Item lasso a Santo Agostino un mezo scudo di cera ogni anno per ardere il dì de' morti a la mia sepoltura la quale se non serrà arsa alla mia sepoltura da i frati non sia obligato l'herede a darla più. Item lasso che ogni anno si dia mezo scudo per far dir la messa di San Gregorio per l'anima mia. Item lasso a mastro Panuntio medico una veste di rascia negra da medico che gli sia fatta nuova.

Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione et causa de universale institutione con patto et conditione che detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede (che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556.

Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie, semplicemente.

Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et instituire se puote esecutori di questo mio testamento il Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano.

Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia, et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_.

[46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.)

[47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate.

[48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in fine della scena VII dell'atto III leggesi:

LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo di lei e di più elevato spirito

BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario dite tanto ben di lei?

LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e altre?

Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua donna, anch'essa cortigiana

lodata ancor non sia
con dolce stile e soave armonia,

dice che

celebrar si sente ognora
con gloria alta e divina
e Tullia e Totta e Fioretta e Nannina
che, bench'elle sieno oggi al mondo rare,
non si ponno agguagliare
alla Cecca gentil che m'innamora.

[49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum. (_Eccl_. VII, 21).

[50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano, Silvestri, 1857, vol. I.

[51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg.

[52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui pregi del Petrarca.

[53] Vedi nota a pag. 29.

[54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F. Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879.

[55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli).

[56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista Melchior Sessa, 1560, in-4.

[57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341.

[58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag. 193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.= _Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna, Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865.

[59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave:

Ma de l'ostier l'innamorata figlia
non potendo frenar l'accesa voglia,
ch'ognun dorma per casa il tempo piglia
e poi d'ogni timor lieta si spoglia:
disiando il camin di molte miglia,
non pensa che 'l Meschin se ne distoglia:
ponglisi a canto ignuda, e gli si accosta
nè fu pari a la voglia la risposta.

Sveglia messer Brandisio, e fagli offerta
de la da lui già ricusata preda,
de la qual poi che 'l francioso s'accerta
non sa s'ancor ben chiaramente creda
s'ei non esce a battaglia più aperta
dicendo: E basta che mi si conceda,
ridendo seco, e franco s'appresenta
di sorta tal che la mandò contenta.

[60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore.

E poi la sera volse ch'egli andasse
a cena seco e fu sopra un tappeto
disteso in terra, e tal fu la sua asse;
ma quel lussurioso ed indiscreto
senza aspettar che più 'l Meschin cenasse,
per mano il piglia e con atto inquieto
lo sfrenato desir gli fa palese
onde 'l Meschin di collera s'accese.

Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero, vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va continuamente a trovarlo ove spesso

. . . . . abbraccia al Meschin suo la gola
ma ben che freddamente fosse centa
da lui nel mezzo con le braccia, fece
quel che stimar si può, ma dir non lece.

E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce gravida.

[61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna, Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del _Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia 1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de' Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto.

RIME DI TULLIA D'ARAGONA

A DONNA ELEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIRENZE

***

TULLIA D'ARAGONA

Io so bene nobilissima e virtuosissima Signora Duchessa, che quanto la bassezza della condizion mia è men degna della altezza di quella di V. Eccell. tanto la rozzezza de' componimenti miei è minore dello ingegno e giudicio suo; e per questa cagione, sono stata in dubbio gran tempo se io dovessi indirizzare a così grande e così onorato nome quanto è quello di V. Eccell., così picciola e così ignobile fatica, come è quella de' sonetti composti da me più tosto per fuggir l'ozio molte volte, o per non parer scortese a quelli che i loro mi aveano indirizzati, che per credenza di doverne acquistar fama o pregio alcuno appresso le genti. Ma desiderando io di mostrare in qualche modo qualche parte della devotissima servitù mia verso V. Eccell. per gli obblighi che le ho molti e grandissimi sì a lei, e sì a quella dello invitto e gloriosissimo consorte suo, presi ardimento, e mi risolsi finalmente di non mancare a me medesima, ricordandomi che i componimenti di tutti gli scrittori hanno in tutte le lingue, e massimamente quegli de' poeti, avuto sempre cotal grazia e preminenza, che niuno quantunque grande, non solo non gli ha rifiutati mai, ma sempre tenuti carissimi. Perchè io ancorchè, come ho detto, conosca benissimo così l'altezza dello stato suo, come la bassezza della condizione mia, presento umilmente con devotissimo cuore queste mie poche, basse e picciole fatiche, alle moltissime, grandissime e altissime virtù di lei, pregandola con tutto l'animo non al dono voglia nè a chi dona, ma a sè medesima riguardare.




I. -- Al Duca di Firenze

Se gli antichi pastor di rose e fiori
sparsero i tempii, e vaporar gli altari
d'incenso a Pan, sol perchè dolci e cari
avea fatto a le Ninfe i loro amori:

quai fior degg'io Signor, quai deggio odori,
sparger al nome vostro, che sian pari
a i merti vostri, e tante, e così rari,
ch'ognor spargete in me grazie e favori?

Nessun per certo tempio, altare, o dono
trovar si può di così gran valore,
ch'a vostra alta bontà sia pregio eguale.

Sia dunque il petto vostro, u' tutte sono
le virtù, tempio; altare, il saggio core;
Vittima, l'alma mia, se tanto vale.

[V. 7 B. pari.; D. cari.]



II. -- Allo stesso
_(Cod. Magliabecchiano, II, I, IV)._

Se gli antichi pastor di rose e fiori
sparsero i tempii, e vaporar gl'altari
di maschi incensi a Vener, poichè cari
fece e dolci alle Ninfe i loro amori:

a voi, che sceso dai più nobil cori
degl'angiol sete, e ch'ai desiri miei cari
rendete i favor, quai più rari
fiori offrirò io? quai grati odori?

