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A Roberto Cantalupo.

Ieri, nel pomeriggio domenicale, tutto festante di sole, pieno della placida gaiezza di tutta una popolazione uscita all’aperto, disseminata pei ridenti giardini, pei magnifici viali, pei verdi passeggi sereni che si distendono sulla pianura, che si inerpicano sui colli berici di storiche memorie, vivi oggi più che mai di reminiscenze gloriose, cominciarono a diffondersi le prime ancora incerte vaghissime notizie del ripiegamento nemico sulla regione dell’altipiano, su tutta la regione dell’altipiano.

Giungevano da fonti non ancora ufficiali, serpeggiavano come sussurrii indefinibili, come annunzi scoccati nel rapido suono di poche parole, nella concitazione di un dialogo breve, fra gente che giungeva di là e taluno che qui attendeva, si propagavano poi di bocca in bocca, di crocchio in crocchio, con le inevitabili amplificazioni della fantasia e con le innocue esagerazioni dell’animo incapace di calma, ugualmente eccitato dai timori e dalle speranze.

Tante voci si propagano in tempo di guerra, tante invenzioni mettono radice facilmente, tanto ondeggiare di notizie buone e di facili sconforti aveva nelle passate settimane colpito i vicentini, che i più si afferravano quasi ostentatamente al dubbio, alla incredulità, come a un’àncora che dovesse conferire un po’ di stabilità agli animi e alle menti prese nel vortice di una corrente che se veramente reale, continua e profonda avrebbe fatto delirare di gioia la cittadinanza.

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Intanto le informazioni continuavano a giungere. E da più parti giungevano; nomi di luoghi lontani si univano nella confusione concitata dei discorsi, si parlava di una nostra azione vittoriosa sul Cengio, di una riconquista della vetta imminente, di una pressione fortissima verso Busibollo che avrebbe tagliato fuori le difese nemiche già affrante da troppi giorni di combattimento; si parlava di una nostra avanzata verso Campiello, si rivedeva con gli occhi della mente il bel luogo così caro ai vicentini, dove la cremagliera fa ugualmente la sua sosta, quasi a mezzo il cammino dell’altipiano, si ripensavano i giorni tristi, ma non sconsolati dell’abbandono, della ritirata sanguinosa, di borra in borra della regione; e di notte si giunse perfino a parlare di Conca e Treschè e più tardi di Asiago ripresa, rioccupata, ritenuta saldamente dai nostri. Un automobilista giunto dopo la mezzanotte fu circondato da un crocchio di cittadini, interrogato, premuto, quasi soffocato da una folla crescente di nottambuli, che voleva sapere, voleva notizie certe, precise, indiscutibili; e il soldato disse di essere arrivato veramente ad Asiago alle quattro del pomeriggio, col proprio autocarro.

— Con questo?

— Sì, con questo.

Allora si dovè credere al testimonio semplice, all’araldo che non poteva mentire, al soldatino che veniva proprio di là con la sua macchina polverosa, che aveva dovuto da circa un mese abbreviare le sue corse quotidiane, correndo sotto il fuoco nemico che precipitava strepitoso insolente giù per le retrovie in declivio e pretendeva di imporre con la propria violenza il timore e lo sconforto alle popolazioni del piano. Dunque era vero quello che era stato per tutti i vicentini e per tutti i nostri gloriosi soldati un sogno di tutte le notti, un vagheggiato e fremente desiderio di tutti i giorni da un mese a questa parte, ora, finalmente, era la verità, la verità semplice e vera, quella che si ode con l’orecchio, che si diffonde con la voce della parola, che si percepisce con la pupilla aperta, sciolta dai veli.

Ed ecco stamane fin dalle prime ore la notizia riprese il suo corso, e tutta la città, pel centro e pei borghi pieni di popolo disceso sulle soglie, raccolto per le vie a domandare, a narrare, a fantasticare, a ripetere, e finalmente a gridare di gioia, a improvvisare dimostrazioni di entusiasmo, a urlare: Viva l’Italia! Viva Cadorna!

Una folla di centinaia di persone si assembrò in piazza, e la gioia di tutta una popolazione, diciamo meglio, di tutto un popolo esplose nel sole, nel sorriso della città ridesta a una nuova sensazione di vita, chiamata a vivere e a godere un’ora indimenticabile di gloria.

Era proprio tutta Vicenza gaudiosa, paziente, fidente e gloriosa che esultava stamane per le vie e per le piazze, sul limitare delle povere case operaie e per le finestre dei palazzi meravigliosi, per le bifore marmoree che vedono da secoli il flutto della storia passare.

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Attraversiamo Vicenza che s’orna, s’addobba, letteralmente si riveste di bandiere. È una fioritura fulminea, uno scampanìo di colori che dondolano dai balconi, dalle finestre: grandi e ricche bandiere che palpitano come vele fresche al sole, piccole, povere bandiere di stoffa stinta e gualcita dal tempo, che mettono una nota di popolo minuto di piccola e buona gente, di borghesia modesta nel coro dell’esultanza civile, italiana.

Mai Vicenza fu più esultante e bella, mai più prodigio di luci e colori, di quadri e di sfondi d’arte, di archi e di colonne, di palagi e di torri si offerse all’occhio del sole. Pareva che i ciuffi dei gerani dalle bifore del 300, dalle cornici di vecchio rosso mattone, tutto caldo di glorie gittassero nell’aria voci acute di giubilo, squilli alti di vittoria, zampilli di giovine sangue glorioso. Su Piazza dei Signori il mezzogiorno di giugno batteva la pietra di bianco e grigio color freddo, scoteva l’impassibilità marmorea di quell’enorme sala scoperta, e la vecchia torre dei Bissaro, altissima puntava al cielo come una fiamma.

Tutte le glorie architettoniche di Vicenza, le balaustre, i balconi, le logge, i portali, gli spaziosi cortili luminosi e armoniosi come vani di teatri, parean corsi da un palpito di rinascenza civile, da un fremito di umanità nuova, che rievocava tutte le grandezze d’un tempo, tutte le lotte magnifiche e sanguigne, tutti gli splendori, le fedi, le forze del tempo antico, guerriero e politico, artistico e signorile. Tutto rivive nei grandi giorni, tutto ritorna l’immortale passato. Questa è nella storia l’ora in cui si rifiacca anche una volta l’orgoglio e la rabbia tedesca: contro questi emergenti lavori dell’arte, contro queste rimanenze eterne della nobiltà nostra perenne, contro queste cose che nacquero dalle anime dei nostri padri, che furono e sono il retaggio delle loro menti, il capolavoro delle loro mani, la loro stessa anima dalle molte vite, contro questa italianità sacra e squillante, sempre giovane e sempre vera, dei marmi e dei mattoni, delle linee e dei colori, dell’arte e dello spirito nostro; proprio contro questi baluardi, contro questi segni di spiritualità che più ci appartengono, che furono e sono e saranno la nostra forza più franca, la ragion d’essere più profonda e più pura, contro questi limiti divini, che non sono trincee, che non sono reticolati, nè cavalli di frisia, nè bocche di lupo, nè altre cose orride dai più orridi nomi, si è fermato il flutto iroso nemico, come contro una scogliera che non si frange, che nessuna alluvione potrebbe sommergere.

Noi lo scrivemmo: verrà il giorno in cui la cieca furibonda violenza austriaca cederà il campo al ritorno felice, alla ripresa sicura del nostro vigore, del nostro slancio, della fede e volontà di resistere e vincere, per difendere le nostre città e i nostri tesori, i campi e le case, i luoghi del lavoro e della preghiera; i nostri solchi sudati, le nostre piazze, i nostri quadri, i nostri vicoli, le nostre strade candide fra il verde, i nostri paesi più avanti, i pascoli dei nostri armenti più in alto, le terrazze dei nostri panorami più in alto ancora, i nostri fiumi, la nostra acqua e la nostra terra e anche il nostro cielo. A ogni muro, a ogni zolla abbiamo dato le radici dei nostri germogli, qui per tutto lo spazio che appare è passo per passo una pianticella e una pianta, un arbusto e un colosso, un fiore ed un tronco, uno stelo e una branca della nostra crescenza, lenta, folta, forestale di popolo. Tutto voleva abbattere il nemico, con qualche centinaio di bocche da fuoco; tutto voleva dirompere, stroncare, invadere, incenerire la meravigliosa foresta: ed essa era piena di spiriti, ogni tronco era una vita viva, ogni memoria è diventata una forza strenua, ogni cosa è tornata un’anima; non i soli generali, non i soli soldati, non quelli unicamente che combattono, non i viventi, non quelli che sono caduti, ma tutto il popolo, ma tutta l’anima del popolo, ma tutta la storia del popolo ha resistito e vinto, ha fatto impeto e breccia, ha temprato le spade, ha rifucinato i cannoni, ha rovesciato tutta la nostra infinita anima addosso al nemico.

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Faccio un rapido giro per i quartieri popolari. Voglio rivedere i luoghi dove prima conobbi la povera gente cui non si oscurò l’animo nei giorni più bui, che accese nel suo cuore tutte le luci e tutte le fiamme, sotto quello che ai senza fede poteva sembrare il vento della disfatta.

Chi dimenticherà mai quelle visioni, quegli istanti, mentre le truppe giungevano a folate di migliaia di uomini dai lontanissimi punti di concentramento, da altri tratti del fronte, sugli autocarri squassati e polverulenti, e traversavano questi quartieri, lambivano questi borghi per portare soccorso ai combattenti dell’altipiano, e la popolazione che oggi vedo sparsa per le strade in festa e rumore prima le accolse e le coprì di fiori, di auguri, di grida di fede e di vittoria? Come non ripensare ora, come non rivedere nella fantasia accesa le scene memorande che allora il popolo compose a se stesso e per se stesso nell’intrico delle sue viuzze, fra i muri di queste casupole che oggi riecheggiano di interiezioni di gioia. In quei giorni, in quei momenti di trepidazione si gittò la sementa che oggi fiorisce e fruttifica.

Di qui passavano le truppe che venivano dalla pianura; entravano, dapprima per Porta Borgo Padova, traversavano la città per ponte degli Angeli, imboccavano il corso famoso. Poi si fece fare alle colonne degli autocarri il giro di circonvallazione, e venivano a Porta Santa Lucia, a Porta S. Bortolo o Bartolomeo, e a Porta Santa Croce. Le altre provenienti da Treviso passavano per Borgo Scrofe e il Viale dell’Astichello, tra il profumo dei tigli. Tutte si congiungevano a Santa Lucia, e i carri correvano rapidi sotto le piccole mura del 300. Questa porta S. Bortolo è un avanzo delle vecchie mura aggiunte nel 1508 per fare argine contro le truppe di Massimiliano. Anche allora si erano calate giù per le vie naturali dell’altipiano e del Brenta e cozzarono contro i nostri nella battaglia del Rastello. Proprio qui, dove comincia la fila delle case più popolari, su questa porta erano i cannoni che respinsero, nel ’48, il 20 maggio, gli austriaci che facevano impeto dalla strada di Bassano. E coi vicentini erano romani e svizzeri. Ora non si vedono più, ma che lungo ammonimento lasciarono quelle vecchie bombarde, che spinsero gli austriaci verso Verona, e quelli tornarono il 24 a ritentare da Porta Felice, e invano, e allora Radetzskj organizzò la famosa spedizione che venne da Montagnano e prese Vicenza dall’alto.

Per queste stesse strade l’invasione nemica fu fermata un mese fa, con la forza degli animi. Qui vivono famiglie di artigiani, ecco botteguccie di falegnami, di fabbri, di calzolai, di stiratrici, di cucitrici, di piccoli sarti. La grande industria non ha ancora messo le sue radici qui. E gli uomini non emigravano. Lasciarono poi la casa e la famiglia, il desco e la bottega, quando furono chiamati in guerra. E non tutti la volevano quella partenza. Ma un anno più tardi, come si seppe che l’altipiano stava per essere invaso fino al ciglio suo estremo, quando si videro le cannonate balenare nella notte sulle cime che guardano il piano; quando accorsero i soldati alla salvezza, una improvvisa commozione umana, uno slancio trattenuto di affetto, un sorriso e una lacrima sola si accesero su tutti i volti, al passare delle truppe, rapido, incessante, incalzante.

Dalle casette rimaste quasi vuote di uomini validi, le donne, le giovinette, i vecchi, i bambini si rovesciarono fuori sulle strade: rifiorirono per le truppe tutti i giardini e i prati del maggio. Queste donne che ora accorrono a strappare dalle mani del rivenditore la copia del giornale che reca la laconica Stefani, che tirano fuori il soldino e si raccolgono a crocchio per leggere o compitare le poche linee dell’annunzio fausto e felice; questa gente che non aveva mai gridato guerra, gridava ora, in una sublime anticipazione degli eventi, vittoria!

— Bravi, bravi i nostri figlioli! Siete tutti nostri figlioli!

Era un clamore di voci, la folla accorreva attorno ai carri, li fermava.

— Benedetti da Dio!

E quelli di rimando:

— Adesso andiamo su noi, non li lasceremo passare. Vi giuriamo che non passeranno. Contate su noi.

— Figli nostri, benedetti, benedetti!

Le fanciulle correvano verso i prati verdi lì intorno, strappavano a furia le margherite, le erbe, tornavano sulla strada, i grembiuli pieni di primavera, i pugni ricolmi dei più semplici colori del maggio e infioravano i carri e i capi dei soldati: Evviva, evviva!

Le madri cercavano ansiose con sguardi fulminei il volto di un proprio figlio, che forse era là in mezzo; le spose cercavano i mariti, i fanciulli vedevano rapidamente passare il padre loro, confuso nella schiera carreggiata del reggimento. Passavano alpini, granatieri, bersaglieri, fantaccini delle vecchie e nuove Brigate, decine e decine di migliaia di uomini al giorno, decine e decine di migliaia di uomini la notte. Nel buio venivano sulle soglie coi lumi, con le candele affondate in un imbuto di carta, perchè l’aria non scotesse e non spegnesse la fiamma.

Le fiamme più belle non si spegnevano nei cuori.

Vidi io un mattino povere fruttivendole afferrare, le ceste delle frutta, il loro unico capitale, e rovesciarle entro gli autocarri, dando tutto in dono spontaneo. Vidi donnette meschine, quelle stesse che vanno al Municipio a riscotere il sussidio settimanale, mettere insieme a due a due i centesimi per comperare un toscano; e per offrirlo a qualche soldato; una ne vidi che nello slancio dell’offerta tanto si fece innanzi che fu urtata e rovesciata a terra da una macchina, che per poco non le passò sul corpo; un mazzo di sigari che aveva in mano le andò per la polvere sfasciato; ed ella si sollevò pronta e si curvò a raccogliere, e offrì il dono ai soldati di un altro carro sopravvenente. Chi assistendo a quelle scene di popolare pietà non ebbe le ciglia umide, non proverà più commozione.

* * *

In poco più di un mese quale e quanta mutazione di animi e di cose!

Tutto si può rendere con una parola sola: La guerra! La guerra che è un’epopea e un dramma, che ha i suoi svolgimenti pacati e lenti, e le sue sorprese improvvise, i suoi rivolgimenti tragici, le sue ore di sospensione e di ansia soffocante, avviliente, e i suoi ritorni fatali, le sue conclusioni necessarie, le sue sintesi ultime, che rimangono a chiudere la vicenda alterna degli avvenimenti singoli e minuti.

Tanto quanto si è atteso bisognava soffrire, e bisognava anche temere e dubitare, e sentirsi il cuore in ferita e in sangue prima di giungere a questo. La via sassosa, spinosa, intricata, nemica, che prova le forze e gli animi bisognava percorrere e ripercorrere, cadendo, soffermandoci, disseminando la terra di nostri caduti, seppellendo i nostri santi morti; ma non seppellendo mai la fede, anzi sollevandola sopra di noi, sopra tutte le venture e le sventure, più alta di ogni caso, più splendida d’ogni luce, più terribile di ogni arma.

Mai i nostri placidi fiumi furono più pieni di storia, di destino e di santità.