PARTE III. DAL SECOLO XV AI TEMPI PRESENTI.

CAPITOLO PRIMO. Varie vicende del Colosseo nei secoli XV e XVI — Travertini asportati — I Papi e il Colosseo — Drammi sacri — Chiesa della Pietà — Chiesa di S. Giacomo — Ospedale — Altre Chiese ed oratorî che circondarono il Colosseo — Sisto V.

Fra il 1431 ed il 1447 Poggio Fiorentino scriveva il suo trattato De varietate Fortunae. Si narra in esso che a quei tempi il Colosseo vedevasi nella sua maggior parte distrutto; e ciò, Ei dice, a motivo della stoltezza dei Romani: «Atque ob stultitiam Romanorum maiori ex parte ad calcem deletum».

Che all’epoca di quello scrittore (anzi da molto tempo prima) l’Anfiteatro Flavio fosse maiori ex parte ad calcem deletum[664], non ne dubito; ma che la causa di questa parziale distruzione sia stata la stoltezza dei Romani, non posso ammetterlo. La cessazione dei ludi, causa originale dello sfacelo, avvenne forse per la stoltezza dei Romani? I barbari vennero a travagliare ed a impoverire l’Eterna Città per la stoltezza dei Romani? E dei continui terremoti (specialmente di quello del 1349, descritto dal Petrarca) che conquassarono quella mole, ne fu causa la stoltezza dei Romani?

Riteniamo pertanto come positivo il fatto della rovina della maggior parte dell’Anfiteatro al periodo suddetto, ma rigettiamo assolutamente l’accusa lanciata ai Romani da Poggio Fiorentino. È indubitato nondimeno che i Romani (come avrebbero fatto e forse fecero i Fiorentini degli antichi monumenti delle loro contrade; e come facevasi da tutti i popoli di quell’epoca), si servirono dei massi (caduti) del Colosseo. Il fatto è provato da un breve di Eugenio IV, datum Florentiae, e forse motivato dalle lagnanze dello stesso Poggio Fiorentino: lagnanze che riteniamo giuste ma soltanto nel senso dell’asportazione che da parecchi anni andavasi facendo dei massi caduti.

Ridotto l’Anfiteatro Flavio in uno stato tanto deplorevole, le sue rovine addivennero ben presto ricetto di malviventi. Scrive il Vacca[665] che nel 1431 Eugenio IV fece con muri congiungere il Colosseo al monastero di S. Maria Nuova, onde togliere l’occasione del gran male che in quello facevasi.

I monaci Olivetani ne godettero il possesso per molti anni; ma finalmente il Popolo Romano atterrò quei muri, e divise il monumento dal monastero col pretesto che una tale antichità non dovea stare chiusa e nascosta, ma aperta e alla vista di tutti i forestieri[666]. Questo fatto dovette avvenire circa il 1485, come si deduce tanto dalle parole del Vacca (il quale dice che gli Olivetani «dopo la morte di Eugenio», ossia dopo il 1446, lo godettero «per molti anni»), quanto perchè nel 1490[667] s’incominciò a rappresentare nell’Anfiteatro la passione del Gesù Cristo; e quindi era tornato in possesso del Popolo Romano. Dopo i primi crolli della parete esterna del Colosseo, avvenuti (come si disse) con tutta verosimiglianza nel terremoto del Settembre del 1349, le parti adiacenti, come succede sempre negli edifici semidiruti e non opportunamente restaurati, principiarono a sfasciarsi e a gradatamente cadere. Essendo quasi impossibile il ripristinamento, e prevedendosi che i massi di travertino andrebbero a finire, come per il passato, in qualche fornace di calcina; si credè cosa più utile usare i caduti materiali per altre fabbriche. Paolo II (a. 1416-1471) fe’ trasportare una parte di quei travertini, e gli impiegò nella fabbrica del palazzo detto di Venezia, il quale poi addivenne l’abitazione dei Papi. L’Adinolfi[668] dice che in quell’occasione il Pontefice «die’ licenza ad alcuni suoi architetti di poter demolire alquanti archi del Colosseo nella porzione spettante alla Camera, il che die’ motivo alla principale e più grande rovina della fabbrica. Ed in nota aggiunge: «Dico più grande rovina, perchè all’età di Niccolò PP. V alcuni travertini del Colosseo furono adoperati per la fabbrica del palazzo apostolico al Vaticano». Ciò che l’Adinolfi afferma non pare del tutto accettabile. Varî autori, come il Nibby ecc., assicurano che Paolo II approfittò dei travertini caduti; nulla dicono nella demolizione di alquanti archi del Colosseo. Già un secolo circa avanti il pontificato di Paolo II, e molti anni prima del governo di Nicolò V, l’Anfiteatro Flavio trovavasi privo della parte che guarda il Palatino ed il Celio[669]. Il ch. Lanciani, tanto competente in questa materia, sembra essere dello stesso parere, giacchè nel suo pregevole lavoro sulle Iscrizioni dell’Anfiteatro Flavio[670] riporta letteralmente le parole del Marangoni[671], le quali sono del seguente tenore:

✠ S. P. q. R.

«Confermasi ancora che circa la rovina di questi due portici australi del Colosseo, fossero più anticamente di Paolo II atterrati, dal vedersi negli avanzi interiori rimasti in piedi dipinte le armi o stemmi del senato romano e della compagnia nobilissima del SS. Salvatore ad sancta Sanctorum, di rozzissima maniera, e con lettere gotiche espresso il titolo S. P. Q. R. nella targa, e questi, senza dubbio, furono fatti formare circa l’anno 1386, allorchè il Senato medesimo donò la terza parte del Colosseo alla stessa Compagnia.... Che se a quel tempo vi fossero stati i due portici, queste armi sarebbero state dipinte in fronte agli archi esteriori dei medesimi». L’Adinolfi si oppose, come abbiam veduto[672], all’opinione del Marangoni, e ritiene che gli stemmi non siano stati dipinti su gli archi interiori prima del 1418. Io non intendo farmi arbitro di questa questione, ma farò osservare che l’opinione dell’Adinolfi, del resto, non intacca la deduzione del Marangoni; essendochè, dato pure che gli stemmi fossero stati dipinti nel 1418 anzichè nel 1386, resta sempre vero che i due portici australi del Colosseo erano già rovinati anteriormente a Paolo II, e positivamente non meno di quarantasei anni avanti l’elezione di quel Pontefice, la quale avvenne nel 1464. E se anche fosse certo quanto l’Adinolfi afferma[673], io con lui stesso[674], concluderei: «Se molti scrittori incolpano del misfatto il solo Paolo II, io nol discolperò: imperocchè, segue, eglino non avvertono che niuno dei parecchi ARCHITETTI che li servivano osò distorlo, siccome era dovere, di commettere lo sconcio, quando colle loro magistrali ragioni agevolmente avrebbero potuto persuaderlo a desistere di una faccenda assai riprovevole, trattandosi di un bellissimo monumento costruito per giuochi e spettacoli delli quali Paolo era oltremisura compiacente». Mi permetto inoltre aggiungere che se Paolo II avesse realmente data ai suoi architetti quella licenza, potè anche averlo fatto per impedire una rovina maggiore, permettendo di demolire le arcuazioni pericolanti, e lasciando con quel taglio la parete a sperone. Questo pensiero me lo suggerisce il breve di Eugenio IV[675], col quale si proibisce assolutamente «ut et MINIMUS dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deficiatur»; non potendomi persuadere che un Papa il quale governò un trentennio appena dopo quella saggia disposizione, l’abbia potuto derogare senza un ragionevole e plausibile motivo.

Il Cancellieri (p. 311) dice che lo stesso Pontefice Paolo II fe’ abbellire coi travertini del Colosseo anche la chiesa di S. Marco, contigua al palazzo. Il Vasari, nella vita di Giuliano di Majano[676], aggiunge che una gran quantità di travertini fu scavata da lui stesso in certe vigne vicine all’Arco di Costantino, le quali venivano ad essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo.

Nel 1480 il card. Riario approfittò degli stessi caduti travertini per la costruzione della Cancelleria Apostolica; e nel seguente secolo i Farnesi con il materiale dell’Anfiteatro e di altri antichi edifici romani, edificarono pur essi il loro palazzo. Contemporaneamente, nel periodo che corre fra il 1480 ed il 1550, s’abbellirono con quei materiali molti altri edifici romani, non esclusi come si legge nel Ricci[677], i palazzi Senatorio e dei Conservatori di Roma. Più tardi (sec. XVII), furono asportati i travertini di tre archi e mezzo (caduti nel 1644) per l’edificazione del palazzo Barberini[678]. V’ha chi da questi fatti prende pretesto per censurare i Papi; e, travisando la storia, si sforza d’ingannare gli incauti e gli ignoranti, dando loro ad intendere che essi, come tali, fecero abbattere la parte mancante del Colosseo per fabbricar palazzi, ecc. Ciò è assolutamente falso.

Nel capo quarto della Parte II dimostrammo che il Colosseo, sebbene gravemente intronato, rimase sostanzialmente integro fino al terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa coxa o cosa Colisei, era ancora a loro disposizione. «La cosa o coscia dell’Anfiteatro, dice il Lanciani[679], continuò a fornire travertini per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo». Aggiunge che «i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro secoli».

E finalmente: «Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di concessioni o di spese per cauar asproni o teuertini a Culixeo».

Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato (1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione: «Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et totius Orbis excellentiam diminuere».

Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro Flavio d’aver ceduto i suoi massi.

La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «Vixisset, scrisse il Mabillon, Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum nunc haberemus». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto; giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni.

Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme: dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse troncati la morte avvenuta in quello stesso anno.

Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico, che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle edicole della Via Crucis, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera arditissima ed ammirabile.

D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro; Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di quello stupendo monumento.

Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata, difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore, come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino.

Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento.

In uno spazio piano, che trovasi sopra gli archi delle antiche scalinate ristretto con un’ala di muro di forma circolare, si costruì una tribuna a guisa di teatro; ed in essa ogni anno, nel giorno del Venerdì Santo, rappresentavasi la Passione di Cristo.

Scelti i personaggi atti all’uopo, tanti di numero quanti ne ricorda il Vangelo, rappresentavano essi ciò che in questo si legge relativamente alla passione e resurrezione del Salvatore. Sulle scene v’erano effigiati i varî luoghi della Palestina, come Gerusalemme, Betania, il Cenacolo, l’orto di Getsemani, le case di Anna, di Caifa e di Erode, il tempio di Gerusalemme, ecc. Le vette dei monti Oliveto e Calvario, l’albero al quale s’impiccò Giuda, e forse il pinnaculum templi erano rappresentati al naturale. Nella scena del pretorio di Pilato eravi il tribunale, ed un seggio che costò 40 ducati.

Nella parte superiore della tribuna eravi una galleria, la quale, dice l’Adinolfi[681] «facea mostra all’occorrenza delle nuvole con angeli[682], quali nubi venivano ad oscurare nella morte del Redentore».

In quella stessa galleria v’era la musica, il coro dei Profeti, quello delle Sibille, nonchè dei pastori e dei re[683]. I fratelli della Compagnia del Gonfalone offrivano volentieri la loro opera, onde costruire i palchi e provvedere il necessario per il buon esito della rappresentazione; e poichè fra loro v’erano abili pittori, architetti, letterati e mimi, ciascun di essi concorreva col suo lavoro personale: così uno dirigeva la costruzione dei palchi, un altro dipingeva le scene; chi componeva i drammi, e chi li recitava. Fra i pittori si ricordano: Iacobello di Antonazzo, Savo, Antonio da Tivoli e Maestro Francesco. Uno dei più valenti compositori di drammi fu Giuliano Dati, fiorentino; e fra gli attori o coloro che nel 1500 recitarono nel Colosseo i suddetti drammi, si conserva memoria di Gregorio orefice, Mazzagattone, Mercurio, Tommaso cartaro[684], Pietro cartaro, Tommaso libraro, Marcantonio di Caravaggio, Michelangelo linaiuolo, il fattore della Compagnia ser Agnolo, Mariotto a S. Pantaleo, Nardino e Marcello, il quale fece la parte di Erode.

Turba immensa di popolo accorreva in quella circostanza al Colosseo; e Pietro Felino Martire, il Panciroli ed altri scrittori ci asseriscono che la quantità di gente uguagliava la quantità degli spettatori dei ludi profani che vi si celebrarono ai tempi degli Imperatori.

Nella biblioteca domestica del marchese Alessandro Capponi il Marangoni[685] vide due esemplari di un opuscolo il quale aveva per titolo: Rappresentazione della Passione del N. S. Jesu Chiesto, la quale si rappresenta il Venerdì Santo nel Coliseo di Roma, nuovamente colle figure ristampata. Questo opuscolo consisteva in un componimento poetico in ottava rima; lo stile ne era rozzo e volgare; gli atti erano intermezzati da arie, che certamente venivano cantate. In ambedue gli esemplari, posseduti dal marchese Capponi, manca l’indicazione del luogo, dell’anno e della tipografia in cui vennero stampati. Nondimeno, noi, dai tipi, dal frontespizio e dalla figura di un angelo che in questo è effigiato, possiamo ragionevolmente dedurre che siano stati stampati a Firenze verso il 1550.

Altri drammi furono scritti dal lodato Giuliano Dati, da Bernardo di maestro Antonio Romano e da Mariano Particoppe. Nell’archivio della Compagnia del Gonfalone se ne conservano tuttora due copie. La prima incomincia: «Contempla la passion del Salvator, ecc.»; e termina con quest’avvertenza: «Seguita poi la Madonna, colla deposizione della croce, la musica di Joseph e Nicodemo, e la musica delle Marie».

La seconda copia è del 1531, e principia: «Quel glorioso Iddio, ecc.».

Poichè descrivemmo i varî ludi celebrati nell’Anfiteatro Flavio ai tempi dell’Impero, e parlammo della caccia dei tori ivi stesso eseguita nel 1332; ci sia pur lecito di dare una notizia sommaria degli attori e delle attrici, nonchè di fare un sunto del più antico dramma sacro, conservato nell’archivio del Gonfalone; dramma che darà al lettore, ne son certo, un’idea chiara del modo con cui si rappresentava nel Colosseo la Passione di Cristo nei secoli XV e XVI.

I principali attori di questo storico dramma erano:

1. Il Redentore; 2. la Vergine sua Madre; 3. S. Giuseppe; 4. i ss. Padri; 5. gli Apostoli; 6. Simone che invita a cena il Messia; 7. la Maddalena; 8. le tre Marie; 9. la Veronica; 10. Giuda; 11. il Capo de’ Farisei; 12. Caifa; 13. Erode[686]; 14. un Cavaliere con elmo e corazza; 15. i due Ladroni; 16. Lucifero e Satana.

Gli attori secondarî erano:

1. La Vedova di Naim col suo figliuolo difunto; 2. lo Spiritato (sic) condotto da alcuni Pontefici; 3. i Farisei coi loro ministri; 4. un uomo portante un vaso con acqua; 5. gli Angeli; 6. le due ancillae che tentarono Pietro; 7. un individuo rappresentante la Morte, la quale dovrà poi avvicinarsi all’albero donde penderà Giuda; 8. lo storpio; 9. l’adultera; 10. varie Vedove; 11. il Cieco nato; 12. la Cananea; 13. Nicodemo; 14. Giuseppe, amico di Cristo; 15. Beniamino, nemico del Messia; 16. Dottori Ebrei; 17. Farfariello (sic); 18. varî Discepoli; 19. Barabba; 20. il Centurione; 21. il Cirineo; 22. Longino; 23. Giuseppe d’Arimatea.

Non appena gli attori eran pronti per l’esecuzione del dramma, un addetto tirava il tendone, e migliaia di occhi erano fisi allo scenario.

Il dramma che siamo per brevemente riportare, trovasi, come dicemmo, nell’archivio del Gonfalone: esso è intiero, in versi, e consta di sette atti.

Esce per primo il solito nunzio, il quale esordisce ricordando compendiosamente le principali gesta di Cristo, durante gli ultimi tre anni della sua vita mortale. Dopo il prologo incomincia il

ATTO PRIMO

Apparisce l’anima (!) di S. Giuseppe, la quale esorta gli spettatori ad ascoltare attentamente quanto si è per dire nel dramma; e conchiude dicendo che ella in quello stesso momento discende al limbo, onde annunziare ai ss. Padri la venuta del Messia e quindi l’imminente loro redenzione.

Ciò detto, muta scena. Appare il limbo: i ss. Padri se ne stanno tranquillamente aspettando Gesù. Dopo un momento questi viene; ed appena i ss. Padri lo veggono, festosi e giulivi intonano ad alta voce il Te Deum.

Lucifero, Satana ed altri spiriti infernali, all’udire il canto di quell’inno, escono precipitosamente dall’inferno..... I primi (Satana e Lucifero) ragionano fra loro, e discutono sul modo migliore d’impedire l’opera redentrice........ La discussione è breve, e tosto credono d’avere trovato il mezzo..... Risolvono di seguir Cristo al deserto..... Vi si portano effettivamente, e, trovatolo orando, lo tentano, gli offrono pane e lo menano sulla sommità del tempio. Coll’infelice esito di tutti gli inutili sforzi infernali, finisce il primo atto[687].

ATTO SECONDO

In quell’atto il Redentore richiama a vita il figlio della vedova di Naim. Il miracolo giunge a cognizione di Simone, il quale si fa un dovere d’invitar Cristo alla sua mensa. Quivi la Maddalena unge i piedi del Messia: e Giuda vien preso da ira e sdegno per il balsamo che quella adopera. I Farisei risanno, a lor volta, la guarigione dell’ossesso fatta da Cristo, e lo tentano colla famosa domanda relativa al tributo di Cesare: il Redentore li confonde con sagge risposte: torna poi dalla sua Madre; e coll’ordine che dà ai suoi discepoli di preparare l’ultima cena si dà fine all’atto secondo.

ATTO TERZO

Torna in iscena Giuda, il quale spiega il suo odio contro Cristo: mette in esecuzione il suo tradimento: va alla casa di Caifa, onde accusare il suo Maestro presso quel Pontefice: un servo ne porge avviso a Caifa. Giuda entra nell’appartamento del Pontefice, e dice:

«Padri coscritti, Scribi e Signori,

So ben che tutti siate di buona mente;

Aver seguito Cristo assai mi duole,

Prestando troppa fede a’ sue parole».

Ciò detto, il traditore contratta col Capo dei Farisei la somma da sborsarsi per la consegna della persona di Cristo: stabilisce la maniera onde portare ad esecuzione il suo tradimento, e col mettersi che egli fa in tasca i trenta danari, si chiude il terzo atto.

ATTO QUARTO

Giuda, seguito dai Farisei, va in traccia di Cristo. Partiti questi, apparisce nuovamente il Redentore coi suoi discepoli; e, dopo un istante, la sua madre Maria. Gesù domanda ad Essa la benedizione, e le soggiunge che «da Lei convien si parta». A queste parole, la Madonna tramortisce dal dolore; e le tre Marie intonano il canto flebile che incomincia:

«Alta Regina del celeste regno»[688].

Finito questo canto, Maria ricupera i sensi; torna a parlare col Figlio, il quale la benedice e se ne parte; e le tre Marie intonan di nuovo l’inno.

In questo punto l’atto cambia scena.

Si presenta la sala del Cenacolo: v’entra Cristo coi suoi discepoli: celebra l’ultima cena, dirigendo la sua parola ora a Pietro ora a Giuda. Poscia lava i piedi agli Apostoli: torna alla mensa: comunica i discepoli; e, dopo aver rese le dovute grazie all’Eterno Padre per la Pasqua celebrata, prende seco Pietro, Giacomo e Giovanni, e si dirige all’orto di Getsemani. Ivi si svolge quanto leggesi nel Vangelo, e l’atto termina colle parole del Maestro:

«Pietro, nella vagina riponi il coltello;

Chè chi di quel ferisce è a Dio rubello».

ATTO QUINTO

Cristo trovasi nella casa del Pontefice Anna, il quale si fa a parlare:

«Rispondi un poco a me, predicatore:

Con qual dottrina al popol hai insegnato?»

Cristo risponde:

«Predicato ho in palese, e ognun ha udito:

E lor ti sapran dir s’io t’ho fallito».

Non appena pronunziate queste parole, un ministro del Pontefice dà uno schiaffo al predicatore della nuova dottrina.

Frattanto Pietro, interrogato dalle ancillae, nega e rinnega di conoscere il suo Maestro: il gallo canta: finalmente Pietro si ravvede, e principia un soliloquio. — Un momento dopo ricambia la scena. Cristo vien condotto da Caifa, dalla casa di Caifa, al Pretorio di Pilato; dal pretorio vien presentato ad Erode, nella cui abitazione si dà principio al

ATTO SESTO

Cristo vien ora accusato e considerato qual seduttore. Il Re gli dirige la parola, ma quegli tace. Allora Erode s’adira; lo fa vestire di bianco, e trattandolo da pazzo, lo rinvia a Pilato. — Vedendo gli Ebrei che quest’ultimo rimaneva perplesso e non avea coraggio di condannarlo, schiamazzando dicono:

«Exaudi Pontio Pilato nostre voci,

Chè costui merta più di mille croci».

A queste parole Pilato si determina di interrogare il popolo se prima della Pasqua vogliono liberare Cristo o Barabba. I Farisei domandano la vita di quest’ultimo. Pilato chiama il Cavaliere, e gli ordina di flagellare Gesù. Il cavaliere compie il mandato; poi s’inginocchia innanzi a Cristo, e gli dice: «O re dei Giudei»: dopo ciò il capo di Gesù vien coronato di spine, e l’afflitto Signore esclama:

«Popolo che di spine m’hai coronato, ecc.»

Dopo ciò viene nuovamente menato innanzi a Pilato, il quale, vedendolo così maltrattato, lo presenta ai Farisei, dice loro: «Perchè volete crucifiggere il vostro re?» I Farisei, maggiormente sdegnati, domandano la morte di Cristo. Pilato si lava le mani, e gli Ebrei gridando dicono:

«Venga, Signor, su’ sangue ed aspri doli

Sopra di noi ed i nostri figliuoli!»

Giuda, dal suo canto, se ne sta triste tra i Farisei: prevede la condanna dell’innocente: proferisce parole di pentimento: restituisce i trenta danari, i quali vengono riposti in corbonam: narra le gesta della sua vita fino a che divenne discepolo di Cristo: chiama la Morte: questa non viene: apparisce invece la Vita, la quale gli favella. Ma Giuda non l’ascolta, dispera e torna a chiamar la Morte. Questa viene, e si dà principio un dialogo fra essa e Giuda: dialogo che si prosegue fino all’impiccagione del traditore. Dopo questo i Farisei dicono a Pilato che se non condanna Gesù sovverte la giustizia. Allora Pilato, vinto dal timore, fa pubblicare la seguente

SENTENZA:

«Noi Pontio Pilato per volontà delli immortali idii e delli romani principi e della senatoria autorità, presidente generale di tutta la Judea costituito, desiderando noi la predicta provincia sotto nostra fede et diligentia assegnata, quella di mali e perversi homini purgare: come allo dovere di un grave judice se conviene: et con ogni forza et industria servendo al suddetto popol romano: et volendo alla perpetua quiete e pace provvedere: essendo menato dinanzi[689] al nostro cospetto Jesu Nazareno e trovandolo uomo seditioso e seduttore, il quale[690] fino al presente confidandosi nella sua temerità: habbia havuto ardire contro il dovere e le imperiali[691] leggi attribuirsi il regnio de’ Judei con denegare il tributo al grande imperatore Cesare Augusto: sedendo adunque per tribunale per questa nostra sententia Jesu Nazareno qui presente come uomo seduttore, factioso[692] et delli buoni[693] costumi et vita e pace insidiatore, giudichiamo[694] et sententiamo esser degno di morte; et acciocchè per suo esempio li altri per avvenire[695] non ardiscano nè presumano far contra le imperiali leggi, et considerando[696] che quelli che vergognosamente[697] et con seditioni et factioni vergognosamente debbano essere puniti: pertanto adunque[698] se ne commette ad voi cavalier di nostra corte che detto Jesu Nazareno come uomo quasi di ladroni et factiosi[699] auctore et principe allo loco solito dello monte calvario menar dobbiate[700] et li tanto in la croce affiso in mezzo a doi ladroni tanto star debba in fin che l’anima dal suo corpo si separi, ad esempio di ogni et qualunque altro seditioso e malfattore contra alle[701] leggi imperiali».

Pubblicata la sentenza, i Farisei ne domandano al Cavaliere l’immediata esecuzione. Cristo vien caricato della croce: intraprende il doloroso viaggio: s’imbatte nella Veronica, la quale gli porge un panno e gli domanda perdono: nel panno resta impressa una figura, che essa mostrandola al popolo, dice essere la figura del volto di Cristo. Giunto al Calvario, il Redentore si rivolge al Padre, e lo prega ad accettare il sacrifizio della sua vita: si distende sulla croce, e così si chiude il sesto atto.

ATTO SETTIMO

Apparisce l’evangelista Giovanni, il quale, afflitto per la prossima morte del maestro, esclama:

«Ohimè, che gli occhi suoi hanno velato, ecc.»

Sopravviene la Madonna, e di fronte a quello spettacolo si sviene. Il Cavaliere ordina di alzare la croce; ed il popolo riunito nell’Anfiteatro grida: «Misericordia ecc.». Il Capo de’ Farisei dice: «Eccovi crocifisso il malfattore»: le vesti di Cristo vengono sorteggiate: il Crocifisso prega per i suoi crocifissori. Sulla croce si pone il titolo:

«I . N . R . I»

e i Farisei ripetono a Pilato che il loro re è Cesare Augusto, e non Cristo: Pilato risponde:

«Ciò che scrissi voglio che sia scritto,

Nè vo’ tornare indietro il (col) mio ditto».