Veramente non tempio, altare, o dono
trovar si può di tal pregio e valore,
ch'a vostra cortesia sia merto uguale;

fuor che fia 'l petto vostro il tempio, u' sono
alti pensieri; e 'l saggio vostro core
fia altar; vittima, l'alma mia immortale,

[V. 6. Nel mss. leggesi: _miei o cari_.]

III. -- Allo stesso

Signor, pregio e onor di questa etade,
cui tutte le virtù compagne fersi,
che con tante bell'opre e sì diversi
effetti gite al ciel per mille strade:

quai fien, che possan mai tante, e si rade
doti vostre cantar prose, nè versi?
In voi solo (e son parca) può vedersi
giunta a sommo valor, somma bontade.

Voi saggio, voi clemente, voi cortese;
onde nel primo fior de' più verd'anni
vi fu dato da Dio sì grande impero,

per ristorar tutti gli andati danni:
e, con potere eguale al bel pensero,
por sempiterno fine a tante offese.

[V. 7 B. sol, - 13 pensiero.]

IV. -- Allo stesso

Signor d'ogni valor più d'altro adorno:
Duce fra tutti i Duci altero e solo:
Cosmo, di cui dall'uno all'altro polo,
e donde parte, e donde torna il giorno,

non vede pari il sol girando intorno:
me, che quanto più so v'onoro, e colo,
prendete in grado, e scemate il gran duolo
de l'altrui ingiusto oltraggio, e indegno scorno.

Nè vi dispiaccia, ch'el mio oscuro e vile
cantar, cerchi talor d'acquistar fama
a voi più ch'altro chiaro, e più gentile;

non guardate Signor, quanto lo stile
vi toglie (ohimè) ma quel che darvi brama
il cor, ch'a vostra altezza inchina umile.

[V. 9 D. scuro.]

V. -- Allo stesso

Nuovo Numa Toscan, che le chiar'onde
del tuo bel fiume inalzi a quegli onori
ch'ebbe già il Tebro; e le stelle migliori
girano tutte al gran valor seconde;

le tue virtuti a null'altre seconde,
alto suggetto a i più famosi cori,
da l'Arbia, ond'oggi ogni bell'alma è fuori,
mi trasser d'Arno a le felici sponde.

E al primo disio, nuovo disire,
m'accende ognor la tua bontà natìa:
tal che miglior non spero, o bramo albergo.

Così potessi un dì farmi sentire
cortese no, ma grata con la mia
zampogna, ch'a te sol, bench'indegna, ergo.

[V. 1 E. Novo; chiare.]
[2 innalzi a quegl'onori.]
[6 ai.]
[7 Dall'; infiori.]
[9 novo.]
[11 talchè.]
[12 potess'io.]
[14 che a te.]
[È inserito anche nei _Componimenti poetici delle più illustri
rimatrici_ raccolti da LUISA BERGALLI. Parte prima, che contiene le
rimatrici antiche fino all'anno 1573. In Venezia 1726, appresso
Antonio Mora, _con licenza de' superiori e privilegio_, pag. 110.]

VI. -- Allo stesso
_(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

Almo Pastor, che godi alle chiar'onde
del più bel fiume che Toscana onori,
cui s'aggiran le grazie e i santi amori,
lieti spargendo intorno fiori e fronde:

le tue virtuti a null'altro seconde,
alto soggetto a più gentil pastore,
da i colli ornati già di mille allori,
mi volser con mie gregge a le tue sponde.

E al primo mio disir, nuovo disire,
aggiunto ha dentr'al cor tua cortesia,
che in le tue piagge eterno sia 'l mio albergo;

e vorrei bel almen farmi sentire
grata al tener della zampogna mia,
ma a dir el ver tant'alto el suon non ergo.

VII. -- Allo stesso

Signor, che con pietate alta e consiglio,
(onde tanto più ch'altro al mondo vali)
venisti a medicar gli antichi mali,
del fiorito per te purpureo giglio;

io che scampata da crudele artiglio,
provo gli acerbi e ingiuriosi strali
quanto sian di fortuna aspri e mortali,
a te rifuggo in sì grave periglio;

e solo chieggo umil, che come l'alma
secura vive omai ne la tua corte,
da la vicina e minacciata morte,

così la tua mercè di ben n'apporte
tanto, che l'altra mia povera salma
libera venga per le ricche porte.

[V. 12 B. m'apporte.]
[Questo sonetto leggesi anche nel_: Libro primo delle rime spirituali,
parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date in
luce_. In Venetia, al segno della Speranza, M.D.L. in-12, a carte 40.]

VIII. -- Allo stesso

Dive che dal bel monte d'Elicona
discendete sovente a far soggiorno
fra queste rive, ond'è che d'ogn'intorno
il gran nome Toscan più altero sona:

d'eterni fior tessete una corona
a lui, che di virtù fa 'l mondo adorno,
sceso col fortunato Capricorno,
per cui l'antico vizio n'abbandona.

E per me lodi, e per me grazia a lui
rendete, o Dive, che lingua mortale,
verso immortal virtù s'affanna indarno.

Quest'è valor, quest'è suggetto tale,
che solo è da voi sole, e non d'altrui:
così dicea la Tullia in riva d'Arno.

[V. 4 B. suona.]

IX. -- Allo stesso

Nè vostro impero ancor che bello e raro,
nè d'argento e di gemme ampia ricchezza,
che men da chi più sa si brama e prezza,
vi fanno al mondo sì famoso e chiaro:

quanto l'aver, Signor pregiato e caro,
la ben nata e gentil anima avvezza,
con severa pietate e dolce asprezza
perdonar, e punir, ch'oggi è sì raro.

Queste vi fanno tal, lunge e dappresso,
ch'al grido sol del vostro nome altero
l'alma s'inchina, e come può vi onora.

E se al caldo disìo fia mai concesso
stile al suggetto ugual, ritrarne spero
fama immortal, dopo la morte ancora.

[V. 1 E. degno e raro.]
[10 Che al.]
[11 v'onora.]
[12 desio.]
[13 soggetto.]
[B. egual.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 110.]

X. -- Alla Duchessa di Toscana

Non così d'acqua colmo in mar discende,
nè di tante dorate arene vago
si mostra al suo paese il ricco Tago,
d'onde 'l nome real di voi si prende,

come del valor vostro a noi si stende
di mille opre divine alto ampio lago:
e quante (benchè in dir nulla m'appago)
bellezze scorge in voi chi dritto intende.

Quest'è l'arena d'oro, e queste l'onde
di beltate e virtù, che 'l bello e santo
animo e volto vostro, a l'Arno infonde.

Non più la Spagna omai gioisca tanto,
che s'ella ha 'l Tago con l'aurate sponde,
Leonora avrem noi con maggior vanto.

[V. 14 B. avremo.]

XI. -- Alla stessa

O qual vi debb'io dire o Donna o Diva,
poi che tanta beltà, tanto valore
riluce in voi, che 'l vostro almo splendore
abbaglia qual fu mai fiamma più viva?

Mi dice un bel pensier che di voi scriva,
e renda grazie, e qual si deve onore;
ma dove s'erge l'animoso core,
non giunge penna, o voce umana arriva.

So ch'ogni alto favor da voi mi viene,
come la luce al dì da quella stella,
che surge in oriente innanzi al Sole.

Ma poi che pur al fin mal si conviene
a tanta altezza l'umil mia favella,
v'appaghi il core in vece di parole.

XII. -- Alla stessa

Donna reale, a i cui santi disiri
grazia già fece la bontà superna
di me, ch'or fatto son chiara lucerna
sopra i celesti, ardenti, alti zafiri;

poi che fuor di sospetto e di martiri,
godo del ben che ne l'alme s'interna,
deh! non turbate la mia pace eterna
col pianto vostro, e co' i vostri sospiri.

Qui mi viv'io, dove 'l pensier non erra;
dove luogo non ha terreno affetto;
e co' i piè calco gli stellanti chiostri.

E se quassù giungesser gli occhi vostri,
vedendo fatto me novo angeletto,
qui bramareste, e non vedermi in terra.

[V. 1 B. a cui i.]

XIII. -- Alla stessa

S'a l'alto Creator de gli elementi
sete, Donna Real, cotanto cara,
che de la stirpe vostra altera e rara,
volle ornare i suoi chiostri eterno ardenti;

e s'or, per acquetar vostri lamenti,
vi rende il cambio di quell'alma chiara,
che di voi nata, tutto 'l ciel rischiara,
a Dio lode cantando in dolci accenti;

ragion è ben, che con eterni onori
vi cantin tutti gli spirti più rari,
com'onorata in terra e in ciel gradita.

Arno alzi l'acque al ciel, le rive infiori,
suonino i tempii, e fumino gli altari,
che 'l nuovo parto a festeggiar n'invita.

[V. 3 B. De la stirpe vostra.]
[6 Il principino D. Pietro morì il 10 giugno 1 47, e D. Garzia nacque
il 5 luglio dello stesso anno.]

XIV. -- A Maria Salviati de' Medici

Anima bella che dal padre eterno
creata prima in ciel nuda e immortale,
or vestita di vel caduco e frale,
mostri qua giuso il gran valore interno:

da gli alti chiostri in questo basso inferno
u' si n'aggrava il rio peso mortale,
scendesti a torne noia e a darne l'ale
al sommo bello, al sommo ben superno;

chiunque te pur una volta mira,
sente sgombrar da l'alma ogni vil voglia,
e arder tutta di celeste amore.

Dunque ver me col divin raggio spira
del disiato tuo santo favore,
ch'io voli al Ciel con la terrena spoglia.

[V. 7 E. ne.]
[9 B. sol.]
[11 Ed; tutto. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 111.]

XV. -- Alla stessa
_(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

Anima bella, che dal Padre eterno
pura fosti creata e immortale,
e ingombra di velo oscuro e frale,
pur di fuor mostri il tuo valor interno:

dal ciel scendesti in questo vivo inferno,
u' n'aggrava il terren peso mortale,
per innalzarne dibattendo l'ale
al sommo bello, e sommo ben superno.

Tu di casti pensier, d'onesta voglia
ingombri l'alma a chi tuo esempio mira,
e le fai vaghe del verace amore.

Dunque ver me col vivo raggio spira
del desiato tuo almo favore,
ch'io m'erga, e inalzi al ciel da questa spoglia.

XVI. -- A. D. Luigi di Toledo

Spirto gentil, che dal natìo terreno
la chiarezza del sangue, e dal ciel chiara
anima avesti, e a cui d'ogni più rara
virtù colmar le sante Muse il seno;

poi che 'l cor vostro è d'alto valor pieno,
e real cortesia da voi s'impara,
non mi sia, prego, vostra mente avara
di ciò, ch'altrui donando, non vien meno.

Voi sete quel, ch'avete ambe le chiavi
di quegli eccelsi, e gloriosi cori
che fan più ch'ancor mai felice l'Arno;

or volgetele a me così soavi,
ch'entro raccolta, mai non esca fuori;
e prego umil non sia 'l mio prego indarno.

XVII. -- A D. Pedro di Toledo

Ben si richiede al vostro almo splendore
del chiaro sangue, e a la virtù eccellente,
che si canti Signore eternamente
ne' giochi di Parnaso il vostro onore;

ond'è ch'a dir di voi, dentr'al mio core
s'accende ognor un vivo foco ardente;
ma come a l'alta impresa non si sente
l'anima ugual, si spenge il novo ardore.

Non s'assicura nel profondo seno
di vostre glorie entrar mia navicella
sotto la scorta del mio cieco ingegno.

Solchi 'l gran mar di vostre lodi a pieno
più felice alma, a cui più chiara stella
porga favore in più securo legno.

XVIII. -- A Pietro Bembo

Bembo, io che fino a qui da grave sonno
oppressa vissi, anzi dormii la vita,
or da la luce vostra alma infinita,
o sol d'ogni saper maestro e donno,

desta apro gli occhi, sì ch'aperti ponno
scorger la strada di virtù smarrita;
ond'io lasciato ove 'l pensier m'invita
de la parte miglior per voi m'indonno:

e quanto posso il più mi sforzo anch'io,
scaldarmi al lume di sì chiaro foco,
per lasciar del mio nome eterno segno.

E o non pur da voi si prenda a sdegno
mio folle ardir, che se 'l sapere è poco,
non è poco, Signor, l'alto disìo.

[V. 2 B. dormì; - C. D. dormii.]
[3 E. dalla.]
[12 Ed oh! - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 111.]

XIX. -- A Ridolfo Baglioni

Signore in cui valore e cortesia
giostrano insieme ognor tanto ugualmente,
che discerner non puote umana mente,
di qual di lor più la vittoria sia;

mia fredda Musa a voi già non s'invia
per celebrar vostra virtute ardente;
ma perch'in voi nomar conosce e sente,
sorger nel vostro onor la gloria mia.

Ben porta nel mio core un caldo affetto
il vivo lume vostro, ch'è sì chiaro,
che risplender si vede in ogni parte.

Ma prenda voi per degno alto suggetto,
chi al quieto Apollo è tanto caro,
quanto voi sete al bellicoso Marte.

[V. 2 B. egualmente;]
[8 C. scorger.]

XX. -- A Francesco Crasso

La nobil valorosa antica gente,
che di novo i fratelli ancisi vede,
e in acerbo esilio a pianger riede,
Signore, a te, s'inchina umilemente.

E potendo vendetta arditamente
gridar da' monti, e piaghe, e mille prede,
mercè sola e pietate a te richiede,
di comune voler, pietosamente.

O sanator de le ferite nostre,
mira la velenosa e cruda rabbia,
che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge.

Così tosto avverrà, ch'in te si mostre,
com'a gran torto, tanti danni or abbia
la gente, cui pietate e doglia strugge.

[V. 2 B. D. E. nuovo.]
[6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc.,
ediz. cit. pag. 112.]

XXI. -- Al Molza

Poscia (ohimè) che spento ha l'empia morte
l'alma gentil, ch'in sua più verde etade,
a gran passi salìa l'erte contrade
che menan dritto a la superna corte;

chi fia che leggi così crude e torte,
spirti amici d'onor e di bontade,
non pianga meco ognor, ch'a le più rade
virtù die' sempre il ciel vite più corte?

Molza ben pianger dei, poi ch'al camino
ove ti sprona un disusato ardire,
perduta hai meco la più fida scorta.

Io per me dopo sì fero destino
non voglio altro, non deggio che morire
se morir deve e puote, chi è già morta.

[V. 1 B. l'avara; C. D. empia.]

XXII. -- Al Colonnello Luca Antonio

Poi che rea sorte ingiustamente preme
voi, ch'alto albergo sete di valore,
sento, spirto gentil, un tal dolore,
che con voi l'alma mia ne giace insieme.

L'anima mia ne giace, e 'l petto geme,
di non poter mostrar nel riso il core,
a voi, cui bramo con perpetuo onore,
piacer servendo, insino a l'ore estreme

Il disìo d'ora in ora a voi mi porta:
quindi rispetto onesto mi ritiene:
e disvoler conviemmi quel ch'io voglio.

In sì dubbioso stato mi conforta,
che ben v'è noto quel che si conviene,
e questo fa minore il mio cordoglio.

[V. 1 E. Poichè.]
[2 siete.]
[8 all'ore. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.]

XXIII. -- Ad Ugolino Martelli

Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi,
fate d'Arno suonar l'ampie contrade,
cantando insieme a più ch'ad una etade
con le virtù, ch'a voi sì amiche fersi,

a me, caro Martel, sono tanto avversi
i fati, ch'ogni ben dal cor mi cade;
e per occulte, solitarie strade,
vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi.

Tal che del pianto mio, del mio languire,
languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso,
e le fiere e gli augelli in ogni parte.

Voi mentre affligge me l'empio martire,
deh! consolate lo mio spirto lasso,
con vostre eterne e onorate carte.

XXIV. -- Allo stesso

Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero
per risonar con la zampogna mia,
vostra rara virtute e cortesia,
poggiando al ciel col bel suggetto altero.

Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero)
che roco è 'l suono, e la mia sorte ria,
sì dietro a i miei dolor tutta m'invia,
che levarmi da terra, unqua non spero.

Cantino altri di voi tanti pastori,
che pascon le lor gregge a l'Arno intorno,
a cui le Muse, a cui fortuna è amica;

io s'unqua al mio felice stato torno,
non pur non tacerò miei santi ardori,
ma voi sarete mia maggior fatica.

[V. 1 E. movo]
[10 greggie.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 115.]

XXV. -- Allo stesso
_(Cod. Vat. Ottob. 1595)._

Ho più volte, Signor, fatto pensiero
di risonar con la zampogna mia,
di te il valor e l'alta cortesia,
salendo al ciel presso al suggetto altiero.

Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero,
che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa,
sì dietro a miei dolor tutta m'invia,
che levarmi di terra indarno spero.

Cantin di te tanti gentil pastori,
che pascon le lor greggie al Po d'intorno,
a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno,
farà sentir non pur suoi bassi amori,
ma tu sarai la sua maggior fatica.

[Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il
Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]

XXVI. -- Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accese
le voglie tutte, e gli spirti alto intenti;
ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti,
ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offese
mi son le rime vostre, e però tenti
vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti,
mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia,
a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte:
ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via,
rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte,
ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

[Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]

XXVII. -- A Benedetto Varchi

Varchi, da cui giammai non si scompagna
il coro de le Muse, e ch'a l'affanno
com'a la gioia, a l'util com'al danno,
sempre avete virtù fida compagna;

qual monte, o valle, o riviera, o campagna,
non sarìa a voi più che dorato scanno:
se come fumo innanzi a lei sen vanno
gli umani affetti, ond'altri più si lagna?

O perchè errar a me così non lice
con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso,
de l'onorate vostre fide scorte?

Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso,
vivendo viverei vita felice,
e morta sperarei vincer la morte.

XXVIII -- Allo stesso

Varchi, il cui raro e immortal valore,
ogni anima gentil subito invoglia,
deh! perchè non poss'io, com'ho la voglia
del vostro alto saver colmarmi il core?

che con tal guida so ch'uscirei fore,
de la man di fortuna, che mi spoglia
d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia
cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte
contrasta a così onesto e bel desire,
sol perchè manch'io sotto l'aspre some.

Ma s'i me pur così convien finire,
la penna vostra almen, levi il mio nome
fuor degli artigli d'importuna morte.

[V. 4 E. saper.]
[5 fuore.]
[6 Delle.]
[11 Sol perch'io manchi.]
[_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.]

XXIX. -- Allo stesso

Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo,
quel che sol di virtute è ricco e adorno,
quel che col suo splendor un lieto giorno
chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

quel sete Varchi voi, quel voi che solo,
fate col valor vostro oltraggio e scorno
a i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno;
ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

E di voi canterei mentre ch'io vivo,
s'al gran suggetto il mio debile stile,
giunger potesse di gran spazio almeno.

O pur non fosse a voi noioso e schivo
questo mio dire, scemo e troppo umile:
che per voi renderassi altero e pieno.

XXX. -- Allo stesso

Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati,
sieno al bel gregge tuo, dolce pastore
vero d'Arcadia e di Toscana onore,
più chiaro fra i più chiari e più pregiati:

se tanto in tuo favor girino i fati,
che mai tor non ti possa il dato core
Filli, nè tu a lei tuo santo amore,
onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

dinne, caro Damon, s'alma sì vile
e sì cruda esser può, ch'essendo amata
renda invece d'amor tormenti e morte.

Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile
non mi leva il dubbiar, d'esser pagata
di tal mercede, sì dura è mia sorte.

[V. 7 E. casto.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXI. -- Allo stesso

Dopo importuna pioggia
s'allegrano i pastor, quando 'l sereno
ciel si discopre lor di stelle pieno;

e dopo 'l corso de l'instabil luna,
ne l'apparir del sole,
gioisce ogni animal che brama il giorno;

e l'alto Dio lodar ben spesso suole,
dopo l'aspra fortuna,
spaventato nocchier al porto intorno;

e 'l Varchi è al suo ritorno
seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo,
si rallegra, gioisce e loda Iddio.

[V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.]

XXXII. -- A Girolamo Muzio

Voi ch'avete fortuna sì nimica,
com'animo, valor e cortesia,
qual benigno destino oggi v'invia
a riveder la vostra fiamma antica?

Muzio gentile, un'alma così amica
è soave valore a l'alma mia,
ben duolmi de la dura e alpestra via
con tanta non di voi degna fatica.

Visse gran tempo l'onorato amore
ch'al Po già per me v'arse. E non cred'io
che sia sì chiara fiamma in tutto spenta.

E se nel volto altrui si legge il core,
spero ch'in riva d'Arno il nome mio
alto sonar ancor per voi si senta.

[V. 1 E. nemica.]
[13 all'Arno.]
[14 Alto per voi suonare ancor si senta.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.]

XXXIII. -- Allo stesso

Fiamma gentil che da gl'interni lumi
con dolce folgorar in me discendi,
mio intenso affetto lietamente prendi,
com'è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l'alta tua luce m'allumi
e sì soavemente il cor m'accendi,
ch'ardendo lieto vive e lo difendi,
che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,
caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l'età tarda farsi
noto che fosti tal, che stil più degno
uopo era, e che mi fu gloria l'amarti.

[V. 5 E. coll'alta.]
[8 foco lo consumi.]
[14 d'amarti.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXIV. -- Allo stesso

Spirto gentil, che vero e raro oggetto
se' di quel bel, che più l'alma disìa,
e di cui brama ognor la mente mia
essere al tuo cantar caro suggetto;

se di pari n'andasse in me l'effetto
con le tue lode, onor render potrìa
mia penna a te; ma poi mia sorte rìa
m'ha sì bramato onor tutto interdetto.

Sol dirò, che seguendo la sua stella,
l'anima tua da te fece partita,
venendo in me, com'in sua propria cella;

e la mia, ch'ora è teco insieme unita,
ten può far chiara fede, come quella,
che con la tua si mosse a cangiar vita.

[V. 2 D. Sei; E. desia.]
[5 si andasse.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta al
sonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.]

XXXV. -- A Bernardo Ochino

Bernardo, ben potea bastarvi averne
co 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde,
qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde,
acceso i cuori a le sante opre eterne;

che se pur sono in voi pure l'interne
voglie, e la vita al vestir corrisponde,
non uom di frale carne e d'ossa immonde,
ma sete un voi de le schiere superne.

Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono,
chiesti dal tempo e da l'antica usanza,
a che così da voi vietati sono?

Non fora santità, fora arroganza
torre il libero arbitrio, il maggior dono
che Dio ne diè ne la primiera stanza.

XXXVI. -- Ad Emilio Tondi

Siena dolente i suoi migliori invita
a lagrimar intorno al suo gran Tondi,
al cui valor ben furo i cieli secondi,
poscia invidiaro l'onorata vita.

Marte il pianger di lei col pianto aita,
morto 'l campion, cui fur gli altri secondi;
io prego i miei sospir caldi e profondi,
ch'a sfogar sì gran duol porgano aita.

So che non pon recar miei tristi accenti,
a voi, messer Emilio, alcun conforto,
che fra tanti dolori il primo è 'l vostro.

Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto;
vive 'l suo nome eterno fra le genti:
l'alma trionfa nel superno chiostro.

XXXVII. -- A Tiberio Nari

Se veston sol d'eterna gloria il manto
quei che l'onor più che la vita amaro,
perchè volete voi, gentil mio Naro,
render men bella con acerbo pianto

quella lode immortale e chiara tanto,
di cui mai non sarà chi giunga al paro
del valoroso vostro fratel caro,
che morendo portò di morte 'l vanto?

Scacciate 'l duol è rasserenate il volto;
e le unite da lui nemiche spoglie
sacrate a lui, che già trionfa in cielo.

E da questo mortal caduco velo
più che mai vivo, ormi libero e sciolto,
par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie.

XXXVIII. -- A Piero Manelli

Poi che mi diè natura a voi simile
forma e materia, o fosse il gran Fattore,
non pensate ch'ancor disìo d'onore
mi desse, e bei pensier, Manel gentile?

Dunque credete me cotanto vile,
ch'io non osi mostrar cantando, fore,
quel che dentro n'ancide altero ardore,
se bene a voi non ho pari lo stile?

Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'io
fatico ognor per appressarmi al cielo,
e lasciar del mio nome in terra fama.

Non contenda rea sorte il bel desìo,
che pria che l'alma dal corporeo velo
si scioglia, sazierò forse mia brama.

[V. 7 D. m'ancide.]

XXXIX. -- Allo stesso

Amore un tempo in così lento foco
arse mia vita, e sì colmo di doglia
struggeasi 'l cor, che quale altro si voglia
martir, fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietate a poco a poco
spenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglia
libera da sì lunga e fera voglia,
giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco
de' danni miei, perchè sempre sospiri,
mi riconduce a la mia antica sorte;

e con sì acuto spron mi punge il fianco,
ch'io temo sotto i primi empii martiri
cader, e per men mal bramar la morte.

[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.]
[_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_,
Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.]
[_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni
secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che
contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia,
presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]

XL. -- Allo stesso

Qual vaga Filomela, che fuggita
è da l'odiata gabbia, e in superba
vista sen va tra gli arboscelli e l'erba,
tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita,
schernendo ogni martìre e pena acerba
de l'incredibil duol, ch'in sè riserba
qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)
dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,
e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,
muterò, disse; e femmi prigioniera
di tua virtù, per rinovar mie doglie.

XLI. -- Allo stesso

Felice speme, ch'a tant'alta impresa
ergi la mente mia, che ad or ad ora
dietro al santo pensier che la innamora,
sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa,
miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora,
e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora,
versa in me gioia senz'alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale,
dolce, ch'inacerbir mai non potranno
quante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno,
che del mio ardir per aver merto uguale
più degno guiderdon non è che morte.

[CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso Lorenzo
Baseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.]

XLII. -- Allo stesso

S'io 'l feci unqua che mai non giunga a riva
l'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene;
s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene
in guerra eterna de vostr'occhi viva;

s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più priva
de la grazia, onde nasce ogni mio bene;
s'io 'l feci, che di tante e cotai pene,
non m'apporti alcun mai tranquilla oliva;

s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade,
e cresca doglia in me, pianto e martìre
distruggendomi pur come far soglio;

ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglio
in amor si converta: e lunga etade
sia dolce il frutto del mio bel disire.

XLIII. -- Allo stesso

Se ben pietosa madre unico figlio
perde talora, e nuovo, alto dolore
le preme il tristo e suspiroso core,
spera conforto almen, spera consiglio.

Se scaltro capitano in gran periglio,
mostrando alteramente il suo valore,
resta vinto e prigion, spera uscir fuore
quando che sia con baldanzoso ciglio.

S'in tempestoso mar giunto si duole
spaventato nocchier già presso a morte
ha speme ancor di rivedersi in porto.

Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole,
o per mia colpa, o per malvagia sorte,
non spero aver, nè voglio, alcun conforto.

XLIV. -- Allo stesso

Se forse per pietà del mio languire
al suon del tristo pianto in questo loco
ten vieni a me, che tutta fiamma e foco
ardomi, e struggo colma di disire,

vago augellino, e meco il mio martìre
ch'in pena volge ogni passato gioco,
piangi cantando in suon dolente e roco,
veggendomi del duol quasi perire;

pregoti per l'ardor che sì m'addoglia,
ne voli in quella amena e cruda valle
ov'è chi sol può darmi e morte e vita;

e cantando gli di' che cangi voglia,
volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle,
se vuol l'alma trovar col corpo unita.

XLV. -- Allo stesso

Ov'è (misera me) quell'aureo crine
di cui fe' rete per pigliarmi Amore
ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore
nasce, che mena la mia vita al fine?

Ove son quelle luci alte e divine
in cui dolce si vive e insieme more?
ov'è la bianca man, che lo mio core
stringendo punse con acute spine?

Ove suonan l'angeliche parole,
ch'in un momento mi dan morte e vita?
u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

Ove luce ora il vivo almo mio sole,
con cui dolce destin mi venne in sorte
quanto mai piovve da benigne stelle?

XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

Spirto gentil, s'al giusto voler mio
non è cortese il cielo e amico tanto,
ch'io possa con ragion lodarvi quanto
me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio,
che ciò mi niega, rivolgendo in pianto
il mio già lieto e dilettoso canto,
per cui fan gli occhi miei si largo riso.

