PARTE IV. CONTROVERSIE SULL’ANFITEATRO FLAVIO.

CAPITOLO PRIMO. Quest. 1.a — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si celebrarono le naumachie?

Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV, XXV, XXVI e XXVIII del libro Spectaculorum di Marziale, e le parole di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso, diciamo:

Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della dedicazione della venerabile mole dei Flavî, l’arena anfiteatrale fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello, molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua, v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono divisi in Corintî e Corciresi»[862].

La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente l’Anfiteatro-naumachia dei Flavî, dicendoci che in questa Mole si fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel Fucino nè negli stagni neroniani si sarebbero potuti eseguire. Oltre alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro ignote:

. . . . vidit in undis

Et Thetis ignotas et Galatea feras;

le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione.

Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da Tito nell’Anfiteatro in occasione delle feste inaugurali di quel monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864] sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella vecchia naumachia; che l’inondamento dell’Anfiteatro ed i giuochi, ivi dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia potuto riferire l’ibidem di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo stesso Dione ci attesta che, per dar nella vecchia naumachia ludi gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e circoscritta da steccati di legno.

Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene e solamente nella vecchia naumachia. Impressionatosi egli della piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta non imitare ma rappresentare assolutamente al vero la summenzionata battaglia, viene a questa conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio: che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S. Cosimato in Trastevere».

Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato; primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio quell’aggettivo applicato a munus in grado superlativo — largissimumque — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella solennità una battaglia navale nel Nemus Caesarum, ossia nella vecchia naumachia, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (etiam) navale praelium in veteri naumachia potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale eseguitasi nella vecchia naumachia, ne fosse stata data un’altra nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in quella circostanza, escludono forse il munus apparatissimum (almeno gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio, si diè nell’Anfiteatro?

Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel Nemus Caesarum colla frase in veteri naumachia, giacchè ivi come notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869].

In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie.

Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque, si celebrarono giuochi in acqua tanto nella vecchia naumachia quanto nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono, se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro Flavio: «hanc unam norint saecula Naumachiam».

Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce da Marziale, l’Anfiteatro dovette fin dall’origine essere stato costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!.... Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo sosterrà.

Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu stabilmente sostrutta fin da principio, e che il suo livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per discendere nell’arena.

Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio. Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano dell’ipogeo alla loro cima (V. Fig. 9ª).

Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno speco (V. Fig. 11ª)[874], il quale è situato sotto il pavimento del cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S. Gregorio[876].

La semplice esposizione della struttura della parte infima dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua mole in modo che si potesse a piacimento inondare. Lo speco anzidetto, come lo persuade la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei, fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso volume d’acqua, a tale scopo derivando dal castello di divisione, situato sulla piazza della Navicella (per intero od in parte), la quantità della Claudia condotta dal ramo celimontano, il cui speco è largo m. 0,716, alto m. 1,633 fino all’imposta della volticella, che ha m. 0,445 di freccia[877].

Fig. 11.ª

Sul sito preciso di questo castello non può cader dubbio, avendolo il Cassio individuato matematicamente con due coordinate — 90 passi dal portone di S. Stefano Rotondo, e 30 dall’arco di Dolabella. — Questo dotto scrittore ragiona diffusamente del castello suddetto nella sua opera Corso delle acque antiche[878]. Ecco le parole con cui intitola il capitolo: «Degli archi, sui quali condusse Nerone la Claudia sul Celio diramandone un rivo allo stagno dell’aurea sua casa. Questi non furono opra di Claudio. Delli bassi; si mostra il Castello non osservato da moderni antiquari». Di questo lungo capitolo recherò in NOTA i tratti che più c’interessano[879].

Se il Cassio avesse potuto vedere quello che fortunatamente abbiam veduto noi, lo sbocco, cioè, di quel sotterraneo condotto all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro dalla parte del Laterano, ad un livello superiore al piano dell’ipogeo dell’arena; si sarebbe risparmiato l’improbo lavoro della ricerca di pozzi e conserve nell’altipiano artificiale dell’orto dei religiosi del convento de’ Ss. Giovanni e Paolo, per l’inondazione dell’Anfiteatro Flavio; ed avrebbe senza dubbio ritenuto con noi che Vespasiano, il quale risarcì appunto il condotto della Claudia, si servì dello speco neroniano, che prima conduceva quell’acqua allo stagno, per l’inondazione della sua magnifica mole.

Il Lanciani[880] giustamente nega che questo speco fosse (come si credè quando apparve negli scavi del 1874) l’emissario dei sotterranei dell’arena; ed io convengo pienamente con lui, ed ammetto che le acque vi dovettero correre «dal Celio verso il bacino del Colosseo». Convengo eziandio col ch. archeologo che quello speco abbia servito per uso dello stagno neroniano; ma credo in pari tempo che servisse ancora alla condotta delle acque per l’inondazione dell’Anfiteatro; imperocchè nell’edificazione della Mole Vespasianea lo speco non venne distrutto: ciò che si sarebbe fatto, se più non serviva, a fine di evitare il considerevole ed incomodo dislivello tra il piano del criptoportico e quello delle due lunghe stanze adiacenti e del rimanente degli ipogei.

Quel che più poi mi conferma in questa opinione, si è l’orientamento simmetrico di questo speco rispetto all’Anfiteatro; la qual cosa ci costringe a ritenere o che Vespasiano orientasse l’Anfiteatro relativamente allo speco, o che, con un nuovo braccio, torcesse l’antico andamento di questo per farlo riuscire come ora lo vediamo, vale a dire all’estremità orientale dell’asse maggiore; restando sempre comprovato da quel fatto che Vespasiano si servì dell’antico speco per l’inondazione dell’Anfiteatro. Anzi sarei di parere che appunto lo speco che conduceva la Claudia allo stagno di Nerone, dove si designò d’erigere l’immensa mole, sia stato ii movente nella mente di Vespasiano di un teatro-naumachia.

Il piano del nostro speco è alquanto più basso di quello degl’ipogei. Penso che ciò sia stato fatto perchè con quel battente venisse moderato l’impeto della corrente, impedendo così un urto violento della corrente stessa contro le sostruzioni dell’arena che le si paravan innanzi.

In un tempo più o meno lungo[881] potevansi in tal guisa inondare tutte le cavità dell’ipogeo e far giungere il livello dell’acqua fin quasi a toccare il pavimento dell’arena, sul quale potevansi eseguire liberamente i ludi, senza che gli spettatori s’accorgessero punto del sotterraneo inondamento e potessero prevenire la sorpresa che era loro preparata. Giunto il momento di cambiare scena, cessavano i ludi; s’apriva di nuovo la saracinesca; l’acqua scendea precipitosamente dal castello, e, non potendo salire sull’arena, perchè impedita dal pavimento solidamente assicurato alle sostruzioni, rigurgitava dai trentadue archi delle nicchie, riversandosi sull’arena ed allagandola con un primo strato quasi in un attimo: Amphitheatro de repente aqua impleto[882].

L’acqua andava man mano crescendo; e non s’arrestava il suo sollevamento, se non quando era giunta all’altezza necessaria a sostenere le rates.

Le aperture poi che si vedono nel fondo di ciascuna delle trentadue nicchie, (V. Fig. 9ª), furono evidentemente emissarî per far tornar in secco, in breve tempo, il pavimento dell’arena. Marziale cantò:

Non credis? spectes, dum laxent aequora Martem

Parva mora est, dices hic modo pontus erat.

Il grosso volume di acqua che inondava gl’ipogei veniva, per mezzo di gore sotterranee, scaricato a comodo nella principale. Con tal sistema potevasi far salire e discendere a piacimento il livello dell’acqua sul piano dell’arena; il quale livello poteva variare da zero a pressochè due metri.

L’inondazione di tutte le cavità dell’ipogeo rimuoveva il pericolo dell’abbassamento del voluto livello dell’acqua sull’arena: abbassamento che poteva probabilissimamente avvenire, se, come opinò Lorenzo Re[883], si fosse introdotta l’acqua solamente sopra il pavimento, non giovando certo nè le saracinesche alle porte nè il catrame alle moltissime commessure del tavolato ad impedire il filtramento dell’acqua.

Potrebbesi pur anche immaginare con qualche fondamento che l’inondazione sotterranea fosse stata limitata al solo primo ambulacro curvilineo, nel quale si trovavano le nicchie; chiudendo allo scopo sigillatamente le quattro porte, che da quest’ambulacro mettevano al secondo. La cosa sarebbe stata molto più semplice, meno dannosa; e l’inondazione sotterranea si sarebbe eseguita in più breve tempo. Ma in tal caso rimaneva il pericolo d’accidentale filtrazione dell’acqua nella parte centrale del pavimento. Io ho preferito l’allagamento totale, ma non posso asserire con certezza a qual dei due partiti si saranno attenuti gli antichi.

Un indizio dell’allagamento della parte infima dell’Anfiteatro l’abbiamo nell’incastro che si vede negli stipiti di travertino della porta che dall’ipogeo introduce nel cripto-portico meridionale. Anche gli accessi degli altri tre cripto-portici dovettero avere avuto i loro incastri, a fine d’impedire l’inondazione di quelle vie sotterranee.

E qui è bene avvertire che nell’ingegnoso ritrovato per l’inondazione dell’Anfiteatro, chiaramente manifestatoci dall’esame del monumento, non occorreva munir d’incastri e saracinesche le due grandi porte che immettevano nell’arena; poichè l’acqua saliva dolcemente su i piani inclinati già ricordati, e, giunta al massimo livello, appena lambiva la soglia delle due porte: donde si potevano con agio far discendere nell’acqua bestie e i cocchî, e varare comodamente le barche.

All’allagamento totale degl’ipogei e dell’arena potrebbesi obiettare il danno che ne veniva alle parti lignee ed ai meccanismi; nonchè il tempo e la spesa che occorreva per rimettere ogni cosa allo stato normale.

Obiezione giustissima, ma che per altro conferma il fatto risultato dallo studio del monumento e degli antichi scrittori. Io opino che questa appunto sia stata la causa, se non unica almeno principale, che fè determinare i successori di Domiziano ad abolire per sempre le naumachie dall’Anfiteatro e a sollevare il livello dell’arena.


Verso la metà del secolo XVIII il Cassio s’interessò del calcolo circa la quantità dell’acqua necessaria ad inondare l’arena dell’Anfiteatro Flavio, per darvi naumachie. A questo scopo, dice egli[884], «stimossi opportuno il ricorrere alla nota abilità del P. Boshovitz pubblico lettore di tali scienze (matematiche) nel Collegio Romano. Egli sapeva essere stato scritto in altre occasioni sopra lo spazio ed estensione della medesima Cavea dal sig. Ab. Gaetano Ridolfi espertissimo in geometria, aritmetica ed anco idraulica. Suggerì perciò non potersi trovare di lui più idoneo per soddisfare al proposto quesito. Si compiacque la di lui gentilezza di assumere il laboriosissimo incarico, e dopo serî riflessi ne stese la dotta operazione nel foglio che si aggiunge al § 7, pagina 134».

In sostanza, il Ridolfi venne a questa conclusione: che per allagare l’arena dell’Anfiteatro (ritenuta non sostrutta) all’altezza di 10 palmi architettonici, pari a m. c. 2,23 (altezza abbondante perchè possano galleggiare le barche, ma da lui supposta, perchè, come egli scrive: «le navi e gli uomini che si sommergessero non avessero a recare impedimento al libero andare dei naviganti)», occorreva un volume d’acqua di barili 139784, pari a m. c. 8134,784. — Si deve avvertire che il Ridolfi suppose l’arena, allora interrata, alquanto più ampia di quella che realmente era.

Lorenzo Re, il quale sostenne l’arena sostrutta fin da principio, e la suppose inondata soltanto sopra al pavimento, disse che a sostenere le barche erano sufficienti tre o al più quattro piedi d’acqua: vale a dire m. 1,18 il massimo.

Per noi (posta l’arena al piano dei mensoloni e stabilita la superficie massima dell’acqua all’altezza di metri due dal piano del tavolato) occorrerebbe un volume d’acqua di 6400 m. cubi. Ma non pare che vi sia stato bisogno di tanta altezza nè di tanto volume. Le barche infatti che dovevan solcare il piccolo mare anfiteatrale, non poterono essere di grande mole nè cariche di molti uomini; ma sibbene di limitate proporzioni, e, come bene osserva il Gori[885], non più lunghe di 5 metri; nè forse ebbero più carico che di un otto uomini ciascuna fra rematori e combattenti.

La portata dello speco è tale, che in pochissimi minuti l’acqua potea raggiungere i due metri d’altezza sul pavimento dell’arena. Io nondimeno credo che non vi se ne introducesse tutta quella quantità di cui era capace; e congetturo inoltre che a bello studio ne venisse introdotta minor quantità; che questa raggiungesse il livello sul piano dell’arena di m. 1,70 circa, altezza, più che sufficiente a sostenere le piccole barche Corintie e Corciresi; e che l’acqua si facesse affluire in modo, che, per raggiungere questo livello, impiegasse un’ora circa di tempo. Questo lo deduco dall’epigramma XXVIII[886] di Marziale il quale in linguaggio poetico così cantò:..... «Mentre che Nereo apparecchia le sue onde a ricevere le truci navi, pe’ i feroci combattimenti, permette di andare pedestramente nelle liquide acque. Videro intanto Teti e Galatea guazzar nell’onde animali ad esse ignoti; e nell’equorea polvere videro cocchi tratti da focosi destrieri che Tritone stesso credette i cavalli del suo signore. La doviziosa onda Cesarea t’offriva quanto nel Circo e nell’Anfiteatro s’ammira».

Le espressioni poetiche del poeta cesareo vengono a dichiararci che nel tempo del lento sollevamento dell’acqua[887], e mentre questa trovavasi in un conveniente livello[888], s’eseguivano in essa corse di cocchî e giuochi di animali «assuefatti a fare nell’acqua quel che facevano in terra».

L’inondazione degl’ipogei poteva farsi a comodo; e quindi poco c’importa di conoscere il volume dell’acqua necessaria a riempirli ed il tempo che questa v’avrà impiegato. Contuttociò, poste le sostruzioni stabili, si può dedurre che il volume necessario fu circa di un terzo minore di quello che sarebbe occorso a riempire l’intero ipogeo vuoto all’altezza di m. 3,50; ossia occorreva un volume d’acqua di m. c. 7467 circa, ed appena un’ora ed un quarto di tempo.

Opino che simili inondazioni si facessero prima che gli spettatori occupassero i gradi, acciocchè il rumore del grosso volume d’acqua, che si scaricava nel sotterraneo, non tradisse il segreto che si voleva serbare.

E qui mi si permetta manifestare una mia idea circa i varî ludi dati da Tito nell’Anfiteatro, allorquando lo dedicò, e dei quali parla esplicitamente Dione.

Alcuni scrittori opinarono essere impossibile il combattimento delle gru; ed il Casaubono era tanto persuaso di questa impossibilità, che corresse il testo di Sifilino, sostituendo alla gru (γεράυοις) i germani (Γερμανοὺς). Il Reimaro s’oppose a questa correzione, ed io non vedo l’assoluta impossibilità di quel combattimento. Chi di noi non sa che i volatili e tutti gli animali s’azzuffano fra loro, allorchè vengono a contrasto per una preda? Perchè dunque dovrà sembrare impossibile che le gru, quei grossi uccelli, abbiano potuto azzuffarsi fra loro, molto più se, come è possibile, fossero state antecedentemente ammaestrate, e legate a lungo per una zampa? — Che realmente si eseguisse questo strano combattimento, me lo persuade inoltre lo stesso divisamento di Vespasiano, in voler dare nel suo Anfiteatro giuochi in acqua: divisamento che potè far sorgere in Tito l’idea di completare, direi quasi, la straordinaria rappresentazione, dando un combattimento di nuovo genere; esibendo, cioè, nella solenne dedicazione del nostro monumento, giuochi aerei, terrestri e marini.

Concludiamo:

L’esame del monumento ci ha fatto conoscere la verità della narrazione di Dione; ha confermato il parere del Nibby relativamente al passo di Suetonio, ed ha illustrato splendidamente l’epigramma XXVIII[889] di Marziale, rivelandoci il vero senso di quei versi oscuri. Ora in grazia di quest’esame, intendiamo come veramente nel solo Anfiteatro-Naumachia di Vespasiano Nereus poteva concedere di andare pedester nelle liquide onde, potendo correre sul piano inondato dell’arena (prima che le acque giungessero ad un livello da sopportar le barche) i cocchî, camminare gli uomini e guazzare le bestie; e vediamo come i versi di chiusa, che finora sembravano una puerile incensata, non erano che l’espressione di un fatto vestito di poetiche forme:

Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis,

Hanc unam norint saecula Naumachiam.