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A Gino Berri.

Questa storia di Plava non è ancora finita. Il libro dei suoi martiri ha qualche pagina bianca, che attende. Siamo rimasti al punto dove s’è fermata l’offensiva d’autunno.


L’offensiva d’autunno nel settore di Plava faceva parte della più vasta offensiva. Come l’Isonzo, in quel punto, scendendo da Canale e andando verso il Sabotino, fa un gomito a occidente, ci era utile allungare da ambo i lati le branche di quella morsa di ferro con la quale dal giugno mordevamo il terreno della riva sinistra e serravamo da presso il nemico ritirato sulle alture. Alta nel mezzo di questo gomito la quota 363 era nostra e si prestava bene, a guisa di pernio, al collegamento delle due ali, specialmente sul lato di Globna. Sull’altro il vallone di Paljevo divideva la quota dalle poche case di Zagora, che dovevamo occupare. L’offensiva doveva iniziarsi il 20 ottobre.

Si trattava di operare in un vallone profondo, a pareti ripide, incassate, con un fiume, in mezzo, inguadabile e turbolento, munito di ponti mobili di legno che le artiglierie nemiche battevano e che la piena poteva asportare. Ogni momento la riva sinistra poteva essere separata dalla destra, e le truppe operanti restare senza collegamento. L’ottobre è generalmente mese di piogge grosse e continue.

L’unica rotabile che mena nel vallone di Plava, da Verholje, dal punto in cui scende a nastro sulla sponda destra dell’Isonzo verso il paese, è tutta sotto il tiro del fucile nemico. Gli austriaci l’hanno disegnata e costrutta in modo che dalle posizioni di riva sinistra un passeggero sia scorto e seguìto passo per passo fino al fondo della valle. E, benchè venga qui costeggiando il burrone e a tratti si sporga sul precipizio, non ha sull’orlo un tratto di muretto, non ha da un lato la scanalatura di un fosso: liscia, dura, marmorea. Di lì doveva di necessità andare e venire tutto il nostro carriaggio.

S’aggiunga che nel mese di ottobre i lavori nostri nelle posizioni occupate non erano ancora perfetti, perchè disturbati ininterrottamente dal nemico; non molti, di necessità, i camminamenti coperti. Tutta la conca era sotto il fuoco nemico, quasi un imbuto che raccoglieva d’ogni parte migliaia di proiettili. Le truppe di rincalzo erano sotto la morte come nelle trincee.

Dai primi del mese il tempo s’era mostrato incerto, il fiume repentinamente ingrossava, decresceva un poco, tornava a crescere.

La truppa era spesso costretta a consumare viveri di riserva. Con una barca si traghettavano le provviste.

Il primo del mese si stabilì una comunicazione, fra Plava e quota 363, mediante un cavo d’acciaio, per il passaggio dei viveri ordinari.

Verso il 5 si riuscì, con l’Isonzo in piena, a riattivare un ponte di barche. Un secondo fu gettato qualche giorno dopo.

Intanto si approfittava del tempo che ci separava dall’offensiva, per dare un turno di riposo a parte delle truppe, sì che fossero fresche alla ripresa. Ma con le altre si doveva procedere ai lavori di rafforzamento e di approccio, e alla vigilanza specie nelle ore della notte, col tempo cattivo, la pioggia, il freddo. Ad alcuni reggimenti il vitto era distribuito ad ore insolite, alle 3 del mattino e la sera alle 20.

Il nemico molestava i lavori e i lavoranti. S’accendevano grosse e piccole zuffe di batterie avversarie che si attaccavano a grandi distanze, incroci di tiri di mitragliatrici e di fucili, botte e risposte sonore, attacchi e contro-attacchi rapidi, ma furiosi, tutto un tasteggio di bocche da fuoco, assaggi e inizii di una battaglia che si veniva preparando.

Si esplorava il terreno. Pattuglie nostre s’erano spinte, sulla ferrovia che costeggia la destra dell’Isonzo, fra la galleria di Zagora e quella del Sabotino, senza trovare traccia del nemico. Chi cercava e chi si acquattava. Si frustravano le esplorazioni più ardite con gli appostamenti più scaltri. Il nemico poneva ogni cura nel coprirsi, nel darsi per morto, quasi volesse farci dubbiosi della sua presenza. Nemico calmo e cauto, che conosceva le arti della guerra di posizione, e palmo per palmo il terreno e uno per uno i vantaggi e svantaggi e le insidie.

Lo si udiva generalmente lavorare di notte, occupato senza posa a migliorare le difese, a rafforzare le trincee, a piantare paletti pei reticolati e a buttare nuove reti; ad aprire con le mine nuovi passaggi, a coprire con tavoloni e con sacchetti e con frasche i ridottini, ad appianare i sentieri. Frugati dai riflettori nostri alcuni rari gruppi o fanti isolati che andavano o venivano per i cambi, si buttavano loro addosso raffiche di mitraglia e di pallottole; si ricevevano entro le trincee bombe a mano, lazzi e scherni, ingiurie e sfide sprezzanti.

Le loro batterie regolavano i tiri su questo o quel punto, sulla strada, sui ponti, sugli svolti delle mulattiere, sulle trincee, sui reticolati antistanti, sulle loro stesse difese per essere pronti a batterci in pieno quando mai le avessimo prese e occupate. Le alture in mano loro erano piene di cannoni d’ogni calibro: ce n’erano sul rovescio del Kuk, sulla sella del lontano Vodice, sul Monte Santo, sul Sabotino. Il duello delle artiglierie si annunciava grandioso, ci si attendeva un’azione di fuoco concentrata, al primo accenno di movimento generale.

Attraverso le linee telefoniche erano corsi ordini, domande, rapporti intorno all’effetto dei tiri delle più grosse bocche da fuoco nelle difese mobili. S’erano fatte prove e riprove.