Ma se fortuna mai si mostra amica
a le mie voglie, non dubito ancora
poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca
quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora,
piacciavi s'or lo riverisce e ama.

[Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti
aprìo_.]

XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile,
nè scorgo parte in me che non m'annoi,
bramando tormi a morte e viver poi
ne le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto aprile
d'ingegni mille, non pur uno o doi
suggetti degni de i più alti eroi,
e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nome
alteramente alcuno, indi m'ingegno
trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome
non rende pigro questo ardito ingegno,
d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

Io che fin qui quasi alga ingrata e vile
sprezzava in me così l'interna parte,
come u' di fuor, che tosto invecchia e parte
da noi ben spesso nel più bello aprile,

oggi, Lasca gentil, non pur a vile
non mi tengo (mercè de le tue carte)
ma movo ancor la penna ad onorarte,
fatta in tutto a me stessa dissimile.

E come pianta che suggendo piglia
novo licor da l'umido terreno
manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi:

tal'io potrei, sì nuovo mi bisbiglia
pensier nel cor di non venir mai meno,
dar forse ancor di me non bassi esempi.

[V. 3 B. un; C. D. u']
[Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.]

XLIX. -- A Nicolò Martelli

Ben fu felice vostro alto destino,
poi che vena vi die' tanto feconda,
che 'l santo Apollo il vostro dir seconda
più ch'ei non fece al suo diletto Lino.

Il coro de le Muse a capo chino
lieto v'onora, e 'l bel crin vi circonda
di vaghi fiori e d'odorata fronda:
perchè ragion è ben s'a voi m'inchino.

Il cantar vostro l'anime innamora,
e le fa da se stesse pellegrine,
che celeste virtù può ciò che vuole.

E 'n voi mirando grazie sì divine
chi ha più gentil spirto più v'onora,
altri d'invidia si lamenta e dole.

[V. 7 adorata; C. D. odorata.]
[8 E. Quindi.]
[11 fa.]
[14 duole.]
[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta al
sonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._]

L. -- A Simone Porzio

Porzio gentile, a cui l'alma natura
e i sacri studi han posto dentro 'l core
virtù, ch'esser vi fa primo cultore
di lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura;

poi che rendete a feconda coltura
sue alpestre piaggie, onde d'eterno onore
semi spargete, e d'immortal valore
cogliete frutti che 'l tempo non fura;

piacciavi, prego, che vostra alta mente
a l'umil pianta mia volga il pensieio,
s'ella forse non n'è del tutto indegna,

che di quel che per me poter non spero,
col favor vostro a la futura gente
di maraviglia ancor si farà degna.

LI. -- A Giordano Orsini

Alma gentil, in cui l'eterna mente,
per farvi sovra ogni alma, bella e chiara,
pose ogni studio; onde per voi s'impara
la via di gir al ciel sicuramente;

sì come il mondo della più eccellente
cosa di voi non ha, nè tanto cara;
e come sola sete e non pur rara
d'ogni virtute ornata interamente;

potess'io dirne appien quanto 'l cor brama,
che d'invidia empirei e di dolore
ogni spirto più saggio e più gentile,

benchè vostro valor eterna fama
per se vi acquisti, caro mio signore,
quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile.

LII. -- Al Card. di Tournon

Sacro pastor, che la tua greggia umile,
di caritade acceso e d'Amor pieno,
guidi fuor del mortal camin terreno,
per ricondurla al suo celeste ovile;

se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile,
or che raggio divin le scalda il seno,
ricevi o Santo nel tuo pasco ameno
questa tua pecorella errante e vile;

sì che possa ridotta in piagge apriche,
ove nocer non può contraria sorte,
nè fiere stelle al nostro danno intente;

poste in oblìo l'acerbe sue fatiche
fuggir le pompe, e disprezzar la morte,
tenendo sempre in Dio ferma la mente.

[Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori,
nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO
RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo
Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_,
M.D.LIII, a carte 182.]

LIII. -- Allo stesso

Signor nel cui divino alto valore
tanto si gloria l'una Gallia altera,
e l'altra tutta mesta e afflitta spera
por fin a l'aspro suo grave dolore,
poscia che voi tornando, il suo splendore
torna e fa bella Roma:
ecco la sparsa chioma,
ella v'accoglie lieta, e manda fore,
voci gioconde a asciuga gli occhi molli,
e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.

La pace, la letizia, a la sublime
schiera de le virtù sacre, ch'a noi
spariro al partir vostro, ora con voi
riedono, e fan contesa al tornar prime
le Muse a celebrarvi in versi e in rime;
destano i chiari spirti,
ond'or s'ergano i mirti,
e i lauri spargon l'onorate cime,
e prima de l'usato il mondo infiora,
e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.

Fra tanto almo gioir, fra tanta festa,
ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente,
anch'io la speme, e la letizia spente
poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta,
se mirate, Signor, quel che m'infesta
noioso e aspro duolo
che voi potete solo
ridurmi in porto da crudel tempesta,
e volgendo ver me pietoso il ciglio
trar mia vita di doglia e di periglio.

Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi,
che dee chiuder di Giano il tempio aperto,
benchè nulla è 'l mio merto,
pregal, che sola non mi lasci in guerra
poi che per lui si spera pace in terra.

[_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]

LIV.

Se materna pietate afflige il core
onde cercando in questa parte e in quella
il caro figlio tuo, Lilla mia bella,
piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:

a te, ch'animal se' di ragion fore,
e non intendi (ohimè) quanto rubella
sia stata ad ambe noi sorte empia e fella,
togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;

che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto
verseran gli occhi miei dal cor mai sempre,
che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?

