L’arena dell’Anfiteatro Flavio era lunga metri 79 e larga 46.
Non tutto lo spazio dell’arena era libero ai giuochi, ma attorno al podio girava un’area, larga quanto l’altezza di questo toglieva di visuale agli spettatori. Nell’anfiteatro di Pozzuoli questa zona è larga m. 1,12 circa, ed è limitata da un solco, nel quale vi sono due fori a distanza uguale, che trapassano la vôlta dell’ipogeo. Lo Scherillo opina che in questi fori stessero fissate le aste verticali che sostenevano la rete di bronzo. Nel nostro Anfiteatro questa zona (diremo morta) sarebbe stata proporzionalmente larga m. 2,50 circa: ed appunto a questa distanza dal muro del podio vediamo ricorrere nell’ipogeo una serie di pilastri di massi tufacei, disposti regolarmente attorno attorno e a distanze uguali; ai quali massi furono verosimilmente raccomandate le travi della grande rete, fin da quando (dopo il regno di Domiziano) fu modificata l’arena[253]. Io congetturo che precisamente in quest’epoca, a fine di dare un po’ di luce all’ipogeo (il quale ne avea certamente bisogno), si lasciassero delle aperture munite d’inferriate nel pavimento della zona morta[254].
Per comodità dei combattenti il suolo si ricopriva con strati di arena comune, donde quell’area si ebbe il nome di arena[255]. Si fe’ pur uso di polveri di vario colore, ma ciò potè accadere soltanto in occasione di solenni rappresentazioni. Plinio[256] ci dice che nel Circo Massimo s’adoperò a tal uso la raschiatura di pietra specolare. Caligola e Nerone, in occasione di giuochi straordinarî, vi sparsero il minio e la crisocolla[257]; e da Lampridio apprendiamo che Eliogabalo fe’ cospargere il portico di limatura di oro e d’argento, dolente di non avervi potuto spargere la limatura di elettro[258]. Questo però non potè avvenire nel nostro Anfiteatro, perchè il restauro di questa mole, grandemente danneggiata dal famoso incendio, non fu, come vedremo, compiuto sotto Eliogabalo; ma se ai tempi di quest’Imperatore si fossero potuti dare degli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio, anche l’arena di questo sarebbe stata certamente coperta di un tanto prezioso tappeto: sappiamo infatti che quel Principe ripetè una tal pazzia spesso e dovunque: «Idque frequenter quocumque fecit; iter pedibus usque ad equum vel carpentum ut fit hodie de aurosa arena»[259].
L’arena dell’Anfiteatro Flavio vide il pietoso spettacolo narratoci da Marziale[260] e del quale noi già parlammo nell’Introduzione. Due fanciulli mentre rimovevano col rastro la sabbia per coprire il sangue di cui era inzuppata, furono sbranati da un leone.
Nelle estremità dell’asse maggiore[261] v’erano due ingressi, pei quali s’accedeva all’arena. L’ingresso rivolto a Sud-Est dovè essere la porta chiamata libitinense, giacché appunto da quella parte estendevasi la regione II celimontana, ove il Curiosum e la Notitia pongono lo spoliarium, o luogo dove venivano strascinati i gladiatori uccisi ed i mortalmente feriti, per essere finiti a colpi di maglio, se boccheggianti, e poi tutti, spogliati delle loro armi e vesti non appena divenuti cadaveri. Per questa porta fu messo fuori due volte l’elmo di Commodo[262]; per essa si traevano via i caduti e le belve uccise[263]; per essa erano introdotti gli elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti e tutti gli animali che per la loro grossa corporatura non capivano nei pozzi; da quella porta finalmente entravano, a mio parere, eziandio i gladiatori ed i bestiarî per combattere nell’arena. Quest’ingresso era in una parola la porta di servizio.
L’altro ingresso è a Nord-Ovest, rivolto cioè alla parte più ragguardevole della Città (vale a dire il Palatino ed i Fori); fu la porta principale, che potrebbe chiamarsi pompae, per la pompa gladiatoria, che da quella usciva sull’arena prima che si desse principio ai ludi.
I gladiatori, vestiti di toga, muniti delle loro armi, e dopo studiate evoluzioni, due per due andavano a presentarsi all’Imperatore, se presiedeva, ovvero al magistrato da lui delegato a presiedere in sua vece, se assente, acciocchè esaminasse le armi. Ora per potersi eseguire quest’esame dall’Imperatore o dal magistrato, faceva d’uopo che i gladiatori salissero fino al parapetto dei suggesti: era dunque necessaria una scala.
Nell’anfiteatro di Pozzuoli venne in luce una piccola scala addossata al muro del podio, dinanzi al pulvinare imperiale. Il can. Giovanni Scherillo, illustratore di quel monumento, opina che quella scala fosse costruita appunto alla scopo indicato. La ragionevolezza della cosa e la scoperta avvenuta nell’Anfiteatro Puteolano ci autorizzano ad argomentare che anche nell’Anfiteatro Flavio vi fosse il mezzo di salire dall’arena ai suggesti.
V’è questione fra i dotti se l’arena primitiva dell’Anfiteatro Flavio fosse o no sostrutta. Le ragioni dell’una e dell’altra opinione le esporrò quando si parlerà degli scavi praticati nell’Anfiteatro[264]. Noi vediamo oggi l’arena sostrutta, come sostrutta la vediamo negli anfiteatri di Capua, Pozzuoli e Siracusa. I sotterranei (hypogaea) servirono per poter dare improvvisi spettacoli. Nelle celle (cubilia)[265] si racchiudevano le belve destinate per lo spettacolo, le quali, per mezzo di elevatori meccanici[266], si facevano (al momento opportuno) sbucare dal pavimento dell’arena. Quanto io asserisco ci è stato tramandato dagli antichi scrittori[267]; e d’altronde così doveva essere, perchè con sicurezza si potessero introdurre nell’arena le belve. Il pavimento dovè essere formato di un tavolato appoggiato su grosse travi; soltanto immaginandolo di tal fatta potremo darci ragione dei repentini cangiamenti di scena, facendosi comparire sull’arena, come vedremo nel seguente capitolo, fiere, monti, boschi artificiali, ecc.
Io congetturo che per introdurre le fiere nelle cellette si facesse così: si accostava la gabbia alla porticina della cella, e sollevato il cancello scorritore della gabbia, la bestia sbucava nella celletta, dove, appena entrata, si racchiudeva, facendo calare la saracinesca di ferro; in tal guisa la belva restava stretta in modo da non potersi muovere, posando sul pavimento mobile di legno, il quale, messo a suo tempo in movimento, la sollevava quasi fino al piano dell’arena: tanto, cioè, quanto bastava alla belva per uscirne fuori di un salto. Questa particolarità me la persuade tanto il maggior effetto che avrebbe prodotto l’impetuoso uscir delle fiere dal suolo, quanto il fatto di quell’orso, che, destinato a sbranare Saturo legato sul ponte de cavea prodire noluit.
Il sollevamento ed abbassamento dei cancelli delle gabbie e delle saracinesche delle cellette, si facevano comodamente dal ballatoio, del quale in breve parleremo, che ricorreva in alto innanzi alle celle.
Qui è necessario determinare che cosa s’intendesse dagli antichi del basso Impero per posticum e portae posticiae, allorquando essi parlavano di anfiteatri.
Il passo di Ammiano: «ut saepe faciunt amphitheatrales ferae, diffractis tandem solutae posticis», ci fa conoscere chiaramente che per postica s’intendevano i luoghi dove erano racchiuse le fiere, e donde queste sbucavano per dare spettacolo di sè nell’arena. Ci fa pur conoscere che questi luoghi erano chiusi alla bocca da sportelli che si disserravano: diffractis posticis; frase che noi troviamo pur usata in una lapide Veliterna dei tempi di Valentiniano[268]: Amphitheatrum cum portis posticiis et omnem fabr.... Arene (sic.). Questa lapide mi sembra possa diradare la nebbia addensatasi attorno alle parole portis posticiis, e ci fa conoscere che tra le riparazioni fatte in quell’anfiteatro furono rinnovati eziandio gli sportelli lignei alle bocche dei postica. Questi sportelli avevano non poca importanza, sia per il meccanismo necessario a disserrarli e richiuderli con prestezza, sia, e molto più, per il risalto e gradito effetto che acquistava per essi lo spettacolo della venatio. Di questo gradito effetto ce n’è prova un testo di Vopisco[269], il quale deplora l’immissione nell’arena di cento leoni, fatta da Probo una missione, e la loro insipida uccisione per il mancato effetto del furioso slancio delle fiere, che soleva avvenire quando (diremo con Ammiano) diffractis tandem solutae posticis, balzavano sull’arena: ed io opino che questa sia la ragione per cui siffatti sportelli li troviamo ricordati nelle lapidi commemorative di restauri eseguiti negli Anfiteatri dopo il loro deperimento nella decadenza dell’Impero, gloriandosi i restauratori di avere con ciò rimessa l’arena nel suo perfetto essere.
E qui è bene notare che le aperture dalle quali nei giuochi si facevano uscire le belve, si dissero in ogni tempo portae. Le parole di Plauto[270] son chiare: «Citius a foro fugiunt, quam ex PORTA ludis cum emissus ut lepus»; parola con cui dopo l’invenzione degli anfiteatri furono chiamate anche le bocche delle cellette dalle quali uscivano le fiere, e quindi anche gli sportelli che le chiudevano; come accade anche adesso, che si dice porta tanto il vano che l’imposta che lo chiude.
Conosciuto ciò che fossero negli anfiteatri i postica e le portae posticiae, vediamo dove quelli e queste fossero.
Le bocche dei postica doveano comunicare coll’arena, se da essi sbucavano le fiere. Negli anfiteatri non v’erano che due porte che immettessero nell’arena, e queste due grandi porte si trovavano alle estremità dell’asse maggiore: una era la principale, e potremmo dirla pompae; l’altra era la libitinensis. A nessuno potrà cadere in mente che da queste porte sbucassero le fiere propriamente dette. Nella parete poi che attorniava l’arena e sosteneva il terrazzo del podio, non v’erano nè potevano esservi porte a quel fine, perchè dietro di quella parete girava un corridoio, il quale era destinato, come in breve vedremo, ad uso delle persone ragguardevoli che occupavano il ripiano del podio. Ma anche dato e non concesso che nella parete attorno all’arena vi fossero state porte allo scopo suddetto, come queste si sarebbero potute chiamare posticae se stavano davanti?!...
Ma dove adunque dovremo noi ricercare il luogo per il quale le fiere sbucavano nell’arena? Non altrove che nell’ipogeo dell’arena stessa: in quei pozzi stretti, oscuri e necessariamente coperti da sportelli di legno. Se poi mi si domandasse la ragione per cui quei pozzi si fossero potuti chiamare postica (almeno dal sec. IV in poi, epoca degli esempî che possediamo), risponderei:
Il sostantivo neutro posticum ha due significati: 1º uscio di dietro della casa; 2º bottino degli agiamenti[271]. In questo secondo senso gl’interpreti ed i lessicografi spiegano quell’appositum posticum di Lucilio[272]: Pistrino appositum posticum — sella, culina. — Ed invero le cellette in cui si racchiudevano le fiere, per poi da esse farle sbucare sull’arena, aveano la forma di veri bottini; cosicchè non disse male Ammiano allorchè scrisse che Massimino era furibondo come erano spesso le fiere anfiteatrali, quando uscivano finalmente libere dai disserrati bottini. E qui si noti che nella lapide Veliterna del IV secolo cadente, che noi già riportammo, non si legge portis posticis, porte, cioè, della parte posteriore dell’anfiteatro (espressione, d’altronde, da non potersi intendere, come saggiamente osserva il ch. Lanciani[273], che relativamente a quegli anfiteatri i quali stanno sul limite estremo di una città, ovvero in quelli che avevano o uno o due o quattro soli ingressi, ovvero a metà incassati sotterra), ma portis posticiis, con due i, ossia gli sportelli dei bottini. Una porta appunto posticia era quella che una leonessa (per non offendere i ss. Taraco e compagni, tornatasene al bottino donde era uscita, e trovatane chiusa la bocca) tentò di rompere coi denti.
Nell’Anfiteatro Flavio le celle per le fiere erano 72, disposte in quattro corsie parallele all’asse maggiore[274].
Cinque ambulacri, tre rettilinei e due mistilinei, fiancheggiavano le corsie che contenevano le celle. Parallelamente ai lati curvilinei degli ultimi dei cinque ambulacri ne correvano altri due, comunicanti tutti fra loro. Negli ambulacri venivano all’occorrenza disposte le macchine (pegmata), le quali, fatte uscire dalle aperture del pavimento dell’arena, andavano crescendo, e talora si elevavano ad altezza considerevole[275]. Queste macchine, dal regno di Vespasiano a quello di Adriano, si costruirono sulla summa Sacra Via, nell’officina summum choragium. In Marziale[276] leggiamo:
Inde sacro veneranda petes Palatia clivo,
Plurima qua summi fulget imago ducis.
Nec te detineat miri radiata Colossi.
Quae Rhodium moles vincere gaudet opus,
Flecte vias hac. . . . . . . . . . .
E nel libro Spectaculorum, Epig. II, dice:
Hic ubi sidereus proprius videt astra Colossus
Et crescunt media pegmata celsa via.
Lo deduciamo pur anche dalle osservazioni che l’architetto Apollodoro fece ad Adriano: «quod sublime illud (il tempio di Venere e Roma) et vacuum fieri oportebat, ut ex loco superiori in Sacram Viam magis conspicuum esset et in concavitate machinas exciperet, ita ut latenter in eo compingi et ex occulto in theatrum duci possent»[277].
Dopo l’edificazione del tempio di Venere e Roma, quell’officina fu traslatata nella regione d’Iside e Serapide, e là ce la ricordano i ragionarî del secolo IV; ma anche così distava poco dall’Anfiteatro.
Nell’ambulacro centrale e nei due laterali v’erano, addossate alle pareti, delle branche di scale, per le quali s’ascendeva ad un ballatoio, che ricorreva in alto dinanzi alle celle delle fiere.
I muri di sostruzione dell’arena sono composti di grandi massi di travertino, di tufo e di costruzione laterizia[278]. A m. 6,08 circa dal piano dell’arena v’è un pavimento ad opus spicatum, nel quale, oltre al canale per lo scolo delle acque, si veggono massi quadrati di pietra tiburtina, con una bocchetta incavata nel mezzo.
Dalla parte settentrionale s’apre sull’andamento dell’asse minore una strada sotterranea o cripto-portico, larga m. 2,95, la quale si dirige verso l’Esquilino. Un altro cripto-portico, con un accesso della larghezza di m. 2,17 che poteva chiudersi con una saracinesca, trovasi sull’andamento dell’asse maggiore, in direzione del Laterano. Il pavimento di questo sotterraneo, è elevato sopra quello dell’ipogeo dell’arena m. 1,50 circa, a cagione di uno speco, che corre sotto al pavimento del corridoio, seguendone la direzione.
Ai lati del cripto-portico vi sono otto celle; con queste e con quello comunicano per mezzo di scale due grandi stanze, lunghe m. 25, larghe m. 3,20; il pavimento delle quali si trova allo stesso livello di quello dell’arena, e quindi più basso del pavimento del cripto-portico e delle celle laterali di m. 1,50 circa. Si conservano tuttora sei massi quadrilateri di travertino, simili a quelli dell’ambulacro curvilineo, ma aventi le bocchette munite di boccolari metallici. — Altre bocchette, ma senza metallo, le vediamo nel suolo di cinque delle otto celle che fiancheggiano il cripto-portico. Questi massi e queste bocchette, la cui forma circolare suscita naturalmente l’idea di assi verticali giranti, sono le tracce del grande movimento dei meccanismi dell’ipogeo dell’arena. Da questo corridoio, per mezzo di due scale, si ascende al piano del vestibolo ad esso soprapposto. Le due scalette sboccano nel detto vestibolo in prossimità della porta libitinense.
Il cripto-portico è spurgato per la lunghezza di m. 83,90; esso, fino al portico esterno dell’Anfiteatro, ha le pareti composte di grandi massi di travertino, dalle quali sporgono a distanze pressochè uguali cinque pilastri, congiunti nella parte superiore da piattabande formate di grossi cunei di travertino. Il tratto interno del cripto-portico fu probabilmente coperto da soffitto di legname. Questa strada sotterranea, uscita fuori dal perimetro dell’Anfiteatro, ha le pareti e la volta di mattoni; e a m. 12 circa dal perimetro stesso, lascia a destra un altro corridoio con piano inclinato; cosicchè dopo un lungo percorso doveva sboccare sopratterra. Quest’ultimo corridoio, il cui andamento seconda la curva dell’Anfiteatro, a m. 6 circa dal punto ove si dirama dal cripto-portico è traversato da una porta, la quale ha un arco laterizio e la soglia di travertino.
Un terzo cripto-portico, uguale a quello ora descritto, si apriva dalla parte opposta, seguendo sempre l’andamento dell’asse maggiore. Già fu esso scoperto in gran parte negli scavi praticati dal Governo Francese nei primi anni del secolo XIX[279]; ora rimane interrato, come per la metà è pur interrato l’ipogeo dell’arena.
Di un quarto cripto-portico, sull’andamento dell’asse minore, incontro a quello che si dirige all’Esquilino, se ne ha un indizio in un pozzo scoperto a Sud-Ovest dell’Anfiteatro, e precisamente dinanzi all’arco mediano esterno, che dava accesso al pulvinare imperiale.
Oltre a questi quattro cripto-portici, disposti simmetricamente sull’andamento dei due assi maggiore e minore, ve n’è un quinto, il quale, partendo dal sottopodio presso il pulvinare imperiale (dal quale vi si discendeva per una scala), ricorre sotto il cuneo V, giusta la numerazione degli archi, ed a pochi metri dal perimetro dell’Anfiteatro rivolge, ad angolo quasi retto, dalla parte del Laterano.
Il pavimento di questo corridoio era a mosaico; la volta era adorna di stucchi, dei quali rimangon tracce; ed aveva di tanto in tanto, ora a destra ora a sinistra, degli abbaini, dai quali prendeva luce; le pareti erano dipinte, ma nel basso avevano uno zoccolo di marmo. Sembra andasse con piano inclinato a riuscire sopratterra poco lungi da dove sboccava il corridoio[280] testè descritto. Fu sgombrato dalle terre e macerie per circa 37 metri.
Si ritiene comunemente, e credo a ragione, che questo cripto-portico fosse quell’andito angusto ricordato da Dione[281], dove il congiurato Claudio Pompeiano tentò di uccidere Commodo, allorchè questi per quell’andito si recava all’Anfiteatro. Io ritengo con alcuni archeologi che questo cripto-portico fosse senz’altro opera di Commodo.
Ma è già tempo di descrivere la cavea. La cavea del nostro Anfiteatro era divisa in cinque parti: il podio, tre ordini di gradi ed il portico[282].
Il podio (determinato da una praecinctio e dal rispettivo iter) era composto di un ordine di sette gradi[283] ai quali si accedeva per dodici vomitorî aperti nella praecinctio, e di un ripiano largo circa due metri (dove venivan disposti i subsellia), il quale, girando a piè della piccola gradinata, dava immediatamente sull’arena. Esso era munito di un parapetto a transenna, ed aveva otto vomitorî proprî, pei quali s’accedeva indipendentemente dalla gradinata. La larghezza dello spazio occupato dall’iter della praecinctio dalla gradinata e dal ripiano è (presa orizzontalmente) di m. 8 circa. Il muro del podio, che faceva fronte sull’arena, era alto m. 5, compreso il parapetto a transenna.
Che il podio fosse formato come l’ho descritto, risulta dalle espressioni degli antichi scrittori[284], confermate dall’esame dei suoi ruderi.
Sotto il ripiano dei subsellia v’era un ambulacro, al quale s’accedeva dal corridoio che girava a piè delle scale dei vomitorî del detto ripiano. L’ambulacro aveva m. 1,80 circa di larghezza; e nella parete opposta a quella che fronteggiava l’arena, aveva, in ogni quarto dell’ovale, sei nicchie rettangolari, quattro delle quali della larghezza di m. 2: le altre due erano di minor larghezza; tutte però avevano una profondità uguale di un metro, e tutte ugualmente eran alte m. 2 circa. — A proposito di questo corridoio, il Nibby[285] scrive: «di marmo era inoltre fasciato il corridore sotto di esso (ripiano del podio) che oggi è parte dell’arena, nel quale i riquadri allorchè vennero scoperti conservavano tracce di essere stati ornati di stucchi analoghi per lo stile a quelli della sala d’ingresso degl’Imperatori». — Io congetturo che ivi fossero gli agiamenti o cessi per i personaggi che occupavano il ripiano del podio. Si vedono tuttora nel basso delle nicchie le cloache coperte a capanna, e qualcuna ve n’è anche nei piloni tra una nicchia e l’altra, al piano del pavimento. Eran essi indispensabili, e specialmente in quei luoghi ove le persone si trattenevano per lunghe ore e talvolta per una intiera giornata. Suetonio scrisse di Augusto che nel circo «spectabat interdum e pulvinari, et quidem cum coniuge ac liberis, sedens spectaculo plurimas horas; aliquando totos dies aderat»[286]. Tal comodo dovette esservi per tutti gli ordini della gradatio, e probabilmente furono ridotti a tal uso i vuoti dei sottoscala. — Lo studiato sistema di chiaviche nel substrato dell’Anfiteatro servì a smaltire parimente le acque piovane e le immondezze degli agiamenti.
La forma del podio era ovale, e secondava il perimetro dell’arena; ma i due grandi ingressi di questa lo interrompevano, facendogli formare due bracci. Nel centro di ciascuno di essi v’erano i due suggesti; dei quali quello a sud-ovest era il pulvinare imperiale; ce lo indicano e la sua posizione ed il passaggio chiamato giustamente di Commodo, il quale termina precisamente a quel suggesto. Ho detto la sua posizione, perchè trovasi nella parte più nobile dell’Anfiteatro: parte che fu sempre rappresentata sulle medaglie a preferenza delle altre, e che è rivolta verso la regia Palatina. Ivi sedeva l’Imperatore, e di lì presiedeva agli spettacoli.
L’altro suggesto era di fronte al pulvinare, ed era destinato principalmente al magistrato delegato dall’Imperatore a presedere in sua vece ai giuochi. Si accedeva ai suggesti per i due ingressi principali, rivolti l’uno al Celio e l’altro all’Esquilino[287]; e si passava per due saloni, divisi ciascuno da diciotto pilastri di travertino, con arcate e volte ornate di stucchi. «Prima del terremoto del 422, scrive il ch. Lanciani[288], lungo l’orlo del suggesto più basso della cavea (dove sedevano i personaggi clarissimi) al disopra del podio correva una cornice marmorea, modinata a somiglianza delle basi attiche[289], e questa cornice reggeva il parapetto o pluteo che forse era di bronzo, forse di marmo. Lo scuotimento della terra avendo rovesciato giù nell’arena cornice e parapetto, colui che condusse i risarcimenti nell’Anfiteatro non volle o non potè riporre le cose al luogo loro. I massi marmorei della cornice furono fatti girare di 90, di modochè la cornice che prima stava sulla fronte dei medesimi si trovò sul piano di sopra, ed il piano di sotto, cioè il piano di posatura primitivo, divenne la fronte. Su di essa furono incise una o più lunghissime leggende a lettere assai grandi, le quali leggende vennero così a fare il giro di tutto il suggesto o di tutto il podio».
Nel podio, come si disse, avevano il loro posto i personaggi più illustri, e da prima i Senatori, ai quali (secondo il decreto emanato da Augusto[290] e che a mio parere fu in vigore in ogni tempo) era riservato il primo ordine dei subsellia: ordine che nell’Anfiteatro Flavio fu probabilmente primus et unicus, e situato senza dubbio nel ripiano del podio immediatamente prossimo all’arena. Dissi primus et unicus, perchè lo spazio di due metri non potè essere capace che di un solo ordine di subsellia, attesochè dietro di essi dovea rimanere lo spazio sufficiente per il passaggio.
Oltre ai Senatori, sedevano nei gradi del podio le persone investite delle più alte dignità sacerdotali, i clarissimi delle famiglie dei Senatori, i viri consulares, i magistrati curuli e gli ambasciatori esteri. Prudenzio ci attesta che avean posto nel podio eziandio le Vestali, le quali nei pubblici giuochi furono sempre tenute in considerazione[291]. Cicerone accenna al posto che esse aveano nei giuochi gladiatorî: nec si virgo vestalis, huius (L. Nattae) propinqua et necessaria, locum suum gladiatorium concessit huic[292]. Augusto, facendo eccezione alla disposizione data per le donne, assegnò alle Vestali un posto ragguardevole nel teatro: «Solis virginibus vestalibus locum in theatro separatim et contra praetoris tribunal dedit»; e Prudenzio, come ora dicevamo, ce le indica sedute nel podio del nostro Anfiteatro, anzi nella miglior parte di esso:
An quoniam podii meliore in parte sedentes[293].
Ora ci domandiamo: qual fu la miglior parte del podio assegnata alle Vestali?
Non possiamo ritenere che esse sedessero nell’ordo subselliorum insieme coi Senatori, perchè, come osserva lo Hübner[294], non è noto «che anche nell’anfiteatro e nel circo le Vestali avessero partecipato ai posti dei Senatori». E poi, se vogliamo accettare come precisa l’espressione di Prudenzio: «Podii MELIORE IN PARTE sedentes», noi non dovremo ricercare le Vestali fra i Senatori, per la ragione che nel podio v’era qualcosa di meglio dell’ordine dei subsellia. La miglior parte del podio erano indiscutibilmente i due suggesti. Non mi sembra ammissibile che le Vestali sedessero nel pulvinar, perchè questo suggesto era riservato all’Imperatore; ed ebbe il nome di pulvinar (nome proprio della sedes o lectisternium deorum) «quasi che (dice il Morcelli) in quel suggesto imperatoris tamquam numinis sedes esset». Che ivi sedesse eziandio la famiglia imperiale masculini sexus, lo possiamo dedurre dalle parole di Svetonio, il quale narra che Augusto «spectabat interdum e pulvinari, et quidem cum coniuge[295] ac liberis»: che vi sedessero talvolta anche le persone estranee alla famiglia imperiale invitatevi dall’Imperatore, ce ne fanno fede e il fatto di Tito, che invitò i due patricii generis convictos in affectatione imperii ad assistere al suo fianco ai giuochi gladiatorî, ed ai quali patrizî oblata sibi ornamenta pugnantium inspicienda porrexit[296]; e l’altro fatto di Domiziano, il quale per tutto il tempo dello spettacolo gladiatorio aveva con sè il fanciullo portentoso parvoque capite, cum quo plurimum fabulabatur, nonnunquam serio[297]: ma che vi sedessero anche le Vestali, lo ignoriamo. Anzi dai due decreti emanati nel regno di Augusto, e che sono di questo tenore: 1.º Faeminis ne gladiatores quidem, quos promiscue spectari solemne olim erat, nisi ex superiore loco spectare concessit. Solis virginibus vestalibus locum in theatro separatim et contra praetoris tribunal dedit[298]. 2.º[299] Quoties Augusta theatrum introisset, ut sedes inter vestalium consideret[300], mi pare potersi dedurre che le Vestali non sedessero insieme all’Imperatore nel pulvinare. Io inoltre opino che il primo decreto destasse non poco malumore nel popolo, giacchè gladiatores promiscue spectari SOLEMNE olim erat; ed in tal caso Augusto dovè non disprezzare il pericoloso fermento, e cercare un mezzo opportuno onde calmare il malcontento suscitatosi; e forse fu questa la ragione per cui emanò un secondo decreto col quale stabiliva che neppure all’Imperatrice fosse lecito di assistere agli spettacoli «promiscue», ossia, nel caso suo, coll’Imperatore nel pulvinare; ed essa era in obbligo, andando in teatro, assidersi fra le Vestali, mostrando così che la legge era uguale per tutti[301]. Di qui apparisce chiaramente che le Vestali non sedevano nel suggesto imperiale; e poichè occupavano la miglior parte del podio, non ci rimane che assegnar loro il luogo più distinto dopo il suggesto imperiale, vale a dire il suggesto che era di fronte al pulvinare. Ivi, come dicemmo, sedeva il personaggio delegato dall’Imperatore a presedere ai giuochi in sua vece; alla sua destra, in separato scompartimento (separatim), le sei Vestali[302]; alla sinistra, i consoli insieme al munerator, editor o dominus, alle cui spese si davano i giuochi, e che in quella circostanza aveva le insegne e l’autorità di un magistrato. Severino Boezio ci mostra l’editor nel circo, assiso appunto tra i due consoli: «Cum in circo duorum medius consulum circumfusae multitudinis expectationem triunphali largitione satiasti?»[303].
Nè mi sembra di avere esagerato, assegnando alle Vestali anzichè ai Consoli la parte destra; poichè sappiamo che questi, qualora si fossero imbattuti con le sacerdotesse di Vesta, dovean ceder loro il passo; e che, secondo il decreto del 776 d. R., tra le Vestali dovea avere il suo seggio l’Augusta.
Per completare la descrizione del podio, ci resta di parlare dell’apparecchio di cui questo era munito onde gli spettatori fossero sicuri dagli assalti delle fiere. Di quest’indispensabile apparecchio se ne avea già una vaga notizia, e sapevasi che consisteva in una serie continua di reti tessute di grossi fili metallici[304]: ma non ci sarebbe stato certamente possibile farne una descrizione esatta, se il poeta Calpurnio, vissuto ai tempi di Carino e Numeriano, non avesse nei suoi versi così particolareggiatamente parlato della sua struttura e magnificenza. Egli dice che al termine dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, verso il muro marmoreo del podio, era distesa tutt’attorno un’ammirabile serie di rulli d’avorio, che, girando intorno ad assi, rendevano impossibile alle fiere l’appigliarvisi con le unghie, facendole, se vi si fossero provate, ricadere subito al basso. Aggiunge che v’era una rete tessuta di aurei fili, insieme a molti denti di elefante sporgenti in sull’arena, tutti d’egual grandezza e lunghi più ancor d’un aratro[305].
Da questa descrizione mi sembra poter dedurre come fosse nell’Anfiteatro Flavio disposta quest’opera di difesa. A breve distanza dal muro del podio del nostro Anfiteatro, al termine della zona che noi già dicemmo morta, sorgevano ad eguali intervalli delle travi foderate di bronzo, in tutto o in parte dorate, collegate a due a due da una trave orizzontale, formando così un dolce poligono inscritto nell’ovale: poligono necessario per il movimento dei rulli, il quale sarebbe stato impossibile ottenere su di una curva; — sull’alto delle travi poi erano solidamente fissati i robusti assi rettilinei, intorno ai quali giravano i rulli d’avorio. Negli specchi fra una trave e l’altra erano tessute le reti, e dalle fronti delle travi sporgevano i denti verso l’arena.
Al podio seguiva immediatamente un ordine di dodici gradi, determinato da una praecinctio, col suo iter largo m. 3,50. Questa straordinaria larghezza dell’iter è dovuta ai quaranta abbaini, fatti in esso per illuminare il sottoposto ambulacro. La gradinata ha quattordici vomitorî aperti nella praecinctio, era destinata ai quattordici ordini dei cavalieri, e costituiva la prima cavea.
Segue quindi un terzo ordine di diciannove gradi, determinato esso pure da una praecinctio col suo iter. Quest’ordine ha trentadue vomitorî, sedici dei quali sboccano alla metà della gradinata e sedici dalla praecinctio. Questa era straordinariamente alta, ed in essa, oltre le porte dei vomitorî, v’erano ventotto finestre, dalle quali prendeva luce il corridoio posteriore. La serie delle finestre era frammezzata con simmetria da trentasei nicchie con statue. V’ha chi opinò che quei tripodi marmorei, con faccia piana nella parte posteriore per addossarsi al muro, rinvenutisi negli scavi dell’Anfiteatro (la loro non poca quantità ci fa argomentare ve ne siano stati in buon numero), fossero collocati in quelle nicchie per bruciarvi sostanze aromatiche. Ma collocando i tripodi in quegli incavi ed in quella sola precinzione, mal si sarebbe provveduto al fine cui essi erano destinati. A me sembra più ragionevole che i tripodi fossero stati addossati esternamente alle pareti di ciascuna delle precinctiones, ove le essenze odorifere avrebbero prodotto il loro completo effetto, e tutto l’ambiente anfiteatrale sarebbe rimasto egualmente profumato.
Che quelle nicchie poi invece di tripodi contenessero statue, ce lo fa argomentare ciò che si legge nelle Memorie Enciclopediche Romane[306], «Si sono trovate negli scorsi giorni sull’alto del Colosseo fra scarichi antichi di macerie, due torsi di donne panneggiate assai bene, una delle quali si vede aver avuta la testa incassata, cosa non rara nelle statue antiche; mancano ambedue di testa, braccia e piedi; dovettero probabilmente ornare quel giro di nicchie ancora esistenti che al di sopra della seconda precinzione facevan prospetto all’Anfiteatro».
Questa praecinctio straordinaria, che, a guisa di grandiosa fascia, cingeva l’immensa cavea, io congetturo che sia il balteus di Calpurnio, decorato probabilmente da intarsî di fine pietra e forse anche da mosaici di smalto.
La parola balteus, che vuol dire propriamente cingolo[307], s’adoperò dagli oratori[308] e dai poeti come sinonimo di praecinctio, benchè questa e non quella sia la voce tecnica per indicare le zone verticali che dividevano in diversi ordini la gradatio dei teatri, degli anfiteatri e dei circhi. Questo terzo ordine costituiva la media cavea.
A quest’ordine ne seguiva un quarto, summa cavea, composto di sette gradi, la cui praecinctio formava zoccolo al basamento del portico. Anche qui l’iter girava al basso della gradinata ed ivi sboccavano dodici vomitorî.
La cavea era coronata da un portico di ottanta colonne di ordine composito. La gradinata del portico, costruita da legname, si componeva di undici gradi, ed era divisa da tavolati (tabulationes)[309].
La parte della cavea dalla praecinctio della gradinata assegnata ai quattordici ordini dei cavalieri a tutta la summa cavea (ossia la media e la summa cavea), nonchè una buona parte del portico, era destinata ai cittadini, plebs, la quale plebs con ogni verosimiglianza, era divisa secondo le tribù.
I varî ordini di cittadini che vi avevano cunei propri, e dei quali abbiamo particolar notizia, sono i seguenti:
a) I Tribuni. Leggiamo in Dione[310] che fra gli onori decretati a Giulio Cesare v’era: «ut semper sella curuli sederet, excepto per ludos. Tum enim sessio ei in tribunicio subsellio inter eos qui quoque anno Tribuni essent concedebatur». E similmente fra quelli decretati ad Augusto: «ut in subselliis Tribunorum plebis sederet»[311]. In Calpurnio leggiamo:
«Nivei loca densavere Tribuni»
Presso i Tribuni ebbero luogo speciale i loro viatores. Tacito[312] scrive: «liberto et accusatori praemium operae, locus in theatro inter viatores tribunicios datur».
b) I COLLEGI SACERDOTALI: eccettuate le persone costituite nei gradi più alti del sacerdozio, le quali, come già si disse, sedevano nel podio. Arnobio scrive: «Sedent in spectaculis publicis sacerdotum omnium collegia». I collegi sacerdotali officiali erano otto: Pontifices, VII viri epulones, XV viri sacris faciundis, augures, fetiales, arvales, sodales Titii, Salii. — I collegi semi-officiali erano cinque: Collegium Lupercorum, Collegium Mercurialium, Collegium Capitolinorum, Collegium Veneris Genetricis, Collegium Minervae.
V’erano poi le Sodalitates: sodales Matris magnae, Augustales, Claudiales, ecc.
I posti assegnati al collegio degli Arvali ce li ricorda con esattezza la nota lapide[313], e la chiara notizia che questa ci porge ci potrà servire di guida per investigare dove avessero avuto posto gli altri collegi sacerdotali.
c) I Patres familias. «Maritis e plebe proprios ordines assignavit»[314]. Marziale[315] dice:
«Sedere in equitum liceat an tibi scamnis,
Videbo Didyme: non licet maritorum».
d) I Praetextati. Pueri nobiliores et honestiores, e vicini a questi i pedagogi. Ce l’attesta Svetonio: «Praetextatis cuneum suum et proximum PEDAGOGIS». Di questi due cunei rimangon tracce nell’Anfiteatro Flavio, in due gradi, nella fronte dei quali leggiamo le lettere:
ETEXT
VIIIS
(C. I, l. VI, parte 4, 32098c).
E nella fronte dell’altro:
(paedagogis) (p) VERO (rum)
(C. I, l. VI, parte 4, 32098d)
e) La Milizia. «Militem secrevit a populo» Svet.
Alla classe meschina della cittadinanza fu assegnata la maggior parte del portico. Suetonio ci dice che Augusto «sanxitque ne quis pullatorum media cavea sederet», e noi per la testimonianza di Calpurnio dobbiam dire che nell’Anfiteatro Flavio non solo quella classe non sedette nella media ma neppur nella summa cavea, e che ebbe il suo posto unicamente nel portico: