Il vecchio «cipresso di Francesca».

A Lizzano.

Nel pomeriggio del 26 ottobre, finalmente, dopo esser tornati a Polenta, ed aver veduto, con molto compiacimento, gl'iniziati lavori del «campanil risorto», il Carducci e i suoi ospiti, circondati d'una schiera d'amici e di popolani (v'erano il su detto marchese Albicini, l'avv. Trovanelli, il pittore Gianfanti), salirono il colle di Conzano, e sentirono in cuore la letizia dell'accomandare al culto ed alla memoria de' posteri, riparando all'ingiuria della natura, il gracile cipressetto co'l quale incominciava un ciclo di tradizioni nuove innestate sulle tradizioni antiche. Erano ad attenderli il proprietario della villa lì presso, conte Stefano Rusconi, l'ing. Aristide Fantini (i quali tutto avean provveduto per la piantagione dell'alberello), e il prof. Valfredo Carducci con le sue gentili figliuole. Nella larga fossa, già aperta sul culmine del poggio, fu costrutta una specie di piccola arca, entro la quale venne murato un tubetto di ferro contenente una pergamena con le parole: «26 ottobre 1898. Ripiantato l'antico cipresso dell'ode a Polenta»; sotto le quali il poeta avea scritto di sua mano: «Quod bonum felix faustumque sit». E il Carducci stesso, con la cazzuola del muratore, gittò sulle radici del cipresso un pugno di terra.

Da Conzano la comitiva si recò poi a Bertinoro, dove il Consiglio comunale, solennemente congregato, intendeva ricevere con tutti gli onori il suo nuovo concittadino di elezione. La piccola città, arrampicata leggiadramente sulle alture del bellissimo colle, parea tutta rallegrarsi di quella festa intima e gentile; le vie erano affollate di gente, le bandiere sventolavano alle finestre ed a' balconi, la banda suonava nella maggior piazza. Nella sala del Consiglio, gremita di consiglieri e di pubblico, erano allestiti i seggi pe'l Carducci e per chi l'accompagnava; sopra un tavolino da presso era, mimato in bellissima pergamena, il diploma latino della cittadinanza bertinorese al Poeta. Al quale il sindaco Farini presentò il diploma con un discorso veramente bello nella sua sobrietà. «Le parole dell'epigrafe — disse fra le altre cose il Farini — furono nella antica lingua del Lazio dettate da un distinto vostro alunno, il prof. cav. Paolo Amaducci, bertinorese, che nomino qui a cagione di onore, e furono vergate nella pergamena e illustrate da fregi da un altro vostro ammiratore, che ha l'anima d'artista, il prof. Agostino Severi della Scuola Tecnica di Cesena. La cornice che inquadra la pergamena deve poi riuscirvi più cara in causa di un pregio singolare. Il cipresso, che voi cantaste nell'ode alla chiesa di Polenta, fu nel pomeriggio del 21 luglio decorso colpito ed atterrato da un fulmine. Ebbene, il legno di questa cornice è tratto da quel ceppo! Si direbbe quasi che la natura, per unirsi alle acclamazioni del popolo, abbia detto al cipresso: Tu, che avesti il vanto di essere cantato dal maggior poeta, hai vissuto abbastanza! Colpito dal sacro fuoco del cielo, muori di morte gloriosa: spogliati, e cedi le tue spoglie per onorare il poeta che ti cantò!»

Il Carducci, profondamente commosso, rispose con una felicissima improvvisazione; nè fu possibile a' presenti, tutti assorti nell'ascoltare, il raccoglierne le testuali parole. Pili tardi Egli, cedendo alle preghiere degli amici, non isdegnò di ricostruire il suo breve discorso, che qui riportiamo dal giornale «Il Cittadino» del 27 novembre 1898:

    «Signor sindaco,
signori consiglieri, cari cittadini,

«Io, componendo i versi su la chiesa di Polenta, obbedii a un segreto mio genio, il quale, ovunque la terra italiana mostra le sue bellezze, ovunque la storia italiana parla con le sue memorie, mi comanda di accogliere quelle memorie, di rendere quelle bellezze con la parola ornata ed alata. Voi troppo superior premio voleste concedere a' miei versi, e tale che mi è di massimo onore e di tenero e cordiale compiacimento. Onore e compiacimento: perchè Voi, o signori di Bertinoro, mostraste di saper apprezzare la poesia nel modo più degno, quando riconosceste l'opera, quale a voi parve che fosse, del poeta, chiamandolo a far parte della città, conferendogli la fratellanza vostra: «Tu dicesti della patria cose non indegne, tu sii de' nostri». — Ed è grande onore appartenere a questa città, di cui sì belle sono le memorie nella cortesia dei Comuni, sì nobili le traccie nelle vicende della cultura italiana, sì raro e dignitoso il riserbo.

«Con isquisitezza poi di pensieri voleste adornare il vostro benefizio, commettendo che l'atto consigliare col quale mi conferiste la vostra onorata cittadinanza mi fosse rappresentato in sì solenne e parca forma latina, pensata da uno de' vostri, con sì prezioso adornamento di arte nostra italiana, lavorato da altro de' vostri: verace testimonianza che nella vostra terra gentile è più che mai verde, insieme con l'idea del bene, il fiore dell'arte e della parola. Grazie di tutto cuore vi siano rese: tanto più profonda e cordiale è la mia gratitudine, o cittadini, quanto voi con questo vostro benefizio faceste più saldo e più intimo il vincolo di affetto che mi lega fin da' miei giovani anni a questa gloriosa Romagna».

Il 27 ottobre, dopo aver ammirati, nella insigne biblioteca malatestiana di Cesena, i codici più pregevoli per antichità e per vaghezza di miniature, e nella pinacoteca municipale i bei quadri del Francia, del Sassoferrato, dell'Aleotti, Giosue Carducci facea ritorno a Bologna; e lo accompagnavano la gratitudine e i voti di tanti cuori che Egli aveva ormai a sè legati, indissolubilmente.

***

Dalla fine del '98 in poi parve addensarsi sul capo glorioso del Poeta e su quello degli amici suoi, una nube di dolori e di sciagure. Il 2 decembre di quell'anno moriva a Livorno, quasi a un tratto ed in florida età, il prof. Carlo Bevilacqua, suo genero, lasciando la vedova con cinque figli (ed è risaputo che il Carducci corse a prendere la sua diletta Bice e i nipotini, e li collocò vicino a sè in Bologna, provvedendo ad essi come meglio gli fu possibile); il 28 dello stesso mese il conte Pierino Pasolini-Zanelli, colto da una strana improvvisa malattia, cedea giovanissimo alla violenza del male, sì come fiore reciso d'un colpo di su lo stelo, lasciando nello strazio e nel vuoto d'una solitudine angosciosa i genitori, ormai orbati di tutti i figli (e il Poeta ne fu profondamente percosso e addolorato); infine, la mattina del 25 settembre 1899, Giosue Carducci medesimo veniva assalito da quel male onde rimase impedito nel braccio e nella mano destra.

Ma sotto le ali gelide della sventura i cuori si raccolsero e si strinsero insieme: e cominciò così tra il Carducci e la famiglia Pasolini il secondo periodo della loro amicizia, che il dolore comune avea resa più malinconicamente dolce, più tenera, più intensa che mai. E quando, nel settembre del 1901, la pietà della madre e del padre ebbe eretto nel cimitero di Faenza al povero Pierino quello squisito ricordo marmoreo che uscì dallo scalpello dello scultore Ierace, Giosue Carducci dettò per l'erma funeraria le parole dolenti: «Ci fu mostrato soltanto perchè la vita con lui paresse un dono benigno di Dio, e fosse poi sconsolato deserto il vivere senza».

Il 19 maggio del 1900 Egli e la signora Elvira, sua consorte, invitati affettuosamente, giungevano a Lizzano; ed ivi passavano di poi circa due mesi, in quella villa dove gli ospiti loro non osavano rimetter piede dopo la scomparsa del figlio. Ma quasi tutti i giorni il Poeta discendeva a Cesena, al palazzo Pasolini, per divider la vita insieme con gli amici: e come Egli s'era assunto il còmpito pietoso di ricondurre gl'infelicissimi genitori su 'l colle sereno dove tutto parlava del giovinetto perduto, e di raddolcire co'l vigile cuore l'inevitabile amarezza dei ricordi, così avvenne che un giorno Egli e gli amici salirono a piangere insieme a Lizzano.

D'allora in poi, quasi ogni anno il Poeta fu ospite gradito, venerato, idolatrato dei Pasolini, nella primavera e nell'autunno, un po' a Faenza ed a Cesena, e molto a Lizzano; dove, tra le aure balsamiche e il profumo de' fiori del dolcissimo colle, suo conforto e sua gioia, la fibra robusta di Lui lottò vigorosamente contro i progressi lenti ma inesorabili dell'infermità. Durante que' soggiorni, molte gite Egli fece in carrozza od in automobile, accompagnato sempre da qualcuno de' suoi ospiti, visitando partitamente, può dirsi, presso che tutta la Romagna; e sia che da Faenza si spingesse tra i poggi fiorenti della vicina Toscana, o, lungo il duplice infinito filare de' pioppi del canal naviglio, fin verso l'Adriatico, là dove

«ondeggiante di canape è l'infido

piano che sfugge al curvo Reno e al Po»;

sia che da Lizzano risalisse più volte la conica altura di Bertinoro e il «balcon di poggi» di Polenta; sia, infine, che si conducesse lunghesso il corso del Savio, a visitar le allegre borgate limitrofe e l'immensa distesa del

«. . . . . . . . dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena»;

dovunque il paesaggio romagnolo fu il sorriso amoroso e gentile della natura a Lui, che serenamente aspettava la grande ora. Così trovava pace e ristoro ne' luoghi ameni che avea legati a sè con forte vincolo di affetto e di gratitudine; il che si compiacea affermare e ripetere di sovente Egli stesso, attribuendo graziosamente alla Romagna i versi della Leggenda di Teodorico:

«. . . . . ed il bel verde paese

che da lui conquiso fu».

Il popolo di questa regione, al quale il Carducci divenne quasi familiare, sebbene non potesse comprendere in tutte le sue parti ed in tutta la sua profondità l'opera carducciana, mostrò sempre di sentire la grandezza di Lui, e subì il fascino del suo genio; e dovunque Ei passasse, si manifestava spontanea l'affinità d'animo tra quel forte etrusco e questi romagnoli impetuosi, i quali l'impeto del cuore sapean contenere questa volta, per un senso di delicatezza che si esprime, non di rado, dagli uomini semplici e rudi, entro i confini del più profondo rispetto: onde non acclamazioni troppo rumorose, nè ostentazione di festeggiamenti, sì bene accoglienze schiette e modeste, ed un muovergli incontro quasi timidamente, un salutar reverente, un guardarlo fiso ed a lungo non tanto per curiosità quanto per ammirazione commista di tenerezza.