Ma una cosa era certa: che neanche dai grossi calibri c’era da attendersi molta efficacia di distruzione dei reticolati. I mezzi d’offesa che vennero poi non li avevamo ancora.

* * *

Nei giorni antecedenti l’artiglieria nostra aveva dunque eseguito i così detti tiri di sconvolgimento sulle posizioni nemiche. La notte del 19 e del 20 li riprese più intensi, ripicchiando sulle trincee e nei reticolati.

Il fuoco delle batterie era tale che preannunciava chiaramente l’attacco. Non si era fatto assegnamento su un’azione di sorpresa.

Mandati a contatto con l’avversario osservatori appositi ne tornarono con informazioni varie. In alcuni punti i nemici erano stati obbligati a sgombrare le trincee, lasciandole esposte al tiro delle granate, degli shrapnel e della fucileria, per evitare perdite inutili. In altri punti, su linee più vicine alle nostre, contro le quali avremmo potuto irrompere rapidamente, le ricognizioni informavano che il nemico non s’era mosso; tiratori scelti rimanevano sotto il tiro, alle feritoie dei blindamenti robusti e continuavano a sparare ad intermittenza. Tutta la truppa era all’agguato, dietro i muriccioli e i sacchetti.

Il nemico era attentissimo e si preparava. Furono ordinati contemporaneamente tiri di interdizione sulle mulattiere retrostanti, per battere i rincalzi, per gittare la confusione e il panico sulle retrovie dell’avversario. Si controbattevano le batterie che rispondevano alle nostre. La battaglia era ormai accesa; cominciava a svilupparsi come un incendio.

La notte sul 20 si fece un fuoco d’interdizione quasi continuo, integrato con tiri di mitragliatrici.

Nelle difese si producevano i primi guasti, anche per l’opera dei posa-tubi. Verso Zagora scoppi di gelatina avevano prodotto nei reticolati un’apertura di una quindicina di metri; qua e là si erano aperti altri varchi, ma l’estensione del reticolato essendo molto profonda, non potevano ritenersi sufficienti. In altri settori si era riusciti a far brillare altri tubi, ma con distruzioni insufficienti, parziali.

Ad una più intensa e metodica devastazione si opponeva la vigilanza e l’attività del nemico. Le sue vedette avanzate o coperte, al primo spuntare di un soldato nostro, davano l’allarme. I suoi tiratori eseguivano sugli audaci tiri di giustizieri. Il compito dell’avversario era reso più facile dall’uso abbondante dei razzi illuminanti, che si levavano in aria al più leggero nostro rumore. Protetti a loro volta dalla oscurità, pronti riparavano le distruzioni operate dalle nostre artiglierie o dai lancia-tubi. La mattina del 20 ottobre, un mercoledì, fu da noi rinnovata l’azione di fuoco da parte di tutte le batterie per accrescere i guasti, per rovinare tratti di trincea che visibilmente non avevano sofferto danni, e camminamenti non demoliti. Controbattuto violentemente dalle artiglierie nemiche, il nostro fuoco ottenne risultati che allora parvero buoni. Ma l’attacco fu rimandato al seguente giorno, sia per meglio stordire il nemico, sia per agevolare alle nostre truppe il còmpito che appariva arduo. Restava inteso che per l’ora stabilita l’attacco delle fanterie si sarebbe sferrato d’improvviso, simultaneamente, con la violenza necessaria al raggiungimento degli obbiettivi designati, ch’erano il villaggio e il fortino di Globna, il vallone di Paljevo, le case di Zagora.

Quanto all’obbiettivo ultimo esso era molto più vasto. Già si combatteva per la caduta della testa di ponte di Gorizia.

Un nostro battaglione avrebbe dunque operato contro Globna, defilandosi per i greti della riva sinistra dell’Isonzo, a ridosso delle falde basse del costone che scende da quota 363, mentre un altro battaglione alla destra del primo avrebbe dovuto impegnarsi in un’azione dimostrativa, traendo profitto dalle asperità del terreno per molestare il nemico calante alla difesa di Globna, con ogni mezzo in suo potere, cioè tiro di fucileria, lancio di bombe, e magari anche di pietre.

S’era provveduto a far venire truppe di rincalzo, quante se ne potevano ammassare senza ingombro nella conca tutta battuta del vallone di Plava. Uomini freschi erano giunti quella notte stessa sul 21: e s’erano fatti marciare per reparti molto distanziati, in gran silenzio: e alla mezzanotte erano all’addiaccio. La colonna non aveva recato altri impedimenti che i muletti porta-cucine, i muletti porta-cartucce, e i muletti con doppia ghirba per il trasporto dell’acqua.

Il tempo era incerto, ma non minaccioso. Il terreno piuttosto pesante, ma non tale da ostacolare le operazioni. I ponti sull’Isonzo reggevano.

* * *

Il 21 ottobre, alle undici antimeridiane, s’iniziò, come era convenuto, l’attacco generale delle fanterie. Fino all’ultimo minuto il cannone aveva scrosciato sulle difese nemiche e sulle retrovie, con boati assordanti, infernali, con tiri di sconvolgimento, di intimidamento, di interdizione. Piccoli incendi s’erano svegliati qua e là, da ambedue le parti, sotto la violenza dei due fuochi. Sulle rocce tronchi di piante smozzicati, bruciacchiati, neri, fumigavano come torce. Volute pigre di fumo si levavano dai boschi radi; vampate improvvise giganteggiavano da mucchi di rami abbattuti a terra, o sparsi qua e là come dalla furia dirompitrice di un uragano. Un incendio prestamente represso s’era sviluppato in una delle case di Zagora. In alcuni elementi di trincee nemiche avevano preso fuoco brevi tratti di copertura: i frasconi secchi bruciavano, con un lingueggiare di fiamme pallide nella luce diffusa del mattino. Nei pochi attimi di silenzio che seguirono l’alt del nostro fuoco, prima che cominciasse l’irruzione dalle trincee, s’udirono nitidamente gli schianti secchi, sonori dei tavoloni, spaccati dal calore. Qualche breccia nei muriccioli del nemico era stata aperta. Si intravedeva per gli squarci rotondi l’interno di un rifugio, in un accumulamento nuovo, confuso, di pietre, di tavole, di sacchetti sventrati. Ma non il cappotto di un nemico appariva, non una faccia, non una canna di fucile puntato.

