Una vecchia lettera, che fa parte dei documenti da noi raccolti prima di accingerci a questo lavoro, contiene informazioni sur uno dei personaggi principali del racconto — informazioni che noi crediamo dover nostro di dare in tutta la loro crudezza per risparmiare a certi benevoli la fatica d’accusarci della malsana, prava compiacenza d’inventar caratteri ultraperversi.

Grazie a quel Dio che ci ha creati, della perversità ve n’è quassù fin che se ne vuole, e non c’è proprio alcuna possibilità d’inventare nè più nè peggio di quello che già esiste.

Queste informazioni dovevano servire — pare — per qualcuno che aveva delle idee oneste, ossia conjugali — se su Maddalena o sulla di lei figlia, non sappiamo, la lettera non portando data — e chi le diede era certamente ben informato.

Crediamo fosse anche un galantuomo.... ma su tal punto penserete quel che vorrete.

Copiamo:

«Leggi adunque bene!

«Maddalena è una di quelle disgraziate creature che non si dovrebbero mai conoscere, anzi neppur potere sospettare possibili. Il solo sapere che simili esseri non sono una finzione da romanziere, ma esistono realmente ed agiscono.... è una corruzione del nostro spirito e del nostro cuore, perchè, alla fede nel bene, sostituisce il dubbio terribile che quaggiù vi siano solo gradi maggiori o minori di depravazione — più o meno abilmente mascherati — e che il bello morale assoluto sia una pura fola.

«Quando si è conosciuta una Maddalena, tu potrai incontrare anche una vergine angelica.... garantita e ti verrà egualmente il sospetto che quell’involucro celestiale racchiuda un’anima di fango. Concederai che quell’anima non ha ancora agito secondo la sua natura, ma dirai subito che gli è soltanto perchè sinora è sempre stata nell’impossibilità d’agire.... e che del resto aspira unicamente e con tutto l’ardore a quell’istante in cui potrà agire liberamente.

«Insomma, quando si è conosciuta una Maddalena.... la donna — nel consolante significato che noi avevamo sempre dato a tale parola, perchè va unito a quegli esseri che portano i soavi nomi di madre, di sposa, di figlia — non esiste più.... esiste soltanto una spaventevole macchina, la quale stritola tutto che di umano ha la sventura di toccarla. Allora tu non vorresti più essere nè figlio, nè marito, nè padre — perchè Maddalena è il MALE. Il male cinico, audace, insultante, aggressivo, perchè non solo vuol essere.... non solo vuol parer tale, ma aggiunge la sfida a tutto ciò che è BENE.... come a dire: io ho il coraggio di essere quello che sono, perchè è così che si deve essere, e tu, sedicente virtù, non sei che ipocrisia o imbecillità.


Sì, Maddalena fu il male, ma avrebbe forse potuto anche essere il bene, se nel punto più importante, e quasi sempre decisivo nell’esistenza d’una donna, ella non avesse ricevuto una di quelle lezioni che sconvolgono mente, cuore e sangue, e vi trasformano un individuo di punto in bianco.

Diciamo questo, col solito forse, più per tentar di spiegare che per rendere simpatico il personaggio, nonostante i suoi torti.... lasciando che le lettrici la giudichino come meglio credono — a voce — per confessare poi fra sè stesse, se nella tale e tal’altra circostanza avrebbero agito in modo diverso o egualmente o peggio.


Se la morte di Cesare fu preceduta e quindi, come dissero, preannunziata da stranissimi fenomeni — la nascita di Maddalena fu accompagnata da un incidente che fornì materia a dir molti spropositi alle varie donnicciattole che, raccolte nella cucina, una sera di gennajo, attendevano ansiosamente quel primo vagito, il quale doveva annunziare l’arrivo, nel mondo, del Messia di casa Papetti. — Fra parentesi diremo che quel Messia, per essere il benvenuto, doveva essere una femmina. Così volevano mamma e papà, e guai a lui se si fosse presentato colla solita sconvenienza che si nota nei maschi.

Or bene, nel punto stesso in cui papà Ildebrando, spalancato con furia l’uscio della cucina comparve gridando gongolante e lagrimante:

— È una fiiiglia!... è una fii.... — proprio allora, con gran fracasso, volò in frantumi un vetro della finestra, sfondato da un grosso gatto nero che cadde sulla tavola apparecchiata pel desinare.

Ma siccome, precipitando, aveva rovesciato bottiglie e bicchieri.... scoppiò un gridò generale acutissimo di spavento e di furore, e tutte le mani si congiunsero in un: Santa Madonna! — Il gattone allora, esterrefatto per la sua stessa caduta, alla vista di un paese nuovo, di tante ignote femmine e di quell’uomo che già alzava minaccioso un bastone.... piroettò roteando i giallissimi occhi, cercando anelante una via di scampo — ma non vedendone alcuna, perchè già tutti gli si serravano addosso, da vero gatto spiccò un salto trasvolando una spanna sopra la cervice del signor Papetti, la di cui legnata, non più trattenibile ormai, rovinò sulla tavola con immenso frastuono di piatti e di bicchieri infrangentisi contro il suolo.... e, quel che portò al colmo il terrore degli astanti, colla rottura dell’ampolla dell’olio e della saliera, il cui contenuto si sparse tutto sulla tovaglia.

Pur troppo il disastro fu completo, e noi rinunciamo a descrivere la scena di desolazione che susseguì, a riferire le bestialità che proruppero da quelle bocche.

Vi basti sapere fra le altre lepidezze che il gatto nero «era certamente venuto dall’inferno per portar l’anima alla neonata, e che l’olio e il sale versati erano il più certo segno che grandi sventure attendevano casa Papetti.»

Si giuocarono naturalmente molti biglietti al lotto, che dovevano guadagnare immancabilmente.... e infatti non colpirono nemmeno un ambo.

Del gatto nero non si ebbero più notizie.


Ildebrando Papetti era un impiegato di Dogana che dal governo percepiva un onorario molto modesto, ma che sapeva aiutarsi. Certi mercanti della piazza, che lo trovavano compiacente nelle dichiarazioni delle merci da daziarsi, gli dimostravano la loro gratitudine con strette di mano che gli facevano un piacere infinito. La malignità non cerchi più sottintesi di quelli che vi sono. Del resto, prima vi fu da pensare ai viziucci della gioventù — dopo, a prender moglie — in seguito, a mantenerla bene — più tardi, ai nascituri — dunque!

A quarant’anni sposò Caterina, la figlia della portinaja, che ne aveva trenta.

Bella coppia!

Egli alto, secco, già curvo, già grigio, avvizzito, affumicato dall’eterna pipa di porcellana, colle occhiaje muffite — sempre strozzato da un fazzoletto bianco a sestupla pressione — senza occhiali, tuttavia.

Ella di media statura — quasi — grassoccia, linfatica, col volto di un roseo incerto, giornaliero, che ad un conoscitore avrebbe dato da pensare, coi capelli biondi di una rarità incontestabile, con due pupille che vi parevano bianche e con un seno.... molto morale — alla qual moralità di solito si preferisce la turgida immoralità.

Ma era buona e cretina come dovrebbero essere tutte le donne destinate alla parte di massaja.

Dire le sue orazioni, andare a messa, predica e benedizione, ai tridui, alle novene ai mesi di Maria, osservare le feste di precetto, dire la sua terza parte del Rosario quando occorreva o.... per passar la sera, non sapere che cosa è un libro, meno il Manuale di Filotea o altro della stessa forza, non avere un’idea di ciò che è spirito, aver orrore della parola capriccio, tener in bell’ordine la casa, essere sempre pulita, ma vestita come una lavandaja vecchia, fare il suo dovere conjugale, applicare bene mignatte, polentine e.... altre consolazioni — insomma, un ideale!

E per questo si amavano, perchè innanzi tutto egli era un uomo dell’ordine, ossia di quell’ordine che aveva trovato fatto venendo al mondo.

Questo amore tuttavia, benchè si conoscessero già da cinque anni, quando si sposarono, chi sa se sarebbe mai nato senza un certo avvenimento che stiamo per sapere.

V’era una gran stima reciproca — egli ammirava, anzi, il di lei amore al lucido — ed ella il di lui vivere regolato come il suo orologio e specialmente i costumi morigerati.

In cinque anni egli non aveva ricevuto nè una lettera nè una donna.

Ma siccome ella pareva non avesse mai avuto tempo di pensare all’amore — ed egli vi aveva forse rinunciato — e fors’anche a motivo dell’abisso fra le due posizioni — il fatto sta che con tutta la stima e tutta la facilità di vedersi e parlarsi — egli, più che «buon giorno» o «buona sera», oppure «che tempaccio!», o «bello quel merlo!», non aveva mai detto.

Una mattina Ildebrando, uscendo di casa, vede sotto il portico Caterina che piange disperatamente, attorniata da alcune portinaje e serventi della vicinanza, le quali fanno del loro meglio per consolarla.

— Perchè piange, signora Caterina? — fa egli appressatosi.

Ma siccome Caterina singhiozza senza poter parlare, una donna dice:

— Piange perchè le è morta la mamma stanotte.... sicuro, poverina.

— Oh! — ma se stava benissimo jeri sera!

— Mah! un colpo....

— Oh!... questo mi fa proprio dispiacere.... Basta! si faccia coraggio.... e pensi che, giù, un po più presto.... un po più lardi.... pur troppo! — e Ildebrando se ne va brontolando e scrollando capo e spalle.

Per tre giorni il nostro impiegato è preoccupato, concentrato, accigliato — tanto, che i colleghi gli domandano se medita un delitto.

— Forse.... se lo posso! — risponde con sorriso sinistro.

I colleghi non vi badano e dicono:

— Bene.... se mai ha bisogno di qualche ajuto....

— Non dubitino, signori..., basto io. —

Il suo accento è beffardo — gli amici si guardano e se ne vanno, formando dei dubbj sullo stato di quel cervello.

Ma niente paura. Ildebrando si presenta il quarto giorno col volto rischiarato, sereno, anzi ilare, il che è fenomenale in lui.

Gli è che un’ora prima, entrato dalla Caterina, le ha detto tutto a un fiato, passando dal Lei al Voi:

— Caterina, voi ora non potete più da sola continuare a fare la portinaja. È una grama vita.... e non resistereste, perchè, se siete giovane ancora, non siete niente affatto robusta.... e mi farebbe male se vi vedessi soffrire. — Vi propongo una cosa. Voi siete sola al mondo.... e solo sono io.... Se non vi spiace.... andiamo! venite su con me al terzo piano.

— A servir Lei? — ha fatto Caterina, sorpresa, con uno sguardo e un accento pieni di riconoscenza.

— A servir me!? Ma vi pare che io potrei proporvi una cosa simile? Che direbbe il mondo?

— Ma dunque? — e il di lei viso esprimeva un’ansia estrema.

— Ma dunque, voi siete una buona donna.... sì.... volevo dire una brava ragazza. Se avete la stessa opinione di me.... sposatemi ed è bell’e finita.

— Oh! signor Papetti!... — ha esclamato la poveretta tutta lagrimosa, colla mente quasi fuor di questo mondo a quel colpo fulmineo di fortuna, dopo tanta sventura.

— Non ditemi più Papetti, ditemi il mio nome.... Sicchè quale risposta mi date?... Fate presto, perchè è tardi, e coll’ufficio non si scherza.... Sicchè.... sì?

— Oh! signor Ildebrando.... io sarò la sua serva....

— Che serva d’Egitto!... mia moglie...! Su.... su.... che diavolo fate? inginocchiarvi? — e, commosso anche lui, ha detto in fretta: — la cosa resti fra noi, per ora; penserò io a tutto.... voi non dovete neanche muovervi. Per domani vi sarà una portinaja nuova.

— Come! Di già provveduto?

— E volevate forse che vi lasciassi qui un giorno solo ancora?

— Ah!...

— Addio! —

Tre mesi dopo Ildebrando conduceva al suo domicilio la sposa, e siccome egli era un po.... brillo, trovò naturale, aprendo l’uscio, di dire a Caterina:

— Questa è la casa.... ora bisogna mettervi dei figli. —

Ma i figli si fecero aspettare.... cinque anni.

Dirvi che lei era sospirosa, e lui di pessimo umore, vedendo scorrere tanto tempo inutilmente, è dir poco.

— Ma sono io.... o sei tu? — grugniva egli di tanto in tanto.

— Tutti e due — mormorava Caterina sommessamente, poi con rassegnazione! — È il Signore che vuol così....

— Il Signore! — gridava allora Ildebrando picchiando col pugno sul tavolo, ma non finiva, perchè essa impallidiva sempre orribilmente alle bestemmie.

Ma chi faceva montare in bizza il povero Papetti, al punto, certi giorni, da perderne l’appetito e diventare verdognolo, era il suo capo-ufficio, il quale quando era di buon umore si degnava chiedergli notizie «della sua numerosa prole, se studiavano, se ora lasciava finalmente riposare quella povera donna....» insomma, una canzonatura non più finita.

Ma gli è che quando Ildebrando aveva preso moglie, aveva promesso mari e monti in fatto di paternità, e invece....

— Vede.... — gli disse un giorno il suddetto capo-ufficio — se avesse studiato, da ragazzo, la grammatica, queste cose non Le succederebbero.

— Come dice?...

— Ma sì.... nominativo come è, non sa essere dativo abbastanza da poter diventar genitivo; così merita l’accusativo d’essere all’ablativo, e si vede ch’Ella non era vocativo pel matrimonio.

— Grazia! grazia! — gridò l’infelice che, come avrete capito, non era certo un uomo di spirito, e fuggì più curvo del solito come oppresso del ridicolo che si rovesciava su lui.

Ma quando una certa mattina d’aprile, mentre Ildebrando stava calzando gli stivali, udì un grido di gioja che veniva dalla camera attigua — e domandato burbero: «Che cosa c’è?» Sentì rispondere: «Ci sono!» e seppe subito cosa voleva dire quel ci sono — non potè a meno di esclamare pensando al suo capo-ufficio: Son vendicato! — E non appena lo vide, gli disse, ma lentamente, con tutta l’ironia che gli riuscì di trovare, assaporando a centellini la sua vendetta:

— Sa.... sa.... mia moglie vuol farmene una delle sue.... Pare che saranno due. Pazienza! —

E non mancò di ripeterglielo.... tutti i giorni! per quel tal numero di mesi.

Il capo-ufficio se la pigliò in pace e attese l’istante della rivincita che non mancò.

Quando Papetti venne ad annunziare che gli era nata una figlia, il capo-ufficio gli disse con accento di scherno schiacciante:

— Pœuh!... anche quella è nata in sbaglio....

— Come, in sbaglio?!

— O sarà.... merce di contrabbando.... — non c’era cattiveria; bisogna ricordarsi che parlava un doganiere.

— Come, contrabbando?!

— La sfido.... ad averne un’altra.

— E io accetto!

— Vedremo! —

Il capo-ufficio fu profeta — non si vide più niente — ma non se ne parlò altro. Il gioco era già stato abbastanza lungo, e, diciamolo pure, d’una gajezza lagrimevole.