416. Cfr. concil. veneticum (presso Tours) a. 461, c. 15, ed. Labbé-Mansi. cit., vol. IV, col. 1057; concil. agathense, a. 506, c. 30, ibid., IV, col. 1368; concil. epaonense, a. 571, c. 27, ibid., IV, col. 1570.
417. Cfr. concil. gerundense, a. 517, c. 1. ed. cit., IV, col. 1568; concil. toletanum., IV, a. 633, c. 3, ibid., V, col. 1700; concil. bracarense, I, a. 563, c. 19-23, ibid., V, col. 838.
418. Cfr. Harnack. Die quellen der sogenannten apostolischen Kirchenordnung, Leipzig, 1886, pag. 98 e segg.
419. Cfr. su questo punto Duchesne L. Les origines du culte chrétien, Paris, 1902; Phebei F. A. De variis ecclesiae liturgiis et de liturgia latina; Mabillon J. De liturgia gallicana etc. Lutetiae Parisiorum, 1685; Migne J. P. Origines et raison de la liturgie catholique etc., Paris, 1844; Gerbert P. M. De veteri liturgia alemannica in «Novelle letterarie di Firenze», 1763, col. 299, 317, 331, 365, 398, 437, 474 etc.
Per l'Italia ha un certo interesse lo studio di P. Cagin. L'euchologie latine étudiée dans la tradition des formules et des formulaires, Liège, 1912, perchè pone acutamente in rilievo l'importanza del palinsesto latino veronese degli statuti apostolici per le interpolazioni in esso contenute.
420. Vedi pag. 45 nota 1.
421. Vedi pag. 89, specialmente nota 2. A questa forza e a questo mantenersi di antichi elementi di diritto deve la sua origine il diritto di cui il Brunner (Urkunde cit., pag. 113 e segg. e 124 e segg.) avvertì per primo l'esistenza e che chiamò diritto romano volgare con un'espressione che discuteremo più avanti.
422. Cfr. Magani F. L'antica liturgia romana, Milano, 1909.
423. Cfr. Delle antichità longobardico-milanesi illustrate con dissertazioni dai monaci della congregazione cisterciese di Lombardia, Milano, 1793, vol. III, diss. XXV, pag. 1 e segg.
424. La maggior quantità di notizie si può spigolare dal Liber pontificalis di Agnello su cui vedi Lanzoni F. Il Liber pontificalis ravennate in «Rivista di Sc. Storiche» diretta da R. Maiocchi, VI, aprile-giugno 1909 e le Note marginali al «Liber pontificalis» di Agnello R. di A. Testi-Rasponi nel Vol. XXVI, 1909, XXVII, 1910, e I della 4. serie 1911 degli «Atti e Memorie della R. Dep. di St. Patr. per la Romagna».
425. Cfr. Pastè C. R. Rito eusebiano in «Archivio Soc. Vercellese di St. e d'Arte», Vol. II, 1910 e segg.
426. Cfr. Uccelli G. B. Della badia fiorentina, Firenze, 1858; Davidsohn Storia cit., I, pag. 56 e segg.; II, pag. 1104 e Forschungen, I, pag. 19 e la bolla di papa Lucio al capitolo fiorentino (ed. Ughelli loc. cit., to. II, col. 495, a. 1144); e, sopratutto, Mores et consuetudines ecclesiae florentinae, ed. D. Moreni Firenze, 1794.
427. Cfr. l'Ordo officiorum ecclesiae senensis ab Oderico eiusdem ecclesie canonico a. MCCXIII compositus, ed. G. C. Trombelli, Bologna, 1766.
428. Cfr. la bolla di Anastasio IV.º del 1153 (ed. Ughelli loc. cit., III, col. 395); e, sopratutto Matthei A. Ecclesiae pisanae historia, Lucca, 1768.
429. Ecco la parte principale della bolla con cui Gelasio II.º nel 1118 conferma gli antichi usi della chiesa di Lucca (ed. Ughelli loc. cit., I, col. 819). Petitiones vestras clementer admittimus et vobis antiquas ecclesiae matricis consuetudines confirmamus; ut videlicet unctiones infirmorum et sepolturae civitatis propriae ad matricem ecclesiam pertinentes et officium et participatio beneficii funerum ad alias ecclesias pertinentium vobis nulla clericorum calliditate, aut laicorum quorumlibet substrahatur: electiones priorum et collationes clericorum in aliena ecclesia infra urbem vel extra in suburbiis sine consensu episcopi et priorum, qui locopositi nominantur, matricis ecclesiae non fiant. Et nulla episcopatus vestri praeter eorum consensum alicui subiiciatur ecclesiae, neque publica et majora negotia aliqua sibi ecclesiarum ipsis invitis arripiat, aut publicas poenitentias tribuat: nec sententias et interdictum matricis ecclesie tentet infringere: nulla etiam vestri episcopatus persona sine consensu episcopi vel priorum qui locopositi nominantur, matricis ecclesiae excomunicetur et quod ab episcopo ligatum fuerit a nemine irritum duci tentetur. Sane civitatis vestrae clerici et qui in suburbiis sunt, solitas obedientias videlicet in litaniis, in processionibus comunibus, in festivitatibus et stationibus majoris ecclesiae eidem impendant ecclesiae, ut vobiscum adsint. Porro in quintae feriae nocte ante pascha nulla ecclesia secundum morem vestrae ecclesiae campanas sonet, neque in sabbato sancto cereum benedicat, sed ad baptismum praedicti clerici, prout consuetum est veniant. Nulla praeterea ecclesiarum missas solemnes celebret in festivitate B. Martini, et S. Reguli et in secunda feria paschae et in processionibus quadragesimae donec stationis solvatur conventus. Nullus etiam clericorum officium vivorum aut mortuorum ad matricem ecclesiam pertinens facere vel celebrare praesumat.
430. Cfr. i documenti editi dall'Ughelli loc. cit., III, col. 282 e segg.
431. Cfr. Id. ibid., II, col. 194 e segg. ed anche Campi loc. cit., passim.
432. Cfr. Statuta ecclesiae parmensis ed. Barbieri L. nei «Mon. Hist. ad prov. parm. et plac. pertinentia», Parma, 1866.
433. Cfr. Muratori. Liturgia cit., pag. 61 e segg.
434. Cfr. Ughelli loc. cit., II, col. 3 e segg.
435. Cfr. l'Ordo totius officii ecclesie paduane per totum circulum anni secundum diversorum temporum mutationes illustrato da F. S. Dondi Orologio (Dissertazione sopra li riti della chiesa di Padova fino al secolo XIV, Padova, 1816) che lo ritiene scritto fra il 1261 e il 1263.
436. Il Tamassia quando si è proposto di dimostrare l'attività del popolo appartenente ad una circoscrizione ecclesiastica in alcuni fatti che presuppongono in esso qualche cosa che lo avvicina ad una persona giuridica, almeno per l'istante in cui l'atto si compie (Chiesa e popolo. Note per la storia dell'Italia precomunale, in «Archivio Giurid. F. Serafini» N. S., Vol. VII, fasc. 2, a. 1901, pag. 300-322) ha, veramente, dimostrato di sentire che un'indagine sulla costituzione delle nostre città deve tenere in massimo conto la chiesa locale e non può assolutamente prescindere dalla storia delle diocesi e delle parrocchie italiane, ma avendo di mira altro scopo, non è andato più in là dell'enunciazione del concetto.
A noi non interessa conoscere come il cristianesimo si sia diffuso. (Cfr. per questo Harnack A. Die Mission und Ausbreitung des Kristentums in den ersten drei Jahrhunderten, Leipzig, 1902; Negri G. Una figura storica nel cristianesimo nascente in «Meditazioni vagabonde» Milano, 1897, pag. 227 e segg.; Duchesne Histoire ancienne de l'église, Paris, 1906, Vol. I; Federici V. Della primitiva propagazione del cristianesimo in «Rassegna Nazionale», 1906, fasc. 3; Semeria G. Venticinque anni del cristianesimo nascente, Roma, 1900; Belgrano L. T. I primordi del cristianesimo in Piemonte e in particolare a Tortona in «Bibliot. d. Società Stor. Subalpina», Vol. XXXII, p. I, Pinerolo, 1905; Ferretto A. I primordi e lo sviluppo del cristianesimo in Liguria ed in particolare a Genova in «Atti della Società ligure di stor. patria», Vol. XXXIX, Genova, 1907, pag. 171 e segg.; Paschini P. Le origini della chiesa di Aquileia in «Riv. per le scienze storiche» 1904. fasc. 1-4; P. M. da Carbonara e F. Savio S. Marziano e le origini della diocesi di Tortona, Alessandria, 1903; Zattoni G. Il valore storico della passio di S. Apollinare in «Riv. Stor. Critica delle sc. teolog.», II, fasc. 9, sett., 1906; Boggio E. Le prime chiese cristiane nel Canavese in «Atti della soc. d'archeolog. e belle arti per la prov. di Torino», Vol. V, 1887); ma, invece, come si è organizzato e la scelta delle fonti deve esser fatta tenendo presente lo svolgimento di questa organizzazione. Sebbene, infatti, fino dagli ultimi anni del primo secolo dopo Cristo cominciassero ad apparire segni palesi di un profondo cambiamento nel sentimento religioso del tempo e si andasse maturando una tendenza di conciliazione fra il paganesimo ed il cristianesimo (cfr. Baur loc. cit.) occorsero ancora due secoli, rotti non infrequentemente da sanguinose persecuzioni (cfr. Duchesne L. Storia della chiesa antica, Vol. I, cap. XIII, XIV pag. 119 e 149; XIX, pag. 197-212; XXVII pag. 292-310; Vol. II, cap. I, pag. 9-38), prima che quest'ultimo fosse ufficialmente tollerato (cfr. Crivellucci A. Storia delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa, Vol. I, Bologna 1886, pag. 107). Nè con questo riconoscimento, che pure segnò un gran passo innanzi, la via fu spianata: dovette trascorrere più che una settantina d'anni, non esente da qualche violento tentativo di ripristino (cfr. Duchesne loc. cit., II, cap. IX, pag. 178 e segg. e Negri G. Giuliano l'apostata in «Nel passato e nel presente», Milano, 1891), prima che Graziano rifiutasse nel 375 il titolo di pontefice massimo, portato da tutti i suoi predecessori; e solo cinque anni dopo, nel 380, il cristianesimo fu dichiarato religione ufficiale dello Stato; (cfr. Stutz loc. cit., pag. 17; e Crivellucci loc. cit., I, pag. 316) e soltanto a poco a poco, con stenti, con fatiche e con incertezze, i vescovi riuscirono ad ottenere la giurisdizione arbitrale ed ecclesiastica, il diritto di asilo e di intercessione e tutte le altre prerogative che ne fecero veri e proprî organi dello Stato.
437. Cod. dipl. long., Troya. n. 771, a. 753, febbr. 10.
438. Cfr. Hegel C. Storia della costituzione dei municipi italiani, trad. Conti, Milano-Torino, 1861, pag. 344; Leicht P. S. Studi cit., I, pag. 11 e segg.; Mayer E. Ital. Verfassung. cit., II, pag. 432 e segg.
439. Su alcune caratteristiche del diritto di regalia cfr. Solmi A. Diete di Roncaglia cit., pag. 36 e segg.
440. È una sentenza dei consoli di Milano riportata in parte da F. Berlan. Le due edizioni milanese e torinese delle consuetudini di Milano dell'anno 1216, Venezia, 1872, pag. 154.
.... prefatus Gigottus condempnavit predictos consules tam nobilium quam rusticorum de suprascripto loco Vellate, suo nomine et nomine omnium hominum ipsius loci, tam nobilium quam rusticorum, ne de cetero impediant massarios ecclesie S. Marie Montis, habitantes in territorio de Vellate, ubi dicitur in Vigni, pascuare in pascuis sive vicanalibus loci de Vellate cum bubus et bestiis suis, sicut alii vicini loci de Vellate faciunt.
441. Schupfer F. Diritto privato cit., II, pag. 54 e Leicht P. S. Studi cit., I, pag. 37-88.
442. Praeterea in locis, quae sunt de districtu, illud obtinet quod viganalia per consensum dominorum et vicinorum debent dividi vel vendi; quod alias fieri non potest, nisi dominorum omnium et vicinorum consensu Communia taliter inter dominos et vicinos dividuntur ut medietas terrarum omnium vel pretii illarum omnium viganalium vel fructuum, si forte vendantur, ad dominum cuius est totum districtum, iure nostrae civitatis, assignatur; alterius vero medietatis partem accipit pro parte terrarum, quas in ipso loco habet. Si vero totum districtum non habet, sed partem, secundum partem sui districti, iure districti, de praedictis viganalibus partem conseguitur, et de alio quod remanet, pro numero terrarum ut dictum est.
Cfr. Berlan F. Le due edizioni milanese e torinese delle consuetudini di Milano cit. rubr. XXIV, pag. 254.
L'edizione del Berlan è la migliore: cfr. Lattes A. Il dir. consuetud. cit., pag. 33, nota 95.
443. Per un'applicazione di questo concetto cfr. Leicht P. S. Ricerche sulla responsabilità del Comune in caso di danno, Udine, 1904.
444. Anche il Mayer (Ital. Verfassungsg. cit., Vol. I, pag. 281 e segg.) ritiene che fino dal tempo langobardo esistano e si differenzino comunalia e vicanalia e che i primi sieno i beni su cui gli abitanti della città vantavano diritti di uso di natura pubblica, indipendenti da qualsiasi rapporto di diritto privato; mentre i vicanalia sarebbero delle terre gravate di oneri a favore di altre terre in quanto ne costituivano delle pertinenze, rimaste indivise fra i vari fondi per volontà dei proprietarî. I comunalia furono rivendicati in proprietà dai comunisti cittadini assai presto; i vicanalia giunsero ad essere dei comunalia attraverso ad uno stadio intermedio, nel quale i vicini riuscirono abusivamente a carpire un diritto di condominio ai domini.
Prima di tutto non è esatto parlare di comunalia solo a proposito della città. Senza punto entrare a discutere l'opinione del Mayer sulla natura giuridica dei beni comuni cittadini, si può osservare che le consuetudini milanesi, che costituiscono il testo su cui s'impernia la sua asserzione, parlano di comunalia a proposito di locus. E il locus, a detta del Mayer stesso, non è affatto la città. Ma anche ammettendo che la parola ne abbia tradito il pensiero, la sua opinione non è fondata perchè manca di un'indagine indispensabile per poter giungere alla conclusione che egli sostiene. Bisognava, cioè, dimostrare che i domini di cui parlano le Consuetudini Milanesi sono dei domini di diritto privato, dei semplici proprietarî e non dei titolari di facoltà giurisdizionali. E questo non lo ha fatto: nè lo poteva fare. A togliere ogni dubbio a questo riguardo ed a dimostrare il carattere giurisdizionale che contraddistingue questi domini, non c'è niente di meglio che riportare alcuni passi della rubrica de oneribus et districtis et conditionibus, che è proprio quella stessa in cui è contenuta la disposizione concernente i vicanalia e che dal titolo stesso dimostra la natura pubblica del diritto signorile.
«Amplius si eiusdem loci plures sint domini licet inter ipsos districtabilium praesumatur facta divisio, unus, etiam invitis coeteris socijs quanquam minimam partem in eo loco districti habent omnes districtabiles compellere potest, ut Castrum reficiant, et murum et fossatum et portinarium ponant ad guajtam, et sgieraguajtam, et fossatum circa Castrum et Villam, et portas, et clavaturas ferreas et in Villa, et Castro, et in eo incastellent quia tale onus utpote individuum ab hominibus districtalibus fieri debet et per quemlibet dominorum posse postulari Sapientes nostra Civitatis crediderunt.
Porro, quod est notabilius, nostra Consuetudine obtentum invenitur, ut si plures dominorum suos districtabiles tam in Castro quam in Villa ab omni onere districti liberaverint, alter, qui eos non liberavit, potest eos cogere tam suos quam ab aliis dominis liberatos ad reficiendum castrum. Sed, et quod est mirabilius, si omnes domini qui suos districtabiles divisim possidebant eos liberaverint ab omni onere districti licet nullos dominorum illum quem liberavit possit ad reficiendum castrum compellere, tamen poterit ab altero dominorum liberatus coartari ad reficiendum quod per nostram consuetudine obtinet. Ut si plures domini suos districtabiles ab omni onere districti liberaverunt, alter qui eos non liberavit poterit cogere eos tam suos quam ab alijs dominis liberatos ad pondera stateras et mensuras recipiendas per eum seu ab eo quia hoc jus, et reficiendi castrum in communi remansisse creditur, nisi vel regionibus Castrum inter dominos, et refetio eiusdem in divisione venerit quod raro accidit».
Esistevano, senza dubbio, dei domini per diritto privato; ma sicuramente non erano questi, che godevano di facoltà pubbliche di tale natura.
Secondo il mio pensiero, al tempo langobardo le terre comuni si distinguevano in terre comuni di diritto privato e terre comuni di diritto pubblico e queste ultime potevano essere comuni rispetto al comitatus (cfr. doc. citato dal Leicht Studi cit., I, pag. 51) rispetto alla città, rispetto al locus, rispetto al vicus, rispetto al concilium e rispetto ad un determinato gruppo gentilizio. Queste ultime soltanto propendo a ritenere col Besta (Nuovi appunti di storia giuridica sui documenti lucchesi cit.) che sieno sorte all'epoca e per opera dei Langobardi e costituiscano le famose fiwaide.
445. Dallari G. Intorno all'evoluzione della proprietà in «Riv. ital. di sociologia», a. XIII. fase. 1, pag. 17 e segg.
446. a. 1178. Johannes causidicus, assessor domini Archiepiscopi, precipit per eius parabolam ut de cetero ipse Johannes eiusque successores utatur de vigano seu communi prenominati loci sive sit tensatum sive non, sicut alius vicinus de ipso loco utitur ipso communi et vigano.
Cfr. Puricelli, loc. cit. pag. 1003.
447. a. 1189, marzo 7. dederunt... omnia sedimina cum hedifitiis eorum campos, vineas, silvas, buscos, zerbos, communiantias seu viganalia, atque omnes res cultas et incultas...
Cfr. Frisi A. F. Memorie storiche di Monza e sua corte. Milano, 1794, to. II, Codice diplomatico, n. 78, pag. 73-74.
448. Cfr. Lattes A. Il dir. consuetudinario delle città lombarde cit. pag. 32 e segg.
449. Cfr. Statuti di Milano (vol. II, carte 159t-160). Aliquae Communantiae, Vicanalia, vel Pascua, vel Bona aliqua immobilia vel Jura aquarum Civitatis et Ducatus Mediolani, vel alicuius Universitatis, quae etiam praesentibus Statutis ligetur, non possint ab aliqua singulari persona vel Universitate vendi, alienari, nec obligari... Et si fructus vel redditus dictarum Vicanalium, vel Communantiarum, vel Pascuum vel Bonorum ipsius Universitatis, venderentur, vel compartirentur, detur sua pars cuilibet habenti facere in eis. (Dal Berlan, loc. cit., pag. 153).
450. a. 1094. 8 dec. sunt tam campis quam pratis, pascuis, vineis et silvis seu stellariis cum areis earum cultis et incultis, divisis et indivisis, usibus aquarum aquarumque ductibus seu cum vicanalibus atque conciliis atque ecclesiis et capellis et rebus una cum omnibus condiciis et redditibus et honoribus ad iam dictas res.
Vignati C. Cod. dipl. laudense cit. I, n. 49, pag. 77.
451. Cfr. Athanasii. Apologia contra arianos, in Opera omnia, Parisiis, 1698, I, 1, pag. 124: universae eius loci ecclesiae episcopo subiaceant: ita tamen ut singuli pagi suos presbyteros habeant.
452. Cfr. Cod. dipl. long. Porro, n. 171, a. 851, col. 292.
453. Cfr. ibid. n. 519, a. 926, col. 886.
454. Cfr. ibid. n. 497, a. 922, col. 856.
455. Cfr. ibid. n. 617, a. 956, col. 1055.
456. Cfr. ibid. n. 661, a. 962, col. 1141.
457. Roth. 79.
458. Leicht. Studi cit., Vol. I. pag. ...
459. Cfr. loc. ed ed. cit., pag. 16. Per pagos id est per magistros pagorum operas a possessoribus ad eas (vias) tuendas exigere soliti sunt.
460. Cod. Theod., VII, 20, 2; e le citazioni riportate da Gotofredo nel commento a queste leggi e nelle altre indicate nell'indice sotto q. voce.
Si chiamavano anche parochi.
Proxima Campano ponti quae villula tectum. Praebuit et parochi quae debet ligna salemque. Dice Orazio Satyr., V, 45, ed anche altrove conferma che parochi dicuntur qui hospitibus et peregrinis publice exhibent necessaria.
Qualche volta (cfr. Cod. Theod., II, 29, 1) son detti anche praepositi pagorum.
461. Capitulare mantuanum secundum generale c. 3., ed. Boretius cit. n. 93, pag. 196.
462. Cfr. Capitul. Pippini Italiae regis a. 782-86 (ed. Boretius cit., n. 91, pag. 191), c. 1.
463. Cfr. Mommsen T. Droit public romain, to. VI, p. I, pag. 134, trad. Girard, Paris, 1889; e Voigt, loc. cit., pag. 156 e segg.
464. Cfr. i passi riportati sotto queste voci dal Forcellini nel suo Lexicon.
465. Cfr. Tibullo. Elegie, II, 1.
466. Siculo Flacco. De condit. agror. cit. (ed cit., pag. 164-65) dice: Sed et pagi saepe significanter finiuntur. De quibus non puto quaestionem futuram quorum territoriorum ipsi pagi sint, sed quatenus territoria. Quod tamen intellegi potest vel ex hoc magistri pagorum quod pagus lustrare soliti sunt; ut intueamur quatenus lustrent.
467. Cfr. Duchesne L. Les origines du culte chrétien, cit. pag. 287-89, cap. 8, § 5, n. 9.
468. Fu San Paolino da Nola che sagacemente pensò di utilizzare per il culto cristiano le campane che prima avevano adoperato i pagani.
Cfr. a questo proposito le vecchie ma buone osservazioni di Ferrarii B. De ritu sacrarum ecclesiae veteris concionum, Ultrajecti, 1692, pag. 85.
469. Cfr. Muratori, Anecdota cit., I, pag. 18, comm. al v. 169 dei Natale XI di S. Paolino di Nola.
470. A Roma il giorno consacrato era il 25 aprile, data tradizionale nella quale gli antichi Romani celebravano la festa dei Robigalia. Il rito principale di essa era una processione che uscendo dalla città per la via Flaminia si dirigeva verso il ponte Milvio, poi si portava sino ad un santuario suburbano situato a qualche distanza, fino al quinto miglio sulla via Claudia (cfr. Ovidio. Fasti, IV, 901). Il Flamen quirinalis immolava in questo tempio un cane e un montone. La processione cristiana che le fu sostituita seguiva lo stesso percorso fino al ponte Milvio; partiva dalla chiesa di S. Lorenzo in Lucina, la più vicina alla porta Flaminia, faceva stazione a S. Valentino fuori delle mura; poi al ponte Milvio. Di qui, invece di incamminarsi sulla via claudia, volgeva a sinistra verso il Vaticano; si fermava ad una croce di cui l'ubicazione non è specificata e poi nell'atrio di S. Pietro ed infine entro questa chiesa, dove aveva luogo la stazione.
Se ne ha ricordo fino dal 598 (cfr. Iaffè 1153. Ep., app. 3).
Queste le testuali parole del Duchesne (loc. cit.) il quale aggiunge anche la spiegazione del perchè le feste cristiane si celebravano nelle stesse epoche di quelle pagane.
Roma ci offre un esempio tipico per la limpidezza del fatto e l'antichità dell'epoca; ma il fenomeno è generale ed avremo occasione di parlarne più distesamente fra poco.
471. Su ciò ho accennato qualche cosa nel § 5 della prima parte (pag. 20 e segg.); a proposito dei Flamini vedi il commento di Gotofredo alle leggi 21, 46, 60, 75, 77, 148, 166 De decur. e il paratitlon in tit. De paganis sacris et templ.; di cui (se non mi inganno) nè il Mommsen nè il Marquardt hanno saputo trarre vantaggio.
472. S. Ambrogio. (Opera omnia ed. G. di Frisce e N. Le Nourri 1686-90, Ep. V, 30) chiama S. Damaso romanae ecclesiae sacerdos e nello stesso senso usano questa parola S. Paolino da Nola (Natale, XIII, V. 568 in Muratori Anecdota cit., I. pag. 102) e S. Leone M. (Ep., X, 6 e Jaffè Reg. cit., n. 407) imitando le leggi romane (cfr. Cod. Theod., XII, 1, 148... ordinando sacerdote provinciae); e l'uso continua fino al secolo decimoprimo.
473. Cfr. il can. 6 del concilio ticinense dell'850 (ed. cit. XIV, col. 931).
Oportet plebium archipresbyteri per singulos unumquemque patrem familias conveniant, quatenus tam ipsi quam omnes in eorum domibus commorantes, qui publice crimina perpetrarunt, publice poeniteant; qui vero occulte deliquerunt, illis confiteantur quos episcopi et plebium archipresbyteri idoneos ad secretiora vulnera mentium medicos eligerint, qui si forsan in aliquo dubitaverint, episcoporum suorum non dissimulent implorare sententiam. Similiter autem et singulis urbium vicis et suburbanis per municipalem archipresbyterum et reliquos ex presbyteris strenuos ministros procuret episcopus.
474. Risale ai primissimi tempi della chiesa: fu formulato rigidamente in un canone di un concilio aquisgranense e di qui riportato da Burcardo (III, 3). Cfr. Muratori. Antiq. Ital., Diss. LXXIV, col. 408.
475. Vedi i canoni dei concilî e le altre disposizioni riportate dal Lupi. De Parrochiis cit., pag. 59-60; 97, 192, ecc.
476. Gregorii Turonensis. In gloria confessorum cit., c. 56. Securinum presbyterum diebus dominicis singulis in ecclesiis duabus quae viginti millibus distarent inter se missas celebrasse.
477. Lupi. Cod. dipl. cit., I, col. 362-63: E son da vedere anche le buone osservazioni di A. Abati Olivieri. Memorie di Gnara, terra del contado di Pesaro, Bologna, 1777, pag. 43 e segg. e di G. Colucci. Treia, antica città picena oggi Monteschio, Macerata, 1780, pag. 183-84.
478. Cod. dip. long., Troya n. 446.
Nel 724 specioso, vescovo di Firenze dona al capitolo della sua chiesa la propria corte e le altre cose poste in loco Greve ubi et Cintoria nominatur infra plebe et episcopio beati Joannis Baptiste vel Reparate, unde ego episcopus esse ideor, seu infra plebe et territorio sancti Iuliani sito Septimo.
Il Muratori (Antiq. Ital., diss. VI) pubblica un placito tenuto nel comitato aretino in loco Piscinate infra plebem sancti Stephani; nel diploma dell'879 (cfr. Pasqui. Docti cit., n. 16). Carlo il Grosso prende sotto la sua speciale protezione la chiesa aretina «cum omnibus ecclesiis baptismalibus ac titulis».
Nei primi del secolo decimoprimo il vescovo di Torino Landolfo (1030-1038) concede la pieve di S. Pietro di Gassino cum titulis quatuor (cfr. «Mon. Hist. Patr.», Cartharum, I, n. 519).
Da un documento dell'803 (ed. Tiraboschi G. Memorie modenesi, I, cod. dipl., n. XVIII) appare che il locus Colegaria era costituito da sei decanie. L'imperatore Lotario nel suo diploma dell'833 alla chiesa di Aquileia (Muratori Diss. 70) parla di ecclesias parochiales AC titulos earum. In altro documento dell'844 (ed. Tiraboschi loc. cit., I, cod. dipl. n. XXIV) è ricordato il salto bonetia in loco ubi dicitur vico longo sito in plebe sancti Stephani. Cfr. anche Pöhl A. Bischoffgut und Mensa episcopalis, Bonn, 1911-12.
479. Il Lupi (Cod. dipl. berg. cit., I, col. 262-63) ha dimostrato che il nome di ecclesia servì ad indicare le sole chiese cattedrali e plebane rurali, mentre le altre chiese furono dette basilicae ed oratorie e, più tardi, capellae.
Il concilio di Pavia dell'850 (ed. Pertz in «Mon. Germ. Hist.» Leges, III, pag. 397) stabilisce al can. 13 che sicut episcopus matrici preest, ita singuli plebibus archipresbyteros preesse volumus qui imperiti vulgi sollicitudinem gerant et presbyterorum qui per minores titulos habitant, vitam jugi circumspectione custodiant.
E. Hacht (Die Grundlegung der Kirchenverfassung Westeuropas, Giessen, 1888, pag. 50-51) ritenne che l'istituzione delle pievi rurali sia dovuta a questa disposizione; ma fin da un secolo circa prima di lui, il nostro Lupi aveva dimostrato con un lavoro poderoso e geniale, degno in tutto e per tutto della dissertazione — tanto lodata, e giustamente, dal Savigny — premessa al codice diplomatico bergomense, che esse risalgono indiscutibilmente ad una remota antichità. Cfr. De parrocchiis cit., dissert. I. passim e specialmente cap. 5, 6, 7.
La ragione delle disposizioni emanate dai due concilî pavesi si deve ricercare nel bisogno di rinsaldare le istituzioni ecclesiastiche, che non potevano non risentire lo sgretolamento che preparava e caratterizzava il feudo.
Vedine un rapido accenno a pag 83-84.
480. Cfr. Mazzi A. Note suburbane cit. pag. 168.
481. Cfr. nota 2 pag. 165.
482. Cfr. il diploma del 1015 (ed. Muratori. Antiq. Ital., Diss. LXXIV) con il quale Enrico III concede a Marciano vescovo di Mantova tutte le chiese battesimali della sua diocesi a cominciare dalla plebem mantuane civitatis, che è ricordata anche nel diploma di conferma del 1055 (Cfr. Id. ibid.).
483. Cfr. Lupi Cod. dipl. berg. cit., II. col. 745-46, a. 1084 «... basilica et plebe sancti Alexandri et sancti Vincentii que est de civitate Bergomi».
Cfr. anche Lupi De parrocchiis cit., pag. 147 e segg. e Mazzi A. Studi bergomensi, Bergamo, 1888, pag. 90-91 e Mazzi A. Note suburbane, Bergamo, 1892, pag. 169-70.
484. Cfr. la bolla di papa Niccolò II al capitolo dei canonici di Sovana del 27 aprile 1061 (ed. Muratori. Antiq. Ital., Diss. LXII) nella quale si ricorda «Sigizo presbytero olim custos de plebe in urbe posita», e il docto dell'850 edito dall'Ughelli, loc. cit., Vol. V, col. 720-721.
485. Cfr. il doc. dell'864 cit. a pag. 178 nota 2.
486. Ecco un bellissimo passo di Amulone eletto vescovo di Lione nell'anno 840 che specifica i varî attributi della pieve completando il quadro offertoci dalla disposizione del concilio di Pavia riportata a pag. 84 in nota.
Unaquaeque plebs in parroechiis et ecclesiis, quibus attributa est, quieta consistat, ubi sacrum baptisma accipit, ubi sanguinem et corpus Domini percipit, ubi missarum solemnia audire consuevit, ubi a sacerdote suo poenitentiam de reatu, visitationem in infermitate, sepulturam in morte consequitur, ubi etiam decimas et primitias suas offerre praecipitur, ubi filios suos baptismati gratia initiari gratulatur, ubi verbum Dei assidue audit, et agenda ac non agenda cognoscit, illuc vota et oblationes suas alacriter perferat, ibi orationes et supplicationes suas Domino effundat, ibi suffragia sanctorum quaerat. ... Ibi itaque unaquaeque plebs pupillis et viduis pauperibus et peregrinis de facultatibus quas Deus tribuit elemosinarum largitionem exibeat, hospitalitatis officia impendat..... Haec est enim legitima et ecclesiastica religionis forma, haec antiqua fidelium consuetudo.
Amulonis archiep. lugdunensis Epistola I ad Theodboldum episcop. lingonensem. in «De La Bigne M. Maxima bibliotheca veterum patrum et antiquorum scriptorum ecclesiasticorum, Vol. XIV, Lugduni, 1677, pag. 331.
487. Cfr. Concil. agathense, c. 21, ed. cit., Vol. IV, col. 1386.
488. Ibid.
489. Cfr. Concil. antisiodor. c. 3.
Non licere conventus in domibus propriis vel vigilias in festivitatibus sanctorum facere
Su queste vigilie cfr. Duchesne, Les origines cit., pag. 230 e segg.
490. In domibus ab episcopis sive presbyteris oblationes celebrare nullatenus licet, dice papa Felice IV (a. 530, riportato nel Decreto di Graziano, De consecratione, D. I, c. 11) confermato da Gregorio Magno che proibisce rigorosamente «missas publicas ab episcopo in coenobio fieri.» (Cfr. loc. cit. Epp., II, 41).