I nostri che durante il bombardamento avevano lasciato pochi uomini di guardia nelle avanzatissime trincee, si rispinsero subito avanti, in ordine e silenzio, per l’attacco immediato; si affollarono ai varchi aperti appositamente, ne aprirono altri, spingendo fuori i sacchetti con le punte delle baionette innastate, levando le pietre con le mani, facendole rotolare coi calci dei fucili, con le grosse punte delle scarpe.

Già nella notte squadre di audaci, muniti di corde a miccia o di sigari accesi, e di scudi, e di elmetti, senza zaini, con i soli viveri per la mattinata, avevano eseguito rapide sortite fin sotto i reticolati, lanciato le bombe, fatto brillare tubi di gelatina e tentato il taglio dei fili. Cautamente erano rientrati. Ora doveva erompere la prima ondata, sparsa, leggera, rapida, guidata da pochi graduati o sottotenenti, che si dovevano buttare ai varchi, allargarli, e fare la strada ai sopravvenienti. I comandanti di battaglione tenevano l’occhio alle sfere degli orologi a polso.

Erano gli ultimi istanti, nei quali lo spettacolo tutto intorno, fuori delle trincee, non aveva ancora nulla di tragico. Le trincee da conquistare erano a pochi passi, pareva che ci si sarebbe arrivati di un balzo: a Globna coperti dal ciglione roccioso e terroso, nel vallone di Paljevo procedendo tra due pareti di petrame, quasi come in un camminamento largo; verso Zagora saltando di terrazza in terrazza, traendo profitto dal terreno piantato a vigna, digradante verso noi ad alti scalini, ognuno dei quali offriva un muricciolo, un riparo.

E le truppe erano fresche, avevano bevuto al risveglio una mezza gamella di caffè caldo, alle otto una razione copiosa di brodo, confezionato lungo la notte nelle casse di cottura. Si udivano uccelli nascosti cantare in una calma perfetta. Magnifici merli, grassi, pesanti, d’uno sviluppo inverosimile, che il cannone non aveva disturbati, svolavano fra i meli. Nel vigneto di Zagora, tra i pampini pendevano grappoli d’uva. La campagna, sgombra di cadaveri, pulita, solitaria, traspirava un’aria di pace autunnale, un senso placido di quiete. La terra mostrava agli uomini la sua faccia solita, velata di foglie cadute e di branche morbide di gramigna; un po’ spoglia, rilassata, indolente, ma senza un principio di orrore; senza le contrazioni convulse, i contorcimenti e sconvolgimenti paurosi, che prende nella mischia e conserva dopo il combattimento un lembo di terreno, quando pei ripiani e sui cigli, nei fossi e negli avvallamenti, i cadaveri dei caduti e i corpi dei feriti fanno nel suo calmo aspetto un mutamento e turbamento improvviso, spandono una vasta ruina, scavano rughe profonde, di strazio e di sangue.

I primi uomini che uscirono curvi, di corsa, col fucile bilanciato, dai muriccioli bassi, dai ricoveri in pietra, verso i reticolati, parevano battitori in una caccia grossa che corressero dagli appostamenti, sui lacci, addosso alla fiera. Immediatamente, dall’altra parte, cominciarono le scariche della fucileria e delle mitragliatrici.

* * *

Le cose si misero bene nel sottosettore di Globna; dove non erano reticolati. I nostri risalirono a corsa la sponda dell’Isonzo, e si sparsero su per la carrozzabile che mena al paese. Altre compagnie si defilavano per lo sperone a nord della quota 363 con progresso simultaneo. Questa avanzata era protetta dal fitto fuoco di fucileria di altre truppe distese a cordone verso Lozice, sulla riva destra; le quali battevano le trincee nemiche fra Globna e Britof. Piccole lotte si impegnarono fra i nostri e alcune sentinelle avanzate, che, sorprese dalla fulminea irruzione, assalite e rovesciate a terra, come si videro le baionette puntate alla gola, si lasciarono fare prigioniere. Ma su quei gruppi di avversari e di nostri, il nemico riavutosi dalla sorpresa aprì senza indugio, dalle case e dal fortino di Globna, un fuoco accelerato di fucili e mitragliatrici. In quel punto i suoi shrapnel scoppiavano alti, e s’udivano le pallottole ricadere come sassate sui nostri soldati, che avevano ricevuto l’ordine di avanzare con cautela, più riparati che fosse possibile. Si procedeva carponi, con la zappa si cominciavano a scavare buche per allungarcisi al riparo dei tiri, che frugavano il terreno con raffiche metodiche. A mezzogiorno si erano conquistati circa 150 metri in profondità e le case di Globna erano a pochi passi, separate dalla strada soltanto. Ma sulla massicciata era un miagolìo e un rimbalzare di pallottole. Le nostre e le nemiche ci si incrociavano follemente, bucherellandone e scrostandone il piano.

Alcuni dei nostri che avevano potuto spingersi più avanti parevano dispersi, non si vedevano più. Nei fossi, nelle buche del bombardamento combattevano separati, avevano ingaggiato la loro piccola battaglia contro un determinato punto della linea avversaria, contro una finestra del villaggio, alla quale avevano intravisto un tiratore; e sparavano contro le porte, dentro le inferriate, nelle feritoie visibili a occhio nudo fra le crepe dei muri. L’assalto si dovette mutare nel pomeriggio in una lenta e sanguinosa lotta di assedio, nella quale il nemico aveva il vantaggio dei ripari solidi e organizzati, e i nostri quello del numero, dei rincalzi freschi che arrivavano a gruppetti, strisciando, gittando la voce ai compagni che erano più avanti, e che li attendevano per riprendere in gruppi densi l’assalto.

Anche nel vallone di Paljevo l’uscita dei nostri non fu molto molestata; i primi plotoncini poterono aprire la strada ai susseguenti reparti, i quali non ebbero che perdite leggere.

L’urto sanguinoso si delineò nel settore di Zagora, nostra estrema destra, dove aveva preso l’offensiva un battaglione, in corrispondenza delle brecce aperte nel trincerone nemico. Ivi la siepe dei reticolati era enorme, vicinissima. Il cannone l’aveva in più punti sconvolta, ma più era l’arruffio dei fili, più irregolari erano e più strambe le posizioni dei paletti, sradicati, contorti, spezzati, meno era visibile il punto di approccio e la via di passaggio. Eppure alcuni si erano infiltrati sotto il groviglio e, supini, lavoravano di forbice, di fucile, di paletto, per distendere un piccolo varco. Quando un proiettile li colpiva a morte, rimanevano con gli abiti attaccati alle punte, in posizioni di sforzo, di lotta disperata contro quella rete spessa, profonda, inestricabile. I feriti non potevano liberarsi dalla presa tenace, chiamavano soccorso.

In breve, soldati, graduati, sottotenenti, tenenti, capitani, anche maggiori, si videro sempre più frequenti uscire dai punti rotti delle trincee, per distendere e approfondire l’attacco. Al loro apparire ai passaggi obbligati, il nemico, terribile nell’agguato, li prendeva di mira uno per uno, coi suoi tiratori di calcolo e di precisione, che pare vedano un bersaglio in ogni avversario, al quale mettono la palla nella fronte come farebbero nella rosetta di un centro.

Fino dalla prima mezz’ora si vide che in quel punto la difesa, con poche perdite, minacciava di sventare l’offensiva. Le due fucilerie facevano un fracasso talmente assordante e continuo che non era più possibile udire i comandi. Quando si fece il conto delle cartucce sparate si vide che tre compagnie in poche ore avevano tirato più di ventimila colpi.

Misurata ancora nel pomeriggio, con altri tentativi irruenti, la stabilità della difesa nemica, fondata particolarmente sulla resistenza dei reticolati, i vari Comandi diedero ordine che con la prima oscurità le truppe sotto Zagora rientrassero, con ogni cautela, entro le vecchie trincee.

Si vide allora un fatto curioso quanto comune in giorni di battaglia. I soldati che avevano lottato per ore e ore, in una tensione nervosa facile a imaginare, rientravano dopo avere sfidato mille volte la morte. Appena al sicuro nei ricoveri, si buttavano a sedere, si stendevano per terra, nel fango, sui sacchetti, sulle pietre, abbassavano le palpebre e a pochi metri dal nemico si addormentavano di un sonno profondo, come fossero nel proprio letto. Non valeva chiamarli, scuoterli, squassarli, tirarli su; ricascavano come morti. Non chiedevano niente, nè da mangiare nè da bere. Avevano soltanto bisogno di dormire.

Del paro, sotto quota 363, dalla parte di Globna, l’azione non era stata risolutiva. Squadre di guastatori, bombardieri, tagliafili, avevano anche là iniziato arditamente la sortita con numeroso lancio di bombe a mano, e col tentativo di taglio dei reticolati. Accolti da vivissimo fuoco avevano proseguito il lavoro, con buoni risultati. Allora avevano fatto irruzione alcune compagnie, precedute da pattuglie che erano giunte fin quasi al trincerone nemico. Un fremito d’entusiasmo si era propagato fra le truppe retrostanti. Si erano veduti molti innastare le baionette e precipitare verso le posizioni avversarie.

Il nemico era rimasto per alcuni istanti sorpreso. Forse anche ordiva dietro le sue reti di spranga altre più feroci insidie. Guarnisce con doppia fila di tiratori le trincee e mette in funzione le mitragliatrici. Il breve spazio in cui possono irrompere i nostri, affollandosi ai varchi, è battuto da una cortina di fuoco. Tuttavia non pochi tentano di forzarla per raggiungere le trincee. Sono falciati, e la prima irruzione non riesce.

Riordinati i reparti si tenta nel pomeriggio una seconda e una terza irruzione. Finchè viene l’ordine di desistere per quel giorno, e di riprendere le posizioni primitive.

Solo dinanzi a Globna furono potuti tenere duecentocinquanta metri di terreno.

* * *

La mattina seguente le truppe riposate ripresero alla stessa ora l’offensiva su tutta la linea.

Nel vallone di Paljevo alcune compagnie riuscirono per infiltrazione ad avanzare su un tratto di circa centocinquanta metri, ad altrettanta distanza dalle trincee nemiche, verso le quali si misero a costruire camminamenti coperti. Pattuglie inviate nel pomeriggio più innanzi non proseguivano per non perdere contatto con le truppe d’ala che trovavano ostacoli insormontabili nei reticolati e nei muri nemici. Alcuni soldati offertisi a collocare tubi e tagliare i fili e le reti, erano stati tutti colpiti.

Nel settore di Globna, dove il giorno avanti, durante l’occupazione, e la notte stessa s’erano praticati nella boscaglia camminamenti a colpi di mannarese, per facilitare i rifornimenti e gli sgombri e per rassodare i ripari, verso il tramonto piccoli gruppi di un battaglione erano riusciti ad entrare nelle case del villaggio, impegnando furiosi corpo a corpo.

Sotto Zagora il nemico continuava ad opporci la resistenza maggiore. Piccole incursioni notturne dei nostri avevano assodato che ivi anche le difese accessorie erano in buono stato.

Prima dunque di slanciare fuori le fanterie, si rinnovò il tiro dei grossi calibri nelle trincee, e si disposero i fanti in modo da approfittare dell’effetto del bombardamento, non appena fosse cessato.

In quel punto gli ostacoli erano molti e potenti: i reticolati su tutta la linea del fronte, una casa isolata, detta Casa diruta, alla nostra sinistra, a mezza costa fra noi e il paese; e le case del paese su in alto, nelle quali il nemico s’era raccolto e asserragliato, con strepitosa abbondanza di mitragliatrici. Il villaggio mezzo distrutto era come un bugno di vespe, che i nostri tiri inferocivano.

I nostri ufficiali specialmente misuravano tutta la difficoltà della lotta, vedevano queste terrazze salienti l’una sull’altra, a gradinata, fino al crinale del poggio. Di lì non si sarebbe usciti vivi che per miracolo. Approfittavano degli ultimi istanti per scrivere l’ultima lettera alle loro famiglie. Era il loro saluto estremo alla vita, gittato in fretta, con una penna stilografica su un pezzo di carta che avrebbe preso la via del ritorno, mentre essi dovevano andare avanti ad ogni costo. E si scioglievano senza ribellione da tutti i vincoli del mondo, che sentivano ormai lontanissimo, alle proprie spalle, al di là del fiume il cui passaggio pareva avesse loro tolto la memoria della vita serena, e come lavato l’anima di ogni desiderio e affetto mortale. Molti, in un silenzio raccolto, si comunicavano in tutta purità con la morte. Avevano gli occhi sereni di chi sente sciogliersi nel cavo della propria anima ogni peccato, di chi sente come venir meno il peso di ogni colpa antica, in un ritorno improvviso alla dolcezza del fanciullo, e a quella bontà di perdono e dolcezza di rassegnazione che è propria di chi si sente morire e raccomanda altrui di non disperarsi e di non piangere. E alcuno aveva dato al Comando l’indirizzo di un amico di casa o di un fratello perchè la notizia giungesse alla famiglia non improvvisa. E se un pensiero addolorava non era di lasciare la vita in mezzo ai compagni, in quel luogo, ma di dare con la propria morte un grande dolore alle persone che li amavano, e che avrebbero continuato a piangerli quando essi non avrebbero più avuto bisogno di essere pianti.

Quelli che precedono l’attacco sono i più terribili istanti.

Di furia, correndo senza più pensare a nulla, senza più sentire nulla, i nostri irrompono verso la Casa diruta, e in pochi minuti, alcuni uomini di due compagnie penetrano per una breccia in un tratto di trincea nemica antistante alla casa. Si buttano addosso ai difensori, urlando, li sbattono contro i muri, li disarmano, li tengono prigionieri. Ma l’astuzia del nemico era stata tanta che aveva organizzato nelle trincee scompartimenti separati e chiusi, per fronteggiare un’invasione e limitarla: come si fanno gli scompartimenti chiusi nelle navi per fermare l’irruzione delle acque. Era un compartimento di una quindicina di metri, chiuso ai lati da solidi sbarramenti interni; onde la breccia era aperta e occupata, ma l’occupazione non si poteva allargare. Si picchiava coi calci dei fucili, si cercava di tirar via le pietre, ma si urtava in lamiere di ferro salde, spesse, come le pareti d’una cassaforte. Si chiamavano di là dentro i nostri in aiuto, di rinforzo, ma il tratto era angusto e col crescere in numero degli assalitori, diminuiva lo spazio per muoversi.

Altri avevano operato una doppia diversione, tentavano l’accerchiamento, dal di fuori, di quella specie di saliente facente capo alla casa diroccata, di dove piovevano i proiettili a grandine spessa. S’ingaggiavano tra assalitori e difensori lotte furibonde, si strappavano i fucili dalle feritoie, si tiravano giù i sacchetti, si cercava di far leva sui tavoloni per massacrare dall’alto il nemico con gettito di bombe. Era una mischia piena di urli, di imprecazioni, di grida disperate, su cui passavano le vampate scottanti delle granate.

Più a destra altre operazioni si tentavano verso le case del villaggio, ma così tormentate dalla artiglieria nemica che non era possibile svilupparle. Eppure un prigioniero fatto la mattina, interrogato, aveva detto che Zagora s’andava sgombrando. La notizia fu comunicata alle truppe, e allora tutto un battaglione si butta avanti, deciso a conquistare il villaggio, con qualunque sacrificio. Il comandante è ucciso, altri ufficiali caduti e scomparsi, l’artiglieria e la mitraglia insistono con violenza, e ci si impone di ripiegare con prudenza, a piccoli gruppi. Informazioni sicure avvertono che rinforzi nemici avanzano su Zagora, bisogna prevenire un vigoroso ritorno offensivo, che già si delinea anche alla Casa diruta, dove rincalzi nemici tentano di ributtare addietro e schiacciare i più ardimentosi dei nostri.

E la sera scende sulla comune sospensiva.

Intanto il contatto era stato preso, l’offensiva aveva avuto uno svolgimento più ampio del giorno innanzi, avevamo messo piede in trincee formidabili, munite d’ogni più solida difesa, d’ogni più spaventosa arma di offesa; avevamo aperto delle brecce che il nemico non poteva più chiudere, avevamo non pure subìto, ma inferto al nemico perdite gravi.

Non bisognava cedere nè arrestarsi; bisognava non dar tregua al nemico in nessun punto, rinnovare la stretta, proseguire nello sgretolamento delle sue difese, riaffermare tutti i propositi di offensiva a fondo.

I prigionieri fatti parlavano di volontà di arrendersi in tutti i compagni. E i nostri feriti rimasti sul terreno e i nostri morti, gli uni coi lamenti e gli altri col silenzio ci richiamavano fuori per il giorno seguente.

* * *

La notte sul 23 ottobre giunse nel settore di Zagora un nuovo comandante di reggimento, il colonnello Giletti. Arrivato a Plava la sera aveva avuto un colloquio col generale, e preso accordi per la ripresa dell’azione il mattino dopo. Giungeva in posizioni a lui nuove, e passò la notte girando per le trincee, interrogando i soldati, cercando di farsi una idea esatta del terreno. Erano le sette del mattino, quando il generale di brigata arrivò su anche lui, per dare sul posto le ultimissime disposizioni e tener d’occhio l’azione. Era un ometto sulla cinquantina, di poche parole, d’un coraggio spinto alla temerità, di una indifferenza assoluta davanti al pericolo. Il nemico bombardava di shrapnel le nostre trincee, eseguiva dall’alba tiri di intimidazione e di interdizione, e colonnello e generale si portavano da un punto all’altro, si fermavano in osservazione nei punti più esposti. Quando uno shrapnel scoppiò loro sul capo e lasciando incolume il generale uccise il colonnello. Erano le otto, era arrivato al battaglione quattro ore prima.

Ripresa su tutto il fronte l’azione concorde, passò attraverso vicende di sbalzi, di soste, e di ripiegamenti non dissimili dai giorni precedenti. Le case di Globna furono occupate prima di mezzogiorno, e mentre i nostri ci si affermavano, pattuglie procedevano oltre il villaggio per un duecento metri, sulla strada di Britof.

Nel settore di Paljevo una compagnia mirava all’avvolgimento della cappelletta, vivamente contrastata da pattuglie e da batterie avversarie. Altri reparti attendevano con intensa alacrità a lavori di approccio e di sistemazione, in attesa di tentare a sinistra l’attacco di quota 383, da noi occupata soltanto in una parte del versante nord, verso Plava e Globna.

Come sempre la più tenace resistenza ci si opponeva dalla Casa diruta e dal villaggio di Zagora. Le nostre truppe, riuscite ancora una volta ad avanzare fin sotto i reticolati, erano state fermate dall’accorrere di truppe nemiche in cordone lungo tutta la striscia delle trincee. Si dovette nuovamente ricorrere a tiri violenti di artiglieria per arrestare una offensiva incipiente della fanteria austriaca e per tentare di obbligarla all’abbandono del trincerone. Verso il tramonto si tentò un nuovo risoluto assalto, che ebbe per effetto di portar nuove truppe sotto le posizioni nemiche, ma la nostra linea non potè essere mutata. Si decise di tenerla durante la notte, per appoggiare durante l’oscurità l’indispensabile lavoro dei guastatori contro i fili e le reti. Si era notato che alcune di queste avevano il particolarissimo còmpito di parare il nemico dalle schegge di rimbalzo. Avevamo dinanzi un sistema di difesa la cui potenza complessiva era forse superata da una incredibile abbondanza di risorse e scaltrezze minute.

Si giunse adunque, con tali risultati parziali e dopo tante fatiche, al mattino del 24: dinanzi a difese complessivamente solide, benchè non più intatte; di fronte a un nemico che, in forze sempre crescenti, attendeva da tre giorni al grande assalto risolutivo, a truppe non ancora logore nè di animo nè di forze, benchè provate da un succedersi di azioni difficili e sanguinose.

Rinnovato l’assalto alla Casa diruta, tale fu l’impeto e così imminente la minaccia che il nemico per frustrarla ricorse all’astuzia, e gridava parole di resa. “Buoni italiani, veniamo con voi”. I nostri, sorpresi, ebbero un attimo di sosta, di indecisione. Bastò perchè le mitragliatrici nemiche, cresciute di numero durante la notte, con scariche furibonde fermassero dall’alto la carica che stava per irrompere. Un battaglione rimase con due soli ufficiali. Un maggiore e un sergente, presi di mira ripetutamente, dovettero buttarsi a terra dietro il muricciolo di una delle tante terrazze che dovevano risalire. Le canne di alcuni fucili rimasero tutto il giorno puntate al ciglio sotto il quale le loro teste erano state viste calare. Tentarono più di una volta di strisciare carponi verso il ritorno. Ma come il nemico vedeva spuntare una mano o una scarpa, li batteva col fuoco. La terra intorno a loro era tutta bucherellata, smossa dalle pallottole; un cerchio di morte li chiudeva come in una tana. Essi decisero di attendere la notte per muoversi. Il sergente stanco prese sonno. Ma come si levò la luna, pareva fosse il giorno. Ogni più piccolo movimento era visto. Ogni movere di frasca, là dove altri erano rimasti acquattati o feriti, erano miagolii di pallottole, che pareva radessero i capelli sul capo. Le ore passavano ormai senza speranza. Quando la salvezza venne dalla improvvisa oscurità fatta da una nuvola. I due si mossero insieme, carponi; strisciarono in silenzio, ora soffermandosi, ora affrettandosi, e poterono rientrare incolumi nelle vecchie trincee, abbracciati dai nostri che avevano seguìto con ansia le fasi dell’avventura.

Un episodio simile era occorso in quello stesso settore due giorni prima al capitano Viglione, che doveva morire in uno degli attacchi del 28. Pattuglie nostre uscite all’assalto il pomeriggio del 21, avevano trovato per terra il suo cappotto e il capitano non essendo rientrato la sera fu dato per morto. Più tardi lo si vide tornare sano e salvo tenendo per le cocche il fazzoletto colmo di grappoli d’uva. Costretto a ripararsi durante il giorno sotto un tralcio di vigna, aveva passato il tempo vendemmiando.

La sera del 24, non potè ancora annunziarsi la presa della Casa diruta, ma solo l’espugnazione del trinceramento a quella antistante, dove reparti nostri erano riusciti ad irrompere nel pomeriggio, e avevano respinto un primo contrattacco, infliggendo perdite e prendendo prigionieri.

Poichè il nemico si disponeva ormai a controattaccare. Ci assalì di fatto, in forze e d’improvviso la mattina del 25, piombando con elementi freschi sulle truppe esauste da un giorno continuo di assalti e da una notte agitata di vigilia e di lavoro. La sera del 25, il trincerone davanti alla Casa diruta tornava in mano al nemico. Tutto il terreno guadagnato con non poco sacrificio nella giornata del 24 era perduto nella seguente.

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Come le onde susseguentesi e incalzantisi in un piano rendono meravigliosamente bene, secondo il concetto del Comando, l’imagine di un esercito vittorioso ed invasore; così le onde che urtano contro un lembo di roccia, e sono destinate a frangersi e a dare un balzo indietro per riprendere slancio e ritentare l’assalto, dànno altrettanto chiara l’idea del lento, fatale andare e venire d’ogni qualunque forza d’uomini sospinta ad abbattere una organizzata resistenza d’arte e di terreno, e a superare l’opposizione di un nemico che scaglia anch’esso e rovescia a tempo sugli assalitori i suoi successivi rincalzi. C’è nella guerra di posizione una specie di fissità sostanziale di ostacoli, che la rendono pochissimo mobile e moltissimo dura; e una episodica mobilità e quasi flusso e riflusso alterno di ondate, con tutte le sorprese, i giuochi, i capricci e i sobbalzi, i vortici, i risucchi, le spume di una qualunque massa liquida, lavorata da correnti che s’urtano e si affaticano, turbata e sbattuta da un fondo irregolare e insidioso, ricco di abissi, di secche e di scogli.

Che se in teoria le ondate di uomini debbono susseguirsi e rincorrersi l’una l’altra dappresso, senza soste e interruzioni forzate, altro, di necessità, avviene in settori come quelli nei quali allora si combatteva: aspri a tenersi anche da un esercito immobile, se il nemico avesse potuto assumere un’attitudine di vigorosa offensiva; con comunicazioni difficili e ripari relativamente affrettati; con camminamenti ancora quasi tutti scoperti; con molti passaggi obbligati, battuti da molti fuochi; senza possibilità di cambi rapidi e sicuri. Rinforzi fatti partire la mattina per tempo dai ricoveri lungo il fiume, non sempre potevano giungere alle vecchie trincee prima del tramonto: tanto preciso e nutrito era il tiro d’interdizione nemico, su un terreno ancora povero di opere di approccio, nel quale dovevamo finalmente allargarci per poterci consolidare e proteggere.

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Il giorno 26 si prende, dopo il villaggio di Globna, il fortino. All’alba alcuni volontari avevano fatto brillare due tubi di gelatina nel reticolato antistante alla piccola opera nemica. Alle 13 si diede il segnale dell’assalto, e prima di sera reparti di un reggimento di valorosi avevano conquistato il ridotto, facendovi prigionieri 75 soldati e 3 ufficiali.

L’azione era stata così brillantemente condotta, da due battaglioni mossi da due parti all’attacco, che verso sera un plotone muove di là con tre ufficiali per spingersi fino alla chiesetta di Paljevo, alta sulle falde del Kuk, nella speranza di incunearsi fra le linee nemiche, vittoriosamente, sì da spezzarne a destra ed a sinistra la tenace difesa.

Ma le truppe nostre operanti nel vallone di Paljevo, più in basso, avevano ritentato in quel giorno inutilmente la solita irruzione contro le trincee nemiche di quota 383, guadagnando non più che un centinaio di metri.

E a Zagora la situazione era rimasta invariata, facendo il nemico un fuoco fitto di fucileria.

Ma ormai si avevano dai prigionieri notizie più ampie e relativamente attendibili sugli effetti di tanti giorni di combattimento. Onde si diedero istruzioni di non dar tregua e di non cedere mai più un solo palmo di terreno conquistato. L’offensiva si venne consolidando a poco a poco, abbreviava così le sue pause, eliminava i proprî arresti. C’eravamo oramai avvicinati e addentati al nemico; cominciavano i sussulti dell’ultima lotta feroce corpo a corpo, quando anche gli assaliti messi alle strette e afferrati vigorosamente, debbono farsi assalitori per tentar di scrollare il nemico di dosso.

Di fatto, nella notte stessa del 27, un violento controattacco si manifesta a Globna. Sulla mezzanotte artiglierie di grosso calibro iniziano un fortissimo bombardamento contro il villaggio e le vecchie trincee nostre di quota 383. Al cannoneggiamento segue un attacco disperato di fanterie, alla baionetta, con ufficiali alle spalle che rivoltellavano senza pietà i dubitosi, con squilli di tromba rianimatori. Dietro i pochi e deboli ripari le nostre truppe resistettero, e sventarono un minacciato avvolgimento della loro ala sinistra. Solo in qualche piccolo punto del centro, pei vuoti lasciati dai caduti, deboli nuclei nemici riuscirono ad infiltrarsi; ma la linea della fanteria rimase salda, nessuno dei nostri indietreggiò di un passo. Le perdite non furono poche nè da una parte nè dall’altra; qualche compagnia rimase al comando di ufficiali subalterni, finchè tutta la linea non fu rimpolpata e rinsanguata con nuovi elementi.

Ma se all’impeto delle fanterie eravamo riusciti ad opporci, nuove perdite ci inflisse durante il giorno l’artiglieria: che pioveva proiettili sulle posizioni sparse di uomini ormai stanchi, di cadaveri e di feriti, che chiedevano soccorso e che non era agevole trasportare.

Anche in quel punto il tiro di intimidazione e d’interdizione era feroce; impossibile riprendere l’azione; pericolosissimo defilarsi; e per quanto ufficiali e soldati, aggrappati al terreno, non dessero segno di volersi ritrarre, si ordina l’abbandono di tutta la valletta di Globna, ma in modo da costituirla zona neutra, impedendo al nemico di rioccupare la posizione del fortino sovrastante alle case. Sopra di essa il nemico aveva in antecedenza aggiustato i suoi tiri.

Mentre a sera i nostri ripiegavano, giunsero tra loro gli avanzi del plotone che avevano tentato di raggiungere la chiesetta di Paljevo, e che avevano combattuto per tutto il giorno, soli, avanzati, scoperti, minacciati di accerchiamento e di distruzione. Gli ufficiali tornarono incolumi, recando avviso di perdite enormi del nemico, e cacciandosi innanzi alcuni prigionieri.

Quanto a Zagora, si lavorò alacremente per tutto il giorno ad opere di approccio. Una vera trincea fu improvvisata dinanzi alla Casa diruta.

Il 28, con truppe riposate, si fece irruzione contro i reticolati antistanti a Zagora. Un primo contrattacco alla nostra sinistra fu sventato; un altro alla destra, battuto dalla nostra artiglieria, semina il terreno di morti: possiamo allargare l’occupazione fino sotto al margine del paese, mentre ci rassodiamo a sinistra oltre la Casa diruta facciamo una ventina di prigionieri.

Dagli interrogatori che si fanno a questi soldati presi, si viene a sapere che il nemico sta ricevendo notevoli rinforzi, e si prepara a un attacco imminente. Verso le 4,30 del mattino, questo si sviluppa con tale inaudita violenza, che ancora una volta si impone il ritorno dentro le vecchie e solide trincee. In poche ore la situazione torna quale era il mattino del giorno innanzi. Occorrevano assolutamente nuove truppe, e si decise di non tentare altra azione prima che fossero giunte.

Si eseguì dunque il cambio la notte del 30, si riposò tutto il 31, e il 1º di novembre, alle 6 del mattino, con battaglioni freschi si tornò fuori: in pochi minuti si riprese tutta la trincea della Casa diruta, e i primi più fortunati reparti spintisi su verso il paese, penetrarono nel caseggiato. Altre forze seguirono, fu dato l’assalto alle case diroccate, furono invase le stradicciole e le stanze squarciate, furono come in una gran retata avviluppati e raccolti ben 202 prigionieri di truppa e 5 ufficiali, che tanti non erano bastati in un groviglio di ruderi, profondo e sovrastante a tutte le posizioni dei nostri, con un arsenale di mitragliatrici, bombe, fucili, a fermare, dopo una settimana di sforzi continui, inauditi, l’impeto assalitore dei fanti italiani. I quali più di altri cento prigionieri fecero nel pomeriggio, allargando l’occupazione a sinistra per le pendici del Kuk.

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Chi scende oggi nel vallone di Plava e visita passo passo i vari settori, si sofferma dinanzi alle piccole croci di legno che disseminano qua e là il terreno combattuto.

Ma nelle trincee molto è mutato da quei giorni oramai lontani di ottobre e di novembre. Molti lavori furono eseguiti durante l’inverno, lunghi camminamenti coperti, sicuri, conducono alle posizioni avanzate, ai ridottini estremi. Da Plava a Lozice si cammina per un sentiero nascosto, non veduti mai, e si trova il paesello abbandonato e tranquillo, con le piccole case solitarie fra gli orti e i giardini. Una scoletta deserta apre le sue finestrelle sulla riva destra del fiume e dai piccoli banchi neri si vede la corrente dell’Isonzo passare limpida, smeraldina. Si ripensa ai giorni quando questo era un nido di fanciulli biondi, di azzurri sloveni. Sui banchi e per terra, sparsi come le foglie della Sibilla, sono i minuscoli evangeli della sapienza infantile, sillabari e quaderni.

Nel ridottino di Globna i nostri stanno saldamente afforzati: e i muletti calano sul ciglio di un valloncello, che in tempo di pioggia scarica le sue acque nell’Isonzo. Più oltre, nel terreno sgombro per un tratto di nemici, si sporgono sulla carrozzabile gli avanzi delle casette di Globna, grigiastre, e al di là della strada un orticello erboso, abbandonato, par che coltivi da solo una piantagione lussuosa di cavoli, alti, grassi, abbondanti. In un mattino limpido di febbraio, tutto spira un senso idillico di pace campestre.

Solo lassù, nel settore di Zagora, gli avanzi della lotta feroce rimangono fra la terra smossa, sconvolta, seminata di paletti rovesciati, di fili e spranghe di ferro, di cavalli di frisia buttati all’aria, fracassati. Poche piante da frutta, qualche raro tralcio di vite è ancora abbarbicato al terreno, come sperduto nella convulsione.

E le case di Zagora, quelle più basse nelle quali siamo noi, e le più alte nelle quali si annida a muro a muro coi nostri il nemico, sembrano nel loro stretto abbraccio, nel loro inviluppo tenace, nel nodoso intrico delle viuzze perpetuare il ricordo dell’antica lotta degli uomini nella materia petrosa, che resiste dopo tanti mesi al crollo e alla distruzione.