Quinci è che quale ha in terra alma più rara,
infiammata dal sol, ch'in te riluce,
più lieta a te rivolge ogni pensero.
Ed io, poi che tua fiamma in me traluce,
forse più ch'in altri soave e chiara,
e porto 'l cor d'eterna gloria altero.
4. -- Dello stesso
Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende,
per l'orecchie e per gli occhi al mio mortale
trapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale,
che d'eterno disio tutto m'incende.
L'anima allor, che 'l novo affetto intende
mover d'alta cagione, ogni mortale
piacer schernendo, e al ciel battendo l'ale,
verso l'amato lume il camin prende:
e com'aquila al sol drizzando gli occhi
al foco vostro s'erge a la salita,
dove alfin pace le promette amore.
Deh! siate larga a lei del bel splendore,
e porgete al suo volo pronta aita,
acciocchè inferma e cieca non trabocchi.
5. -- Dello stesso
Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti,
onde amor m'arde e già gran tempo m'arse,
vaghi occhi miei non vi si mostran scarse,
mandate nel mio core i raggi ardenti;
orecchi miei, mentre bramosi e intenti
notate 'l suon, che di su in terra apparse,
e ne van le sue voci all'aura sparse,
inviate a la mente i sacri accenti;
anima mia, mentre in mortale oggetto
scorgi ch'eterno è quel che dentro avampa,
allarga il seno al sempiterno zelo:
e vi rimembri che sì chiara lampa,
sì soave tenor, spirto sì chiaro,
sono a voi scala da salire al cielo.
6. -- Dello stesso
Amore ad ora ad or battendo l'ale
dal grave incarco leva il mio pensero,
e nel conduce per erto sentero
a gir in parte, ove uom per sè non sale.
E quivi ne l'oggetto alto e immortale
gli dimostra l'esempio vivo e vero,
onde discese il nostro spirto altero
a dover informar cosa mortale.
L'anima accesa a l'eterna vaghezza,
tutta s'accende a far novo disegno
del bel, ch'entro dipinge il divo aspetto.
Ma come poi si move il basso ingegno,
donna mia, per salire a tanta altezza,
cade lo stile, e manca l'intelletto.
7. -- Dello stesso
Superbo Po, ch'a la tua manca riva
tutto lieto ti volgi d'ora in ora,
per mirar lei, che le tue piaggie infiora,
e ti fa in mezzo l'onde fiamma viva;
che fa la nostra, ho da dir Donna, o Diva,
lei, che del ben del ciel l'alme innamora?
Oh fosse lunga a lei la mia dimora!
Pensa ella almen ch'io di lei pensi o scriva?
Deh! com'io dico ognor: foss'io con lei
così fosse talora il suo pensiero,
or che dee far di me privo il meschino;
oh vedesse ella aperti i dolor miei,
ch'io so che di pietà quel spirto altero
porteria gli occhi molli, e 'l viso chino.
8. -- Dello stesso
Or di là se ne vien questa dolce ora,
ov'è colei che col suo divo aspetto,
mette dentro al mio cor l'ardente affetto;
ond'ancor la sua vista mi ristora.
Oh se così potesse a ciascun ora
essere a lei presente il mio imperfetto,
come sempre la scorge il mio intelletto
io sarei pur d'ogni tormento fora.
Che se dal mover di quest'aura io sento
per sua virtù conforto a i miei martìri,
ben dovrei seco sempre esser contento.
Battete l'ale o vaghi miei sospiri,
e colà andando onde si parte il vento,
a lei portate i miei caldi disiri.
9. -- Dello stesso
Lasso, onde avvien che qui non fa ritorno
il chiaro dì, sì come altrove sole?
Non ci risplende il lume di quel sole
che solo suole a gli occhi tuoi far giorno.
In questo altrui sì placido soggiorno,
perchè son le campagne ignude e sole?
Non ci spira il favor de le parole
che fanno a sè fiorir le piaggie intorno.
Poi ch'a te chiuse sono ambe le porte
de gli occhi e de l'orecchie, anima mia,
ond'esser può che più letizia speri?
Pensa misero a te, chi ti conforte
che me al mio bene ad ora ad or n'invia
il santo amor con l'ale de i pensieri.
10. -- Dello stesso
Oh se tra queste ombrose e fresche rive,
ch'or cercan solitarii i passi miei,
meco ne fosse e con amor con lei,
di cui 'l cor sempre parla e la man scrive;
ella a seder qui presso a l'acque vive
si porria in grembo a l'erba, io in grembo a lei,
e da i boschi trarriano i semidei
al sacro aspetto e le silvestre dive.
Io lei mirando, a dir del suo valore
snoderei la mia lingua, e alcun di loro
segneria per li tronchi il chiaro nome;
ella gioiosa e umile in tanto onore
forse di varii fior, forse d'alloro,
tesseria una ghirlanda a le mia chiome.
11. -- Dello stesso
Spirto gentile in cui sì chiaramente
e ne la mortal parte e ne l'eterna,
fiammeggia il sol de la bontà superna,
ch'altro non è fra noi lume sì ardente;
mentre io con gli occhi e con l'orecchie intente
raccolgo il doppio bel, che mi governa,
sì vivo foco in me da voi s'interna
che tutta illuminar l'alma si sente;
poi, non capendo in me l'immensa fiamma,
convien ch'in alcun modo esca di fore,
mostrando i raggi de la vostra luce.
Così da voi ne vien lo mio splendore,
ch'ogni mio bel disio da voi s'infiamma,
come 'l lume de' lumi in voi traluce.
12. -- Dello stesso
Fiamma che chiaramente il mio cor ardi:
aura che dolcemente mi ristori:
spirto che alteramente m'innamori
col valor, con la voce, con gli sguardi;
quante volte avvien ch'in voi riguardi,
ch'io v'ascolti e ch'io pensi i vostri onori,
tante mi sforzo a i sempiterni cori;
ma 'l mio mortal fa poi che 'l gir ritardi.
O beata alma, angelica armonia,
o vivo lume, che degli alti chiostri
mostrate esempio a l'anime terrene,
poi ch'a i sensi e nel cor m'avete mostri
la bellezza e 'l piacer del sommo bene,
aiutatemi ancor a l'alta via.
13. -- Dello stesso
Spirto felice, in cui sì rare e tante
grazie e virtuti il ciel largo comparte,
che non so se si trovi in altra parte
che d'andar teco a paro alma si vante:
s'a me facesser le sorelle sante
del bramato lor don così gran parte,
ch'io fossi degno di ritrarre in carte
de la tua chiara effigie il bel sembiante:
so ch'io fare' un disegno sì perfetto,
che saria specchio a la futura gente
di quanto ben di su tra noi discende.
Ma, lasso, a tanto onor non mi consente
il sacro coro: e da sè il mio intelletto
sopra i fuochi celesti non ascende.
14. -- Dello stesso
Donna se mai vedeste in verde prato
surger felicemente un aureo fiore,
cui porge nutrimento dolce umore,
e vivace calor dal ciel gli è dato;
non altramente lieto e consolato
fiorir si vede un'amoroso core,
perchè 'l suo sole è 'l grazioso ardore,
e la fonte è 'l favor del viso amato.
E come quel, se manca la rugiada,
perduto il bel de le purpuree fronde
convien ch'in breve spazio a terra cada:
così se rio voler o caso indegno,
i suoi disiri altrui fura e nasconde,
seccasi il fior d'ogni felice ingegno.
15. -- Dello stesso
Il valor vostro, Donna, il cor m'incende,
lega ogni mio disir, m'impiaga il petto;
e l'alma del suo mal sente diletto,
dal ben ch'ella in voi vede, ode e intende.
M'infiamma il divo raggio onde risplende
il chiaro vostro angelico intelletto;
da i novi accenti è avvinto ogni mio affetto,
e da' begli occhi il colpo al cor discende.
E non ha Amor in tutta la sua corte,
m'oda chi vol, sì graziosi sguardi,
sì chiara voce, o sì vivace lume.
Perch'io pur prego lui, ch'ognor più forte
con tal foco, in tai lacci e con tai dardi
mi trafigga, m'annodi e mi consume.
16. -- Dello stesso
O novo esempio de l'eterna luce,
alma gentile, ond'ogni alma più rara
mirando la beltà ch'in te riluce,
del vero amore i veri effetti impara;
se del lume ch'in te dal ciel traluce,
a l'alma mia non sarai punto avara,
spero col raggio di sì altera duce
farmi fiamma di fama al mondo chiara.
Te canteran mie rime in ogni parte
e diran que' ch'avran più vivo ingegno:
qual fu quel foco onde tal lampo uscìo?
Amor promette a te ne le mie carte
nome immortale. O così fosse degno
ne le tue d'aver vita il nome mio!
17. -- Dello stesso
In su le rive del superbo fiume
ch'altrui già die' sepolcro in mezzo l'onde:
ond'altri mutò il crine in verdi fronde,
e altri si vestì di bianche piume;
invaghito del dolce altero lume,
lo qual di cielo in cielo in voi s'infonde,
e con sua luce ogni altra luce asconde,
arse 'l mio cor oltra mortal costume;
poi sendo privo de gli amati rai,
non so dove si chiuse il grande ardore,
come fuoco ch'in cener si ricopra.
Or rivedendo il vostro almo splendore,
l'antica fiamma, chiara più che mai,
convien ch'in riva d'Arno si discopra.
18. -- Dello stesso
Sogni chi vuol di riportar corona
da gli alti gioghi del sacrato monte;
altri s'attuffi nel famoso fonte
che fa più chiaro 'l nome d'Elicona;
sia gloria altrui se la sua lira suona
aver le sacre Muse al cantar pronte;
cinga altrui Febo la felice fronte
de la fronde, che mai non l'abbandona;
altri si vanti che benigna e lieta
stella, a lui rivolgendo il suo splendore,
a questa luce il fece uscir poeta;
il mio Parnaso, il mio perpetuo umore,
le mie Dive, il mio Apollo e 'l mio pianeta,
è 'l valor vostro impresso nel mio core.
19. -- Dello stesso
Donna gentile, i cui beati ardori
del celeste splendore e del mortale,
spargon virtù che mentre i cori assale,
ne l'alme accende mille eterni amori;
se 'l vostro sole interno e 'l bel di fuori,
a voi da me n'han tratto il mio immortale:
e se Amore al mio stile impenna l'ale
da gir portando al Cielo i vostri onori;
se cara sete a me più di me stesso;
s'a voi ne volar tutti i miei sospiri;
se con voi vivo e senza voi son morto;
se mi vedete 'l cor ne gli occhi espresso,
e le mie pene, e i miei caldi disiri,
ben dovreste pensare al mio conforto.
20. -- Dello stesso
Quando, com'Amor vuol, la donna mia,
tra soavi sospiri e dolci accenti,
move la lingua a angelici concenti,
e l'aura del bel petto a l'aere invia;
al suon de la dolcissima armonia
ferman le penne i tempestosi venti;
stanno i giri del ciel taciti e intenti;
e non ch'altri, ma Febo il corso oblìa.
E qual alma mortal la mira e ascolta,
ad ogni uman disìo tutta si toglie
e con tutti i pensieri al cielo aspira.
La mia, che mai da lei non si discioglie,
col vago spirto suo da Amore accolta
a quel si stringe, e 'ntorno a lei s'aggira.
21. -- Dello stesso
Ebbe la favolosa antica etade
chi co 'l tenor di feri e dolci canti
e con novo splender di rea beltade,
allettando affogava i naviganti:
e or donata ci ha l'alta bontade
donna, che con l'ardor de gli occhi santi
e con note d'amor e di pietade,
rende porto e salute a l'alme erranti.
Voi, Donna mia, voi sete alma sirena
voi, voi Tullia gentil, che fido lume
nel mar d'amor porgete e placid'aura.
La vista vostra angelica, serena,
fa ch'in voi l'altrui vita ognor s'allume,
e 'l cantar d'ogni affanno ci restaura.
22. -- Dello stesso
Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro
Orfeo cantare, e tacite ascoltarlo
varie fere e augelli, e seguitarlo
quercia, popolo, abete, olmo e ginebro.
Vista ha 'l gran Po, veduta ha 'l chiaro Tebro,
vede 'l bel Arno, a cui sovente parlo
quel che mi detta l'amoroso tarlo
cantar la donna, ch'io sempre celebro;
ma se colui seguiano e sassi e sterpi,
questa ogni alma più dura e più silvestra
trae dal grave suo incarco, e al ciel la scorge.
Beata voce, che dal cor mi sterpi
ogni vil cura, onde per te s'addestra
l'alma a salir ove per sè non sorge.
23. -- Dello stesso
Donna, a cui 'l santo coro ognor s'aggira
de l'alme Muse e la cui chiara fronte
verdeggia de l'onor del sacro Monte,
ove chi s'erge eterna vita spira:
qual anima gentil v'ascolta e mira
brama far vostre grazie al mondo conte;
poi non trovando rime al cantar pronte
com'è la voglia, duolsi e ne sospira.
Di così bello, raro e alto suggetto,
dal vostro infuori, ogni altro stile è indegno;
quel sol n'è degno e altro non v'arriva.
Io per molto provar, vero disegno
di voi non feci mai; ma dentro 'l petto
ben vi porto scolpita, bella e viva.
24. -- Dello stesso
La sembianza di Dio che 'n noi risplende
di cielo in cielo e c'ha nome beltade
e move Amor, per perigliose strade
de l'orecchie e de gli occhi al cor discende;
perchè dal senso il senso il bello apprende,
e 'n la natura nostra è qualitade
ch'in mortal disiderio il mortal cade,
e così bassa voglia il senso accende.
Ond'è ch'ingombro di piacer terreno
entrando il mal fidato messaggero
fa ne l'alma sentir del suo veleno.
Quinci è che talor cade il mio pensero:
ma voi, ch'avete in man la verga e 'l freno,
ne 'l ridrizzate per erto sentero.
25. -- Dello stesso
Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo
sovente o Donna, e da me stesso sciolto,
al bel vostro splendor tutto rivolto,
l'ali battendo al ciel mi levo a volo.
E lontanato dal terrestre suolo
giungo a l'esempio de l'amato volto,
donde è tutto quel bello in voi raccolto,
che fa 'l mio amor fra gli altri in terra solo.
Deh! vi priegh'io per le bellezze vostre,
Tullia, ch'al bel camin compagna eterna
mi siate, senza mai voltarvi a dietro.
Ch'amor, s'ancor da voi tal grazia impetro,
promette a noi tranquilla pace interna,
e certa gloria a i nomi e a l'alme nostre.
26. -- Dello stesso
Donna, più volte m'ha già detto Amore
che nell'anima vostra i miei pensieri
son tutti espressi così vivi e veri
com'io voi, viva, ho impressa in mezzo 'l core;
e ch'accesi del vostro alto splendore
ne van vostri disir cotanto alteri,
ch'a mortal non convien che da voi speri
altra mercede ch'immortal dolore.
Così dice egli, e io per prova il sento,
che quant'uom più vi serve e più v'adora,
voi del suo mal più vi mostrate vaga;
per tutto ciò d'amarvi io non mi pento:
anzi bramo ch'in me più d'ora in ora
veder possiate quel che più v'appaga.
27. -- Dello stesso
Se ben gli occhi e l'orecchie alcuna volta
vi mostran tale a i miei bassi disiri,
che surgon dal mio core agri sospiri
ond'è ch'al lamentar la lingua è sciolta;
tosto che l'alma in sè stessa raccolta,
a l'alma vostra avvien che si raggiri,
in diletto si cangiano i martiri
e la mia lingua a ringraziar si volta.
Che la pena, che par che sì mi prema
non passa oltra 'l mortal; ma la dolcezza
acqueta i sensi e pasce lo intelletto.
Donna sia benedetta quella asprezza,
ch'anzi 'l chiuder de gli occhi all'ora estrema,
morire insegna al mio terreno affetto.
28. -- Dello stesso
Donna, l'onor de' i cui be' raggi ardenti
m'infiamma 'l core e a ragionar m'invita,
perchè sia nostra penna mal gradita,
l'alto nostro sperar non si sgomenti.
Rabbiosa invidia i velenosi denti
adopra in noi mentre 'l mortal è in vita;
ma sentirem sanarsi ogni ferita
come diam luogo a le future genti.
Vedransi allor questi intelletti foschi
in tenebre sepolti, e 'l nostro onore
viverà chiaro e eterno in ogni parte.
E si vedrà che non i fiumi Toschi,
ma 'l ciel, l'arte, lo studio e 'l santo amore,
dan spirto e vita ai nomi e a le carte.
29. -- Dello stesso
Donna, il cui grazioso e altero aspetto
e 'l parlar pien d'angelica armonia,
scorgon qual alma presso a lor s'invia
a contemplar il ben de l'intelletto;
deh, così amor non mai m'ingombri 'l petto
d'umil disir, nè mai di gelosia
gustiate 'l tosco: e sempre intenta sia
a l'interna beltate il vostro affetto.
Date, vi prego a me vera novella
de l'alma mia che del mio cor uscita,
voi seguendo, è venuta a farsi bella:
che se da voi la misera è sbandita,
ella senza voi stando e io senz'ella,
non ritrovo al mio scampo alcuna aita.
30. -- Dello stesso
Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi
luce che d'alto ardor mio core incendi,
ch'aguagli tua virtù? Se la 've splendi
a superno desio l'anime impiumi?
Come dinanzi a Borea nebbie e fumi,
così di là, dove tu i raggi stendi,
fugge ogni vil pensier, sì ch'a noi rendi
a vita in terra de i celesti numi.
E poi ch'a me non son tuoi lumi scarsi
di quel splendor, che da l'eterno regno
in te disceso, tu fra noi comparti;
di quel ch'ho dentro e fuor non può mostrarsi,
faranno al mondo manifesto segno
l'amarti, il celebrarti e l'onorarti.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Fiamma gentil che da gl'interni lumi_.]
31. -- Di Benedetto Varchi
Quando doveva, ohimè, l'arco e la face,
l'una spenta del tutto e l'altro stanco,
a questo ardito e tormentoso fianco
per suo gran danno e mio, troppo vivace,
non breve tregua pur, ma eterna pace
donar, poi che nel lato destro e manco
per le nevi del capo omai vien bianco
il crin fatto d'argento, che sì spiace;
più che mai fresco e più che mai cocente,
mi saetta lo stral, m'accende il foco
di tal ferite e così caldo ardore,
ch'ogni salute a mio soccorso è poco:
anzi cresce la piaga e fa maggiore
incendio, ch'al suo mal l'alma consente.
32. -- Dello stesso
Donna, che di bellezza e di virtude
e d'ogni alto valor gran tempo in cima,
sola fra tutte l'altre non che prima,
piovete ne' miglior senno e salute;
ben so ch'a dir di voi sarebber mute
le lingue tutte: e qual prosa nè rima
poria cose aguagliar, che poscia o prima
non furon mai, nè saran mai vedute?
Tacciomi dunque fuor gelato e fioco,
per tema di scemar sì chiare lodi,
ma dentro infino al ciel notte e dì grido:
ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco,
gli sguardi, gli atti, le parole e i modi,
che mi donaro a cor gentile e fido.
33. -- Dello stesso
Io non miro giammai cosa nessuna,
o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella,
ch'amor in sorte e mia benigna stella,
da le fasce mi diero e da la cuna.
Ogni nube m'assembra e sole e luna
la mia donna gentil più d'altra bella;
monte o valle non veggio, o poggio, ov'ella
per lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.
L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi,
mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora,
quel viso dopo il qual nulla mi piacque.
U' gli occhi giro, ovunque movo i passi,
nulla non scorgo, o penso, o sento fuora
di lei, che per bearmi in terra nacque.
34. -- Dello stesso
Se di così selvaggio e così duro
legno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada:
chi fia ch'unqua vi miri e poscia vada
di non sempre penar, Donna, securo?
Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e induro
del duol, cui lungo a voi fo larga strada
de la mia pena sola, non pur rada
fra quante sono al mondo e quante furo,
dovrei trovar pietà, ch'asprezza eguale
o più selvaggia e solitaria vita,
non sentì mai e visse alcun mortale.
Fera legge d'amor, sperar aita
del dolor che n'ancide, e del suo male
pascer l'alma, via più che saggia, ardita.
35. -- Dello stesso
Pur non sentir la turba iniqua e fella
così larga al mal dir, come al ben parca,
da lei, che nel mio cuor siede monarca,
non men cortese che leggiadra e bella;
non mio voler seguendo ma mia stella,
parto col corpo sol, che l'alma scarca
de la soma mortal meco non varca,
ma riman seco obediente ancella.
E se quel, che fra me tacito e solo
cantando vo' con più di mille insieme,
per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,
udisse pur un dì l'invido stuolo
ben morria di dolor veggendo vano
tornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.
36. -- Dello stesso
Se da i bassi pensier talor m'involo
e me medesmo in me stesso ritorno;
s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno,
sopra l'ali d'amor poggiando volo:
quest'è sol don di voi, Tullia, al cui solo
lume mi specchio e quanto posso adorno
la 've sempre con voi lieto soggiorno,
da santo e bel disio levato a volo.
E se quel che entro 'l cor ragiono e scrivo,
del vostro alto valor Donna gentile,
ch'avete quanto può bramarsi a pieno
ridir potessi, o beato, anzi Divo
me, per me proprio tutto oscuro e vile
se non quant'ho da voi pregio e sereno.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Quel che mondo d'invidia empie e
di duolo_.]
37. -- Dello stesso
Ninfa, di cui per boschi, o fonti, o prati,
non vide mai più bella alcun pastore
ver di Diana e de le Muse onore,
cui più inchinano sempre i più pregiati:
così siano a Damon men feri i fati
nè gli renda mai Filli il dato core;
e ella arda per lui di santo amore
più ch'altri fosser mai lieti e beati:
com'alma esser non può sì cruda e vile,
la quale essendo veramente amata
non ami un cor gentil già presso a morte.
Dunque s'a dotto no, ma fido stile
credi, ama e non dubbiar, che ben pagata
sarà d'alta mercè tua dolce sorte.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Se 'l ciel sempre sereno e verdi i
prati_.]
38. -- Di Giulio Camillo
Tullia gentile, a le cui tempie intorno
verdeggia avvolta l'onorata fronde,
e la cui voce a l'armonia risponde
di chi fa in Elicon dolce soggiorno;
qualora a voi fo col pensier ritorno
e ritrovo sentenze sì profonde
in sì leggiadro stil, sì mi confonde
novello orror, ch'in me più non soggiorno.
Vostra Musa di me cantando canta
d'uno sterpo silvestro, a cui nemica
stata è natura e 'l ciel, e io no 'l celo.
Ben è la vostra fortunata pianta,
che lieto il Re de' fiumi la nutrica,
e la rinforza il gran Signor di Delo.
39. -- Dello stesso
Poi ch'a la vostra tanto alma beltade,
onde pregiata d'onorate e rare
spoglie di tante elette anime chiare
n'andate altero specchio ad ogni etade;
piace ch'io ancor per le medesme strade
seguir vostre amorose insegne impare;
non siano almen vostre alme luci avare
di quel raggio, ond'io scorgo ogni bontade.
E nel bel petto vostro Amor ispiri
pietà e mercede al mio dolore eguale,
e a gli ardenti intensi miei disiri;
poi se le aggrada il mio destin fatale,
versi in me pur ognor doglie e martiri,
che dolce mi fia sempre ogni altro male.
40. -- Dello stesso
Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno,
quando l'eterno e gran re de le stelle
fece, per fare il fior de l'altre belle,
di voi, Tullia divina, il mondo adorno.
Le grazie tutte e le virtuti intorno
vi fur quasi devote e fide ancelle,
e 'l ciel lasciaro per seguitarvi quelle
in questo nostro umil, basso soggiorno;
però ripiena di celeste ardore,
di gloria accesa e colma di mercede;
vaga di bello e di perpetuo amore:
di grazia albergo e di bellezza erede,
sola fra noi vivete in dolce amore,
del ben del Ciel facendo in terra fede.
41. -- Del Cardinale Ippolito De' Medici
Anima bella, che nel bel tuo lume
divino interno ti rivolgi e giri,
e indi in voce dolcemente spiri
il suon ch'avanza ogni mortal costume;
onde la mia poi d'amorose piume
coverta avien che al ciel volando aspiri,
e nel tuo chiaro raggio aperto miri
com'amor sani, ancida, arda e consume;
deh! se l'alta bellezza e 'l dolce canto
ond'in te stessa sol beata sei:
e s'amor punto mai ti piacque o piace:
prego volgendo in me 'l bel viso santo,
al lungo penar mio dia qualche pace,
e qualche tregua a gli aspri dolor miei
42. -- Dello stesso
Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro,
e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti,
e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti
co 'l riso, ond'io m'incendo e mi scoloro,
son le cagion che per voi vivo e moro,
piango e m'adiro e fo restar contenti
gli spirti afflitti in mezzo i miei lamenti,
e mi par dolce il grave aspro martoro;
non voi sì bella, io non così bramoso;
voi non sì dura, io non sì frale almeno
fossi; non voi d'amor rubella, io servo;
ch'io sperarei nel stato mio gioioso
goder un giorno almen lieto e sereno,
piegando alquanto il core empio e protervo.
43. -- Di Bernardo Molza
Spirto gentil, che riccamente adorno
de i più pregiati e cari don del cielo,
cortesemente nel corporeo velo
con tue virtuti fai lieto soggiorno;
deh! s'amor sempre a te faccia ritorno,
di nove spoglie ornando, al caldo e al gelo,
d'uomini e Dei il tuo onorato stelo,
e cresca il valor tuo di giorno in giorno;
fa che 'l nobile tuo chiaro intelletto,
sempre guardando a la più bella parte
di sè, giammai non si rivolga a terra.
Ch'allor vedrai come natura ed arte,
soavemente in te rinchiude e serra
d'ogni bell'opra il seme e 'l bel perfetto.
44. -- Dello stesso
Se 'l pensier mio, ov'altamente amore,
Tullia gentil, vostra sembianza impresse,
tutto altamente in sè voi tutta espresse
dal piacer vinto, che mi strinse il core;
e tutta or vi risembra e a tutte l'ore,
trasformando pur sempre in quelle stesse
virtù, grazia e beltà, che vi concesse
Dio, ch'in voi tutto intese a farsi onore:
non dovete voi dir ch'io sia deforme,
ch'io son quello che son fatto voi
bello, e non questa rozza e fragil scorza.
E spero ancor, seguendo ognor vostr'orme,
essere appresso Dio 'l secondo poi,
se 'l bello a trarre il bello sempre ha forza.
45. -- Di Ercole Bentivoglio
Poi che lasciando i sette colli e l'acque
del Tebro oscure e le campagne meste,
d'illustrar queste piagge e premer queste
rive del Po col piè Tullia vi piacque;
ogni basso pensier spento in noi giacque,
e un dolce foco, e un bel disio celeste,
quel primo dì ch'a noi gli occhi volgeste,
ne le nostre alme alteramente nacque.
Fortunate sorelle di Fetonte,
ch'udir potranno a le lor ombre liete,
i dotti accenti che vi ispira Euterpe!
Potess'io pur con rime ornate e pronte
com'è 'l disio, dir le virtù ch'avete!
Ma troppo a terra il mio stil basso serpe.
46. -- Dello stesso
Vaghe sorelle, che di treccie bionde
ornò natura e di fattezze conte;
poi la pietà del misero Fetonte
vi volse in duri tronchi e 'n verdi fronde;
or sotto l'ombre tremule e gioconde
vostre sedendo, fo palesi e conte
le gran beltà de la celeste fronte
di Tullia mia, cantando a l'aure e a l'onde.
Così già sotto i vostri ombrosi rami
cantò d'Onfale sua gli occhi e le chiome
il vincitor de' più superbi mostri.
'priego il ciel, che sì v'esalti e v'ami,
ch'eterno sia con voi sempre il bel nome
di Tullia scritto in tutti i tronchi vostri.
47. -- Di Filippo Strozzi
Alma gentile, ove ogni studio pose
natura in darvi a pieno ogni eccellenza,
e fece il ciel quasi restarne senza
per dar a voi quel bel, ch'a ogni altra ascose;
voi fra leggiadre donne e gloriose
elesse sola; e per esperienza
si vede altera andarne oggi Fiorenza
de le belle opre vostre alte e famose.
Ma non solo Arno oggi vi loda e canta,
ma dove ancora l'inesperto auriga
cadde, di voi terrà memoria eterna.
Il Tever lascio, che tenera pianta
vi nutrì, dolce essendo ogni fatiga
a chi co 'l spirto e 'l core in voi s'interna
48. -- Dello stesso
Uscendo 'l spirto mio per seguir voi,
Donna gentile, in voi vera pietade
spinse l'anima vostra a le contrade
ond'egli uscìo, con che vivessi io poi;
tal che 'l splendor, che dite uscir tra noi
di me, è propria vostra qualitade,
concessavi da l'alta e gran bontade,
per sembianza de i chiari raggi suoi.
Dove scorger si puote un dolce inganno
veggendovi in me vaga di voi stessa,
nè v'accorgete ch'io v'appago a punto
Che se mi vi toglieste allora il danno
mortal mio vedreste, e fora espressa
la colpa vostra, send'io a morte giunto.
49. -- Di Alessandro Arrighi
L'aspetto sacro e la bellezza rara,
eguale a cui non ebbe il mondo ancora;
il folgorar de gli occhi ch'innamora
il mondo tutto, e quasi sol lo schiara;
il parlar saggio, onde la via s'impara
di gir al chiaro e uscir dal fosco fora;
e l'alto sangue, lo cui ammira e onora
chiunque adorno è più di stirpe chiara;
i bei costumi, e 'l portamento adorno;
e col dolce cantare il dolce suono
che fan di marmo una persona viva,
fur le cagioni o donna, ch'in quel giorno
stetti a mirare il bello, a udire il buono,
in guisa d'uom che pensi, parli e scriva.
50. -- Dello stesso
Come di dolce più che d'agro parte,
Donna mi feste il dì, ch 'l colpo caro
di voi impiagommi, onde sì ardente e chiaro
foco poscia avampommi a parte a parte,
così men d'agro, che di dolce parte
da me per guiderdon del dono raro;
e giunge a voi per addolcir l'amaro
vostro languir del tutto non che 'n parte;
il foco ch'io dovrei mandarvi ancora
per render merce pari al degno merlo,
meco si sta, nè vuol partirsi un'ora.
Selva chiusa non è, nè campo aperto,
nè giardin culto, o poggio aspro o deserto,
che non sappian com'ei m'arde e divora.
51. -- Dello stesso
S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi,
Donna, ch'io tanto pregio, ed è ben degno;
s'il dissi che mai sempre ira e disdegno
portiate in seno, e sol me stesso annoi;
s'il dissi che 'l mortale eterno muoi
di me non mai giungendo al santo regno;
s'il dissi sia d'amor prigione e segno
de l'acuto suo strale, e preda, poi.
Ma s'io nol dissi chi si dolce aprìo
a me lo cor chiudendovi entro i raggi,
non mai rivolga altronde il lume chiaro.
Io no 'l dissi giammai, nè dir disìo:
vinca 'l ver dunque, e 'l falso a terra caggi,
e 'n dolce amor ritorni l'odio amaro.
52. -- Dello stesso
S'un medesimo stral duo petti aprìo:
s'arse due cor d'amor un foco santo:
se nascendo 'l piacer morì cotanto
martir, che l'uno e l'altro già sentìo,
Donna, e s'insomma nudrì ambo un disio,
ond'è ch'in me del dir vostro altrettanto
non rivolgete sì, ch'io mi dia vanto
d'esser d'uom fatto un'immortale Dio?
Forse sì come sempre ebbi nimica
la stella a i miei disir, così avien ora
ch'io non goda e non sorti una tale brama.
O pur ch'ad alma sì saggia e pudica
parlar di me basso suggetto fora:
come che sia il bel vostro a sè mi chiama.
53. -- Di Benedetto Arrighi
Voi che volgete il vostro alto disio
a la chiara virtù, donde si coglie
quelle onorate, sacre, sante spoglie,
di che va altera e Calliope e Clio;
voi che schernite al tempo quell'oblio,
che la fama immortale al nome toglie,
colpa e vergogna de l'umane voglie,
che non son come voi rivolte a Dio;
voi sol vi sete fabricato un tempio
di glorie tal, che gli onori e trofei
non pon lasciar di lui più chiaro esempio;
deh! così potess'io com'io vorrei
le virtuti cantar, ch'in voi contemplo
memoria eterna a gli uomini e a li Dei.
54. -- Dello stesso
Alma gentile che già foste al paro
de l'alta e gran colonna, oggi si mostra
in voi tutto l'onor de l'età nostra;
in voi lo stil più che 'l suo dolce e caro;
al vostro stil, dov'io ch'al mondo imparo
a riverir la chiara virtù vostra,
ch'oggi solinga l'universo giostra
non trovando di lei pregio più chiaro;
sì come un picciol lume alta chiarezza
vince, così con vostre lodi sole
lei vincete in virtute e in bellezza;
l'alto motor come 'l ciel ornar vole
la terra, piacque a sua reale altezza
far Vittoria una Luna e Tullia un Sole.
[V. 14 Vittoria Colonna.]
55. -- Di Lattanzio De' Benucci
Se per lodarvi e dir quanto s'onora
di voi natura e 'l ciel, Tullia gentile,
fosse eguale al soggetto in me lo stile,
e 'l saper pari a l'alta voglia ancora;
forse non tanto il secol nostro indora
vostra virtute, e non dal Gange al Tile
fate voi co' i begli occhi eterno aprile,
quant'io n'avrei grazie e favori ognora.
Non può ingegno mortal tante divine
virtù ritrar; nè può basso disìo
scolpir parti sì eccelse e pellegrine,
che 'n voi il valor del vago petto e pio
avanza ogni pensier, passa ogni fine,
non che l'aguagli altrui parlare, o mio.
56. -- Dello stesso
O fiumicel se 'l più cocente ardore
estivo il lento tuo correr affrena,
e la tua profonda umile arena
incende e fa restar priva d'umore;
ecco a le rive tue novo splendore
che l'aer d'ogni intorno rasserena:
di colei, che cantando in dolce vena
a le nove sorelle aggiunge onore.
Onde il vecchio Arno ormai d'invidia pieno
lascia l'usato corso e a te rivolto,
quivi perde le chiare e lucid'onde;
godi, or che vedi entro il tuo ricco seno
la imagin bella del leggiadro volto:
e Tullia odi sonar ambe le sponde.
57. -- Dello stesso
Deh, non volgete altrove il dotto stile
altera donna, ch'a voi stessa, poi
che scorge il mondo esser accolto in voi
quant'ha del pellegrino e del gentile.
Appo questo suggetto incolto e vile
divien qual più pregiato oggi è tra noi;
e co 'l splender de' vivi raggi suoi
chiaro si mostra ognor da Battro a Tile.
Voi dunque di voi sola alzare il nome
dovete, poi ch'a sì pregiato segno
giunger non puote il più purgato inchiostro.
Quindi vedrassi apertamente come
non è di lode altri di voi più degno,
nè stil che giunga al dolce cantar vostro.
58. -- Di Latino Giovenale
Vide già la famosa antica etade
nel palazzo reale alto di Roma
donna empia sì, che fe' del carro soma
al padre anciso, e spense ogni pietade.
Vede or donna real di tal beltade
la nostra, e Roma, e da colei si noma;
che chi mira i begli occhi e l'aurea chioma
di piacer, d'amor empie e d'umiltade.
Questa sol per mio ben, per mio sostegno
al mio imperfetto, a la fortuna avversa
diede natura, e 'l ciel cortese e largo.
O gloria de le donne, o ricco pegno
d'onor, d'ogni virtù ch'oggi è dispersa:
deh! perchè non ho io gli occhi ch'ebbe Argo?
59. -- Di Ludovico Martelli
Voi, che lieti pascete ad Arno intorno
il vostro gregge fra leggiadri fiori,
godete, poi che da i superni cori
discesa è Tullia a far con voi soggiorno
sforzisi ognun co 'l crin d'alloro adorno
gli altari empir de i più soavi odori;
che per costei vostri tanti alti onori
faranno ancor a voi degno ritorno.
Quest'è la vaga pastorella, ch'ebbe
fra i più degni pastor del Tebro il vanto;
del cui partir restar sì afflitti e mesti;
e poi che per voi sol non le rincrebbe
lasciar le rive ove fu in pregio tanto,
siate a cantarla e a riverirla presti.
60. -- Di Simone Dalla Volta
Tullia, mostrò (?), miracolo, Sibilla,
di cui si maraviglia il mondo e gode:
mar di saver, che non ha fondo o prode,
e mena l'onda sua lieta e tranquilla.
Da cui sì dolce umor, sì chiaro stilla
di virtù vera ch'oggi rado s'ode:
cui non guasta fortuna, o 'l tempo rode;
men che quelle di Saffo e di Camilla.
Ma che dico io? Il vostro alto valore
non si può comparare a cosa alcuna:
perchè non che 'l poter, passa il disio.
Chi vuol vivo vedere in terra amore,
divin, pien di virtù, miri quest'una,
vera amica de gli angioli e di Dio.
61. -- Di Camillo Da Monte Varchi
Mosso da l'alta vostra chiara fama,
di cui per tutto il mondo il grido suona,
vengo cantarvi anch'io Tullia Aragona,
cui chi più sa, più sempre ammira e ama.
E s'adempir potessi ardente brama
di salir l'alto monte d'Elicona,
qual voi n'arrecherei degna corona,
ch'al ciel vi porta, che vi aspetta e chiama.
Or voi più d'altra saggia e più gentile,
degnate di pigliar quanto vi porge
un ch'a voi consacrato ha ingegno e stile.
Ben so, vostra mercè, ch'altera e vile
alma tanto non è, che quando scorge
d'essere amata non divenga umile.
62. -- Di Claudio Tolomei
Quando la Tullia mia che vien dal cielo,
che d'altronde non può sì bella cosa,
umilemente altera e disdegnosa,
toglie al mondo 'l suo sol con un bel velo;
allora agghiaccia 'l fuoco ed arde 'l gelo,
e Amor tremando l'armi in terra posa,
vertù si fugge e cortesia sta ascosa,
e spegnesi ogni ardente onesto zelo.
Ma s'avvien poi che a le tranquille ciglia
ridendo levi il velo, allor più incende
il foco e 'l ghiaccio è freddo in ogni parte;
virtù ritorna e Amor l'armi riprende
ch'ella governa, e non è meraviglia
ciò che può far 'l ciel, natura ed arte.
[Sta nel: _Libro quarto delle rime di diversi eccellentissimi autori
nella lingua volgare nuovamente raccolte_. In Bologna, presso
A. Ciccarelli 1551, pag. 217.]
63. -- Di Antonio Grazzini (_Lasca_)
Se 'l vostro alto valor, Donna gentile,
esser lodato pur dovesse in parte,
uopo sarebbe al fin vergar le carte
col vostro altero e glorioso stile.
Dunque voi sola a voi stessa simile,
a cui s'inchina la natura e l'arte,
fate di voi cantando in ogni parte
Tullia, Tullia, suonar da Gange a Tile.
Si vedrem poi di gioia e maraviglia
e di gloria e d'onore il mondo pieno,
drizzare al vostro nome altare e tempï;
cosa che mai con l'ardenti sue ciglia
non vide il sol rotando il ciel sereno,
o ne' gli antichi o ne' moderni tempi.
64. -- Di Nicolò Martelli
Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino
d'eloquenza immortale alta e profonda,
la vostra al nome egual gli vien seconda
Tullia di sangue illustre e pellegrino;
il cui spirto reale almo e divino,
sovra l'uso mortal di grazie abonda,
in guisa tal che l'onorata sponda
De l'Arbia, infino al ciel tocca il confino.
E 'l bel chiaro Arno ora di voi s'onora,
l'antico fuor traendo umido crine,
forma con l'acque in suon cotai parole:
qual luce e questa o beltà senza fine,
che col sommo valor le rive infiora
al gel, come d'april nel mezzo il sole?
65. -- Di Ugolino Martelli
Se bella voi così le Grazie fero,
che pari al mondo non fu mai nè fia;
e se le muse con pietà natìa
il dolcissimo latte ancor vi diero:
qual piena voce e qual giudicio intero,
il valor giunto a somma leggiadria,
e scorgere e cantar sì ben potria,
ch'almen di lungo ne apparisse il vero?
Questi che vostri sono alteri onori,
e fanno altrui veracemente adorno,
scemar non può fortuna aspra e nimica.
E questa spero che di giorno in giorno
averete con doti assai maggiori,
di fosca e trista, omai lieta e aprica.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Più volte, Ugolin mio, mossi il
pensiero _.]
66. -- Dello stesso
Se lodando di voi quel che palese
di fuor si mostra a le più strane genti,
rare bellezze e disusati accenti,
degne parole a ciò mi son contese:
com' esser vi potrà larga e cortese
la lingua a dir, che non tema o paventi
di tante ascoste in voi virtuti ardenti,
Tullia, ch'amor divino al cor v'accese?
Bontà, senno, valor e cortesia,
con l'altre mille insieme in voi cosparte,
rozzamente contar forse potria;
ma come rara e eccellente sia
ciascuna d'esse in voi, con mille carte
Mantova e Smirna a dir non basteria.
[V. 11. _Rozzamente cantar forse patria_.]
67. -- Di Simone Porzio
Or qual penna d'ingegno m'assecura
di poter appressarmi al gran valore
di quella che di pregio alto e d'onore,
ornarmi con sue rime ha tanta cura?
La debil pianta, mia da sè non dura,
e se prende crescendo alcun vigore,
nutrita è dal fecondo vostro umore,
che tal frutto non vien d'altra coltura.
Ma se di quella vostra le semente
sempre mi trovo al petto, nè più spero
sentir d'essa giammai cosa più degna,
scorgete adunque col giudicio interno
che tutte l'altre voghe in me son spente,
e vive quel ch'amor di voi m'insegna.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]
LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANO
ALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA
I.
MOPSO
Mopso, _solo_.
Canti chi vuol le sanguinose imprese
del fiero Marte, e d'onorati allori
cinto le tempie a suon di chiara tromba
desti i bianchi destrier, ch'in Campidoglio
han da condur i purpurei trionfi;
a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto,
basta parlar tra le fontane e i boschi
de gli onori di Pan; e che la fronte
m'ornin le Ninfe d'edere e di mirti,
mentre ch'al suon de le incerate canne
fo risonar quella virtù che move
dal vivo ardor de i lor splendenti lumi.
E or darà al mio dir ampio suggetto
l'amor del pastor Mopso; di quel Mopso
lo qual sacrato ha infin da i teneri anni
i sensi e l'alma al tempio di Parnaso.
Il buon pastor, cercando le pendici
de i santi gioghi, ha con novella cura
novo oggetto trovato ai suoi pensieri;
nova materia ha data a le sue rime:
che l'interno splendore e 'l chiaro viso
de la bella Tirrenia il petto ingombro
gli ha sì del suo piacer, che la sua lingua
d'altro non sa parlar, nè può, nè vuole
che di lei, ch'or gli siede in mezzo l'alma.
Ei non potendo un di 'l soverchio ardore
chiuder dentro al suo cor, in tali accenti
la strada aperse a la vivace fiamma.
MOPSO. Bella Tirrenia mia, che di bellezza
avanzi i più bei fior di primavera,
morbida più che tenera vitella,
ch'ancor non ha gustato erba nè fonte;
e delicata più ch'i bianchi velli
di non tonduto pargoletto agnello;
e più schiva d'amor e più fugace
ch'innanzi a cacciator timida cerva:
odi, bella Tirrenia: a queste ombrette
meco t'assidi, e i miei sospiri ascolta.
Era ne la stagion ch'i verdi prati
d'ogni intorno fiorian; fiorian le rose,
e cantavan gli augei tra i novi fiori,
quando prima ti vidi; e come prima
ti vidi, così ratto al cor mi corse,
mosso da la virtù de' tuoi bei lumi,
con gelato timor caldo disio.
Da quel dí innanzi entro 'l mio petto chiuso
ho continuo portato il foco e 'l ghiaccio.
E già due volte le campagne aperte
visto han d'intorno biondeggiar le spighe:
e due volte han veduto i salci e gli olmi
le non lor uve su per li lor rami
quai d'oro divenir, e quai vermiglie:
e tu nel duro cor, ghiaccio nè foco
crudel non senti, e non senti pietade.
Sappi, ninfa gentil, che dal suo giro
Venere bella per ciascuna parte
rimira aperte l'opre de' mortali;
e qual pastor, qual satiro e qual ninfa,
contra chi l'ama è disdegnosa e schiva,
la santa Dea ne sente altero sdegno,
e dimostrar ne suole agre vendette,
arder facendo i lor gelati cori
d'amor di tal, che gli disprezza e fugge.
Che doglia, che tormento, alma mia cara,
credi che sia l'amar chi te non prezza?
O tolga Dio, ch'in così amaro stato
i' ti vegga giammai; Tirrenia intendi:
non voler contra te l'ira de' Dei
mover sì leggiermente: ama chi t'ama.
Ama il tuo Mopso, il quale lode immortali
va cantando di te mattina e sera;
e va segnando intorno i sassi e i tronchi
del nome tuo per farti eterna e chiara.
Ama 'l tuo Mopso, il qual e giorno e notte,
o vegghi, o dorma, di te pensa e sogna:
te rimira, te cerca e te disia.
Braman le pecchie gli odorati fiori:
le molli gregge i rugiadosi paschi;
brama 'l cervo assetato i chiari fonti;
e te, Tirrenia, l'infiammato Mopso.
Mostra, ninfa gentil, il bel sereno
de la lucida tua tranquilla fronte;
de la cui vista l'aere e 'l ciel d'intorno
d'ogni parte s'allegra e si rischiara.
Rivolgi a me i begli occhi: o occhi belli,
occhi leggiadri, occhi amorosi e cari;
più che le stelle belli e più che 'l sole:
e a me cari più che armenti e gregge:
più che la vita cari e più che l'alma.
Occhi miei belli e cari, il chiaro lume
volgete a me benigni: e non vi annoi,
ch'arda del vostro ardor: e non v'incresca
mirar talor com'io mi struggo e ardo.
Oh ti fosse, Tirrenia, un giorno a grado
di fermar così presso e così fisso
que' tuoi begli occhi dentr'a gli occhi miei,
ch'ogniun di noi facendo a l'altro specchio,
con gli occhi suoi vedesse ne gli altri occhi
il suo stesso ritratto e l'alma altrui.
Volgi a me gli occhi: volgi gli occhi e volgi
il chiaro viso e le polite guance,
le molli guance ad ogni aura tremanti,
che fan tremar in me l'anima e i sensi
di diletto, di voglia e di dolcezza.
Ma qual'è quel diletto e quella voglia?
Qual la dolcezza che sentir mi face
il veder e l'udir le dolci labbra?
Quelle labbra amorose, dolci e care,
or dolcemente chiuse, or dolce aperte,
spirar per gli occhi e per l'orecchie mie
a l'alma mia dolcissimo veleno?
O misti insieme fior vermigli e bianchi:
o sparso tra be' fior soave odore:
o bramose mie labbra: o spirto ardente:
o anima mia accesa: e qual desire
tutto m'infiamma? E qual'è quel conforto
che mi promette il bel, che s'ode e vede?
Apri, Tirrenia, le rosate porte:
mostra, Tirrenia, i candidi ligustri:
spargi, Tirrenia, in graziosi accenti
l'ambrosia e 'l mel de l'amorosa lingua.
Di', Tirrenia, una volta: te solo amo,
al fedel Mopso tuo, che te sola ama.
Dillo, Tirrenia, e scopri il caro seno,
apri 'l giardin d'amor, dimostra al sole
i dolci pomi e gli odorati gigli.
Leva, Tirrenia, l'inimico velo
ch'a te'l tuo bel, a me 'l mio ben nasconde.
Invido avaro velo: avara mano,
crudo velo; man cruda e crudo core,
che tanto bene a gli occhi miei contendi.
Ninfa crudele, e perché con tant'arte
sì fieramente a' miei desir contrasti?
Ninfa crudele infin a gli occhi miei,
a gli occhi miei, crudele, hai posto 'l freno.
Deh, leva 'l velo omai, levane i nodi;
leva la crudeltà del natio petto:
lascia andar gli occhi vaghi al lor diporto
tra i diletti di Flora e di Pomona,
là ve vaga beltà, bella vaghezza
movon d'intorno le purpuree penne,
e fan festa ad Amor, che la sua fede
ha locata tra 'l bel de i cari pomi.
Man bella, cara man disciogli il laccio,
allarga il velo, o mano: a la man mia
sii cortese man cara: a la mia sete
porgi alcun refrigerio poi ch'invano
prego 'l petto crudel, e 'nvano aspiro
a la beltà de le purpuree gote,
invano al bel de le rosate labbra.
Ninfa bella e crudele, in cui combatte
bellezza e crudeltà, come non hai
qualche pietà di me? Le selve e gli antri
piangono al pianto mio; meco si lagna
eco non men del mio che del suo duolo:
e sovente gli augei su per li rami
muti si fanno a le mie doglie intenti:
e le gregge rivolte a i miei sospiri,
i paschi e i fonti mandano in oblio.
E tu sola se' nuda di pietade.
Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia
raccogli quel, che con le braccia aperte
disioso t'aspetta; e nel tuo grembo
ricevi lieta l'infocato amante;
stringi 'l bramoso amante, e strette aggiungi
le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto
suggi de l'alma amata, e del tuo spirto
il vivo fiore ispira a le sue brame.
Giungansi insieme gli amorosi petti:
premer si sentan le vezzose poppe,
le belle poppe delicate e sode,
dal petto ad amor sacro e sacro a Febo,
non si ritengan più celate o chiuse;
le belle membra tue morbide e bianche
più che 'l cacio novello e più che 'l latte,
ad amor le consacra: e al tuo amante
qual vite ad olmo avviticchiata e stretta,
con lui cogli d'amore i dolci frutti.
II.
IL SOLE
Mopso, solo.
Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora
il pianeta maggior nell'oriente,
inargentando i nuviletti d'oro:
quand'io, ch'avea col fischio e con la verga
scorta mia greggia a i rugiadosi paschi,
posto a seder sott'una antica quercia,
notava intento il dilettevol suono,
che d'intorno facean le pecorelle
tondendo il verde de l'erboso suolo.
Ed ecco l'armonia d'una zampogna
sonar non lunge. Io da le dolci note
tratto, e lasciando il mio maggior pensiero,
in piè risorto, cheto, passo passo,
ver là mi mossi, e vidi a piè d'un faggio
sedersi un solo. E quanto gli occhi miei
scorger potero in quella incerta luce
mi parve Mopso; Mopso a cui le selve
son testimonie quanto a l'alme Muse,
e quanto ei sia ad Amor fedele amico.
E quale in pria mi parve, tal la voce
e 'l chiaro giorno poi mostrolmi aperto.
Quivi vago d'udir suoi dolci accenti
dietro una macchia stretto mi raccolsi.
E egli omai spuntando il primo raggio
del novo giorno, al dir la lingua mosse,
accompagnando il suon con tai parole:
MOPSO. Sorgi omai chiaro sole, e 'l ciel aprendo
l'aer rischiara; e 'l mare intorno imbianca;
la terra alluma; e 'l desiato giorno
riporta a gli animali e ai pastori.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Se non hai sole e se colei non ave
cosa simil, ben posso dir di voi,
che tu se' a lei, ed ella a te simile.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Solo se' sol, ch'in tutti gli alti giri
lume non è ch'al tuo lume s'aguagli,
nè lassù fuoco v'ha che t'assimigli.
E sola è sol in acque, in selve e in monti:
la bella ninfa mia, ch'è così sola,
che beltà non si mira a lei sembiante.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Quando cinto di raggi il capo biondo
a noi ti mostri, fugge d'ogni intorno
la cieca notte da l'ombrosa terra:
e s'allegrano in piani, in poggi e in boschi
le solitarie fiere, i vaghi augelli,
e con gli armenti, pecore e bifolchi.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E quando 'l lampeggiar del divo lume
a me si scopre, del mio tristo core
si scuote intorno il tenebroso velo:
gioiscon gli occhi miei: l'anima mia
tutta s'allegra e seco i miei pensieri;
e meco gode il mio cornuto armento.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Poi come le montagne d'occidente
ingombran la tua luce, e tu t'invii
al tuo riposo là nei bassi liti,
la fosca notte entro a l'oscuro manto
involve 'l cielo, e involve gli animali,
tenendo il mondo in tenebre sepolto.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E come del mio sol l'amata vista
da me si parte, al dipartir di lei
a me in un punto ogni mia luce è tolta.
Il giorno mio sen va verso l'occaso
e son sepolti in tenebrosa notte
i miei pensier, il cor, l'animo e l'alma.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Da che tolta è dal ciel tua ardente fiamma,
perché 'l superno chiostro intorno splenda
di mille ardori, non però ritorna
il giorno al mondo infin che non ritorni
tu, la cui luce ogni altra luce asconde.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E da ch'io de' begli occhi ho gli occhi privi
perché da mille belle e vaghe ninfe
cinto mi vegga, non però s'aggiorna
dentro al mio cor fin che colei non riede,
il cui bel lume ogni altro lume adombra.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Qualor avvien ch'a la tua accesa face
occhio mortal s'arrischi alzar i rai
per ritrar forse l'alma tua figura,
la soverchia virtù del tuo splendore
sì l'abbarbaglia, che smarrito e vinto
ad ogni aspetto uman si trova infermo.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E io qualor a la mia ardente lampa
mi riprovo d'alzar gli occhi e la mente,
per farne poi ne i tronchi alcun disegno,
il divo onor del rilucente oggetto
sì mi confonde, che perduti i sensi
non sento quel, che di me stesso io senta.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Poi quando più 'l tuo lume s'avvicina
al mondo nostro, occhio del mondo eterno,
e più drizzi i tuoi raggi sopra noi,
arde la terra, e arde ogni vivente;
e de la sete per colli e per piani
mancar si veggon gli alberi e l'erbette.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E quando a me 'l mio amato sol s'appressa
(il sol ch'è solo il sol de la mia vita)
e fiammeggiando in me 'l suo lampo vibra,
arde in me 'l cor, ardon miei accesi spirti,
e 'n me s'infiamma un sì caldo disire
ch'a me stesso mi sento venir manco.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Tu con la tua virtù non solo allumi,
non solo incendi quel che fuor si scorge,
ma dove umana vista non discende,
dentro passando, fai pregno il terreno
di tal semenza ch'i terrestri germi
producon d'ogni intorno e fronde e fiori,
onde si veston le campagne e i poggi.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E la virtù di lei non sol rischiara,
non sol infiamma la mortal mia scorza,
ma dove altro non passa che 'l suo sguardo,
in me varcando, in me fa tal radice
che poi germoglia in graziosa pianta,
in cui fiorendo i miei gentil concetti
fanno 'l mio col suo nome eterno adorni.
Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio?
sì son col core al mio bel sole intento
ch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo,
e pur or sommi accorto ch'è tant'alto
sorto 'l sol del mio sol sola sembianza.
Oh così fosse ai miei bramosi lumi
sorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondo
non (lasso) a me, ch'a me non luce il sole,
non s'apre il giorno a me se non si scopre
colei, ch'è sola il sol de l'alma mia.
Oh me infelice sovra ogni vivente!
Sa l'universo, sanno gli elementi,
san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi,
san le fiere e gli augelli, e san le gregge
che da tornare ha il sole e 'l giorno e quando;
e sol io solo senza sole e senza
alcun lume, di giorno in cieca notte
vo brancolando: e non so quando o come
mi ritorni a veder l'amato raggio.
Ahi, lasso me dolente: or fosse almeno
la notte mia tal notte, qual'è quella
ch'al cader del suo sole al mondo sorge,
ch'in quella dolce notte in ogni verso
si posa in pace! Rive, prati e poggi
valli, monti, campagne, selve e fonti
han dolce requie, e i miseri mortali
quetan le stanche membra e ogni affanno,
ogni fatica, mandano in oblio.
Ma non è tal la mia, che cieco e solo
vo intorno errando. E non han pace o tregua
gli occhi miei, non i piedi e non la lingua;
no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri.
E s'alcun è che turbi l'altrui pace,
io son quel desso; che son sol colui
che col continuo suon de' miei lamenti
ho già stancate le campagne e i colli.
Almo mio caro sol, sarà giammai
ch'io ti rivegga un giorno, un giorno intero?
Un giorno che giammai non giunga a sera,
e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?
Ahi, lasso me: perché, perché non lice
mostrar aperto il cor? perché disdetto
m'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo?
Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?
Cotai parole, e altre sospirando
e lagrimando, il doloroso Mopso
spargeva a l'aura; e io che senza scorta
lasciata avea la greggia e tuttavia
sentia montando il sol montar il caldo,
lui lasciai pur dolersi: il dolce canto
fra me stesso membrando, e 'l petto pieno
non di minor pietà che di dolcezza.