Torna la Madonna, la quale dice al Cavaliere:

«O saggio cavalier, in cortesia, ecc.»

ma questo, adirato, risponde:

«Donna, se vuoi onor, non ti accostare, ecc.»;

il Cavaliere se ne parte, e Maria rimane a’ piè della Croce.

Incomincia allora il noto colloquio fra i due ladroni; finito il quale le Marie intonano il flebile canto:

«Maestro caro, vedove ci lasci, ecc.»

La Madonna dice al Figlio:

«Ad un ladron non hai prima parlato, ecc.»

Egli risponde:

«Donna, veggiomi già condotto a morte, ecc.»

E S. Giovanni segue:

«Signor, farò quanto m’hai comandato, ecc.»

Il Crocifisso dice: «Sitio Pater». Il Cavaliere gli nega la bevanda: poi muta consiglio e gli porge aceto e fiele. Cristo lo saporeggia e dice: «Consumatum est».

I Farisei lo dileggiano, lo dicono falso e rio, ecc. La Madonna si lagna colle turbe: Cristo ad alta voce esclama: «Eloi eloi lagma sabactani». I Farisei credono che Ei chiami Elia, e seguono a dileggiarlo. Finalmente, giunto il momento di morire, Cristo si fa a dire:

«Altissimo mio Padre, onnipossente, ecc.»

Compariscono gli Angeli, i quali dicono reverentemente:

«Ecce Agnus Dei».

Longino canta:

«O cieca gente, o popolo perverso, ecc.

Misericordia, o sommo Creatore».

Segue la deposizione di Cristo dalla croce «con la musica di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo e delle Marie».


Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente. Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo: «Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal greco teatro aveano nell’arenario le scene fisse ed in pieno, e non dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia, contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio».

Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro Decretorum[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò non si perda la detta devozione».

Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto:

«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione nel Colosseo, attento periculo ob delationem armorum, cum esset difficile sine scandalo transire posse»[704].

A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano i Romani a star continuamente in armi.

(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il rito antico e a fine di placare i demoni avversi!)[705].

Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno Santo si faccia con ogni onorificenza».

Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette «rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde evitare spese gravi»[707].

Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20 ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708].

Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale, malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde perpetuare quella devozione, ne negò il permesso[710].

Leggiamo nel libro Decretorum della Compagnia del Gonfalone: «Anno 1517, che si faccia la cappella nel Colosseo e vi si spendano 30 ducati di oro di Camera»[711]. Questa deliberazione fu presa dietro il consenso di Raffaele De’ Casali e di Luigi De’ Mattuzzi, guardiani dell’Ospedale del Salvatore. Il progetto però non si eseguì che nel 1519. Nello stesso libro Decretorum[712] si legge: «1519, 6 Febbr. Che si faccia la cappella nel Colosseo». Allora i guardiani dell’Ospedale del Salvatore rinnovarono il loro consenso, e permisero alla Compagnia del Salvatore di poter cavare qualche pietra di travertino per fare alcuni cunei e porte della stessa cappella, e questo fu il sacello detto di S. Maria della Pietà.

Come risulta dalle date, la cappella venne fatta quando ancora nel Colosseo si eseguivano le rappresentazioni della Passione del Salvatore; poichè una di queste ve ne fu, come già dicemmo, nel 1519[713], e non cessarono che nel 1540.

Cessati i sacri drammi nell’Anfiteatro, il palco scenico rimase abbandonato, come pure abbandonato dovè rimanere l’intero edificio; giacchè, non molti anni dopo, si giunse a tal eccesso da farlo divenire campo di stregonerie notturne; ed il Cellini racconta nella sua vita che una notte egli stesso vi assistette.

La cappella della Pietà cadde pur essa in oblio, e vi rimase per settanta anni circa: fino a che, nel 1622, l’Arciconfraternita del Gonfalone risolvè ripararla e ridonarla al culto. Vi aggiunse essa alcune stanze per un custode, e nell’alto del piccolo edificio collocò una campana. La chiesuola fu consacrata da Mons. Giulio Sansedonio, già vescovo di Grosseto[714]. A memoria del restauro, si pose la seguente iscrizione: