14. Ma rivolgiamoci alla patria. Alla quale tornando in qualunque maniera, anche in iscritto, sembra ritrovare una cotale assicuranza che non si sentiva tra gli stranieri. Io non so come faccian altri che parlano e sparlano di questi così facilmente; ma io mi sento di mal agio in tali discorsi, non v’ho fiducia di poter essere utile lodando nè biasimando. Ed all’incontro, per quanto piccolo uno si ritrovi in casa, sembra pur ritrovarvi la signoria de’ propri pensieri, più facile, più consenziente l’udienza, più intese le spiegazioni, più diritto, più dovere di parlare, più speranze che non sien tutte parole vane quelle che si rivolgano con sincerità ed amore ai compatriotti. — E così, dopo molta via percorsa, dopo molti casi posti, riducendoci ai nostri, ci pare poterli determinare molto più precisamente, e che sieno tre soli. — 1.º O le grandi potenze cristiane, lasciando cader l’imperio turco quando che sia, ne raccoglieran le spoglie secondo gl’interessi universali; e la questione così sciolta porterà naturalmente da sè l’inorientarsi d’Austria, l’abbandonar essa l’Italia, il farci quasi dono dell’indipendenza, cioè la più bella e più facile delle occasioni per noi. — 2.º Ovvero le grandi potenze cristiane, pur lasciando cadere quell’Imperio, lo spartiranno tra sè od in frazioni e stati nuovi, con, o senza protettorati, in qualunque guisa, ma senza rispetto agl’interessi, alla spinta, alle necessità della Cristianità; ed allora sarà un lungo fare e disfare, una inevitabil serie di contese, di guerre, di mutazioni, la quale sarà pur serie di occasioni all’Italia. — 3.º Ovvero (che parrà a molti il caso più probabile, perch’è il presente) si continuerà a tener su un imperio fattizio, una rovina, raccogliendone un dì l’uno, un dì l’altro uso, ora una provincia o una colonia di uno stato europeo, ora uno stato sotto tre protettori, ora sotto due, sotto uno, in varie guise, secondo le occasioni; e la serie delle occasioni sarà quindi men buona sì, ma più lunga che mai per l’Italia. — Quale avverrà più probabilmente de’ tre casi? Nol sappiamo e non ce ne curiamo per ora. Uno de’ tre avverrà. La massima di tutte le utopie non è quella della pace perpetua, ma d’una pace perpetua, che offendesse tutti gl’interessi universali, che fermasse tutti gli andamenti della Cristianità. Una pace buona satisfarà anche a noi; una cattiva non durerà; e qualunque guerra grande darà occasioni, non importa quali, quante o quando sien per essere; l’interesse, il dovere di valercene per acquistar l’indipendenza riman lo stesso. Nel primo caso del buono ordinamento della Cristianità, non solamente sarebbe vergogna a noi l’accettare, ma è improbabile che ci si faccia il dono dell’indipendenza, intieramente gratuito ed immeritato. Nel secondo e nel terzo caso delle moltiplici occasioni, niuna di queste rimarrebbe occasione ad oziosi. Dicemmo che Austria è quella la quale può sola spingersi innanzi per posizione, quella che si vuole spingere per l’interesse universale; ma diciam ora ed è chiaro per sè, che è sopratutto interesse italiano. E dicemmo che Austria, lentissima per sè, sarà lentamente spinta da Inghilterra, e più fortemente da Germania e da Francia. Ma diciam ora che può e deve essere spinta principalmente da noi, più interessati che nessuno. A Germania e Francia l’inorientarsi di Austria darebbe accrescimenti, sfoghi commerciali o di popolazione; ma a noi darebbe il bene che li passa tutti, l’indipendenza. E noi siamo poi in tal condizione, che, quantunque minori che non Francia o Germania, noi possiam pur dare ad Austria la spinta maggiore di gran lunga. Alcuni di noi siamo la piaga maggiore che ella abbia in corpo; alcuni altri siamo i più pericolosi vicini di lei. A noi sta farle sentire l’acerbità della piaga, affinchè ella pensi a’ rimedii; farle sentire crescente il pericolo della vicinanza, affinchè ella pensi al proprio trasporto. La corona lombardo-veneta è troppo bella corona, perchè si lasci o si muti volontariamente del tutto; un po’ d’aiuto vi si vuole; un po’ di fatti i quali provino che il cambio non è lasciato a pieno arbitrio di lei; che non si tratta per lei dell’alternativa di tener Po o prender Danubio, ma di prendere o non prendere Danubio, come compenso al Po da perdersi un dì o l’altro ad ogni modo. Austria vive alla giornata, profittando delle occasioni per continuar come sta, perchè sta bene; viviamo se si voglia alla giornata anche noi, ma pur valendoci delle occasioni per mutar ciò che non istà bene per noi. Aspettiamo sì le occasioni con longanimità, ma prendiamole poi con prontezza. Troppe passarono già. Tredici secoli è già durata l’impresa. E i secoli son pur preziosi a una nazione; e se è stoltezza anticiparli, è viltà il perderli. In politica come in guerra, tutto il resto dell’arte è un nulla rimpetto al saper cogliere il tempo. Il quale incominciò dalle prime divisioni fatte, dalle prime spoglie raccolte dell’imperio destinato a riordinare cadendo la Cristianità. La Provvidenza ci fu così propizia che ritardò a nostro pro gli ultimi atti di quella mutazione, che ci concedè nuovo respiro ad apparecchiarci. Ma se continuassimo a rimaner disapparecchiati, disattenti, non curanti, oziosi, allora, vergogna, danno e colpa nostra, si deciderà di noi, senza noi, e contro a noi. I figli nostri malediranno i padri di non aver fatto nulla, non essere stati nulla a’ dì dell’occasioni, che non si ritroveranno più. — Ma speriamo, desideriamo, facciamo che non avvenga così; e veggiam quindi fin d’ora come apparecchiarci alla occasione, che non può non risorgere un dì o l’altro, e può da un giorno all’altro.