Il 9 giugno 1900, adunque, il Poeta fu a Montiano, ove ammirò il castello già de' Malatesta (oggi del principe Spada); l'undici del mese stesso si recò a Savignano, ove, ricevuto dal consiglio direttivo dell'accademia de' Filopatridi, della quale era presidente, osservò la ricchissima biblioteca, e d'onde fu invitato dal marchese Giuseppe di Bagno a salire fino alla sua magnifica villa; il 9 giugno 1902 si condusse al grazioso paese di Longiano, ed ossequiato dal sindaco dott. Luigi Turchi e dalla intera giunta comunale, visitò il castello e la biblioteca, fermando la sua attenzione specialmente su le opere dell'umanista Fausto da Longiano; il 28 maggio 1903 andò da Faenza a Modigliana, e quivi, accolto con molta festa dal sindaco Enrico Fiorentini, dagli assessori del Comune, da' buoni ed ospitali Modiglianesi, visitò la casa di don Giovanni Verità (il prete liberale che salvò Garibaldi), e nell'albo dei documenti del risorgimento scrisse con mano malferma: «Tremante di commozione e di reverenza segna presso questi sacri documenti il suo nome l'umile italiano Giosue Carducci»; il primo di giugno del medesimo anno fu al Borello, presso a Cesena; nel giugno del 1904 visitò Cervia (facendo un'escursione nella prossima pineta) e Rimini, ove ammirò di nuovo il magnifico tempio malatestiano, trionfo dell'arte e dell'amore, esempio insuperato dell'Umanesimo nostro; nell'autunno del 1905 si recò a Cesenatico, e rivide Cervia, Montiano, Carpineta; infine, nella primavera del 1906, rivide, ahimè per l'ultima volta!, Bertinoro e la sua diletta chiesa di s. Donato di Polenta.

Non è da credere, però, che in cotali gite consistessero le sole occupazioni sue, nè che la villeggiatura di Lizzano fosse per Lui di riposo continuo ed assoluto.

Talvolta, è vero, Ei si godeva i cari ozî passeggiando, fidato al braccio di qualcuno degli ospiti o degli amici, per i vialetti freschi del parco, o conversava co' suoi compagni nella quiete raccolta de' luoghi, od ascoltava silenzioso le voci misteriose della natura; anche è vero che spesso, al primo chiarore dell'alba, dalla sua camera passava nell'ampia e ridente terrazza ivi presso (alla quale è rimasto il nome di terrazza del Carducci), e contemplava a lungo, assiso sur una poltrona, la veduta stupenda del pian di Cesena, assistendo beato al sempre nuovo spettacolo del sorger del sole dalle acque del mare lontano: ma attendeva eziandio al disbrigo, come oggi si dice, della sua corrispondenza, e persisteva tenacemente nel volersi occupare di studî.

Il Poeta, in cui era sempre pronto il pensiero, sempre vigile la memoria (e ben se lo sa chi lo vide scattare ad un cenno, ad un ricordo, ad una parola che lo commovesse), parlava ormai, specie negli ultimi due anni, tronco e breve; ascoltava più che non dicesse: sì che, pur nell'intimità dell'amicizia, alle conversazioni animatissime d'una volta supplivano in gran parte le letture. Aveva i suoi autori preferiti, de' quali sembrava non saziarsi mai, e co' quali ritornava a dilettazioni antiche, rivivendo così dolcemente nel passato. Non di rado, adunque, seduto sull'erba fresca de' prati o all'ombra delle querci che circondano la capanna rustica in conspetto dell'Adriatico, ascoltò la lettura, fattagli amorosamente dalla contessa Silvia o da altri, di classici italiani e stranieri, o dettò lettere in risposta alle moltissime che anche lassù a Lizzano, come sempre e dovunque, gli pervenivano. Così, per esempio, nel giugno 1904 rilesse non pochi libri, tra cui le opere minori di Dante, e rivide le bozze di stampa di qualche suo volume delle Opere, e compiè lo studio su la Canzone delle tre donne dell'Alighieri, dedicato poi a Cesare Zanichelli per le nozze di sua figlia Luisa; e nell'autunno del 1906, in quello che pur troppo fu l'ultimo suo soggiorno nella campagna cesenate, volle riudire alcune novelle del Boccaccio (quelle, sopra tutte, che, come ser Ciapelletto e frate Cipolla, sono una specie di anticipazione volterriana), e taluni drammi dello Shakespeare. Interrogato quali d'essi drammi preferisse (tolgo queste notizie dal Cittadino del 28 ottobre 1906), rispose d'aver fermata la sua ammirazione segnatamente su 'l Re Lear, su 'l Macbeth, su 'l Giulio Cesare; del Coriolano, poi, aggiunse d'essersi sentito così preso, da giovine, che ne tentò la traduzione in versi, giungendo fino alla metà del secondo atto. Volle fossero riletti anche il Mercante di Venezia, la Tempesta, l'Enrico VIII, tutti nella non bella, ma a bastanza fedele traduzione del Rusconi; il Cymbelino, invece, fu letto nella versione del Càrcano, de' brutti versi del quale volle rifarsi passando poi subito all'Agide di Vittorio Alfieri.

Talvolta anche, nella più stretta e dolce familiarità, «tra stuol d'amici intemerato e casto», Egli, così impaziente delle adulazioni e così schivo degl'incensamenti del mondo esteriore, non isgradiva di sentir leggere alcuna delle sue poesie o delle sue prose, che gli facessero risuonare nell'anima l'eco di tempi, di luoghi e di battaglie lontane. Accompagnava allora la bella armonia con i gesti del braccio e con l'accennare dell'indice della piccola mano, a guisa di chi dirige un'orchestra; e se i versi erano patriottici o civili, s'illuminava quasi d'un raggio divino, e sui lineamenti del volto passavano, come su terso specchio, i segni della commozione interna: scuoteva la testa leonina, ravvolgeva nervosamente la mano entro l'ampia arruffata capigliatura, lampeggiava negli occhi, mentre non di rado due grosse lagrime gli scendevano lente giù per le gote. Così lo abbiamo visto durante la recitazione del Piemonte, o del Cadore, o dell'epodo per Monti e Tognetti, o della divina ode Alle fonti del Clitumno; nè mai il sublime spettacolo si cancellerà dalla nostra mente e dal nostro cuore!

Uno de' conforti più efficaci fu a Lui, inoltre, durante la sua permanenza presso gli amici, la musica. Ciò parrà inverosimile a chi ricorda quel ch'Egli nel 1882 aveva scritto nella prefazione ai Giambi ed Epodi (Opere, IV, p. 157): «Quanto alla musica, io lascio sonare; non me ne intendo; e più sonan forte, più mi piace: sono tedesco»; le quali parole furono piuttosto una tal quale ostentazione bonaria di ruvidezza esteriore, che non l'espressione esatta della sua attitudine ad intendere l'arte divina dei suoni. Certo, mentre così diceva, non mentiva a sè nè agli altri, da poi che la sincerità fu la norma costante di tutta la vita sua: ma è un fatto che dovette parlare senza conoscersi, senza, ciò è, sapere qual rispondenza alle voci misteriose e profonde della musica avrebbe potuto avere l'anima sua, quand'ella vi fosse stata predisposta ed educata. Al che molto gli giovò la compagnia della contessa Silvia Pasolini, musicista e pianista veramente eletta; onde a Lui avvenne come a tutti coloro che primieramente s'avviano per i sentieri ignoti d'Euterpe: i quali, udendo in principio la successione e la fusione dei suoni, non se ne sanno render conto, e trovansi come disorientati e smarriti; ma quando vi abbiano assuefatto l'orecchio ed educato lo spirito, sentono sorgere da' suoni forme nuove di pensiero e di sentimento, le quali integrano, per così dire, il linguaggio della parola, che è insufficente a significare tutte le sfumature dell'anima. Non altrimenti — dice il Wagner — chi entra per la prima volta nel bosco silente dalla tumultuosa città, è incapace a percepirne i rumori; ma poi, raccogliendo l'orecchio, ne distingue ognor più gradatamente i suoni più lievi.

Giosue Carducci ripianta il cipresso sul colle di Conzano.

Così il Carducci aprì l'anima alla musica, e n'ebbe dolcezza e ristoro ineffabile; ed intese e gustò i classici e i moderni italiani e stranieri: degl'italiani i più gloriosi, dal Pergolesi al Verdi; degli stranieri Beethoven, Chopin e Riccardo Wagner.

A Longiano, nella gita del 9 giugno 1902, ascoltò rapito la musica del secondo atto del Tristano e Isotta, suonata al pianoforte ed accennata egregiamente con la voce dall'avv. Achille Turchi; a Faenza, la sera del 15 novembre 1903, in una genialissima riunione artistica in casa Pasolini, incoraggiò molto il giovine Balilla Pratella di Lugo, di cui fu eseguita una notevole composizione per canto, piano e violino, su l'Ode alla chiesa di Polenta; a Lizzano, il 21 settembre 1904, udì cantare da Alessandro Bonci la schietta romanza italiana «Tre giorni son che Nina» del Pergolesi, e tanto si compiacque di quella interpretazione patetica e gaia insieme che, sentendo fuse così bene l'opera del maestro e quella del cantore, esclamò: «Sembra una voce creata apposta per questa musica!». Ed in un albo, ove il Bonci conserva le più preziose memorie, scrisse di suo pugno: «Lizzano, 21 sett. 1904. Udita nella voce del Bonci la risorta musica del Pergolesi». Infine, più volte, a Faenza ed a Lizzano, ebbe l'anima accarezzata e placata dal vibrante violino dell'illustre prof. Federigo Sarti (che fu maestro ed amico affettuoso di Pierino Pasolini-Zanelli), o da quello della giovanissima artista Antonietta Chialchia, allieva del Sarti medesimo; alla quale volle, in segno di gratitudine, regalare un suo ritratto con le parole autografe: «Al mattino radiante il tramonto brumoso. G. Carducci».

***

Così il Poeta trascorreva, dolcemente consolato, gli ultimi suoi giorni; ed intanto, mentre qui in Romagna a Lui salivano, nelle forme più semplici e pudiche, le manifestazioni d'amore di tanti popolani, a Lui pervenivano anche i saluti, gli augurî, gli omaggi del mondo civile. Da Terni gl'insegnanti secondarî e primarî; da Caserta gli ufficiali di finanza; da Sarzana i commemoranti il centenario della presenza dell'Alighieri; da Scarperia i celebranti il seicentenario della fondazione di quel castello; da Faenza i maestri elementari e i professori e gli studenti del Liceo-Ginnasio; da Cesena gli ammiratori offrenti in un album artistico i ricordi della biblioteca malatestiana; da Bologna i professori delle scuole medie adunati in solenne congresso; persino dalla lontana Repubblica Argentina gl'Italiani ivi residenti; da ogni terra, insomma, ed in ogni giorno in cui suonasse un'alta parola, o si elevassero i cuori verso un'idealità pura e gentile, giungevano al Grande Spirito che ancor vigilava, sì come al nume tutelare della patria, invocazioni e preghiere d'assentimento e d'incoraggiamento.

A tante espressioni di reverenza e di gratitudine, una significantissima stava per aggiungersi il 29 giugno 1905: la visita al Carducci, in Lizzano, della regina madre. Se non che, all'ultimo momento, tale visita fu sospesa, a causa, si disse, del gran nubifragio che desolò, a que' giorni, i territorî di Ferrara, Forlì e Ravenna; e che questo novello omaggio di Margherita di Savoia al genio del Vate non potesse avvenire, a non pochi increbbe, però che sono sicuramente fra i maggiori meriti dei sovrani della terra quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero.

Ma è da ricordare che pochi dì innanzi al Carducci era giunto, in Romagna, uno speciale pensiero del re d'Italia; il quale, a' ringraziamenti del Poeta per la croce dell'ordine civile di Savoia, conferitagli con decreto del primo di giugno 1905, volle a sua volta rispondere col seguente dispaccio telegrafico: «14 Giugno — Giosue Carducci — Cesena. — Sono lieto di averle potuto dare un novello segno della mia ammirazione, e molto ho gradito la cortese lettera con la quale Ella ha voluto ringraziarmene. Vittorio Emanuele». Tale dispaccio giunse al Carducci inaspettatamente, mentr'Egli esaminava nel palazzo Pasolini la copiosa raccolta de' documenti del risorgimento, stati già del generale Andrea Ferrari, duce de' volontarî romani nel '48-'49, e da lui consegnati al suo aiutante maggiore Pietro Pasolini, che li conservò religiosamente. Il Poeta stava sfogliando quel migliaio e mezzo di carte, nelle quali è l'itinerario delle legioni romane dal febbraio del '48 fino a Vicenza, a Malghera, alla Repubblica Romana, e dove spesso ricorrono i nomi del Durando, di Ugo Bassi, del Manin, di Guglielmo Pepe, del Tommasèo; e nell'animo commosso gli si rinnovellavano i giorni tragici ed epici della patria; quando la parola del capo dello stato gli giunse quasi come la voce dell'Italia libera ed una, attestante che non invano erano stati i sacrificî e gli eroismi, le congiure e i patiboli.

Libera ed una davvero? Ahimè! Il Poeta, cui nella gioventù e nella virilità parve che mal fosse assicurata da' governanti e da' procaccianti alla patria una vera libertà, ebbe poi per tutta la vita confitta nel cuore la spina del saper non compiuto l'edificio nazionale nostro. Fu irredentista nobilissimo e fiero; ed ai vigorosi aneliti di Trieste e di Trento verso l'Italia, rispose sempre sospirando e fremendo, in uno slancio di sublime amore.

Nel giugno del 1905, dovendosi inaugurare a Padova il tricolore offerto a quel comitato della «Dante Alighieri» dalle donne italiane d'oltre confine, fu chiesta a Lui una parola augurale. Rispose: «Cesena, 11 giugno. Alle gentili donne italiane di qua e di là del confine, dal sacro spirito di Dante ferma fede, magnanima costanza, diritto, pieno e sereno adempimento di ogni loro aspirazione buona, prega l'umile italiano Giosue Carducci». E da Padova gli giunse, il dì dopo, questo telegramma: «All'umile italiano, la cui gloria rende ogni italiano superbo, a nome delle altre donne a me compagne nella solenne cerimonia qui ieri celebratasi, invio caldi ringraziamenti per l'alta patriottica parola onde volle onorarci, augurando che a lungo risuoni paterno incitamento ad egregie cose. Ada Dolfin Boldù».

Di lì a pochi giorni avea luogo in Lizzano una semplice, intima, commoventissima festa: la consegna a Giosue Carducci d'una medaglia d'oro decretatagli da Trieste, come ricambio d'affetto a quello intensissimo consacrato, ne' carmi del Poeta, alle terre italiane ancora divelte dal seno della patria. Nel pomeriggio del 17 giugno giungeva a Lizzano Giacomo Venezian, triestino e professore nell'Università di Bologna, cui Trieste avea dato incarico di presentare al Poeta il segno sensibile del suo omaggio; ed insieme con lui erano il prof. Puntoni, rettore dell'Università medesima, il sindaco di Cesena ing. Angeli, e l'avv. Trovanelli. Pochi altri intimi di casa Pasolini, tra cui il prof. Giuseppe Morini e la contessina Antonietta Gessi, assistettero alla cerimonia. Questa avvenne nella veranda, e vi fu presente anche la signora Elvira Carducci, con manifesto compiacimento. Il Venezian porse al Maestro, racchiusa in astuccio di pelle, la medaglia d'oro, su cui è da un lato l'effigie del Vate, e dall'altro sta Trieste, assisa su d'un rudero, mentre verso di essa volan dal mare, in forma di gemetti e puttini, i canti di Lui. In alto è il verso: «Tu sol, pensando, o idëal sei vero»; sotto è la dedica: «Trieste, a suggello d'antico amore».

Giosue Carducci sulla porta della chiesa di Polenta.

Nei viali di Lizzano.

Il degnissimo figlio e rappresentante della cara città disse al Poeta poche e semplici e degne cose: voler esprimere quella medaglia il sentimento d'antica e devota devozione e d'intenso affetto di tutti i Triestini al Poeta nazionale; avere Trieste, da prima, avuto in animo di promuovere la solenne coronazione del Vate in Campidoglio; ma come parve difficile il piegare la modestia di Lui a tanta solennità, e non volendo la città deporre la speranza di onorare sè stessa onorando il Maestro, così aver essa cercato altra forma d'omaggio coll'effigiarne durabilmente l'immagine in una medaglia. Aggiunse il Venezian che i promotori della manifestazione non avean voluto mettere innanzi i loro nomi, perchè questa apparisse, quale veramente era, spontanea ed unanime di tutto il popolo triestino; ma egli consegnava al Maestro un documento da cui si pareva meglio il significato e il valore della dimostrazione, e ciò è il rescritto della imperiale e reale polizia di Trieste col quale «si conferma il divieto di fare in una città austriaca pubblico appello per onorare il Poeta che ne' suoi scritti scagliò le più violenti invettive contro la persona di S. M. l'imperatore, e glorificò l'azione d'un Oberdank».

La medaglia di Trieste.

Giosue Carducci, che fino allora avea ascoltato con un fare tra il bonario e il commosso, alle parole del rescritto divenne acceso in volto come se una subita vampa di fuoco gli fosse salita su dal cuore; e scattò in piedi, Egli che pur male reggevasi ormai sulle gambe, esclamando: «No, città austriaca, no! La più italiana delle italiane; la fedele di Roma». Ed aggiunse: «Dite a Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima mia quello che è l'anima ed il pensiero di lei......» Nè potè continuare; che uno scoppio di pianto gli troncò in gola le parole. Allora tutti i presenti, fortemente scossi, e colti da un'infallibile tenerezza improvvisa, gli si fecero attorno, e prendendogli le mani, e accarezzandolo, e confortandolo con tronche parole, riuscirono finalmente a calmarne lo spirito. E per isvagarlo subito, le condussero all'aperto, a fare una passeggiata pe' viali e nel giardino, dove E' si riebbe ben presto, diventando sereno ed ilare ed espansivo.

Ma quel che non avea potuto interamente esprimere a voce, volle dipoi consegnare allo scritto; e da Lizzano, il 27 giugno, inviò al Venezian la seguente lettera:

«Caro prof. Venezian, Ciò che Ella mi recò e mi disse da parte di Trieste, supera ogni possibilità di risposta. Sappia Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima del mio pensiero quello che è l'anima ed il pensiero della magnanima città; ed anche quando io non sarò più, ciò che piangendo e fremendo scrissi spirerà, credo, a mantenere nell'Italia la fede a Trieste, la fedele di Roma. Giosue Carducci».

Era ben degno di questa forte terra di Romagna, dove dalla gioventù alla vecchiezza Egli ebbe vincoli così stretti d'affetto, e dove conchiuse, può dirsi, il suo canto; era ben degno di questa terra, la quale dette alla libertà ed alla patria il palpito dei cuori ed il fior delle vite, che qui si esprimesse la corrispondenza d'amorosi sensi fra Trieste e Colui che dell'Italia risorta fu la sintesi più gagliarda e completa.

Oggi sulla facciata della solitaria e muta villa di Lizzano, ove tanta gloria, tanti affetti e tanta fedeltà si accolsero, una lapide modesta, muratavi e scoperta quasi di nascosto e senza pompe vane, ricorda semplicemente:

«Qui — tra i colli sereni — nella dolcezza della amicizia — cercò pace e ristoro alla grande anima — Giosue Carducci — dal 1897 al 1906 — Silvia e Giuseppe Pasolini Zanelli — con memore cuore — 2 novembre 1907».

Faenza, novembre 1907.

Antonio Messeri.