Sulla mensa sparecchiata, in mezzo ai fiaschi e alle bottiglie d’acqua minerale, ardeva una mezza candela. Sul pavimento posavano quattro ceste coi viveri. Sui panconi attendevano due bersaglieri di scorta, il moschetto fra le ginocchia, e il cantiniere. Alle tre il conducente avrebbe dovuto essere con la carretta davanti all’uscio.
Erano le tre e mezzo. Pioveva. Fuori, per la strada non si udiva un’anima. Gli ultimi autocarri erano passati verso le due, in direzione del ponte di Sagrado. Da allora non si erano più udite che folate di scirocco l’una dietro l’altra sbattere contro la vetrata della finestra, e l’acqua che scrosciava sulla strada, e la spazzava a ventaglio. E ogni cinque minuti le nostre cannonate.
Si era in un paese di pianura verso l’Isonzo, mezzo distrutto dalle artiglierie nemiche. Il campanile era ancora in piedi. Una quarantina di case, attorno al campanile erano a terra. Nelle altre stavano accantonati un trecento uomini nostri. E dormivano.
Non ci si decide, neppure sotto il pericolo, a scansarsi dalle rovine. Anche fra quattro pareti smozzicate l’illusione del nido rimane, rimane l’attrazione di un po’ di raccoglimento e di tepore. Si fugge invece, specie di notte e di inverno, la terra nuda, la desolazione fredda delle cose abbandonate allo scoperto. Si cerca istintivamente un po’ d’intimità, non pure con l’occhio, ma quasi col piede: come il selciato di un cortile, l’angolo di un porticato, l’usciolo d’una stalla, la cancellata d’una cappella.
Qualche ora prima, al calar della sera, i nostri erano tutti fuori sulla via principale, con la proibizione di oltrepassare le sentinelle, chiusi fra le due file di case: raccolti, ammucchiati come i branchi negli steccati. Perchè non bisogna farsi avvistare. E la sera, come il solito, era scesa triste. Lontano, nelle città, nei villaggi, di dove questi soldati vengono, quella è l’ora che s’accendono i fanali per le strade e nelle case s’accendono i lumi e i fuochi. Nulla, nelle città e nei villaggi, è più dolce del cielo che si fa pallido e imbruna a poco a poco sulla luminosità allegra, chiassosa, calda dell’abitato. Ma qui non si accende più un fiammifero, e l’oscurità che scende greve, noiosa ai sensi e all’anima, smorza le conversazioni nei crocchi e tronca le parole in gola. Si prova uno scoramento, una oppressione, fatta di solitudine, d’abbandono, di lontananza. Pare che nessun vincolo vi leghi più al mondo remoto, se non una malinconia infinita. Questi uomini ripensano alle proprie case, al proprio letto, alla moglie, ai ritrovi usati, agli amici; e restano all’aperto fin che c’è un poco di luce, quasi a consumare con le pupille il giorno. Ma si sentono lontani e stranamente divisi da tutto quello a cui pensano. Non possono raccogliersi in un canto e scrivere alle loro famiglie, non possono rileggere la cartolina, la lettera ricevuta nel giorno. Rientrando si coricheranno al buio, cercando ognuno a tastoni la propria cuccia, stendendosi sulla bracciata di paglia o sul pavimento; senza spogliarsi, l’uno accanto all’altro, allineati nel riposo e nel sonno come nella marcia. Per fortuna la stanchezza li prende presto ogni sera. Si coricano, i piedi accanto ai piedi, le gambe accanto alle gambe, le teste accanto alle teste; corpo accanto a corpo come i buoni soldati restano in vita e in morte, talvolta sotto un poco di terra e talvolta sopra la terra. Meglio ci si addormenta entro le stalle, distesa la coperta sui cumuli molli di fieno. Nell’oscurità s’odono le bestie scalciare, mordicchiare la greppia, si ode il calduccio e pare d’essere sprofondati in un gran pagliericcio.
* * *
Il carro giunse, finalmente, verso le quattro. S’udì il cigolìo delle ruote e l’irrequieto trapestio dei muletti che sostarono davanti all’uscio.
Allora il cantiniere si alzò, sollevò col braccio la tenda che impediva alla poca luce di battere sulla strada e lanciò la mala parola al conducente, che avrebbe dovuto essere lì da un’ora. L’altro gli rispose per le rime. Toscani ambidue, nello scambiarsi le più spaccate ingiurie erano meravigliosi. Mettevano a soqquadro l’universo per cavarne i termini di paragone e gli epiteti più strambi e pazzi. Il fatto è che l’uno aveva più caro il sonno del pane, e udendo fra il sonno la pioggia scrosciare, affondato nella lettiera di fieno magnifica, non s’era voluto muovere. Ma gli altri tre, che dormivano per terra, lì nella saletta della mensa degli ufficiali, dietro una tenda, con certi sorcetti che venivano a correre sulle gambe e a leccare il grasso delle scarpe, s’erano anche in quella notte da lupi levati alla stessa ora, perchè avevano l’ufficio di recare le ceste dei viveri agli ufficiali di parte del battaglione che erano nei baraccamenti al di là del fiume, presso alle trincee.
Si udì il conducente troncare la lite con queste parole piene di sapienza:
— Statti quieto, un c’è furia. Quando piove ci tiene tutti umili.
— E questo è vero — disse l’altro, e lo invitò dentro a bere un bicchierino di “cognacche”.
— Un paio non ci sta mica male, sai?
— No, basta uno.
— Sii bono, fa il bisse.
— Non ci sono avvezzo, io.
— Manco io era avvezzo. Ma qui ci si avvezza a tutto.
— Madonna, ste strade con la pioggia mi faranno ingrullire. Quante ceste hai stanotte!
— Sono sei ufficiali. Un po’ di robicciola sempre gli ci vole.
Erano tutti quattro incappottati in quei corti e larghi cappotti color giallo verdone, che hanno un cappuccio come le tonache dei frati, e sono anche più belli a vedere dei lunghi cappotti grigi, perchè dànno il colore del fango e di quella maledetta terra rossa che è là sul pietrame del S. Michele e fra le rocce del Carso. Pare terra che beva il sangue e tenga sempre la macchia, come fa il panno.
Le ceste furono caricate a una a una sul carro.
— Vai piano che lì ci sono le ova. Non mi fare la frittata.
Poi furono caricate due sedie per i bersaglieri di scorta.
— Quando si pole star comodi è meglio.
L’ultimo a uscire soffiò sulla candela e chiuse l’uscio.
— Madonna, come piove!
— E’ par d’entrare col carro nella bocca di un lupo.
— Stai bono, che a farci un po’ di chiaro ci pensano loro, lassù. Guarda come giocano coi razzi stanotte!
— Anzi che i nostri quando piove non tirano!
— Senti la batteria di..... È tutta notte che gli va in cuffia, come dice l’abruzzese.
— Siete pronti?
— Pronti siamo. Tu bada a quelle ova.
Come i tre furono dentro, sotto il soffio di cerata gialla, il conducente mise il piede su un raggio della ruota, posò il ginocchio sulla stanga, abbrancò le redini, diede uno strappone, calò la frusta.
— Vai, Gigi.
E la carretta si mosse nel buio, parve affondare nella strada, diede tanti balzi come fosse ammattita, e i muletti via, al trotto e al mezzo galoppo, nella notte nera, sotto la pioggia che veniva a secchi.
Non si vedeva più là delle orecchie dei muli, ma quelli sapevano la strada a memoria e si portavano via il carro coi tre uomini, come fosse una carriola, facendo tintinnare a ogni sgropponata le catenelle che sbattevano contro le stanghe e i bilancini.
Erano due muletti alti, lunghi e magri, con le orecchie diritte e gentili, le groppe grassotelle e il pelo corto, pulito e lustro, tenuti bene, a razione abbondante di fieno e di biada. Bestiole giovani, un po’ capricciose quando sono sciolte, ma si rabboniscono subito sotto la stanga, come hanno il muso nella briglia, e i paròcchi, e sentono sulle spalle la bella bardatura di corame novello, e la carretta che loro vien dietro sulle ruote alte, frangendo coi cerchioni la ghiaia, facendo uno strepito, allegro.
— Vai, Gigi.
Gigi era quello di destra, a bilancino, che aveva una redine sola e al richiamo dava un balzo in avanti e portava via la carretta.
— Bada, che tu ci porti tutti nel fiume stanotte.
— Voialtri badate alle ova, alla strada ci penso io. E se si andasse nel fiume più acqua di quella che piove non ci pole essere.
— Madre della Madonna, senti che sparo.
— È nostro.
— La batteria è nostra, ma il colpo è loro.
— Qui è dove tirano i “cecchini”. L’altra notte hanno ferito un soldato che veniva in bicicletta e portava un telegramma al maggiore.
— Senti: ta pum, ta pum.
— Vai, Gigi. Maledetti quei razzi, fanno il giorno a quattro chilometri.
— I “cecchini” sono più vicini.
— Si capisce eh! quelli saranno a un chilometro e mezzo. Vengono sotto, a tirare alle quaglie.
— Buumm: senti quella batteria. Un c’è pericolo gli manchi il pane da munizione.
— Giust’appunto che agli austriaci il pane gli fa difetto e i nostri gliene mandano. Senti adesso che spedizione gliene fanno! Gli tirano da tutte le parti.
S’alzava la voce dei cannoni nostri da più punti della pianura. Era un cannoneggiamento senza precipitazione, senza rabbia, metodico, insistente, che veniva da batterie non visibili di giorno, anche più misteriose di notte. A uno capitato là la prima volta, i colpi facevano un effetto quasi pauroso. Ma bisogna sapere di dove vengono, e allora ognuna di quelle voci cessa di essere paurosa ed ignota, vi dice il nome di un paese o il numero di una quota, ridesta il vivo ricordo di un appostamento scavato nella roccia, interrato nella mota, difeso dai sacchetti di terra, mascherato dai graticci e dalle frasche. Allora, veramente, diventano voci amiche, che s’alzano nell’oscurità senza sorpresa, e che riconoscete e distinguete, come le voci delle campane dei villaggi disseminati in un lembo di paese che v’è familiare.
Ficcando gli occhi nel buio, si sorprendevano a distanze vaghe le vampe dei colpi, i fiotti delle fiamme contro il nero della terra. Poi era il rombo di un tuono, e il suo rotolìo per un grande arco del cielo. Per tutta risposta, dalle colline al di là dell’Isonzo, e dall’altre sue posizioni ancora al di qua, dal Sabotino, dal Podgora, dal S. Michele e più verso il Carso, il nemico lanciava l’uno dopo l’altro, o due o tre alla volta, i suoi razzi illuminanti, che portano il fiocco di magnesio lento lento su in aria, in vetta a uno stelo di luce, e lo lasciano ricadere con l’ondulazione molle di un paracadute. Si fa nelle notti più cieche una così diffusa luce che a distanza di qualche chilometro dal razzo, sul palmo della mano distesa si scoprono le rughe più fini. Tutta la notte il nemico illumina in quelle zone le posizioni proprie e le nostre, ci tiene a bada con quel lancio ininterrotto di luce bianca che fa il giorno sui reticolati e rende facile la sorveglianza alle loro sentinelle. Quasi sempre le loro artiglierie tacciono, non si avventurano nel buio; ma si riattiva la fucileria e cade sui nostri un fastidio di pallottole. È la piccola e tormentosa caccia all’uomo, che tutte le notti fa le sue vittime e rende particolarmente pericolosi alcuni tratti di strada scoperti, alcuni sentieri presi di infilata dal tiratore invisibile, nascosto in una posizione avanzata, ch’egli va ad occupare a sera e da cui si ritrae con la prima luce.
* * *
La carretta era giunta in vicinanza del fiume. Cominciava appena a schiarire. Nella cuffia del carro c’erano tre o quattro buchi, segni di palle, e attraverso quelli si vedeva il primo chiaro del cielo nuvoloso, che continuava a mandar giù pioggia a ventate. La strada era un lago di fango. Le zampe nere dei muletti diguazzavano nella poltiglia come in una crema. In certi tratti, dove la massicciata era soda, pareva che gli zoccoli picchiassero sulla lastra lucente d’uno specchio metallico.
Si calò al fiume, apparve la testata del ponte, un ammasso di legname, archi di travi, di tavole lanciati sul greto, sul ciottolame, sullo striscione qua verdognolo, là giallastro della corrente.
Il conducente balzò a terra, aveva le gambe inzuppate, era intirizzito, si mise a correre accanto ai muli, le redini e la frusta in mano. Le tavole sotto le ruote, sotto i ferri, rimbombavano. La luce cominciava a farsi largo di qua e di là del ponte, sul letto dell’Isonzo, velata dalla pioggia. Il passaggio era lugubre.
E finalmente, come si fu sull’altra riva, parve di entrare in un paesaggio nuovo, nel pieno della distruzione, in un regno cupo, sotto un’aria rarefatta, plumbea, greve come una cappa. Nessuno dei quattro uomini diceva più una parola. Nessuno arrischiava un frizzo. Quello che teneva la mano sul cestello delle ova, ci si era lasciato, in un trabalzo, cader sopra col gomito. Il conducente frustava i muletti, senza aprir bocca. L’alba livida sbatteva su quei quattro volti, che ora apparivano duri, assonnati, un po’ tirati, come sul giallo sporco della strada. Si lasciavano portare in silenzio dalla carretta, cullati dallo strepito monotono delle ruote e delle catenelle di ferro. Sensazioni nuove, ancor vaghe stentavano a precisarsi.
La strada, oltre l’Isonzo, risale la corrente. A manca il fiume, a dritta il terrapieno della ferrovia che conduce a Gorizia. Al di là del terrapieno le prime falde delle colline dai nomi fatti truci da tanto sangue sparso. I segni delle granate sparsi per tutto, in mezzo alla strada, sui fossi, sull’argine del terrapieno, sulle rive del fiume; buche, avvallamenti, bocche di crateri, montagne di terra smossa, caselli ferroviari ridotti a un muricciolo basso, pavimenti di case portate via dalle esplosioni, rasate al suolo; vani di cantine, di stalle riempiti di macerie, di tegole frantumate, di avanzi di mobili.
E dovunque l’occhio girava per quella devastazione, vedeva un rovinìo, uno stroncamento di alberi, di arbusti, di siepi; tutta la vegetazione colpita, scheggiata, curvata al suolo, frantumata, lacera. Una desolazione dantesca, d’inferno non imaginato, ma sensibile, reale, in cui le cose prendevano una animazione strana, paurosa, di fantasmi, come se ogni ramo recasse il segno eloquente della granata, come se ogni cespuglio piegato fosse sotto il peso di un cadavere stramazzatogli addosso, come se nell’aria fosse il sentore diffuso, acre, stagnante della strage, della morte, della putrefazione.
E per chi transita di là ogni mattina, sull’orrore abituale della scena, spiccano sempre nuovi segni di rovina recente; una casa crollata, che ieri ancor si reggeva, un affossamento fresco a uno svolto della strada, un pezzo di rotaia sporgente dal terrapieno, contorta, ritta in aria, divelta come un virgulto risecchito. Questi segni rinnovano il senso della minaccia continua, del pericolo che vi pende sopra a ogni passo, cieco, inesorabile, come in un campo di battaglia, e nell’ora della battaglia.
Si allunga lo sguardo sulla strada, si fissa su un tratto, ci si domanda se si arriverà in tempo a percorrerlo, a girare fino a quel gomito, a passare di là da quel masso. Non potete togliervi di dosso la noia affannosa di questa minaccia, che non vi lascia mai, che viene dall’ignoto, che vi fa parer grottesca ogni vostra posa del corpo, ogni vostra occupazione, che vi fa provare la stupidità di ogni vostro proposito, di ogni vostro più piccolo disegno: perchè non siete certi di essere vivi fra un istante, di potere fra mezz’ora essere al punto in cui un amico, che avete fatto avvertire del vostro arrivo, vi attende. E le prime volte siete preoccupati di tutto: del camminare adagio, che vi pare pericoloso, dell’affrettare il passo, che forse vi conduce al punto buono di una granata, del correre, che è altrettanto stupido quanto il soffermarsi, del vostro cappotto di pelliccia, che non vi servirà proprio a nulla, delle scarpe, che vi siete fatte pulire prima di partire, di tutte le cose che hanno importanza nella vita solita, in quella che vivono gli altri, lontani e che qui non hanno nessuna importanza.
Finite col non pensare più a nulla, vi abbandonate alla vostra sorte, diventate, come dicono, fatalisti, e a poco a poco accettate tutto, non vi stupite più di niente, tutto rientra in un quadro di vita normale: è naturale che ci siano delle rovine, che scoppino delle granate, che lì ci sia un soldato ferito, che più oltre quattro uomini portino sulle spalle una barella con sopra una coperta di sotto la quale sporgono le due gambe di un morto, i suoi calzoni inzaccherati, le scarpe enormi, deformi, come due zolle di terra inzuppata di sangue.
Il coraggio è l’accettazione calma, rassegnata, fredda di tutto quello che accade intorno a voi. E guardate i due muletti che salgono salgono al mezzo trotto, al galoppo, tirandosi dietro il carretto, da niente preoccupati, come se andassero sullo stradale tranquillo di Palmanova.
* * *
Andavano su verso le trincee del San Michele. Ed era l’ora che i soldati dei baraccamenti si svegliano: si alzano insonnoliti, si sporgono fuori del baraccamento a guardare il tempo, vanno con le mani alla cintola giù verso il fiume. Lungo la riva sono disposte, in cimiteri improvvisati, alcune centinaia di fosse dei nostri. Croci di legno, qualche lastra di pietra con sopra inscritto il nome. Poco sopra il fiume, nel fango, sono tristi quei piccoli ricoveri dei nostri caduti. Non hanno che un riposo incerto, pare che siano, anche dopo morti, in guerra. Non si è potuto dar loro che una pace provvisoria.
Dinanzi alle cucine degli ufficiali del battaglione, la carretta si fermò, i quattro uomini scesero a terra, cominciarono a scaricare i cesti. Tre o quattro ova si erano rotte, e cominciò una piccola lite per quelle quattro ova rotte, un altro alterco meraviglioso, pieno di fantasia poetica, come un canto amebeo.
Poi la carretta e i muli furono messi in un canto, sul margine della strada, e gli uomini si ripararono per qualche minuto nel baraccamento delle cucine. Vennero loro offerte quattro fumanti tazze di caffè, e stettero lì sotto i cappucci, a sorseggiarle.
C’era in un secchione una mezza pagnotta di pane risecchito, buttata via da qualche soldato, un po’ infangata.
— Questa la vo a dare a Gigi — disse il conducente.
E la portò ai muletti. La spezzò in due, e sul palmo delle mani offerse i due grossi bocconi alle bestiole. Queste glieli presero con le labbra calde e coi denti bianchi come mandorle sbucciate, e li frantumarono di gusto. Sogguardavano, di tra le ciglia lunghe, attraverso le nere pupille mansuete, dolci, il soldato. Erano tutti inzuppati, e la pioggia fumava sulle loro groppe, nel mattino invernale, come un’acqua in bollore. Si lasciarono accarezzare il muso, grattare la fronte, con una dolcezza di bestie bone bone. E come il conducente si allontanò da loro, per tornare nella baracca a bersi il caffè, si volsero tutte e due, d’un mezzo giro di testa, a guardarlo ancora.
Nemmeno un mezzo minuto dopo, si sentì arrivare per l’aria, col rumore di un vagone, uno di quei marmittoni, che sfondano le case. Si videro gli uomini che erano sulla strada correre e buttarsi dentro le baracche. Si udì uno dei soliti soldati burloni, un abruzzese, borbottare, fuggendo: “Matre delli Santi, arriveno li lupi manari”. Poi un boato, che intoppò gli orecchi a tutti: lo sfracellìo di un monte di pietre, di sassi, le sassate contro le baracche, i vetri rotti, un odore di polvere nauseabondo.
Era caduta sulla strada, scavando una buca inverosimile, ferendo leggermente, come si vide poi, cinque soldati, ma senza ammazzarne uno.
Nessuno lì per lì pensò alla carretta e ai due muli. Fu il conducente, che quando si alzò da terra dove era ruzzolato, cercò le bestie e non vide più niente. Si trovò poi uno zoccolo d’un piede anteriore sulla branda di un tenente, a duecento metri di distanza, che c’era entrato per la finestra, fracassando i vetri. E non c’era più che mezzo ferro. Per questo fu impossibile anche al conducente stabilire se quello era lo zoccolo di Gigi o del compagno.
Il quale accertamento, del resto, non aveva molta importanza, e naturalmente non se ne fece cenno nel rapporto dell’accaduto, che mezz’ora dopo scrisse e firmò il capitano, con alcuni pochi particolari sulla sorte della carretta, i quali non potevano far nascere dubbi nell’Intendenza sulla sua impossibilità di riprendere servizio.