Immagine decorativa

Alla memoria di Gigi De Prosperi.

Fummo alle cave di Selz un pomeriggio dello scorso marzo. Visitammo le posizioni e facemmo la conoscenza di un generale che ebbe dal Re la medaglia d’oro.

Una giornata di sole. Cominciava la primavera. C’era ancora molta acqua nei fossi e un po’ di polvere sulle strade: un cielo pazzerello, a enormi spazi turchini, dove giocherellavano bioccoli leggeri di nuvole. Oltre il ponte di Pieris udimmo qualche cannonata, rada, come dispersa: le batterie parevano annoiate e stanche quel giorno. Quiete sul fronte, quasi indolenza da una parte e dall’altra.

Era uno di quei pomeriggi di primavera che insonnoliscono gli uomini e la terra, quando le palpebre scendono sulle pupille al riflesso delle strade bianche, e gli occhi delle gemme buttano le prime fogliette, coprono i rami neri di vivide ciglia. Mazzi di fiori di pesco spiccavano su macchie verdi di prati punteggiati da ranuncoli d’oro. Non pareva e non era una giornata di guerra; spaziava nel dramma una parentesi d’idillio, s’era fatta una sosta di pace. Una calma enorme, una tranquillità profonda, appena turbata da qualche sparo, era sulla terra e nell’aria.

Andavamo verso il Carso. La vettura levava nella corsa un traino di polvere. Vedevamo le creste occupate dal nemico, le sue vedette ci vedevano.

Eravamo di fronte a quel primo ciglio del Carso che gira verso il mare, e che è il più basso. Da Gorizia a Monfalcone si inarca a ferro di cavallo questo gradino gibboso, che al S. Michele raggiunge i 275 metri e alle cave di Selz scende sotto i cento. È come il cerchio di una balconata, alla quale siamo aggrappati: il monte Sei Busi ne è quasi il centro. E da Sei Busi vediamo Doberdò, al di là delle linee nemiche, come dal S. Michele gli altri vedono Cormons e Gradisca, al di qua dell’Isonzo. Fra Sei Busi e la rocca di Monfalcone, sotto l’ondata della roccia sono le cave di Selz, dove andavamo.

Come la strada corre alle radici di queste rosse gobbe carsiche, poche centinaia di metri lontana dai muriccioli nostri e nemici, vedevamo tutte le difese, il labirinto delle trincee nostre e nemiche.

Immaginate sulla sponda di un fiume un sistema di canalotti e di ripari fatti con la mota e coi sassi da un branco di fanciulli che giocano. Se ne fanno tanti d’estate sulla spiaggia del mare. Durano un mattino, viene un po’ di maretta e spazza tutto.

Questa guerra formidabile, che occupa milioni di uomini, fa di questi giochi, disegna di queste tracce labili, che pare debbano durare un giorno, sul terreno tutto intorno devastato.

Vedute di lontano le linee, che si guatano, si fronteggiano, si rincorrono, si cercano, paiono minuscole cose, effetti di un capriccio, stranezze di una mente inferma. Sembrano proprio linee tracciate da bambini o da folli. Ma vedute da presso hanno un’aria brutta, sudicia e feroce, la perversità tortuosa dei reticolati, le punte offensive delle armi e le lame taglienti, e son fatte per offendere, per sorprendere, per sovrastare, per incunearsi nel cuore delle linee nemiche, per tagliarne fuori i lembi sporgenti, per ributtarle indietro, per rovesciarle tutte. Seguono il terreno nelle sue scabrosità, nella sua crosta sassosa, si acquattano negli avvallamenti, risalgono i costoni, si nascondono e rispuntano, hanno nella loro immobilità una vicenda strana di intenzioni, di mosse.

Ogni tratto di muricciolo è una vita di uomo; dietro ogni pietra è un fucile, fra sacchetto e sacchetto s’appiatta un elmetto e una testa. La difesa di terra, di sacchi, di pietra è mobile, viva, animata, tortuosa come un serpente. Gli uomini stanno fermi, le trincee non si movono, un manipolo irrompe, la trincea si apre, i sacchetti si spostano avanti: avviene il balzo da una posizione all’altra, s’accende la mischia, le trincee si congiungono anch’esse, si abbrancano, si addentano, s’avviluppano, e così in lunghi mesi il disegno si corregge, le linee s’intricano e districano, i salienti s’allungano o si smussano, gli archi si ampliano: sono gli episodi della lotta, le vicende della guerra, segnate metro per metro con gocce di sangue.

Questo il romanzo e il poema, il dramma inverosimile della guerra di posizione, che ha lunghi, enormi intermezzi, e atti rapidi, fulminei, nei quali centinaia di personaggi cadono e scompaiono attorno al protagonista, che è un pezzo di muro, un lembo di reticolato, un osservatorio blindato. È una guerra d’assedio, una lotta d’approcci: rotolando le proprie difese le due schiere opposte s’incontrano, cozzano come gli avari e i prodighi nell’inferno dantesco.

* * *

Trovammo il generale nei suoi ricoveri. Che ha il generale nell’occhio? Che ha nello sguardo quell’uomo? Un sorriso dolce è sul volto giovane, ma lo inquadrano due rughe, intorno alla bocca, profonde. La carne è segnata come una maschera, uno spirito mite la illumina. La volontà è maschia, assidua, tenace: l’animo ha un che di vago e pio, a tratti intimamente mesto. È di quegli uomini raccolti, che ascoltano parlare più che non parlino. I suoi silenzi hanno non so che di musicale al paro delle parole. Tutta la figura piccola, armoniosa, gentile, è come i tratti del suo volto, come i gesti parchi della mano, accomodata alla misura dell’anima, che è senza orgogli e depressioni, calma, limpida, vereconda. Il nastrino della medaglia d’oro brilla al suo petto, quasi non come il premio di una giornata eroica, ma come segno e riconoscimento di un che di puro e di aureo che è nella sua natura e umanità perfetta.

Figlio schietto dell’Abruzzo, rampollo di una razza antica e giovane sempre, robusta e vergine ancora, il generale che parla poco offre nello sguardo e nella voce una effusa mitezza, una perpetua poesia di fanciullo. Il braccio destro sente ancora le ferite di novembre; camminando, il generale s’appoggia sul bastoncino, come un pastore della sua terra lontana; non porta armi. Nei giorni d’azione, dove è più vicino il pericolo, è la sua persona; sulle trincee, fuori delle trincee dove passa l’assalto è il suo occhio che guarda, la punta del bastoncino che accenna.

Quante altre cose avrebbe potuto fare questo uomo se non fosse soldato! Forse l’agricoltore nelle terre di Popoli, sua patria; forse il pastore pei monti, se fosse nato povero; forse il maestro di fanciulli in una piccola scuola. Altre circostanze avrebbero potuto volgere l’animo suo ad altre cure.

Tra i fanciulli non sarebbe stato diverso da quello che è fra i soldati. Avrebbe voluto bene, si sarebbe fatto amare dai piccoli, come si fa dai grandi, da questi nostri soldati fanciulloni di vent’anni. Egli è lì, in uno dei settori più aspri del fronte, pacato, sorridente, buono, come sarebbe fra i banchi. Loderebbe i suoi piccoli come loda i grandi, si compiacerebbe dei loro progressi nel leggere e nello scrivere, come si compiace con un sorriso, con una carezza, con un groppo alla gola delle bravure, degli eroismi e sacrifizi delle truppe dei suoi reggimenti. I soldati sono i suoi ragazzi. La loro scuola comune è quella del quotidiano dovere: non della violenza o dell’aggressione o dell’odio, ma del lavoro e della serenità nella fatica e nel sacrifizio.

Tutti i rischi delle truppe sono anche i suoi. Egli visita i soldati in trincea ogni giorno, una o due volte, parla con loro, assaggia il loro rancio, si occupa e si preoccupa dei particolari minuti della loro vita. Li ascolta e li consiglia, li guarda e li segue, li conosce e li pensa; all’ora dell’attacco non li sospinge, non li manda; va verso le loro baracche, passa in mezzo alle loro file, butta giù i sacchetti, esce dalle trincee, li precede, e quelli si scagliano di qua e di là dove egli accenna. Gli sono passati avanti molti che non hanno fatto ritorno, molti gli sono caduti morti o feriti accanto; fu ferito anche lui come gli altri, portò la sua ferita in silenzio, finchè gli mancarono le forze, non l’animo. Allora disse: “Ragazzi, vado a prendere rinforzi, voi continuate”. I rinforzi non c’erano, ma si vinse ugualmente. Il generale fu portato via in barella, curato in un ospedale, dove il Re andò a trovarlo, gli mise la medaglia sul petto e gli disse: “Generale, sono sicuro che Ella guarirà”. E il generale è tornato.

* * *

Fu condiscepolo di Gabriele D’Annunzio nel collegio Cicognini, a Prato. E ci parlò quel giorno del “suo conterraneo glorioso”.

“Eravamo compagni di scuola, me lo ricordo benissimo. Era un bel ragazzo, un po’ effeminato. Non studiava molto, era tuttavia il primo in greco e latino. Scriveva allora le prime poesie. Noi veramente credevamo che le copiasse. Lo avevamo in gran concetto, ma non avremmo potuto presagire la gloria che ebbe. Di matematica mi pare non intendesse nulla. E, se ricordo bene, quella lampada votiva che egli celebrò in una delle sue prose, era una fiammella sulla quale mettevamo a cocere la farina di castagne.

“Aveva grande fantasia e si appartava da noi sovente, faceva vita piuttosto ritirata, leggeva molto. Da allora non ci siamo più veduti. Egli è salito e mi ha dimenticato. Oggi ho letto che gli hanno dato la medaglia d’argento. Gli voglio scrivere, per congratularmi”.

Anch’egli era salito molto alto, il generale. Ma a sentire lui non pareva. Non si sale mai abbastanza per la via del dovere. Non ci sono cime oltre le quali non si possa andare. È una via di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. Da quando la guerra è cominciata, la via non fa che allungarsi. Quando la guerra sarà finita, sarà ancora quella, e sempre aperta, per gli uomini di buona volontà, fino al giorno del riposo, che non è in questa vita.

E si capiva che il generale non pensava mai, non aveva mai pensato a se stesso, nè alla sua gloria, nè alla sua salvezza.

Nel suo sorriso era come la punta di una malinconia pensosa d’altrui, quasi il ricordo mesto di quelli che gli erano morti accanto, che avevano chiuso le pupille per dargli la vittoria. Egli li ricorda tutti, i suoi caduti; li porta nel cuore. E con poche parole ci fece l’elogio dei propri soldati. Ci disse che abbiamo dei grandi soldati: perchè abbiamo dei veri uomini, dei quali si fa quello che si vuole, che si portano dove si vuole. “Forse — egli ci disse — il nemico non ci è inferiore nella resistenza fisica: ma noi abbiamo riserve e risorse morali mirabili. Con queste vinceremo la guerra”.

Queste cose ci diceva un uomo nel quale sentivamo di poter credere. Poichè egli ci appariva pieno di fede e insieme di ragione e di buon senso, e la sua vita era di nobili fatti. Uno di quegli uomini di razza, che hanno l’antichità dei padri nelle vene, l’esperienza e l’istinto di molte generazioni sane. L’Abruzzo non ha politici, ma tradizioni di poesia, di arte, di cultura e di agricoltura, antichissime che si perdono nei tempi; e di guerra. Quell’uomo era antico come la sua terra.

Come fummo all’aperto lo vedemmo guardare le piante d’un giardinetto che fiorivano attorno alla sua casa. Le piante del giardino, là dentro, e poi come fummo sulla strada, le piante degli orti e i mandorli fioriti, le siepi, i campi.

— “Peccato che queste belle campagne siano tutte in abbandono”.

Avevamo le trincee nemiche a poche centinaia di metri, camminavamo lungo la strada scoperta. E gli occhi del generale spaziavano sui campi dove la primavera spargeva i suoi ciuffi di verde e i suoi grumi di fiori.

* * *

Per salire alle posizioni infilammo un camminamento. Chi mai loderà abbastanza i camminamenti nella guerra di trincea? Essi sono quel che i grandi viali alberati, ombreggiati in una città avvampata, percossa dal sole di un mezzogiorno di agosto. Ci si respira qualche boccata d’aria fresca.

Camminamenti sono i sentieri che menano alle trincee. Nei più dei casi ai loro fianchi sono due muriccioli di sacchetti, levati ad altezza d’uomo. È già una buona protezione contro i tiri di fianco. Ma certi camminamenti possono essere presi d’infilata, che è il tiro più pericoloso; allora nei tratti bersagliati si posano tronchi d’albero o travature spazieggiate, per sbarrare il tiro della fucileria e delle mitragliatrici. I camminamenti più sicuri sono tuttavia quelli scavati a fossato, con rivestitura completa e potente, o addirittura a cunicolo, addentrati nella terra o nella pietra. Si è relativamente al riparo anche dalle grosse artiglierie.

L’utilità di questi lavori è palmare. È proprio sulle zone immediatamente retrostanti alle trincee, che batte quotidianamente quella parte della artiglieria nemica che non ha il compito di cercare i pezzi dell’artiglieria avversaria. Su queste zone le truppe vanno e vengono per i cambi: passano a ogni ora del giorno le corvées, col rancio, le munizioni, i carichi di materiale.

Le trincee, nei giorni di calma, godono d’una certa immunità. La stessa vicinanza in cui sono verso le trincee nemiche le protegge. L’avversario non tira sulle trincee nemiche per non colpire le proprie, che distano in alcuni punti dieci, quindici, venti metri. Per lo meno non tira con le artiglierie. Fra trincea e trincea la lotta si fa a colpi di fucile, a scariche di mitragliatrice, a lancio di bombe. Gli shrapnel e le granate cadono sulle zone retrostanti, sulle strade, sui sentieri, sui villaggi, dove si dubita siano truppe accantonate, insomma sulle retrovie, dove l’occhio del nemico è in grado di individuare una quantità di bersagli, colonne in marcia, carri, uomini isolati.

I camminamenti sono dunque opere di protezione e di difesa; indispensabili anche all’offensiva, per poter fare accorrere rincalzi, per poter sgombrare il terreno dei feriti. Base di una grande offensiva saranno sempre le solide e abbondanti opere di difesa.

Tutto ciò è intuitivo, fa parte, più ancora che dell’arte o scienza militare, del buon senso.

Di fatto, le mitragliatrici, i cannoncini, i lanciabombe, armi che si collocano nelle trincee stesse o nei tratti adiacenti, non possono esplicare la loro funzione se non sono esse stesse abilmente e solidamente coperte. Il loro fuoco essendo facile a individuare, provoca un tiro concentrato, sotto il quale non si potrebbe reggere se mancassero difese adeguate.

Solo un esercito che abbia condotto a termine grandi opere difensive può ragionevolmente volgersi all’offensiva. Ecco anche perchè la guerra moderna richiede periodi così lunghi, mesi e mesi, di sosta apparente e di silenziosa preparazione, ecco perchè essa è fatta di lavoro e di fatica, ecco come i nemici che abbiamo di fronte, gente dura e metodica, che occupa in lavori gran parte del tempo, riesce ad opporsi al nostro slancio, sminuzza le nostre avanzate, delimita e frastaglia i nostri progressi. Ed ecco il punto in cui il soldato italiano ha dovuto subire necessità del tutto nuove, e assoggettarsi a una disciplina che pare aliena dalla sua natura.

Il nostro soldato era, specie nei primi tempi, sprezzante del pericolo. Molti dei nostri giovani ufficiali credevano ancora alla guerra brillante, alla lotta aperta dell’uomo contro l’uomo; erano garibaldini. Contro il garibaldinismo il nemico usava poco gli uomini e molto usava le artiglierie e le mitragliatrici.

Più noi ci scoprivamo, più egli si copriva; ai nostri balzi rispondeva con altrettanti appiattamenti e interramenti. Noi cercavamo la vittoria nella luce, nel sole, egli preparava la difesa e l’offesa nell’ombra, nei camminamenti, nelle caverne. Non si fiaccava, ma ci massaggiava duramente. Egli aveva su noi il vantaggio di un anno di guerra europea. Per noi tutto era novità, per lui tutto era esperienza. Si impara sempre qualche cosa dal peggiore dei nemici: noi abbiamo imparato molto dal nostro.

* * *

Scendemmo dunque nei camminamenti a fossato che dovevano condurci su alle trincee. Dopo le grandi piogge di marzo l’acqua stagnava ancora lungo certi tratti. Pareva di camminare nel letto di un ruscello. Diguazzammo prima con le scarpe, poi fino ai polpacci. Il pomeriggio era caldo, assolato, uno di quei pomeriggi di primavera che vi dànno il senso della piena estate; e l’avventura era piacevole. Dieci giorni prima avremmo detto altrimenti; le nostre calzature avrebbero dovuto impegnare un’altra lotta.

Tuttavia in guerra ci si avvezza a tutto. L’uomo sarà sempre l’animale più adattabile dell’universo. Vive sulla terra e sotto terra, sull’acqua e sotto l’acqua, con qualunque tempo, a qualunque temperatura. L’altra mattina, sul Pal Grande un ufficiale degli alpini, in mutandine, faceva il bagno sulla neve, mentre sul capo gli sfioccavano gli shrapnel. La guerra non fu mai così piatta: tuttavia ha i suoi momenti e i suoi episodi fantastici. E nulla era più fantastico in quel marzo radioso, fiorito di mandorli, del nostro procedere al buio, curvi, nell’acqua, sotto le cannonate.

Raggiungevamo pel camminamento soldati che procedevano carichi di sacchetti e di tavole: passavamo innanzi a gruppetti di sterratori; davamo il passo ad altri che scendevano dalle trincee. Erano andati su con gli asinelli ed ora tornavano. Le bestiole, piccole, grigie, nerastre, facevano la loro strada tranquillamente al di sopra del camminamento, o ai suoi lati, su un sentiero scoperto. Frustavano le mosche col mozzicone della coda; soffiavano sulla polvere nuova, che metteva loro nelle narici il gusto dolce della primavera, spiccavano coi denti cespi di erbetta. Il loro fatalismo era sublime, di quella sublimità esemplare, filosofica, che l’asino rivela in ogni sua faccenda e che lo rende spesso di tanto superiore all’uomo, il quale si è sempre vendicato delle sue virtù proverbiando i suoi difetti. L’asino non è impressionabile, come prova la lentezza dei suoi placidi orecchi. Non capisce perchè in una bella giornata si debba lasciare la strada buona per la cattiva. Passando loro accanto ci accorgemmo di essere guardati con indifferenza.

Ho veduto molte volte gli asinelli in terreno battutissimo, bersagliati da una tempesta di medi calibri. Non movevano neppure la coda. A differenza del cavallo, l’asino non si interessa affatto alla guerra, non prende la più piccola parte alle battaglie, non ha slanci di generosità e di odio per nessuno; delle lotte più accanite, delle mischie più furibonde rimane sino all’ultimo spettatore impassibile, inerte. È grande perchè è semplice, è eroico perchè mite, serve perchè è buono, è buono perchè è sobrio.

* * *

Ai baraccamenti trovammo i soldati che si asciugavano al sole. Tutto asciugava al sole, quel giorno: la terra, gli uomini, le baracche, il piccolo cimitero che raccoglie i nostri morti. Forse anche quelli asciugavano; ci deve essere molto umido laggiù. Si mettono le croci sui tumuli, le tavolette coi nomi, le lodi brevi, i fiori, ma non si può fare di più. Si ricordano, si tengono vicini, si dice la messa su un piccolo altare improvvisato sulla piana di una macchina da cucire, portata via da una casa diruta, ma l’aria, la luce, il sole, la primavera non arrivano fino ai morti, sono il lusso dei vivi. Tuttavia, quando piove fa ancora più pena saperli laggiù. E come il tempo si rasserena si pensa che essi non lo vedranno, che hanno gli occhi chiusi, sono distesi, coperti, e questo pensiero è triste.

Bene: dopo un poco non ci si pensa: la vita è piena di questi mutamenti: tutti si deve o prima o poi morire. E intanto ritorna la stagione buona, si può uscir fuori delle baracche senza avere sulla pelle i vestiti umidi incollati, senza avere l’acqua nelle scarpe e nelle ossa. È il piacere delle lucertole che si sdraiano al sole, la terra fuma, l’orizzonte s’apre, si vedono le strade bianche lontano, un occhio azzurro, aperto, che è quello del mare, distese di campi, coi canapugli gialli, strisce brune di siepi, braccia di alberi che si stirano al caldo, scossi dal torpore, le groppe del Carso, la schiena del Sei Busi, con le nostre linee e le nemiche accanto, il padule, i vigneti incolti, abbandonati, i canali irrigatori, la rocca di Monfalcone, i frammenti intatti di boscaglie, tutto il paese fertile e deserto, teatro della guerra e della solitudine, che va verso il mare da un lato, verso l’Isonzo dall’altro, disseminato di paesi altra volta popolosi e ridenti, ridotti a cumuli di macerie, a bersagli di batterie, a ricoveri perigliosi di sentinelle o di truppe.

Sopra i baraccamenti, via via per la traccia bizzarra delle trincee, quali siano le posizioni nostre non si può dire, non si può fare intendere a chi non ha visto, a chi non c’è stato. Descrivere, non è la parola; non si riesce a descrivere. Abbiamo fatto tante fotografie di questi luoghi e di altri, ma le fotografie non rendono che particolari minuti della scena; la scena nella sua larghezza, nel suo tutto insieme, nel suo groviglio e confusione inestricabile di muri, di fossi, di ridotti, di scavi, di grotte è quella che conta. E con mezzi meccanici non si rende.

Bisogna esserci stati, bisogna tornarci, bisogna averci vissuto. Allora l’occhio, la mente, l’animo s’accasano in questi luoghi, ognuno di essi diventa un mondo; in essi si vive da quattro, da cinque, da sei mesi; si conosce ogni sentiero e ogni pietra, ogni parapetto e ogni cuccia, ogni passaggio mortale e ogni riparo; questa è una tomba recente, quella è un avanzo di vecchia trincea espugnata il tale giorno, dal tale battaglione, che ebbe i tali morti, i tali feriti; quello è il punto dove il generale fu ferito in novembre, dove il maggiore Embabi morì. Adesso ci si passa, ci si cammina, ci si sofferma; allora era tutto terreno scoperto, qui era l’inferno, là era l’inferno, più oltre era l’inferno. I feriti imploravano, i morti imbarazzavano, i vivi urlavano, erano attacchi, contrattacchi, progressi, regressi, spiegamenti di truppe, irruzioni violente, assalti alla baionetta, colonne di prigionieri, barelle che passavano, l’inferno, l’inferno.

Ma ci volevano ributtare dalle cave di Selz, come dal Sei Busi, come dal San Michele, e più oltre dal Sabotino, dal Podgora, dal Kuk; e non ci riuscirono, lasciarono morti su morti a centinaia, armi, feriti dappertutto, e andarono indietro. Gli strappammo di sotto i piedi la terra passo per passo, ci affacciammo qui sulla cresta delle cave, fino a vedere la loro conca mortifera, pestifera di morti, quella tragica conca di Doberdò che pare un vaso in cui le artiglierie nostre da mesi maciullano il nemico come con un pestello che non ha tregua.

Verso il mare essi hanno il Cosich, il monte a cono, con ciuffi di alberi senza foglie, da cui tirano con le batterie e cercano di tagliarci ogni avanzata.

* * *

Eppure abbiamo fatto un passo avanti anche di questi giorni su questi crostoni del Carso. In una settimana abbiamo messo fuori combattimento più di mille nemici, abbiamo espugnato un lungo tratto di trincea. Cominciammo col dare l’assalto a circa centocinquanta metri di trinceramento nemico. Fermati nel primo sbalzo, ne demmo un secondo. Contrattaccati, mandammo avanti nuove truppe; assalite anche queste di notte, ci ributtammo avanti di pieno giorno. I centocinquanta metri divennero circa seicento; i prigionieri salirono a più di duecento. I morti non si sono contati. Si calcola che il nemico ne abbia lasciato almeno uno per ogni metro di difese perduto.

Venivano avanti come demoni. Prima a masse dense, poi a colonne serrate, alfine a piccole squadre. Si può vedere anche adesso come cadevano, le file addosso alle file, i mucchi accanto ai mucchi. Le mitragliatrici li falciavano come si falcia il grano, l’erba. Cadevano a decine sulle gambe stroncate, coi petti e le teste che buttavano zampilli di sangue. I colpi dei nostri cannoni prendevano su gli uomini, li buttavano in aria, le braccia e le gambe divaricate, li rammulinavano a venti o trenta metri dal suolo insieme coi fucili, le pietre. Era uno spettacolo di orrore, di follia, di strage indescrivibile.

Quella di Selz è stata una lezione. Ma poichè tutto è possibile, potrebbe anche darsi l’assurdo: che gli austriaci non l’avessero capita.