III
IL FURORE
Mopso, solo.
Dive, ch'al suon de la dorata cetra
dei sacro Apollo, al glorioso fonte
fate dintorno mille dolci giri,
premendo il verde del fiorito suolo
liete alternando le vezzose piante
non senza l'armonia d'eterni versi:
quella, ch'è Donna de le Donne, e Donna
è del mio cor, o sante Donne, o Dive,
vuoi pur ch'io canti: e vuol che 'l canto s'erga
sopra ogni bosco. Adunque perchè 'l canto
sia canto degno di Donna sì cara
movete insieme e con voi mova Apollo:
mova tutto Elicona e si raccolga
tutto lo spirto vostro entro al mio petto.
Oh de la mente mia lucido specchio,
alma gentil fra le belle alme bella,
in cui fiso mirando d'ora in ora,
si fan dentr'al mio cor novi concetti,
da partorir scrivendo in nove carte;
lietamente ricevi il novo frutto,
che prodotto ha 'l germoglìo del tuo seme;
e mentre io fo sonar la mia zampogna
al furor del tuo Mopso porgi orecchie,
e nel furor di Mopso al furor mio.
Salita era la notte al sommo cielo
e rilucea nel mezzo del suo cerchio
la sorella di Febo, il bianco volto
tutta splendente del fraterno lume.
Taceva il mondo, in sè pe' lor vestigi
tacite si volgean l'eterne spere;
taceano i venti e 'l mar; tacea la terra
e con lei piani e colli, e monti, e valli.
Sol nel silenzio d'ogni alma vivente
non tacea Mopso: e non taceva amore
dentro al suo petto. Ei per deserte piagge
da furor trasportato, solo e vago,
errava, intorno pur con gli occhi fissi
ne la cornuta diva. E 'n quello stato
disse de l'amor suo cose sì nove,
che ne suonano ancor le selve e gli antri.
MOPSO. Dove, dicea, mi scorge or la tua luce,
candida luna, per solinghe strade?
Tirar mi sento ove per gli erti gioghi
rara di piede umano orma si scorge.
Qual novo aspetto e qual novo desire
verdeggia nel mio cor? La folta selva
de l'odorate, verdi, ombrose piante,
tutto m'empie d'orror e di diletto.
E quel dolce ruscel, che mormorando
fugge tra l'erbe e i flori, a sè mi chiama.
Ma donde viene il canto? E donde il suono
che sì dolce lusinga l'aere intorno?
E cosi è dolce, che simil dolcezza
non porge a me 'l belar de le mie gregge,
nè sì soave è 'l suon de le mie canne.
Or ecco là che giovinette donne
cinte le terapie di fronduti rami
fan la nova armonia; ina che vegg'io?
Non è tra lor, non è colei ìa mia?
Ahi! m'è tolta la voce. Or chi l'ha scorta
di mezza notte senza fida scorta
da le rive del Po fra questi boschi?
E che fa qui l'altero giovinetto
c'ha la lira dorata e d'or le chiome
e d'ogni vello ancor le guancie ha nude:
misero: adunque? Adunque in cotal guisa?
Or dove sono? E che fo? Vegghio o dormo?
Non so ove sia: non so se vegghi o dorma.
E s'io vegghio, è ella dessa o altra? Ahi, lasso,
non conosco io la ninfa mia? La voce
piena di melodia, gli ardenti lumi,
il vago aspetto, il grazioso viso:
gli atti soavi, i movimenti alteri:
l'andar, lo star: la mano, i piedi, i panni,
far la dovrian pur conta a gli occhi miei.
E s'altro a me non la facesse conta,
si la farìa quell'amoroso orrore
ch'a l'apparir di lei m'ha l'alma ingombra,
e quel desio, che qui condotto m'have,
u' condur non poteami altro desìo.
Ma ch'è quel ch'odo, che da l'altre l'odo
chiamar sorella e nominar Talia?
Questo bosco di lauri e quella fonte:
le donne coronate: il bel concento:
l'aspetto più ch'umano? Or una, e due,
tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove,
il numero conviensi... questo è 'l giogo
de l'alme Muse: e queste son le Muse.
E una n'è la mia. È la mia ninfa
dunque una Musa, o son le Muse ninfe?
O mia, come dir debbo, alma mia Diva,
con quanto amor, con quanto studio ed arte,
fra mortali discesa dentro a l'alma
m'accendesti l'ardor; presso al cui raggio
movendo i passi, a questo santo giogo
mi trovo aggiunto. O mano, amata mano,
tu mi tien, tu mi guida: o caro dono,
bramato don, così ne foss'io degno.
Tu con la tua sorella le mie terapie
fai verdeggiar de l'onorata fronde
perch'ogni mio pensier tutto verdeggia.
O sacri, vivi e lucidi cristalli,
onde s'inaffian così rare piante,
qual radice ha sentito il vostro umore
c'ha virtù di produr pianta sì ferma
che non le nuoce il più cocente sole:
non la molesta grandine nè pioggia:
non la crolla il furor di Borea o d'Austro,
e non la tocca il folgorar di Giove?
Qual radice ha sentito il vostro umore?
Ne la sua pianta il verde eterno vive;
vivono eterni i fior, vivono i frutti:
nè muta vista per mutar stagione.
Beato, eterno umor che liete e chiare
fai le piante, le fronde, i frutti e i fiori;
i' pur spengo di te mia lunga sete:
e 'n te s'attuffan mie bramose labbra.
O che veggio? O che intendo? Il cieco velo
tolt'è da gli occhi miei: m'è fatto amico
il sacro coro, amico il santo Apollo.
Pur or conosco io te fedel compagna,
fedel mia guida e mia fedel maestra;
Erato bella. Tu fin da la culla
mi fosti a lato; tu la tua sorella
fra le genti mortali in forma umana
mi scorgesti a mirar. Tu mi dimostri
com'io lei segua, cui più sempre amando
l'alma mia più verdeggia e più s'infiora.
Ma che novo desir mi punge il core
di levarmi da terra? Oh, ch'i' mi sento
mutar di fuori e farmi un bianco augello:
le man, gli omeri, il capo, il collo, il petto
tutti si veston di novelle piume;
già comincio a cantar, già batto l'ali....
non mi lasciar Talia, levati a volo;..
Erato spiega al ciel l'aurate penne...
date forza al mio ardir, che senza voi
ogni mio sforzo alfin sarebbe invano.
Già lasciato ho 'l terreno; altero e lieve
sopra i nuvoli m'alzo e sopra i venti:
già mi si fa minor e terra e mare.
Alma sorella del compagno e Dio
de la mia Dea benigna, a te raccogli
colui, cui la tua luce ha mostro il calle
di gir al monte ove la via s'impara,
che l'alme altrui conduce a più bel monte.
I' veggio aperte le dorate porte
del gran gìardin, ch'i muri ha di zaffiro;
qui n'accoglie Diana; e qui n'envia
per la verdura del suo bel verziero;
qui la fiorita e verde primavera
move d'intorno, e va pascendo il verde
del santo umor de la rugiada eterna;
qui l'alma Clori e 'l suo diletto sposo
spargendo a l'aere ognor novelli odori
van dipingendo il variato suolo;
qui non arde la state e qui non sfronda
l'autunno i rami e non gli imbianca il verno;
qui vive il verde eterno; eterni rivi
di liquidi smeraldi i verdi prati
van compartendo; al mormorar de l'acque,
al soave spirar de le dolci aure,
al tremolar de i verdeggianti rami,
suonano in dolci e 'n dilettosi accenti
mille amorosi eterni rosignoli.
Qui s'odon risonar cetre e zampogne;
immortai cetre e immortai zampogne;
oh dolce vista, ed oh soavi note;
oh tra 'l veder e udir dolci pensieri;
qui, santissime Muse: qui Talia,
qui, qui sia, Diva, eterno il nostro albergo.
Così diceva il forsennato Mopso:
e così detto, muto e sbigottito
stette buon spazio; e 'n sé fatto ritorno
e raccolto lo spirto, alti sospiri
dal cor traendo, intorno al molle tronco
d'un tenero olmo tai parole scrisse:
Udite selve, udite Dei silvestri,
odan le ninfe, oda ogni pastore.
Ho veduto Elicona e 'l sacro bosco;
ho veduto 'l licor ch'i nomi avviva;
veduto ho Febo e le dotte sorelle,
e Tirrenia fra loro; una di loro
è la bella Tirrenia: ella m'ha tratto
al sacro bosco, e dal bosco a la fonte,
e da la fonte al cielo: ella è colei
che m'arde 'l cor; ella è colei ch'io canto;
ella è il mio sole; ella è la mia Talia.
Ed io son Mopso. Pianta eterna vivi:
e i nomi nostri eternamente serva.
IV.
TALIA
Mopso, solo.
Già risalito sopra l'orizzonte
il pianeta d'amor dal terzo cielo
fiammeggiando spargea l'aer sereno,
il tempestoso mare, il duro suolo
di chiari raggi e di virtute ardente:
e destando le selve e le campagne,
richiamava pastor, gregge e bifolchi
a le zampogne, a i paschi e a gli aratri.
Quando Mopso d'ardor l'anima acceso,
posto a seder in una erbosa riva,
al dolce mormorio di lucid'onde
in sè raccolto, immobile e pensoso
si stette alquanto; indi a sue dolci note
rispondendo gli augei, le selve e l'acque,
ruppe 'l silenzio in così nuovi accenti,
che n'han fatto conserva i Dei silvestri,
per dar lor vita in più ch'in una etade.
Or qual fosse 'l suo canto, a lei che desta
ti tiene ognor a gli amorosi canti
fa che 'l ritorni a dir rozza zampogna;
e sia tale il tuo suon, che degno sia
de materia maggior che di zampogne.
MOPSO. Alme sorelle, che d'eterno grido
rendete onor a chi col cor v'onora,
se mai liete porgeste alcuna aita
al suon de gli amorosi miei sospiri,
or, che d'amor cantando è 'l mio pensiero
cantar voi insieme (che di voi cantando
canto 'l mio amor) a l'incerate canne
ispirate sì dolce e chiaro suono,
che sia 'l mio amor co'l vostri nomi eterno.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
E tu, mio santo e mio soave ardore,
dotta e bella Talia, mentr'io m'affanno
per voler dir di te, ne l'alta impresa
porgi soccorso a la mia fioca voce:
dammi ardir, dammi forza; alza 'l mio ingegno
e con la cara mano un novo ramo
fresco, verde, odorato, or ora colto
dal sacro monte a la mia fronte avvolgi.
Movi Talia, movete sante Dive.
Movete o sante Dive a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Sorge in Boezia e non molto lontano
dal gran Parnaso un onorato giogo
che d'altezza e d'onor con lui contende;
quest'è 'l santo Elicona, in cui verdeggia
l'eterna selva sacra al sacro Apollo,
d'uno e d'altro valor degna corona.
Qui si monta per luoghi alpestri ed ermi;
raro sentier v'appar, rari vestigi;
nè v'ascende uom mortal, cui 'l ciel non chiama.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Quest'è quel poggio, che fra gli altri poggi
è de le Muse il più diletto poggio:
qui 'l grande Apollo ispira entro a' lor petti
quella virtù ch'a lui 'l gran padre ispira;
ed elle l'alme elette a i Dei più care,
chiamano al verde de l'amate piante;
e chiamanle al licor del chiaro fonte;
chiamanle al chiaro fonte d'Ippocrene,
eterno onor del sangue di Medusa.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Scritto è nel sasso antico, onde si versa
la dolce vena, in ben limati versi,
ch'un giovinetto che di pioggia d'oro
fu conceputo, alzato un giorno a volo
uccise lei, che con l'orribil vista
rivolgea l'uomo in insensibil marmo:
e che del sangue suo, mille veleni
fur sparsi in terra; e fra i diversi mostri
un'alato destrier subito apparve.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Questi nitrendo e dibattendo l'ale
si levò in aere, e dopo un lungo corso
pervenuto al bel giogo ond'io favello,
volando tuttavia, nel duro masso
percosse un'unghia, e quei ratto s'aperse
larghi versando e liquidi cristalli.
Apollo il vide, e 'l vider seco insieme
tutte le nove Muse, ed egli, ed elle,
fede ne fanno a chi con lor ragiona.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
E quest'è 'l fonte in cui, cui 'l ciel non nega
di poter pur bagnar le somme labbra,
cantar si sente al par de i bianchi cigni.
Qui conducon le Dive a cui interdetto
non è 'l bel monte, e 'ncoronati e molli
del santo rio gli rendono a' mortali,
perchè rendano a ogniun degna mercede
de le fatiche lor, de le bell'opre
qual ornando di lauri e qual di mirti.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Quinci discesi quegli spirti eletti
sopra tutt'altri, con eterne lode
or del fier Marte, or del soave Amore,
cantano il sudor d'un, d'altro i sospiri.
E per memoria de l'amato albergo
aman le ninfe i poggi, i fonti e i boschi.
Ed è ragion, ch'ancor quelle chiare alme,
in rimembranza del lor nascimento,
godon di luoghi solitarii ed erti.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Fra le selve Pierie il Dio dei Dei,
quel ch'ad un cenno il ciel move e governa,
d'amor acceso, in forma di pastore
con la bella Nemosine si giacque.
Era costei la più vezzosa ninfa,
ch'in quella o in altra età, ninfe e silvani,
tenesse al suon de le sue dolci note
dolce cantando le memorie antiche,
e gli occhi avea stellanti e d'or le chiome.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Giacquesi con lei Giove, e tante notti
giacque con lei, quante del santo coro
son le dotte sorelle. E poi che Febo
nove volte ebbe visto l'auree corna
rifarsi al lume suo rotondo specchio,
tante chiamò Lucina al suo soccorso
la bella ninfa, e d'altrettanti parti
madre divenne. O ben felice madre
il mondo adorno ha il tuo fecondo ventre.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Venute in luce le felici piante,
de' cui be' fiori e de' cui dolci frutti
dovea goder il cielo e 'l nostro mondo,
il sommo padre di sì bella stirpe
tutto gioioso i teneretti germi
degni intendendo di più degno suolo,
che di suolo terren, fece pensiero
di voler trapiantar la nova selva
ne le splendenti sue felici piaggie.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
De' cieli d'uno in uno il re de' cieli
donò loro il governo ad una ad una;
e d'una in una a loro i nomi impose.
Quella cui diede il cerchio in cui si mira
errar d'intorno con cangiati aspetti,
la dea de la cornuta e bianca fronte,
fu la bella Talia, la cui virtute
fa verdeggiando germogliar gl'ingegni
di verdura immortal di fiori eterni.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Toccò a Mercurio seguitar l'impero
de la placida Euterpe, a la cui voce
s'empion l'alme di gioia e di diletto.
S'accompagnò con l'alma dea di Cipri
Erato bella, che ne l'alme inesta
quel caro germe ch'è chiamato Amore;
e Melpomene ascese al quarto lume,
e la spera di lui tempra e rivolve
col canto suo, ch'è pien d'ogni dolcezza.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
L'ardente spirto del superbo Marte
ogni orgoglio deposto, non rifiuta
di dar orecchie a la famosa Clio.
A Tersicore diede il re superno
che de la stella sua fosse compagna,
tutto invaghito di sua allegra vista;
e di Polinnia gode il padre antico
notando l'armonia del vario suono
e la memoria de le cose belle.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Urania su volando altera salse
fra mille lumi, ed or in or s'aggira
lieta del suo bel ciel cantando intorno.
Calliope non ebbe proprio nido
dal sommo padre: ei volle ch'in ciascuna,
de l'altrui stanze fosse la sua stanza:
e le buone sorelle a la sorella
congiunte in dolce amor, in dolci accenti
cantando insieme fan dolce armonia.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Signoreggiano in cielo, e 'n su la terra
han signoria quell'anime celesti:
e ciascuna di lor da la sua spera,
Calliope da tutte il lor valore
spargon quaggiù ne i più chiari intelletti.
E qual del divo spirto ha l'alma ingombra
a lui s'apre Elicona: a lui le chiome
cingono i lauri: a lui non si disdice
spenger la sete al fonte d'Aganippe.
Movete, o sante Dive, a i vostri onori,
cinte le tempie d'odorati allori.
Ma che novo furor m'ha 'l petto ingombro
di voler col mio calamo palustre
sonar di lor, ch'a i sempiterni Divi
rotando tuttavia l'eterne spere,
de le lor voci fan dolce concento?
Mercè dive, mercè del novo ardire
non vi chiamai nimico, e non mi vanto
di cantar vosco a prova. Anzi 'l desio
onde 'l vostro valor m'ha l'alma accesa
mi mosse a ragionar de i vostri onori.
Tornate, o sante Dive, a i vostri allori.
Tornate Dive; tornin l'altre e meco
rimanga la dolcissima Talia;
rimanti, o Diva, con colui che sempre
teco è col core. O Musa a le mie rime
basta la tua virtù. Tu 'l mio Elicona,
tu 'l mio Parnaso se': tu se' 'l mio Apollo:
tu con l'ardor de' begli occhi sereni
accendi entro 'l mio cor sì chiaro foco,
che l'invidia del tempo in alcun tempo
non potrà spegner mai la nostra luce.
Tu con la soavissima favella,
col dolce suon, con le celesti note
e con la leggiadria del chiaro stile,
me togliendo a me stesso, a dir m'invii
cose, ch'i' spero, che fra questi boschi
si serveranno ancor dopo mill'anni.
E trovando Talia per mille tronchi
scritto per la mia man, trovando Mopso
scritto per la man tua, n'avranno ancora
diletto e invidia la futura gente.
O che parlo? Il tuo aspetto a dir m'ispira
quantunque io parlo; tu mia lingua movi,
tu mi porgi i concetti e le parole.
O mia musa, o mio amor. E qual fu mai
più glorioso amor che la mia Musa
è 'l mio amor, e 'l mi' amor è la mia musa?
Dolce amor, dolce musa: e non vaneggio;
non è 'l mio sogno; no, che viva e vera
ti veggio alma mia diva; e tal ti scorgo
qual ti scorgono e Febo e tue sorelle
a l'onde di Permesso; e qual ti scorge
la sorella di Febo entro al suo giro.
Quant'è la gioia mia? Con voi ragiono
riposti orrori e solitaria riva:
e prego che fra voi si stian sepolte
le mie parole: e voi piacevoli aure
fermate l'ali e eco non risponda:
non risponda eco a me, che la sua doglia
mal si conface al mio gioioso stato.
Chieggio silenzio, acciochè fuor non s'oda
per la mia bocca l'alta mia ventura,
che d'invidia potria colmare altrui.
Quella, ch'un tempo per l'erbose sponde
de l'ampio laco de l'antica Manto
fece tenor cantando al gran Menalca:
quella, quella or risponde al vostro Mopso.
Volgi a me i lumi o diva, ch'in que' lumi
godo del ben del ciel: la lingua snoda
dolce mio santo amore; da quella lingua
sente 'l mio cor dolcezza più ch'umana.
O dolce il veder mio s'eternamente
gli occhi affisassi dentro a tuoi begl'occhi,
e tu gli occhi affisassi a gl'occhi miei:
o dolce udir, se 'l suon dolce e soave
sonasse eterno dentro a le mie orecchie,
dentro al cor penetrando, e dentr'a l'alma.
O dolci i miei pensier, se al mio desire
s'unisse il tuo desir con tanto affetto
che fosse una la mia con la tua voglia.
O mia Diva, o mio amor, se del tuo amore
e se del tuo favor tanto cortese
sarai a l'alma mia, che le mie rime
s'ergan sopra l'invidia, e i miei pensieri
sian pensier di letizia, in su la foce
del Formion, là dove il bel Sermino
quinci le dolci e quindi le salse onde
bagnan d'intorno, un venerabil tempio
sorgerà al nome tuo; quivi i pastori
soneran sempre a te cetre e zampogne:
e di fior sempre, e sempre di verdura
si trecceranno a te ghirlande fresche.
E da i colli e da l'onde, i Dei silvestri
e le ninfe e i tritoni, incoronati
di liete frondi, a te festosi giri
faran dolce iterando il tuo bel nome:
e fra gli altri la bella, la più bella
ninfa ch'abbia tutt'Adria in alcun scoglio
Egida bella l'onorate tempie
cinta di rami di felice oliva,
Talia cantando, e 'l nome di Talia
risonando d'intorno, e poggi e valli,
sopra i sacrati altari in fochi eterni
spargerà lieta a te con larga mano
in sacrificio gli odorati incensi.
Te col divo splender de i lumi santi,
col dolce riso e con la chiara voce,
ferma o Diva, e col cuore il mio bel voto.
V.
LA LONTANANZA
Mopso, solo.
È già gran tempo o Muse il mio suggetto
l'amor di Mopso, e voi beate Dive
sete 'l suo amore. Or il dolente Mopso
dal dolce amato nido e dal suo bene
fatto lontan, va empiendo selve e campi
di dolor, di sospiri e di querele.
Contan le ninfe che fra gli altri un giorno
lungo la riva, su verso le fonti
del vago Po salendo, a tali accenti,
a sì pietosi, a sì dogliosi accenti
allargò 'l fren, facendo in ogni verso
gemer le sponde al nome di Talia;
che le triste sorelle di Fetonte
obliando 'l lor duol, al suo dolore
porsero orecchie, e vinte di pietate
largaro il corso a non usati pianti.
Or qual fosse il suo pianto o santo coro
ditelo a' boschi nostri, e non vi annoi
di por le dotte e dilicate labbra
a le mal culte mie silvestre canne,
E tu mio dolce duol, mia amara gioia,
mio solo eterno amor, mia prima Musa,
mentr'io cantando lacrimo e sospiro
con pietate raccogli il triste canto.
Incominciate o Dee: le selve e gli antri
daran risposta al lacrimabil suono.
MOPSO. Lasso; quest'è ben dura dipartita;
dura, crudel, amara dipartita,
via più ch'assenzio amara e più che morte.
Ed è ragion, ch'estremamente amaro
mi sia 'l partir da lei che m'è più cara
che la zampogna mia, più che l'armento:
più che la vita cara e più che l'alma.
Ahi, ahi! protervo amore di te mi doglio,
protervo, iniquo e dispietato amore.
Tu con fredde paure in van sospetti
mi tenesti gran tempo, mentre ch'io
lei per Tirrenia e per ninfa del Tebro
amai languendo, ardendo e lacrimando.
Poi che 'l favor de' più benigni divi
salir mi fece il glorioso monte,
e mi fece veder fra i sacri allori
l'alto mio santo e dolce amore; e poi
che tolto via il furor di gelosia
alti e dolci pensier battendo l'ali
m'inalzavano al cielo altero e lieto;
hai tronco 'l volo a' miei gentil desiri.
Ahi lasso me dolente, e qual furore
mi conduce ad oprar la rabbia e i denti,
contro il benigno mio soave Iddio?
Mercè Signor, dolce Signor perdona
al soverchio martir che mi trasporta.
Tu la mia scorta se', tu 'l mio maestro;
tu se' 'l mio onor e tu se' la mia palma;
tu con la face tua m'hai mostro il calle
d'ir al bel monte: tu con l'auree penne
impenni i miei pensier; tu nel mio petto
scolpita hai la dolcissima Talia.
Per tante grazie a te di sacro sangue
spargerei d'or in or i santi altari,
a te arderei gl'interi sacrifici,
se non che tu (qual'è 'l tuo cor pietoso)
di crudeltà nimico, il sangue aborri.
Ma di quel, checchesia, che non rifiuti,
di fior, di lode, e d'odorati fumi,
la mia man, la mia lingua e la mia mente
a te non sieno in alcun tempo avare.
Da dolermi ho di mia crudel fortuna,
anzi di lui, che fa la mia fortuna.
Di te m'ho da doler, di te Tirinto,
crudel Tirinto, or se mai 'l petto caldo
ti sentisti d'amor: se punto amico
se' de le dotte Muse, il petto caldo
pur ti senti talor, e eterno amico
se' de l'amate Muse, ahi crudo, e come
puoi scurar dal suo amor l'acceso amante?
Come tòrre a la Musa il suo poeta?
Ben ti dovria Tirinto esser a grado
d'udir al suon di Mopso e di Talia
risponder Eco: e l'una e l'altra sponda
del tuo bel fiume: il tuo bel fiume e Eco
ti pon far fede che eia le pendici
de l'alto giogo, onde 'l Dio del tuo fiume
da l'ampio vaso versa i larghi rivi
insin là dove, per diverse foci,
si scorga in Adria, in tutte le sue rive
non ha 'l più santo ardor, nè 'l più gentile.
E tu cerchi d'opporti a tale amore.
O Tirinto crudel, se non ti move
il mio dolore e 'l mio cocente affetto,
di lei ti mova il grazioso sguardo,
ch'acceso di desir tacendo grida,
e per pietà pregando a te s'inchina.
Movati 'l suon di que' pietosi versi
in ch'ella amaramente sospirando
riprega te per l'amorosa face,
che 'l suo diletto Mopso a lei ritorni;
sia pietoso Tirinto e sia sicuro
che qual pastor, qual ninfa e qual bifolco
non ha pietade a chi d'amor sospira,
non gli ha pietade amor, quand'ei sospira.
Misero me, i' mi dolgo, e tuttavia
dilungando mi vo dal mio desio,
e per molto desio piango e languisco;
e fo col pianto mio col mio languire
pianger gli sterpi e fo pietosi i sassi.
Fera ventura, veramente fera,
che tu diva gentile e 'l tuo fedele
esser debbiate eternamente insieme
fermo suggetto a dolorose note.
Or il vago pensier va rimembrando
quelle parole tue; quelle parole,
quelle, quelle, quell'ultime parole
che mi sterparo il cor, mi svelser l'alma.
Ben è ragion ch'eternamente t'ami,
e se verace amore, se ferma fede
merta cambio d'amor, ragion è ancora
che tu, mia vita, eternamente m'ami.
Non sia mai luogo o tempo che disgiunga
da me 'l tuo amor, che mai per luogo o tempo
non sarà l'amor mio dal tuo disgiunto;
meco sia 'l tuo pensier, che 'l mio pensiero
sempre è con te. Con me sia 'l tuo desire,
che teco è 'l mio desir: sia l'alma tua
sempre con me, che teco è l'alma mia.
Così ci ricongiunga un giorno amore;
e ricongiunga con felice sorte
i pensieri, i desiri e l'alme nostre.
Lasso che 'l ragionar il pensier segue
e ragionando ognor cresce la voglia,
e crescendo la voglia il duol sormonta.
Vago fiume, alte rive, ombrose piante,
passò mai quinci, o qui mai si ritenne
pastor alcun a cui sì tristi lai,
sì cocenti sospir, sì largo pianto
facesser fede del dolor suo interno?
Ma degno è ben che mia lingua si dolga,
e che sospiri il core e piangan gli occhi.
È tolto agli occhi il sol de gli occhi santi;
il sol, ch'è solo il sol de gli occhi miei,
il sol, ch'oltre per gli occhi al cor passando
tutto l'empiea di vivi ardenti spirti;
di spirti che mia lingua a ta' suggetti
movea sovente, che per avventura
non son suggetti da ciascuna lingua.
Or sendo privo di sì altero oggetto
ragion è ben che 'l mio dolor sia solo;
e che sia la mia lingua, il cor e gli occhi,
lingua fioca, cor tristo e occhi molli.
I' vo dolente, e pur convien ch'io vada;
misero Mopso ov'è la tua Talia?
Cara Talia, ov'è il tuo fido Mopso?
O duro fato, o cruda dipartita.
Lasso, che importa a poverel pastore
quel che facciano i ricchi, empii tiranni?
Che tocca a me cercar l'armate squadre?
Inique stelle: veramente i cieli
contra me son giurati; e 'l fiero Marte
ha tant'arme commosse e tanti sdegni
per dipartirmi dal maggior mio bene.
O fortunati, a cui 'l terren natìo
è fermo seggio e certa sepoltura:
fortunati bifolchi voi se 'l giorno
i buoi giungete e col gravoso aratro
sottosopra voltate i duri campi,
non v'è negato almen tornar la sera
a le capanne vostre, a i dolci alberghi,
a le dilette vostre compagnie.
Voi non arate il periglioso suolo
del tempestoso mar: voi gli alti gioghi
non varcate giammai de l'orrid'alpi;
voi non bevete le straniere fonti.
È 'l lungo cammin vostro a la cittade,
a la città, al mercato; e quindi il sole
che v'ha condotti ancor vi riconduce.
Voi fortunati e sfortunato Mopso:
ei da quel dì ch'al sol pria gli occhi aperse
non ha potuto ancor pur una volta
dir: qui sarà domane il mio soggiorno.
Ma da la patria ad estrani paesi
dal Tebro a l'Istro e dal Po alla Garonna,
d'oltre il Carnaio a l'ultimo Oceano,
e dal Vesuvio a gli alti Pirenei
errando ognor, è stato a tutte l'ore
perpetuo strale a l'arco di fortuna.
Misero Mopso! O patria, o patria cara;
o grande Antiniano, o bel Sermino,
o vago Formione, o scoglio amato
quando sarà ch'io vi rivegga e dica:
quel poco omai di vita che m'avanza
mi vivrò pur tra voi, ch'è quel ch'io bramo?
Il grande Atiniano, il bel Sermino
il vago Formion, l'amato scoglio
a me è Talia. Talia mi renda 'l cielo
ch'è Talia la mia patria e 'l mio riposo.
VI.
LA SCONCIATURA
Mopso, solo.
Torniamo, o Muse, ai pianti e ai sospiri:
nostro soggetto or son sospiri e pianti.
Il vostro Mopso si consuma e strugge.
Or mentre io ch'io con lui mi lagno e ploro
seguite o dive le dolenti note.
FEDEL mio, se 'l mio Mopso men fedele
fosse in amor, i' vi so dir per vero
che fora la sua vita men dolente;
ma suo costante amor sua ferma fede
di vento di dolor, d'amaro umore
gli tien ognor il petto e gli occhi pregni;
e voi il sapete pur, ch'alcuna volta
gli occhi affissate in lui tutto pietoso.
Or se la vista del suo aspetto solo
può pietade inestar ne gli altrui cori,
che dovran far i dolorosi lai?
Il miserel ad or ad or s'invola
al vulgo e ai pastori; e in qualche bosco
in qualche antro riposto si raccoglie;
quivi s'asside, e quivi s'accompagna
or con un tronco antico, or con un sasso:
e di sé privo, col pensier dipigne
il dolce amato viso; in quel ritratto
gli occhi e l'animo affisa: in quel si specchia;
con quel ragiona; e quel tanto ha di pace
quanto 'l ritiene il dilettoso inganno.
Poi ch'in sé è ritornato, il duolo immenso
non capendo ne l'alma, si disgombra
per lo petto, per gli occhi e per la lingua
in spirti accesi, in lacrimosi rivi,
in fiochi, rotti ed angosciosi accenti.
I' pascea un dì 'l mio armento per le piagge
del bel Tesin: e così passo passo
per la sua riva errando, il piè mi scorse
là ov'io sentì dolersi quel meschino
con le fere, con l'acque e con gli sterpi.
E quanto con la mano ir seguitando
potei 'l suo dir, le triste sue querele
diedi a serbar ad una antiqua quercia.
Or, a voi di ridirle è 'l mio pensiero:
e voi cui talor visto ho 'l petto caldo
di caldo amore, e che di vera fede
portate il nome, con pietate udite
gli acri lamenti del fedele amante.
MOPSO. O mia cara Talia, m'ha dunque il cielo
disposto ad amarti perch'amando i' pera?
Ben poss'io dir che quanto gira il sole
non ha la nostra età più ardente foco:
non più gentil, non più lodevol foco
che sia 'l mio foco, e posso dir ancora
che non ha 'l mondo e non ha 'l secol nostro
alcun del mio più sventurato amore.
Bella, vaga, gentil, dolce Talia,
vaga e dolce Talia, ma non men cruda
che vaga e bella e che dolce e gentile:
perché crudel? Perché se tante voci
e se tanti sospir, se tanti pianti
ti mando d'or in or giù per quest'acque,
alcun tuo accento a me non mai ritorna?
Perché s'ami 'l tuo Mopso, a le sue pene
non hai pietate? E se pietà ti move,
che non porgi al dolente alcun conforto?
Misero Mopso, e sarà dunque il vero
quel, che per tutti i boschi ognor ribomba
del breve amor, de' mal fermi pensieri
del sesso feminil? Ahi! dunque lasso
avrò senza 'l suo amor da stare in vita?
Non sarà il ver, sebbene e pastorelle
e Ninfe, e Driadi e Naiacli, e Napee
son di mobil voler; però non voglio
dir che sia 'l suo così mutabil core.
Non è la mia non è cosa mortale,
non Naiada, non Driada od altra Ninfa;
ma de l'eccelse eterne abitatrici
de le spere celesti, una di loro
è la mia diva: e col suo divo spirto
nel cor mi spira l'alte cose belle.
O pur non sia fallace il creder mio.
Or mi sovvien, ch'ancor de l'alte dive
son mal stabili i cori. E quante volte
mutò voglia e amor la dea di Cipri,
la dea del terzo ciel? Di lei mi taccio.
Ma la bianca, la fredda e casta luna
come fu fida, lasso, al fido amante?
Il sanno gli alti boschi, ch'alcun tempo
vider Pan lieto e tristo Endimione.
Mal fida luna, avara luna; e troppo
grande argomento de l'incerta fede
de le mutabil, de l'avare voglie
del femineo desir. Chi mi conforta
in sì novo dolor? Su per le rive
del vago Po non mancano i pastori:
non mancano i leggiadri e bei pastori,
non i ricchi pastor di grassi armenti.
Ma non di gregge mai, non mai d'armenti
vidi vago 'l suo cor. Gli umil disiri
sdegna quell'alma sopra ogni alma altera.
Non per fior giovenil, non per tesoro
apron le sante Dive il santo monte.
Nè per fior giovenil, nè per tesoro
dee la mia Diva altrui largare il petto.
Caro a Talia di Mopso è il dolce canto
pien d'alti spirti e di gentili ardori.
Or non ha 'l Po di più soavi note?
Di più gentil, di più leggiadri spirti?
Dolente me: di quanti or mi sovviene
chiari pastor ch'alberghin per le sponde
dov'alberga 'l mio ben, tante punture
mi sento al cor. Ahi! ch'ella non rivolga
gli occhi altrove e l'orecchie e i pensieri.
Chiari pastor, deh! no, deh! no per Dio,
tant'oltraggio al buon Mopso. O Musa, o Diva:
o mia Musa, o mia Diva, il tuo buon Mopso,
il tuo devoto il tuo costante Mopso,
il tuo sincero il tuo verace amante,
il tuo fedel pastor il tuo poeta,
vive egli, o Diva, caro e solo albergo
de la sua vita? Ei vive, s'in te vive
la memoria di lui, s'a l'alma sua
dal petto amato non hai dato il bando.
Ahi, qual fora 'l mio stato o triste core,
(tolga Iddio tale augurio) quale stato
fora 'l mio s'a la mia dolce Talia
fosse a grado d'udir ch'altri che Mopso,
mia le dicesse. O pria fra questi boschi
aspra, selvaggia fera, e l'unghie, e i denti
contro me adopre; l'affamate voglie
di mie tremanti membra e del mio sangue
sbramando fiera e pia, finisca a un punto
il mio amor, il mio duolo e la mia vita.
VII.
TIRRENIA
Cosa propria d'amante è, Nobilissima signora mia, desiderare di esser
sempre e interamente unito con la persona amata, e di qui è che oltra
il desiderio il quale io ho che l'anima mia sia con la vostra
indissolubilmente congiunta, bramo ancora che i nomi nostri insieme
siano eternamente letti e che insieme vivano chiari e immortali. E per
tanto, oltra le molte altre rime alle quali l'amor vostro m'è stato
Elicona e voi stata mi sete Musa favorevole, mi è novamente venuto
fatta una mia composizione per avventura più affettuosa che
artificiosa, nella quale ingegnato mi sono di far un disegno di voi
più particolare che altro il quale insino ad ora io abbia visto che
sia stato fatto da altrui. E se io non ho così dotta mano che di voi
possa fare un vero ritratto, penso avervi almeno ombreggiata in
maniera che siccome dalle ombre delle bellezze superiori gli animi
nostri di grado in grado al disio della vera bellezza sono tirati,
così da questa ombra da me fatta di voi, i più gentili spiriti
potranno salire alla considerazione di quel vero ch'è in voi; or quale
che ella si sia, tale la vi mando nè altro vi dirò se non che se un
altra figura poteste vedere con gli occhi corporali la quale io porto
già gran tempo nell'animo e di quella farne comparazione con voi
stessa, sono securo che voi medesima non sapreste discernere se in voi
o in me sia più vera l'imagine di quella forma ab eterno conceputa
nella mente di Dio, alla cui simiglianza vi fabricò natura quando ella
volse
Mostrar quaggiù quanto lassù potea.
Interlocutori.- DAMETA e TIRSE
L'erboso prato e i verdeggianti allori,
l'aura soave e 'l bel rivo corrente,
m'invitan seco a far lieto soggiorno
e ragionar del mio soave foco.
Muse, Muse, mentr'io di lei favello,
avvolgetemi alcun di questi rami
intorno al crine, e non mi siate avare
del favor vostro: i' canto il vostro onore.
E tu, TITIRO mio, mcntr'io ricorro
quel che mi detta Amor, le mie parole 10
va ricogliendo, e 'n quel surgente tronco
le ripon di tua man; col tronco insieme
sorgeranno il suo nome e i nostri amori.
T. Dunque avrò da lodar la mia fortuna,
che qui a quest'ora ha volto il mio camino;
che, se brami DAMETA ch'el suo nome
per le piante si legga, non ti dee
noiar che TIRSE, tuo fedele amico,
l'oda sonar ancor per la tua lingua.
D. Tu se'qui Tirse? Anzi a me è caro assai 20
che tu ci sia, che con la tua zampogna
porger potrai soccorso a le mie note
T. Ciò ch'a te piace. Ma saper disìo
qual sia quella beata a cui tu intendi
d'acquistar lode con tue eterne rime.
D. Anzi sarian beate le mie rime
se pareggiasser le sue eterne lode.
Di TIRRENIA cantar è 'l mio pensiero.
T. Di TIRRENIA? Ho più volte in queste selve
il bel nome sentito; ma di lei 30
non ho particolare altra contezza.
D. Gran danno a lei, ch'un sì gentile spirto
non le sia in tempo alcun stato soggetto:
a te, che del suo chiaro e vivo lume
ancor non t'hai sentita l'alma accesa.
T. Nova querela, udir ch'altri si doglia
ch'altri non arda del medesmo foco.
D. Da diverse cagion diversi effetti
nascon, mio TIRSE, e altramente s'ama
cosa pura mortale, altri disiri 40
son quei che movon da cose divine.
Come, perché dal soie il lume prenda
una copia infinita d'animanti
non perciò il suo splendore alcuno è scemo;
così qual uom si sente l'alma piena
de' diletti de l'alma, non si sente
scemar il ben perch'altri ancor ne goda.
Anzi gode quel cor, ch'oggetto eterno
ha in se scolpito, che per molti cori
cresca la gloria del superno raggio. 50
E di quel ch'io ti dico, chiara luce
di TIRRENIA ne porge il divo lume.
T. Bramo di quel che di' saperne il come.
D. TIRSE, non ha veduto il secol nostro
pastor ch'io creda alcun, che d'alcun pregio
abbia colto ghirlanda in Elicona,
che s'ha lei vista, e se gli accenti suoi
ha ne l'alma raccolti, tale ardore
non abbia conceputo, che 'l suo ingegno
n'ha poi fuor dimostrati ardenti lampi. 60
Nè tra color giammai si vide o udìo
che ne nascesse invidia o gelosia;
anzi di lodar lei fa ognuno a gara,
e ne l'udir di lei ciascun si gode
de le sue laudi, e l'un l'altro n'invita
a dir del bel suggetto. E 'n lei n'avviene
quel ch'avvien de le cose rare e nove
e ch'avverrìa se sopra l'orizzonte
cominciasse a scoprirsi un nuovo sole
a gli occhi nostri: che com'altri scorto 70
prima l'avesse, così immantenente
si volgerebbe a dimostrarlo altrui.
E ciò n'avvien perochè al suo focile
non s'accende altro che gentil disire.
T. Nuovo ben, nuove grazie e santi amori.
Ma bram'io da te, se non t'annoia,
Dameta mio, che tu mi scopri ancora
que' pastor onorati che pur dianzi
hai detto c'han per lei cantato e arso.
D. E questo, Tirse, ancor farò di grado, 80
nè penso ch'altri altra più chiara fede
possa altrui far del suo valor soprano
che con sì gloriosi testimoni.
Dirò di loro, e dirò con tal legge,
che senza servar legge, di quel prima
ch'a la mia mente pria farà ritorno,
m'udirai favellar. Nè creder dei
ch'io sia per ricordargli tutti a pieno;
che lungo fora, e poi non m'assicuro
di tutti aver memoria o conoscenza. 90
T. Com'a te aggrada: io ad ascoltare intendo.
D. Fra i primi che cantaro in riva al Tebro
de la bella Tirrenia fu un pastore
d'antico sangue e di gente Latina,
e nel cui nome suona la sua gente
e del cui canto ancor, e del cui suono,
suonan le trionfali e altere sponde.
Arse colui per lei lunga stagione:
e ancor dolcemente ne sospira.
E per lei sospirò quel chiaro spirto 100
che morendo lasciò dubbiosi i boschi
tra le Muse di Lazio e di Toscana
quali al suo dir sian state più benigne.
Dico di quel che per li sette colli
abbandonò le piaggie di Panara.
E un altro di patria a lui vicino
per li paschi del Po ne 'l bel soggetto
affaticò sovente le sue canne.
TIRINTO dico, a costui 'l nostro Reno
diè 'l patrio albergo; e poi, come 'l ciel volse, 110
fu costretto a lasciare i dolci gioghi
e pascer le sue gregge per le valli
che 'l fiume, che detto ho, parte e abbraccia.
Che dirò del pastor che l'Arbia onora?
Di quel dotto pastore i cui vestigi
van seguitando e pastorelli e ninfe,
non altramente che lasciva greggia
la lanuta sua guida? Ei le sue rime
del bel nome ch'io canto ha fatte adorne.
T. Tu di', s'io non m'inganno, di colui 120
ch'un tempo parlar feo le nostre Muse
con quelle leggi e con quelle misure,
che già servò 'l Permesso, il Mincio e 'l Tebro.
D. Di' pur che dir di lui mia lingua intese.
E di lei cantò ancor un'altro Tosco,
un giovin pastor, ch'in riva d'Arno
mentre ch'a lui spargeano il novo fiore
le molli guance, con sì dolci note
tenne le ninfe, i satiri e i silvani,
de le donne cantando i pregi eterni, 130
che ne parlano ancor per questi poggi
le quercie e gli olmi; e se da morte acerba
non era tolto, a lui nel secol nostro
si convenia l'onor de i primi allori.
Nè ci mancano ancor tra queste rive
di quei che van segnando il chiaro nome
in piante e in sassi. E sopra gli altri s'ode
risonar BATTO: BATTO, che per l'erta
del sacro monte sale a' sì gran varchi,
che fatica è notar le sue pedate. 140
Ei d'or in or a lei volgendo gli occhi
prende virtute a gli alti e bei suggetti.
Per lei fatto anco ha risonare i boschi
colui, che sceso da gli alpestri gioghi
onde discendon l'acque a i lieti paschi,
de' pastor d'Insubria, in su le sponde
del Re de' fiumi fe 'l suo nome chiaro
cantando a l'ombra d'un gentil ginebro.
Fu cantata costei da l'aurea cetra
d'un ben dotto pastore, a cui Parnaso 150
concedette non sol tener le Ninfe
al dolce suon de le palustri canne,
ma gli mostrò i secreti di natura,
e render la salute a i membri infermi.
T. Forse di lui vuoi dir, che già discese
dal chiaro sangue di quel gran bifolco,
che fuggendo l'incendio e la ruina
de la sua patria, penetrando i seni
de l'aspra Illiria e di Liburni e d'Istri,
non lunge d'Adria pose la sua mandra? 160
D. Di lui dir volli. E dir ti voglio ancora
che 'l ricordar de gl'Istri a la mia mente
tornato ha MOPSO; MOPSO, in cui contende
il favor de le Muse e lo intelletto.
del terminar le sanguinose liti
de' più audaci pastor. Or quanto e dove
ei sia per TIRRENIA arso e quanto egli arda,
e quanto abbia per lei cantato e canti,
fan chiara fede il Po, il Ticino e l'Arno
che mille piante han di sue rime impresse. 170
Ma dove lascio, lasso, il buono IOLA,
IOLA che col dotto e nuovo suono
de ben temprati calami, a' pastori
solea far corto e agevole sentiero
di gir al fonte che fa i nomi eterni?
Questi venuto da gli aperti campi
che bagna l'uno e l'altro Tagliamento,
sè di gloria colmò, d'invidia altrui.
Ei col vivace lume del suo ingegno
solea in TIRRENIA, come aquila in sole, 180
gli occhi affissare e da' suoi chiari raggi
formar lo stile, e le parole, e 'l canto.
Morte pose silenzio a le sue note.
Invida morte, a lei rapisti ancora
e al mondo insieme un'altra chiara luce
d'un gran pastor, che nato in queste piagge
fu cultor nel giardin de' pomi d'oro.
Poi trapassando a le ricche pasture
e a gli orti di Celio e d'Aventino,
si trovò non pur d'edere e di mirti, 190
ma di purpurei fior cinte le tempie.
Fior di gloria mortal com'è caduco!
Ne sospirano ancor i sette colli
del caso acerbo; e VIRBIO nei sospiri
suona d'intorno. VIRBIO almo pastore
e poeta e materia de' poeti;
viverà in mille versi il pastor sacro
e 'l pregio di Tirrenia ne' suoi versi. 200
Non patisce la gloria di costui
ch'altri d'altro pastor, d'altro poeta,
faccia memoria: e a te bastar ben puote
d'aver sentito come tali e tanti,
e poeti, e pastori, i loro ingegni
abbian stancati intorno al caro oggetto.
T. Come sollecita ape per li prati
suoi la novella state errando intorno
di fior in fior gustare il dolce succo:
o come innamorata pastorella 210
di varii fiori al suo diletto amante
trecciar si vede una ghirlanda fresca,
così visto ho DAMETA la tua lingua
andar cogliendo il fior de i chiari spirti,
onde composto è 'l mel di quelle lode,
che rese ha 'l mondo a la tua cara amata,
e coronata d'immortal corona.
D. Ma non men gloriosa è la corona
ch'ella tesse a sè stessa: ch'oltra quelle
rime che d'ella col favor suo ispira 220
a chi del suo amor arde, che da lei
non men provengon che da l'altre Muse
le rime e i versi de gli altri poeti.
Ella suol d'or in or con le sue rime
destare i boschi intorno; e ad ora ad ora,
co' i più rari pastor cantando a prova
tiene intenti al suo dir Fauni e Napee.
Già sono impressi in più ch'in una pianta
gli alti suoi amori; e la virtù d'amore
quanto sia grande e come sia infinita, 230
si legge da lei scritta in nuove scorze:
e suggetti altri, che felicemente
viveran col suo nome chiari e eterni.
T. Ragion è adunque che sì altero spirto
cantato sia da gli spirti più chiari.
D. TIRSE, non vo' lasciare ancor di dirti
che se di lei scorgessi il divo aspetto,
e le dolci maniere e i bei sembianti:
s'udissi il suon de l'alte sue parole,
e le sentenze de' profondi detti, 240
protesti dir, non quel che di Medusa
si favoleggia che sua fiera vista
altrui mutava in insensibil pietra;
ma c'ha virtute a l'insensibil pietre
d'ispirar sentimento e intelletto.
O s'udissi talor quando accompagna
la voce al suon de la soave cetra:
o quando assisa tra Ninfe e Pastori
move tra lor la lingua a dolci note:
s'udissi, dico, come in nuovi accenti, 250
e come in soavissimi sospiri
l'aria intorno addolcisca, e i vaghi augelli
tra le frondi si stiano intenti e muti,
e come i colli, e gli alberi, e le grotte
mandin cantando al ciel novelle voci,
so che non chiederiano i tuoi disiri
altre Muse, altro Apollo, altro Elicona.
T. Grazie son queste così belle e care,
ch'in lei racconti, che fan dubbio altrui
se sia da dir ch'essa sia rara, o sola. 260
Ma perché spesso avvien ai nostri cori
che da l'un bel disio l'altro risorge,
poi che m'hai di TIRRENIA il gran valore
fatto sì aperto, ancor saper disio
qual sia di lei la stirpe e 'l patrio suolo;
salvo se del parlar già non se' stanco.
D. Di ragionar di lei sazio nè stanco
esser non poss'io mai; poi vizio fora
non sodisfare a sì giusti disiri.
Or porgi orecchie al chiaro nascimento. 270
In quelle parti ove si corca il sole,
si stende un'onorato ampio paese,
lo qual da l'oceano e dal mar nostro
è cinto d'ogni intorno, se non quanto
lunga costa di gioghi s'attraversa:
e questi son chiamati i Pirenei.
Da questi monti un gran fiume discende,
il qual porta tributo al sale interno,
e IBERO è 'l suo nome: or quanto serra
il giogo, e l'acque dolci, e l'acque salse, 280
vien nomato ARAGON. In quel paese
già surse un'onorata e chiara stirpe
ch'in tutti que' confìn co 'l suo vincastro
diede legge a' pastori ed a' bifolchi;
e questa dal paese il nome tolse.
Poi co 'l girar del ciel volgendo gli anni
passò l'alto legnaggio a i nostri liti,
a gl'italici liti; e s'alcun nome
ci fu mai chiaro o altero, sopra gli altri
questo gran tempo risonar s'udìo. 290
Che donde di là in Adria il fiume Aterno,
e di quà passa il Liri al gran Tirreno,
quanto circonda 'l mar fin là ove frange
l'orribil Scilla i legni a i duri scogli,
e quanto ara Peloro e Lilibeo,
solea già tutto a la famosa verga
del generoso sangue esser soggetto.
Or fra molti altri uscìo del chiaro sangue
un gran pastor, che di purpuree bende
ornato il crine e la sacrata fronte, 300
com'amor volle, un giorno per le rive
del vago Tebro errando, a gli occhi suoi
corse l'aspetto grazioso e novo
de la bella IOLE. Questa tra le sponde
nata del Re de' fiumi, ove si parte
l'acqua del suo gran fiume in molti fiumi,
avea cangiato 'l Po coi sette poggi:
e di questa 'l pastor, di ch'io ragiono,
caldo di dolce amore fe' 'l grande acquisto
di lei, ch'or m'arde il cor d'eterno amore. 310
T. Già non si convenìa men chiaro seme
per dare al mondo pianta sì gentile.
D. E non si convenìa men chiaro loco
al gran concetto e al glorioso parto
che l'onorate piaggie trionfali
de l'almo Tebro, il quale andar si vede
non men superbo che tra le sue arene
sia germogliata pianta sì felice,
che di solenne alcun altro trionfo.
T. Dunque felice il luogo, e 'l seme, e 'l ventre, 320
onde frutto sì eletto al mondo nacque:
e più felice a cui dal cielo è dato
gli occhi affissar nel lume de' begl'occhi,
ai dolci accenti aver l'orecchie intente,
e aver de gli occhi e de gli orecchi aperte
le porte a l'alma e aver l'alma rivolta
a la beltà del doppio eterno oggetto
da salir sopra 'l cielo. E sopra ogn'altro
felicissima lei, ch 'l gran legnaggio
e l'alto onor del bel nido natìo 330
vinto ha col pregio del valore interno.
Ma mentre abbiam la lingua e 'l cor rivolti
al tuo bel Sole, è già 'l celeste sole
presso che giunto a l'ultimo orizzonte:
perché buon sia che diam luogo a la sera.
D. Vanne felice. Io pria che 'l vago piede,
rivolga altrove, questa bella pianta
sacrare intendo a lei, cui 'l petto ho sacro
con la memoria de l'amato nome
[5 O sante Dee.]
[11 raccogliendo.]
[15 ch'a quest'ora qui volto ho 'l]
[20 m'è.]
[23 Eccomi presto.]
[24 il cui valore.]
[25 cerchi inalzar con le tue.]
[44 Non è in alcuno il suo splendore scemo.]
[48 Nel core ha impresso.]
[60 eterni lampi.]
[63 fan tutti.]
[76 ben da te.]
[127 Nel tempo che.]
[128 Sue molli.]
[147 Del real fiume.]
[174 Agevolar solea l'aspro sentiero.]
[205 Bastar ben ti puote.]
[225 e d'or in ora.]
[231 Leggesi.]
[233 col suo nome eterna vita.]
[252 L'aria addolcisca donde i vaghi augelli.]
[261 Ma perché avvenir suol ne i nostri cuori.]
[262 Che spesso l'un disio dall'altro sorge.]
[289 chiaro sopra gli altri nomi.]
[290 Questo oltra gli altri risuonar s'è udito.]
[314 beato parto.]
INDICE
(ARAGONA)
Alma del vero bel chiara sembianza
(ARRIGHI B.)
Alma gentile che già foste al paro
(ARAGONA )
Alma gentile in cui l'eterna mente
(STROZZI F.)
Alma gentile ove ogni studio pose
(ARAGONA)
Almo Pastor che godi alle chiare onde
(Muzio G.)
Amore ad ora ad or battendo l'ale
(ARAGONA )
Amore un tempo in così lento foco
(MUZIO G.)
Amor nel cor mi siede e vuol ch'io dica
(LO STESSO)
Anima bella che da gli alti chiostri
(ARAGONA)
Anima bella che dal Padre Eterno
(DE' MEDICI I.)
Anima bella che nel tuo bel lume
(ARAGONA)
Bembo, io che fino a qui di grave sonno
(LA STESSA)
Ben fu felice vostro alto destino
(CAMILLO G.)
Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno
(ARAGONA)
Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
(LA STESSA)
Ben si richiede al vostro almo splendore
(LA STESSA)
Ben sono in me d'ogni virtute accese
(LA STESSA)
Bernardo, ben potea bastarvi averne
(MUZIO G.)
Canti chi vuol le sanguinose imprese
(ARRIGHI A.)
Come di dolce più che d'agro parte
(MUZIO G.)
Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo.
(DE' BENUCCI L.)
Deh, non volgete altrove il dotto stile
(MUZIO G.)
Dive ch'al suon de la dorata cetra
(ARAGONA)
Dive che dal bel monte d'Elicona
(MUZIO G.)
Donna a cui 'l santo coro ognor s'aggira.
(VARCHI B.)
Donna che di bellezza e di virtute
(MUZIO G.)
Donna che sete in terra il primo oggetto
(LO STESSO)
Donna i cui beati ardori
(LO STESSO)
Donna il cui grazioso e altero aspetto
(LO STESSO)
Donna l'onor de' i cui be' raggi ardenti
(LO STESSO)
Donna più volte m'ha già detto amore
(ARAGONA)
Donna reale a i cui santi disiri
(MUZIO G.)
Donna se mai vedeste in verde prato
(ARAGONA)
Dopo importuna pioggia
(MUZIO G.)
Ebbe la favolosa antica etade
(LO STESSO)
È già gran tempo o Muse il mio suggetto
(ARAGONA)
Felice speme che a tant'alta impresa
(MUZIO G. )
Fiamma che chiaramente il mio cor ardi
(ARAGONA)
Fiamma gentil che da gl'interni lumi
(MUZIO G.)
Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora.
(LO STESSO)
Già risalito sopra l'orizzonte
(LO STESSO)
Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro
(ARAGONA)
Ho più volte signor fatto pensiero
(MUZIO O.)
Il valor vostro Donna il cor m'incende
(LO STESSO)
In su le rive del superbo fiume
(ARAGONA)
Io ch'a ragion tengo me stessa a vile
(LA STESSA)
Io che fin qui quasi alga ingrata e vile
(VARCHI B.)
Io non miro giammai cosa nessuna
(ARAGONA)
La nobil valorosa antica gente
(MUZIO G.)
La sembianza di Dio che 'n noi risplende
(ARRIGHI A).
L'aspetto sacro e la bellezza rara
(MUZIO G.)
Lasso onde avvien che qui non fa ritorno
(LO STESSO )
L'erboso prato e i verdeggianti allori
(......)
Lieto viss'io sotto un bianco lauro
(ARAGONA)
Mentre ch'al suon de' i dotti ornati versi
(MUZIO G.)
Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti
(DA MONTE VARCHI C.)
Mosso da l'alta vostra chiara fama
(ARAGONA)
Nè vostro impero ancor che bello e raro
(VARCHI B.)
Ninfa di cui per boschi, o fonti, o prati
(ARAGONA)
Non così d'acqua colmo in mar discende
(LA STESSA)
Nuovo Numa Toscan che le chiar'onde
(DE' BENUCCI L.)
O fiumicel se 'l più cocente ardore
(MUZIO G.)
O novo esempio de l'eterna luce
(ARAGONA)
O qual vi debb'io dire o Donna o Diva
(MUZIO G.)
Or di là se ne vien questa dolce ora
(PORZIO S)
Or qual penna d'ingegno m'assecura
(MUZIO G.)
O se tra queste ombrose e fresche rive
(ARAGONA)
Ov'è misera me quell'aureo crine
(VARCHI B.)
Per non sentir la turba iniqua e fella
(ARAGONA)
Più volte Ugolin mio mossi il pensiero
(CAMILLO G.)
Poi ch'a la vostra tanto alma beltade
(BENTIVOGLIO E.)
Poi che lasciando i sette colli e l'acque
(ARAGONA)
Poi che mi diè natura a voi simile
(LA STESSA)
Poi che rea sorte ingiustamente preme
(LA STESSA)
Porzio gentile a cui l'alma natura
(LA STESSA)
Poscia, ohimè, che spento ha l'empia morte
(MUZO G.)
Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi
(ARAGONA)
Qual vaga Filomela che fuggita
(MUZIO G.)
Quando, com'Amor vuol, la donna mia
(VARCHI B.)
Quando doveva ohimè l'arco e la face
(TOLOMEI C.)
Quando la Tullia mia che vien dal cielo
(MUZIO G.)
Quando 'l raggio del bel ch'in voi risplende
(ARAGONA)
Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo
(LA STESSA)
Sacro pastor che la tua greggia umile
(LA STESSA)
S' a l'alto Creator de gli elementi
(MUZIO G.)
Sebben gli occhi e l'orecchie alcuna volta
(MARTELLI U.)
Se bella voi così le Grazie fero
(ARAGONA)
Se ben pietosa madre unico figlio
(VARCHI B.)
Se da i bassi pensier talor m'involo
(LO STESSO)
Se di così selvaggio e così duro
(ARAGONA)
Se forse per pietà del mio languire
(LA STESSA)
Se gli antichi pastor di rose e fiori
(LA STESSA)
Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati
(DE' MEDICI I.)
Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro
(MARTELLI N.)
Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino
(MARTELLI U.)
Se lodando di voi quel che palese
(MOLZA B.)
Se 'l pensier mio, ov'altamente amore
(GRAZZINI A.)
Se 'l vostro alto valor, Donna gentile
(ARAGONA)
Se materna pietate affligge il core
(DE' BENUCCI L.)
Se per lodarvi e dir quanto s'onora
(ARAGONA)
Se veston sol d'eterna gloria il manto
(LA STESSA)
Siena dolente i suoi migliori invita
(LA STESSA)
Signor che con pietate alta e consiglio
(LA STESSA)
Signor d'ogni valor più d'altro adorno
(LA STESSA)
Signore in cui valore e cortesia
(LA STESSA)
Signor nel cui divino alto valore
(LA STESSA)
Signor pregio e onor di questa etade
(ARRIGHI A.)
S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi
(ARAGONA)
S'io 'l feci unqua, che mai non giunga a riva
(MUZIO G.)
Sogni chi vuol di riportar corona
(LO STESSO)
Spirto felice in cui sì rare e tante
(ARAGONA)
Spirto gentil che dal natio terreno
(LA STESSA)
Spirto gentil che vero e raro oggetto
(MOLZA B.)
Spirto gentile che riccamente adorno
(MUZIO G.)
Spirto gentile in cui sì chiaramente
(ARAGONA)
Spirto gentil s'el giusto voler mio
(ARRIGHI A.)
S'un medesimo stral due petti aprio
(MUZIO G.)
Superbo Po ch'a la tua manca riva
(LO STESSO)
Torniamo o Muse a i pianti e ai sospiri
(CAMILLO G.)
Tullia gentile a le cui tempie intorno
(DALLA VOLTA S.)
Tullia mostro miracol Sibilla
(STROZZI F.)
Uscendo 'l spirto mio per seguir voi
(BENTIVOGLIO E.)
Vaghe sorelle che di trecce bionde
(ARAGONA)
Varchi, da cui giammai non si scompagna
(LA STESSA)
Varchi, il cui raro e immortal valore
(GlOVENALE L.)
Vide già la famosa antica etade
(ARAGONA)
Voi ch'avete fortuna sì nemica
(MARTELLI L.)
Voi che lieti pascete ad Arno intorno
(ARRIGHI B.)
Voi che volgete il vostro alto disio