Chi potrà di Psichi con alto canto
cantar l'altere lodi: o con quai tempre
temprar quel, che mi da sua morte affanno?

[V. 3 Lilia; C. D. Lilla.]
[5 C. D. sei.]
[12 C. D. Chi di Psichi potrà.]

LV.

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
scemar (misera me) l'ardente foco
con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra
ne i più fronzuti e solitarii boschi;
ma quanto più lontan luce il suo raggio
tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo
crescesse quanto è più lontan dal sole?
E pur il provo, che quel divin raggio
quant'è più lunge più raddoppia il foco:
nè mi giova abitar fontane o boschi,
ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,
che 'l mio così cocente e fero vampo
non ponno ammorzar punto fonti o boschi;
ma ben seguirò sempre il mio bel sole,
poscia che nuova salamandra in foco
vivo lieta, mercè del divo raggio.

[V. 10 B. longe; C. D. lunge.]

[LV.]
_(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
scemar misera a me l'estremo fuoco,
con cercar chiari rivi e stare all'ombra
dei verdi faggi ed abitar fra boschi;
ma quanto più lontano è il suo bel volto
tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo
crescesse quanto è più lontan dal sole?
Io pur il provo, che quel divin volto
accresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco,
nè mi giova cercar fontane o boschi,
che questo sol non cuopre e frondi ed ombra.

Non cercarò vie più posare all'ombra
per minuire il mio cocente vampo,
nè, lassa, errando, gir tra folti boschi;
ma ben seguirò io sempre quel sole
per cui sì lieta mi nutrico in fuoco,
che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto.

Deh! perchè non m'alluma il vivo raggio
ovunqu' io vado, o per sole o per ombra,
che lieta soffrirei sì dolce foco,
e contenta morrei del suo gran vampo?
Ma non spero giammai, lassa, che 'l sole
scopra giorno sì chiaro in questi boschi.

Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschi
che m'ascondon la luce di quel raggio,
che splende e scalda più de l'altro sole;
biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra,
ch'io per me cerco sempre e lodo il vampo
che m'arde e strugge in sì possente foco.

Quanto dunque mi fora grato il foco,
ingrati i monti, e le fontane, e i boschi,
u' non veggo il mio sole e sento il vampo
s'io potessi appressar l'amato raggio
e del mio stesso corpo a lui far ombra,
e quando parte e quando torna il sole.

Prima sia oscuro il sole e freddo il foco,
nè faranno ombra in nessun tempo i boschi,
che del bel raggio in me non arda il vampo.

[V. 11 B. certo.]

Deh! perchè non è meco il sacro volto
dovunque io vadi, o per sole o per ombra,
ch'avria forse men forza al cuore il fuoco
e soffrirei più lieta ogni mio vampo;
ma puote solo un raggio del mio sole
farmi beata ne gli ombrosi boschi.

E perciò in odio avrò sempre quei boschi
che torrammi il veder del sacro volto,
e i chiari raggi dell'almo mio sole
che fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra,
e me sola gioir nel chiaro vampo
qual salamandra nel più ardente fuoco.

Quanto mi fora dilettoso il fuoco,
noiosi i fonti e via men grati i boschi,
men cari i faggi e men noioso il vampo,
s'unir potessi il mio volto al bel volto
e col mio stesso corpo al suo far ombre,
ben d'arder godrei toccando il sole.

Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in foco
però non cercar più ombra ne' boschi,
che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo.

[Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunque
il _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.]

LVI.

Alma del vero bel chiara sembianza,
a cui non può far schermo nè riparo
così gentil e cristallina stanza
che non mostri di fuor l'altero e raro
splender, che sol ne da ferma speranza
del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro:
deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi
acciò di doppia morte il viver pruovi.

[CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I,
pag. 36.]

LVII.
_(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_

Lieto viss'io sotto un bianco lauro
e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi
non per ornar le tempie d'ostro e d'auro
ma sol delle tue sacre altiere frondi;
ma poi che più e più volte il sole in Tauro
tornato fa che i suoi bei crini ascondi
se s'affredda stagion mutarà il corso,
i frutti seccarà, le frondi e il dorso.

[Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura
Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta
dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto
sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]

RIME A TULLIA D'ARAGONA

1. -- Di Girolamo Muzio

Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dica
di qual esca racceso a l'alma mia
sia 'l novo ardor, qual il soggetto sia
ch'è de l'animo mio dolce fatica.

Alma gentil d'alti pensieri amica,
lumi amorosi, angelica armonia,
fan ch'ogni mio disir lieto s'invia
per le vestigia de la fiamma antica.

Colei ch'io canto, nacque in su le sponde
del chiaro fiume che d'eterni allori
ben mille volte ornò le verdi chiome;

visse in tenera etate presso a l'onde
del più bel fonte che Toscana onori:
la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome.

2. -- Dello stesso

Donna che sete in terra il primo oggetto
a l'anime amorose e ai gentil cori,
e i cui gloriosi e alteri onori
sono al mio stile altissimo soggetto;

in voi stessa si volga il chiaro aspetto
de l'alma vostra, in cui degli alti cori
risplende il bel, e 'n tutti i vostri ardori
fiammeggiar si vedrà celeste affetto.

Vedrete in voi mirando l'alma mia,
ch'in voi sempre si specchia e si fa bella,
per infiammarvi in me del vostro lume.

E 'l farà sì, per quel che mi favella
nel petto amor, se rio mortal costume
dietro a bassi pensier non vi disvia.

3. -- Dello stesso

Anima bella, che da gli alti chiostri
fosti mandata in questo cieco inferno
a consumar nel suggetto ampio e eterno,
i più famosi e più purgati inchiostri;

mentre s'affannan gl'intelletti nostri
a contemplar il tuo valore interno,
con la voce e con gli occhi al ben superno
gl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri.