guai ai maneschi — o sono troppo deboli per reagire, e allora si rassegnano alla loro sorte e cercano ogni mezzo per renderla meno dura....
Si fanno quindi umilissimi servitori delle loro Eccellenzine. Se ne ricevono un calcio od uno schiaffo, frenano una lagrima e trovano un sorriso — se sentono una bestialità, e ne sentono molte, gridano: «Oh, bello!» — se vedono una crudeltà, ridono a crepapelle, e così via, sinchè a furia di umiliazioni, di strisciamenti, di adulazioni, di leccature.... riesce loro di ingraziarsi qualcuno di quei piccoli semidei, sotto l’egida dei quali possono poi restare impunemente anche cogli altri, che li tollerano per lo meno fino al giorno degli esami. S’intende che l’indomani di quel giorno, so loro avviene d’incontrarli, non li ravvisano più.
Maddalena non era nè un lupo nè un agnello, ma provò che, se avessero voluto, per caso, farne un agnello, avrebbero trovato il lupo.
Quando — e fu subito — si vide noncurata e derisa da tutte quelle dame in sessantaquattresimo, quando sentì il coro di scherni e di motti su quella «portinaja di sua madre,» le guardò di traverso — niente altro — e fece chiaramente intendere col suo contegno che voleva essere un’estranea per tutte, evitare qualunque contatto.
Questo, sulle prime, non garbò alle signorine, che volevano, non già una ribelle, bensì una schiava, un zimbello — ma uno schiaffo sonoro che Maddalena lasciò andare sulla guancia d’una tristerella più zanzara delle altre, la quale un giorno le aveva detto: «Tu.... puliscimi le scarpe», levò a tutte la voglia di divertirsi, visto che le spese non toccavano a lei, e la lasciarono sola.
Si limitarono, a motivo della di lei taciturnità assoluta, a chiamarla — fra loro, s’intende — la dentistretti. Era tutto quello che il loro odio poteva osare.... a rispettosa distanza.
Così Maddalena, della sua inferiorità s’era fatta uno sgabello di superiorità, e le guardava tutte d’alto in basso.
Tale posizione fattasi da sè stessa non contribuì certo a guadagnarle i favori della signora direttrice, in coda alla quale venivano ostili del pari, naturalmente, le maestre e i professori. Unico il catechista cessò d’esserle avverso, ma solo l’ultimo anno, quando Maddalena, benchè di bassa estrazione, aveva già qualche cosa di appetibile che le altre non avevano.
Di premj non gliene diedero mai uno. Ed era forse quella che ne meritava di più, perchè mostrava un ingegno pronto e vivace. Sembrava che per lei le difficoltà non esistessero. Ma siccome le sue risposte erano secche, buttate là senza grazia, non le fruttavano alcuna lode. Anzi, si diceva: «Non è che un pappagallo.» Come mai avrebbe potuto essere morbida, graziosa, sapendosi a tutti in uggia, e avendo in uggia tutti?
Finalmente spuntò il giorno degli ultimi esami. Maddalena, preso e arrotolato senza molto riguardo il suo «attestato», uscì da quelle aule senza salutare alcuno, e dicendo fra sè, all’indirizzo di tutti: «Speriamo di non incontrarci altro.»
Aveva quattordici anni e mezzo, non aveva un’amica al mondo, non sentiva alcun desiderio di trovarla, odiava le sue coetanee, non aspirava a nulla, noncurante di tutto, sempre fredda — un’anima vuota.
I genitori avevano una mezza velleità di farle continuare gli studj, onde avesse a riuscire una istitutrice buona per l’alta società, ma siccome Maddalena fece capire che non vi aveva alcuna disposizione: «Già — dissero — è meglio che diventi una brava donna di casa; maestre ce n’è d’avanzo lo stesso.»
E per qualche tempo parve, infatti, fosse una di quelle fanciulle che vengono cresciute in casa precisamente a prepararsi al matrimonio.... sul serio. Attendere alla casa, cucire, ricamare: ecco la sua vita — seguire la madre alla chiesa, ecco l’unica sua distrazione.
Non pareva nemmeno accorgersi che vi fosse un mondo — e, come da bambina, la sua più grande compiacenza stava nella solitudine e nella meditazione. Strana cosa, non leggeva — si sarebbe detto avesse un mondo in sè, il quale assorbisse tutta la di lei attenzione, non lasciandole pensiero d’altro, neppure della sua bellezza.... che non poteva non vedere. — Crediamo fosse ancora perfettamente innocente, ossia ignorante, ma il suo cervello doveva lavorare.... perchè quando veniva qualche uomo in casa, ella non cercava più la solitudine — e se era nell’altra camera, ne usciva e stava a guardare quegli uomini.
In quei momenti ella era, per verità, tutta composta, il suo volto era impassibile, non parlava, o rispondeva, a stento, puri monosillabi — ma il di lei sguardo, benchè freddo, vitreo, era fisso, inquisitoriale.
Ma chi si occupa dello sguardo d’una ragazza?
L’importante era che Maddalena fosse una perfetta donna di casa — e a diciassette anni la era, e la più raccomandabile per quanti la conoscevano — quando in casa Papetti, nella casa della pace, della calma, del lavoro e della religione, avvenne una rivoluzione, che ebbe gravissime conseguenze — non solo — ma provò anche come dove si vede cenere, talvolta non v’è soltanto della cenere.
Da qualche mese era avvenuto in Maddalena un tal mutamento, che i suoi genitori non avevano potuto a meno di avvedersene.
Sul volto, per lo innanzi così sereno e fresco, erano comparse le prime occhiaje, ed ogni giorno si facevano più fosche. Tre rughe verticali, tre solchi, che ogni dì s’approfondivano sempre più, erano venute a deturpare la levigata fronte fra le sopracciglia. V’erano delle stranezze nel suo contegno, e le nuove sue abitudini, proprio poco belle per una fanciulla che aveva sempre vissuto con una regolarità e una frugalità veramente esemplari, impensierivano molto i poveri Papetti.
V’eran dei giorni in cui non toccava cibo...., in altri, invece, veniva presa da una voracità straordinaria.
Essa, che aveva sempre mostrato ripugnanza per le bevande un grado più spiritose dell’acqua, e, in genere, per i sapori forti, ora ricercava avidamente vino, caffè tostato, liquori, agrumi.... E si fosse fermata là!.... ma corrotto, eccitato alla frenesia il senso del gusto, ella aveva ricorso al sale e a certe droghe, che dovevano bruciarle le viscere e il sangue.
V’era poi il gran guajo che l’uso palese — già soverchio per una giovinetta, e veniva molto biasimato, combattuto, impedito in tutti i modi possibili dai genitori — era un’inezia in confronto dell’abuso secreto di quelle sostanze corrosive o incendiarie.
V’erano giorni in cui si mostrava in preda ad una irrequietezza irrefrenabile, e allora le sue pupille sfavillavano, dalle labbra accese sgorgava la parola rapida, impetuosa, or stridente, or squillante, e allora.... che vivacità di movimenti, che smania di lavorare, di uscire, di correre....! — e ve n’erano altri che ella passava sdrajata sur un’ottomana o girando per le stanze lentamente, languida, accasciata come una convalescente, ed il suo occhio non aveva che una luce smorta, immota, ed il labbro scolorato, aperto, pendente, non dava nota. Dimagrava a vista — le sue carni scottavano.... Che cos’aveva?
Una persona sola avrebbe potuto dirlo, Brigida, la fantesca — ma quella non fiatò. Anche senza il divieto di Maddalena non avrebbe parlato; temeva di compromettersi e di venir cacciata.
La madre interrogò la figlia con tutta quella cautela che le pareva occorrere, ma senza alcun risultato. — «Non ho nulla, sto benissimo.» — «Mi fai ridere.... che cosa devo avere?» — «No, neanche questo.» — Ecco le risposte di Maddalena; ma siccome, nonostante le di lei assicurazioni, il peggioramento continuava, si fece venire il medico, il quale disse.... tutto quello che poteva e doveva dire, ossia che era tempo di darle marito.
— Come.... così giovine!? — esclamò Caterina.
— Mah! per certe donne è troppo presto a venti e per altre è già tardi a quindici...; m’intendono?
— E dove andremo a pescarlo noi il marito, se non viene? — brontolavano i Papetti, udita tale ricetta, e da quel momento si fecero pensierosi e tristi, fantasticando a due sul da farsi per riuscire a trovare questo benedetto marito, che solo poteva spegnere il fuoco consumatore.
Ma la cosa non era delle più facili.
Nel mentre essi volevano con tutta l’anima la felicità della figlia, avevano al solito le grandi pretensioni e tutte le paure delle piccole borse. Maddalena aveva nientemeno che diecimila lire di dote — messe insieme soldo a soldo — dunque volevasi non un rompicollo, bensì un galantuomo posato, con qualche cosa di suo.... se al sole, tanto meglio — con un buon impiego e relativa pensione in prospettiva per la vedova.
E lì ufficiarono parenti e amici perchè avessero a battere la campagna, oltre la città, a fin di scavare il suddetto galantuomo — ma ogni ricerca fu vana.
— Tanta roba si vuole per diecimila lire? — rispondevano le designate supposte vittime — troppo onore!
— Ma veda almeno la ragazza.... quando l’avrà veduta.... vedrà che merita tutto. Proprio la migliore delle figlie, piena di timor di Dio... non come tante altre, che.... una lavoratrice poi! E la famiglia!! ma la fami........
— Sì sì, tutto quello che si vuole, ma diecimila lire sono proprio poche — e i parenti e gli amici tornavano mortificati come i bravi di Don Rodrigo, ossia come segugi che, ecc., ecc., co’ musi bassi e con le code ciondoloni.
Ma se talvolta più si cerca e meno si trova, tal altra, quando meno ce l’aspettiamo, la fortuna ci favorisce spontanea.
Una bella sera, mentre il padre sventurato si trovava al solito cafferino a centellinare il non meno solito agro caldo del vecchio impiegato di tutti i tempi, un tale, di cui il dilettevole gioco del dominò aveva procurato la conoscenza a Papetti, venne fuori con delle querimonie sull’esistenza di quell’uomo che è condannato a vivere senza famiglia, solo come un cane, ecc., ecc.
Come ben si può imaginare, il nostro genitore prese la palla al balzo e disse subito:
— E perchè non prende moglie?
— Eh! perchè sono vecchio!
— Vecchio lei? ma so ben che mi scherza!
— Sicuro che son vecchio.... sono vedovo ed ho quarant’anni....
— Proprio la bella età per.... sicuro!
— Ah! certo.... che.... non dico.... ma già le fanciulle voglion qualche cosa di meglio.
Il nostro impiegato, anzi ex, perchè da due anni circa era stato giubilato con paga intera, il nostro Ildebrando dunque lasciò cadere il discorso.... ma era una furberia — e l’indomani sera comparve al caffè un po’ più tardi dell’usato in compagnia di Maddalena. Era la prima volta che egli conduceva colà sua figlia.
L’amico c’era.... e capisse o non capisse l’intenzione.... trovò la ragazza di suo gusto, e lo disse al padre, che allora ricondusse più volte Maddalena. Dopo qualche giorno di occhiate, di mezze parole, di quarti di sospiri, la chiese in isposa, e ottenne un consenso entusiastico dai genitori e il più secco e sarcastico dei no da Maddalena.
Il povero aspirante mise la coda fra le gambe e fuggì come un cane sorpreso da una doccia bollente, cambiò caffè, quartiere.... non lo si vide più.
— Ma come si fa a lasciarsi scappare un partito simile? — gridavano tutto affannosi e lagrimosi i buoni Papetti, colle mani giunte, picchiandosi sulle ginocchia e gli occhi rivolti al cielo. — Figurarsi, il maggiordomo, l’uomo di confidenza del Principe di Moka che gli dava tutto quel che voleva e anche quello che egli, il Principe, non sapeva di dargli. Un uomo ancor fresco, ben conservato, vedovo sì, ma senza figli, che aveva giù messo da parte, che continuava a metterne, e che alla morte del Principe.... chi sa!....
— Non seccatemi altro! — interruppe a un tratto Maddalena, la quale aveva ascoltato fin là fredda, impassibile al solito, ma con un aggrottamento di ciglia e un agitar di piedino che volevano certo significar qualche cosa.
E levatasi, mosse con maestà da mima verso la sua camera.
Era la prima volta che la figlia osava assumere un’aria rivoltosa e, quel che è peggio, autocratica!
I genitori, il primo momento, percossi, ma tuttavia non credendo alle proprie orecchie, corsero dietro la ribelle gridando:
— Ma Lena... figlia mia... cosa dici?
— Niente! — ribattè seccò Maddalena, facendo fronte-indietro sulla soglia — dico soltanto che se non mi lasciate stare, io me ne vado! —
Ed entrata allora nella camera, vi si rinchiuse a chiave.
Maddalena s’era rivelata improvvisamente quella che era.
I poveri Papetti si guardarono raccapricciando, sbalorditi, poi piansero, strillarono.... e poi.... e poi tacquero, si rassegnarono, e da quel giorno furono gli umilissimi servi della figlia...., la quale s’era fatta per sorpresa indipendente e signora, insegnando come si fanno i colpi di Stato.
E siccome tutto ciò è poco chiaro, andiamo a far un po’ di luce.