Io mi querelava più sopra di dover tacere nel mio racconto moltissimi particolari, pieni di cospicui documenti e d'alto e maschio sentire. Pure, non voglio del mesto pellegrinaggio di Carlo Alberto lasciare ignoto un accidente, che nell'esteriore dimostranza è nulla, e rispetto ai secreti del cuore è oltremodo significativo. Guardatelo; egli entra sconosciuto in Burgos, metropoli della Vecchia Castiglia. Quante memorie in quelle visigotiche mura, in quel combattuto castello e in quel tempio vetustissimo, dove Pelagio prometteva e giurava al Signore la redenzione delle Spagne, dove i Sanci e gli Alfonsi e il Cid Campeadòr e i Cavalieri d'Alcantara e di Calatrava sospendevano per trofeo le verdi bandiere e le ingemmate scimitarre! Memorie care e venerande, segnatamente a Costui, ch'ebbe tutta l'anima sua nudrita di spiriti cavallereschi e infiammata della fede dei popoli antichi; a costui, ripeto, che adorando nella Causa d'Italia un giusto e santo decreto di Dio, scorgeva nel suo Piemonte quasi un'immagine delle Asturie Spagnuole, e ne' Croati e negli Stiriani una simiglianza di Mori e di Saraceni.
Chi è questo forestiero, domandava la gente tra curiosa ed attonita, così pieno di maestà e di pensosa e tacita melanconia, e il quale erra così solo pel mondo? Quindi, con atto involontario, fánnogli ossequio e cortéo. Risponde con grazioso saluto, e senza nè rallentare i passi nè divertirli, va diritto alla Cattedrale. E quivi cadendo ginocchioni, com'era usato, dinnanzi a Cristo in sacramento, entra in tale fervor di preghiera, che in breve tempo gli occhi e le gote gli si empiono e bagnano di caldissime lacrime, senza fine rinascenti e copiose. E ricordate, o Signori, che nessuna delle sue grandi sventure gli spremette mai dagli occhi una stilla nè gli trasse dal petto un gemito sconsolato: solo nel grembo di Dio quell'animo generoso non teme di rallentare un poco la rigida custodia che fa di sè stesso, e dirottamente piange.
Oh perchè il mondo non seppe il tenore delle sue preci, e non ebbe orecchi per quel colloquio dell'anima! Molti apprenderebbero del sicuro, come convenga pregare Iddio ne' calamitosi giorni della patria, come adorarlo umilmente da Italiani e da cittadini, e conseguire virtù rassegnata insieme e imperterrita nelle politiche disavventure. Lacrimava dirotto, e la pallida e severa sua faccia pareva in quel santo lavacro tramutarsi quasi e rabbellirsi di gioventù. Imperocchè non si mescolavano alle lacrime sue nè rimorsi nè terrori, ma contentezza invece del bene accetto sacrificio, e sicurezza intera di esaudimento; e forse un domandare da sua parte e un promettere lassù dal cielo con arcane ed intime spirazioni, che presto sarà per uscire dai travagli del doppio esilio.
Ma come ciò sia, questo rimane vero, che al Principe martire Dio non consentì sulla terra neppure un anno di pacato raccoglimento e di blando e ricreativo riposo; perchè in lui dovea colorirsi e perfezionarsi fino alle menome lineamenta la imagine e la figura dell'Eroe italiano, quale il vogliono i tempi, e secondo i nobili ed austeri precetti della Religione Civile. Quindi, in sul cadere di luglio, aggravatesi rapidamente le vecchie infermità sue, immaturo d'anni, maturo di magnanimità e di gloria, fu con soave transito ricevuto tra i seggi immortali, che ai vendicatori delle nazioni e ai benefattori insigni del genere umano sono colassù apparecchiati.
Io sempre ò notato e ripensato fra me, con cupa melanconia, come la felicità di Giorgio Washington sia troppo rara nel mondo, e come troppo sovente agl'iniziatori d'imprese sante e magnifiche venga interdetta la gioja di trarnele essi medesimi a fine. E qui, per tutti gli esempi valgami quello vulgatissimo e sì confacente al luogo ove parlo. Io dico del profeta legislatore, morto in sul passo della terra di promissione, e innanzi d'aver veduto piantare lungo il sacro Giordano i tabernacoli d'Israele. Forse nascondesi in ciò un gran mistero di placamento e d'espiazione, parendo che non si possa la libertà e prosperità dei popoli conseguire senza sconto di dolore e tribolazione, la quale ne' più illustri e innocenti torna maggiormente accettevole. O forse è divino decreto, il qual vuole per più alta glorificazione degli uomini sommi e delle vere virtù, che laddove queste nell'adempimento del fine parrebbono assai compensate e ben profittevoli a sè, rimangano in quella vece impremiate sempre ed a sè disutili, e sieno cimentate e provate insino al dì ultimo dalle avversità; la maggior delle quali, senza alcun dubbio, è perdere l'intento massimo ed unico per cui fu spesa e logorata ed afflitta la vita intera.
Di quest'arte eccelsa e terribile di provvidenza vedemmo essere gran testimonio alle viventi generazioni il giusto che qui piangiamo: Egli a tanto dolore e jattura si rassegnò con pio e modesto silenzio. E ciò non pertanto, diviso com'era da ogni speranza, e sprovveduto d'ogni potere e d'ogni ricchezza, volle pur di lontano e insino agli estremi spiriti proseguir sempre a giovare l'Italia in qualunque suo pensiero ed atto; siccome colui che aveva deliberato di lasciar dietro sè ogni cosa, salvo la perfetta bontà e grandezza dell'animo esulanti insieme con lui, e per efficacia delle quali, eziandio nell'umiltà e solitudine del suo romitaggio, ei porgeva esempj e proferiva parole da registrarle la storia e ripeterle con meraviglia i nostri nepoti. A lui nessuna nuova sciagura della patria era rimasta celata. Sapeva le stragi di Brescia e la caduta dei Siciliani; quella dei Veneti presentiva. Sapea Toscana invasa, Roma collegarsi con Vienna in intimo patto d'amicizia e d'ajuto; la Russia schiacciar l'Ungheria; Francia e Inghilterra rimanersene spettatrici; in Alemagna quel desiderio spasimante di libertà e d'unione confederativa venirsi agghiacciando; sì gran tempesta di animi, sì gran turbinio di casi somigliare un esercito d'api azzuffato, il quale da pochi grani di sabbia lanciativi dentro s'acqueta e discioglie. Cresceva amarezza e cordoglio acutissimo all'abbandonato Re ognuna di esse sventure o prevista o saputa: ma con tutto questo (giova pur replicarlo), la fede di lui nel trionfo del buon diritto e nella libertà e indipendenza degl'Italiani, quella robusta fede che sempre e ad ogni opera sua porse i fondamenti e i principj, uguale a sè stessa e indeclinabile si rimaneva; e quale fu in trono, tale durava in esiglio; quale sotto le prime percosse, tale si mostrava sotto le ultime e irreparabili dell'infortunio. Conciossiachè ella ardeva nel petto di lui nudricata e difesa dalla virtù, come fiaccola di santuario perennemente custodita ed alimentata, e che i venti e le procelle di fuori nè crollano nè oscurano: con ciò insegnando a noi tutti e all'età incredula e fiacca che il buon cittadino può d'ogni cosa vivere in dubbio e in paura; non delle speranze, però, fondate nella giustizia e nel dritto; non della sapienza altissima che creò da principio le leggi e gli ordini eterni del mondo civile, e giurò nel profondo consiglio suo la salute delle nazioni. Cotale trovarono Carlo Alberto i messaggi del Parlamento, e sì fatti sensi, e non altri giammai, racchiudevano le sue risposte e i suoi caldi e ingenui colloqui, nessun dei quali menava egli a fine senza molto rammaricarsi e compiangere le nuove conculcazioni e gli strazj della dolce patria perduta. Quanto a sè e alle avversità proprie, al grande scopo fallitogli, al deposto diadema, all'acerbità dell'esiglio, ai sostenuti travagli, alle immedicabili infermità, al poco avanzo di vita, nessun lamento giammai e nessuna stanchezza, come fossero sacrificj appena uguali al suo debito, od accidenti di nulla importanza verso la causa comune e perpetua d'Italia. Degli sconoscenti e calunniatori, di tanti che lo schernirono, e ne abusarono l'amicizia e la fede, si risentiva sì poco, che pareva neppur saperli e neppur ricordarli. Ma, rispetto al trasmodare dei partiti, ai lor soppiatti maneggi, alle fomentate dissensioni, agli eccessi, ai vilipendj, alle slealtà, se reputava dannoso il tacere, sempre mansuetamente parlavane, compiangendo piuttosto che infierendo e increpando: accusava i tempi, scusava gli uomini, e solo pregava da Dio che l'esperienza luttuosa giovasse, e a tutti apparisse manifestissima la necessità di maggiore prudenza, concordia ed annegazione; perchè appena imparato ad esser virtuosi ed uniti, nessuna forza umana, diceva, c'impedirebbe di diventare nazione, e pareggiar di nuovo con l'opere la inestimabile grandezza delle memorie e del nome. Però, quest'unico desiderio raccomandava, morendo, alla carità de' figliuoli, all'amore, alla fede de' popoli suoi; questo consiglio legava come un tesoro ai presenti Italiani ed agli avvenire.
E noi giuriamo d'esser virtuosi ed uniti, e sul tuo feretro lo giuriamo, che poco o nulla disgrada dalla santità d'un altare. Vero è bene, che secondo l'universal rito, la Chiesa (benigna madre) procaccia con molte preci e olocausti di suffragare l'anima tua, e propiziarti il giudicio di Dio, il quale ad ognuno volge tremendo ed occulto. Ma, in cospetto di sì sfolgorante virtù e nel mondo sì inaspettata; per quel paterno e incomparabile amore da te dimostrato ne' tuoi soggetti; per le libertà e ottime leggi largite loro, e con fede antica e gelosissima conservate; per l'esempio e la norma che agli uomini tutti ài segnata dell'alta pietà religiosa e della civile carità, convenientissime ai tempi; per quel testimonio che ài fatto solenne e dolorosissimo della verità e della giustizia, onde del nome di Martire ti coroni; lecito è a noi di pensare, che già trionfi nel sommo dei cieli, purissimo d'ogni tabe, e che meglio ti si addirebbero gli osanna e i turiboli, che le piangevoli requie e le funebri lustrazioni. Ciò noi crediamo saldissimamente; e quindi dal tuo sepolcro come da veneranda reliquia, piglieremo gli augurj e aspetteremo l'aura di redenzione; e te accompagnato e seguito lassù dagli spiriti benedetti che per l'Italia gettaron le vite o crudelmente patirono, te invocheremo celeste riconciliatore tra Dio e la patria infelice. Tu per amore di lei soffristi di non più rivederla e ogni cosa diletta lasciare; ma la tua gloria sopramondana a Lei ti raccosta e congiunge con perpetuo bacio ed abbracciamento, e a noi tutti nella tua forma migliore ti fa presente; nè mai ci paresti più vivo e spirante, nè mai sì vicino, nè meglio sentito e veduto. Noi sentiamo nei cuori la possente tua voce; vediamo l'anima tua volante sulle nostre bandiere; e il contatto divino e diuturno di lei con tutte l'anime nostre ci riempie e scalda non ben sappiamo di quali affetti soavi, e di qual pungente desiderio d'opere grandi e intemerate e degne d'Italia. Prosiegui, etereo intelletto, con quella efficacia stupenda ed ineluttabile che ora puoi colassù da Dio medesimo derivare, prosiegui a correggere i petti traviati e superbi de' tuoi cittadini. Mostra loro, che non accade senza terribile necessità l'accumularsi degli infortunj, l'infierire dei destini, l'empie battiture dei Barbari; conciossiachè unicamente nelle calamità e nel dolore ripurgansi al pari degli individui eziandio le nazioni, e come oro nel fuoco lasciano alfine le scorie de' vizj, e rimondansi d'ogni macchia e bruttura. E il buon antico metallo degli Italiani, scorgesi apertamente che dal secolare servaggio, dalle astiose passioni e dalla ruggine dell'invidia e dell'albagia, troppo è ancora offuscato e corroso. Mostra deh! loro, che in tanta dissoluzione dei vecchi principj e delle vecchie credenze per ogni parte d'Europa, e in tanto universale rigoglio di basse cupidità e ambizioni, non da alcuna autorità di fede e di legge infrenate, a quella nazione è promesso non che l'essere e l'arbitrio di sè, ma sì veramente il morale e intellettuale imperio del mondo, la quale saprà innanzi e meglio dell'altre infiammarsi della virtù, riedificare i principj, fuggir le sètte e le sedizioni; e praticando ogni più duro e travaglioso dovere di cittadino, procedere nobilmente al possesso comune ed inconsumabile del diritto e della libertà. Imperocchè una voce arcana mormora dentro il cuore dei popoli, e va lor dicendo: — apparecchiate le vie, addirizzate i sentieri alla nuova forma di civiltà. Il mondo à sete di giustizia e credenza; à sete di libertà germogliata dal dovere, di scienza irradiata dalla religione, di popolari reggimenti corretti e magnificati dall'educazione e bontà delle plebi. Sorgete, apparecchiate le vie; e quel primo in fra voi che ritempreràssi nella fede, e arderà del fuoco della Religione Civile, e farà gl'infimi e i sommi con più amorevole atto insieme abbracciarsi, quello spezzerà del sicuro, come Sansone, le porte del carcere suo; quello grandeggierà fra voi tutti, e le sue piaghe saranno sanate, e tornerà a risplendere sulla montagna come signacolo delle genti.
Anima di Carlo Alberto, regnatrice vera e perpetua d'Italia, sento, io medesimo sento che del tuo soffio immortale mi scaldo, e già della virtù m'innamoro, della fratellevole unione ò desiderio infinito; e parmi, nè stimo di errare, che simiglievoli effetti vai tu qui producendo negli astanti numerosissimi. Concordia, o Liguri, o Piemontesi, o Siciliani, o Napoletani, o Lombardi; amore e concordia, per Dio. Dopo tante allucinazioni ed esorbitanze, dopo tanti odj e sospetti, dopo le vane congiure, i temerarj conati, le gare fratricide e spietate; giovi e talenti a noi pure di scrivere nella memoria, o meglio nel sacrario del cuore, quella dantesca rubrica: Incipit vita nova. Così i raumiliati e rifatti dalla sventura, così legati e stretti d'un nodo, e potenti di fratellanza e di carità, faremo vero quel tuo detto sovrano e profetico, o Re santo e inspirato; quel detto a cui solamente il civile nostro dissidio à dato sembiante di amara menzogna: L'ITALIA FARÀ DA SÈ.
Due mesi dopo la recitazione dell'Elogio, veniva l'Autore scelto deputato al Parlamento Piemontese dalle città di Genova e di Pinerolo. Ma stategli dal Governo negate le lettere di naturalità, Egli pubblicava nelle gazzette le parole che seguono:
Fallitami una condizione richiesta ad esercitare l'ufficio di Deputato, a me fallisce, Elettori, eziandio l'onore e la dignità di sedere vostro rappresentante nel Parlamento. Ciò, per altro, non mi scema il dovere di ringraziarvi pubblicamente, siccome fo, del mandato da voi proffertomi; il quale, secondo mio costume, nè avea chiesto, nè in alcuna guisa brigato e sollecitato. Io vi ringrazio, pertanto, con caldo animo di aver voluto, scegliendomi, rendere buona testimonianza all'intera mia vita, e dimostrare altresì ai popoli subalpini, che voi tenete per concittadini vostri tutti i figliuoli d'Italia, e credete ottimo consiglio di non rimovere dalla patria ogni soccorso d'ingegno e d'opera che venir le possa da quelli. Intanto, col vostro suffragio succeduto alle stampe del Comitato Elettorale della Liguria da me sottoscritte, voi dato avete conferma e sanzione ai principii in esse manifestati; e di ciò pure vi riferisco grazie speciali, e trággone assicuranza e compiacimento: perchè non è mancato chi à voluto appuntarle, e far chiose e commenti strani intorno ad alcuni nomi; quasi che una lista prolissa di candidati non sia materia sottoposta a molti accidenti, e ad alcuni peculiari e individuali rispetti e motivi; e la volontà e l'opinione dei proponenti non uscisse chiara e sincera dal tutto insieme della nota. E neppure è mancato in altre provincie d'Italia chi quelle mie proteste d'imparzialità e di spirito temperato e conciliativo à stimato insufficienti, e non abbastanza al presente ministero inchinevoli e amiche: come se un ministero leale e fidante nel proprio operato voglia e possa adombrarsi d'uomini moderati, imparziali e conciliativi; atteso che questi certissimamente piegheranno alla parte sua non pure quando la visibile bontà degli atti di lui e il suo antico e assennato amore delle libere istituzioni ad essi lo raccomandi, ma ben anche allora che, salvo l'onore e i principii, la necessità dell'utile pubblico ciò senz'altro rispetto e ragione lor comandasse. E in ambo i casi tanto più peserebbe e fruttificherebbe il lor voto, quanto non cadrebbero appo veruno in sospetto di servilità e di cieca adesione; e in quanto (giova serbarlo in memoria) le passate miserie e paure non concedono ancora alla moltitudine di spogliarsi di ogni sinistra preoccupazione inverso chi regge la cosa pubblica, o loro s'accosta senza riserbo. D'altro lato, io non so intendere come in paese da passioni tuttora commosso, e dalle quali non sembrava abbastanza immune neppure chi amministra e provvede, e quando era discrepanza non lieve di giudicii e di massime, chi volea ragionar di concordia e persuadere ogni mente ad accorrere a dare i suffragi, dovesse tutto gittarsi dall'una delle bande, e farsi tromba di un sol partito.
Il proposito di tutti voi, Elettori, fu di sottrarre da ogni rischio non solo la legge fondamentale, ma eziandio ciascuna di quelle che sono domandate organiche, e mallevano l'uso e l'autorità dei vostri supremi diritti. Nell'una e nell'altre torna funesta al presente ogni notabile mutazione; imperocchè al popolo fa ora bisogno, sopra ogni cosa, il sentimento comune e profondo della sicurezza, della fiducia e della stabilità e perduranza; e il potere egli, senza alcuna apprensione e sospetto, restringersi tutto col Governo, e francamente e vigorosamente ajutarlo. Ma sia lode al vero; da chi temiamo oggi che possa procedere maggiore pericolo di mutazione e maggior contrasto alle nuove franchigie? dai nemici della libertà, ovvero dai troppo amici? Contro questi è la condizione grave dei tempi, sono l'uso e l'esperienza cresciuti, è il buon senso italiano che disnebbiato dal fumo delle astiose passioni, torna a poco a poco a risplendere di sua tranquilla e nitida luce. Per contra, ai nemici palesi od occulti della libertà, e a coloro che se non ucciderla affatto, vorrebbono almeno a tisichezza condurla, ogni cosa sembra in Europa dare ansa e recar favore; e poco meno che la intera Diplomazia, massime intorno di noi, dà loro di spalla, e tutto dì li rinfocola e sprona e consiglia. Ciò posto, chi non vede la convenienza, o, meglio, la necessità di mandare al Parlamento uomini tanto caldi e fermi e fondati nell'amore di libertà, quanto assegnati e riguardosi; e così indipendenti, imparziali e scevri d'ogni affetto di parte, come leali e conciliativi? Conciossiachè siffatti uomini solamente, senza spiacere agli incerti e incuranti, che sono i più, nè troppo offendere quelli cui il passato facea prode, valgono a spirare fidanza piena e durabile alla parte viva e illuminata del popolo, nella quale sola può da ultimo il nostro liberale Governo trovare difesa sincera, e sostegno naturale e gagliardo. Solo uomini indipendenti e conciliativi insieme ànno vera facoltà di porgere ajuto efficace e valido al ministero presente, talchè resista, dove occorra, con avveduta saldezza e prudenza alle aperte e alle soppiatte esigenze ed insidie esterne; e perchè respinga facilmente sì le innovazioni importune e immature, e le smoderanze degli impazienti e fanatici; e sì quello che al dì d'oggi è più temibile assai, le voglie cioè risorte e i disegni ripigliati di reazione, e qualunque infelice proposta di legge, con fine d'intaccare e restringere le libertà delle quali tutti per lo Statuto godiamo.
Queste considerazioni moveano voi, Elettori, nella vostra scelta; moveano me, con pochi altri buoni italiani, a sottoscrivere le circolari del Comitato Elettorale della Liguria. Io mi do pace assai facilmente che se ne facciano ora poco benevole interpretazioni, e ingiuriose alla fama mia. Più d'una volta i fatti ànnomi vendicato e assoluto degli altrui torti giudicj;[44] ed io so troppo bene, che pesa continuo sopra di me la sventura ostinata, ma non però ingloriosa, di aver dispiaciuto a gente che mai non si placa e mai non perdona.
Genova, li 27 dicembre del 1849.
An non eligendi ex toto orbe orbem judicaturì?
San Bernardo, Consid. IV, 4.
Fu la presente lettera scritta per venire inserita nella Rivista Italiana, Giornale di scienze morali e politiche che stampavasi non à molti mesi in Torino; e però accenna in principio a un articolo dettato dal chiarissimo professore Berti, intorno alla dominazione temporale dei papi, e pubblicato in essa Rivista il 15 di agosto del 1850.
(Nota premessa alle due edizioni genovesi del 1854.)
Io non ò dubio, Signor mio, che allo scritto vostro intorno alle cose di Roma, publicato or fa tre mesi in questa effemeride, non tenga dietro l'assentimento e la lode degli uomini savj. Contro all'uso corrente de' giornalisti che si compiacciono di asserir molto e poco provare, e frondeggiano in concetti e in sentenze che, a stringerle bene, dànno scarsa e leggiera sostanza, voi con un ragionare stringato e calzante, e non iscordando mai (quello che in materie tali à gran forza) il testimonio delle storie e il riscontro dei fatti, conducete il lettore a certe e lucidissime conclusioni. Libere parole e forse anche ardite adoperaste in geloso argomento, nel trattare il quale gli assennati fanno ormai troppe reticenze, e troppe iperboli i passionati. E d'altra parte, il buon senno italiano vi mosse a distinguere sempre e con diligenza l'oro purgato ed incorruttibile da sua scoria e mondiglia, separando la sostanza eterna di nostra fede dalle forme caduche e mutabili. Certo, tale moderanza e giustizia che esser dovrebbe usuale, massime in subbietti severi e di gran momento, diviene oggi rarissima; e di là dall'Alpi, molto di più. Vedete la Francia maneggiar di continuo, inverso il papato, o l'adulazione o la contumelia. L'una fazione e l'altra avventa i sofismi come saette in battaglia, e quindi accresce a dismisura la confusione e alterazione degli animi. A noi Italiani, benchè dolorosi di danni e percosse tanto maggiori che avemmo a tollerare da Roma, a noi in questa poca di terra dove possiamo senza pericolo significare la mente nostra, non vien meno la imparzialità del giudicio, e studiamo di recare ordine e luce in quel generale scombujamento. Così non fossero mai gli stranieri sopravvenuti a sturbare l'opera riformatrice de' padri nostri, i quali più volte e con sapienza e coraggio altissimo impresero di raddrizzare e correggere i traviamenti e le pravità della Curia Romana, senza mettere in compromesso alcuno la sostanza della fede cattolica, e fuggendo le controversie d'intorno al domma; una delle peggiori e più mortifere pesti che affligger possano (diceva il Sarpi) l'umana republica.
Io sono stato in forse di movere novamente la penna sui casi di Roma, veggendomi colà fatto segno a incredibile odio e a basse e sfrontate calunnie, ed essendomi state sottratte da mano più inquisitrice che ladra moltissime carte che io preparava di mettere in luce su quel subbietto.
Ma dalle parole vostre, o Signore, usciva uno spirito il quale mi à fatto (io non so come) sentir dentro l'animo che il silenzio a questi tempi, e in tale proposito, parrebbe o incuria o timidità o insipienza; cagioni tutte tre biasimevoli. E se riscrivere tutto un volume sarebbe fatica e tedio sproporzionato all'utilità, non per questo voglio astenermi dal significare brevemente, e senza apparato di stile e d'erudizione, alcuno di que' pensieri che io giudicava dover tornare più profittevoli alla religione e alla patria. Nè già le menzogne calunniose, e l'odio ostinato e cieco degli avversarj non manco miei che d'Italia e dell'universal bene, mi condurranno a parlare stizzito, e fuor dei termini del convenevole. Non può d'assenzio e di fiele avere tinta la bocca colui il quale procaccia continuo di approssimarla alle fonti sincere d'un'alta e libera filosofia. Oltre che, la ragione è cosa serena ed imperturbabile: e non ostante che in Roma abbiano le gazzette spacciato ch'io sono uscito del senno ed ò perduto il ben dell'intelletto, desidero mostrar loro che ò l'intendimento sanissimo, e neppure riescono di provocarlo all'impazienza e allo sdegno. Anzi, voglio entrare con Roma in una gara onesta ed insolita, non tacendo nessuna di sue miserie, e sfidandola tuttavolta alla prova di appuntare d'eterodossia un solo de' miei concetti.
Consento e lodo assaissimo quel pronunziare che fate, che le cose romane non possono convenientemente trattarsi con l'osservazione sola de' casi politici, e con l'indagar le cagioni più materiali e più prossime. E veramente, chi durerà nel dubio e nell'incertezza intorno di ciò, pensando che il supremo pontificato, di qualunque forza mondana e di qualunque regio splendore si attornii, sempre rimane una potestà essenzialmente spirituale, e la cui viva scaturigine è dal lato dell'uomo riposta tutta quanta nelle comuni credenze? Di quindi proviene la necessità (lasciate l'altre ricerche) di esaminare parte per parte cotale ultimo sostentamento della Roma papale, e di scoprire e indicare preciso quali alterazioni profonde ed intrinseche vi sieno accadute, e come cessarle durevolmente.
V'à taluni publicisti in Francia, a cui pare oggi il Pontificato sanissimo ed interissimo in ogni sua condizione, e pur tanto buono e perfetto, che sono tinti di resía tutti coloro a cui entra in capo di dubitarne; e riottosi e pessimi sono que' tre milioni d'uomini cui non garbeggia gran fatto la paterna e mite censura del Sant'Uffizio, e il dover rimanere esclusi soli essi e in perpetuo dalle private e politiche libertà, di che godono o son per godere tra breve tutte quante le nazioni civili d'Europa. Ma costoro volendo troppo glorificare il papato, a me sembra che lo bestemmino, e travaglinsi a scavargli sotto a' piedi la fossa, troppo meglio de' suoi nemici.
V'à poi la schiera de' Diplomatici (io volea quasi dire turba), la quale o non vede o nega il pregio e l'importanza di tutto ciò che trapassa le arti loro e pon fondamento nelle coscienze, ed al cui buon esito nè i ripieghi de' protocolli tornano sufficienti, nè quelle simulazioni e malizie da cortigiani, condite di urbanità e di eleganza. Nel Giulio Cesare di Shakespeare, certo ciabattino romano, per nobilitare l'arte propria, chiama sè stesso, con lepida antonomasia, un chirurgo di scarpe. A me, dico il vero, dove senta discorrere di Diplomazia, torna mio malgrado a mente quel ciabattino del gran poeta, perchè là pure sotto magnifico nome veggo nascosta un'arte infelice di rattoppare cose vecchie e logore, che di lì a poco torneranno a sconciarsi.
Ma, come ciò sia, il pronunziato vostro rimane verissimo, che discutere fondatamente del dominio temporale dei papi mai non si può, senza discutere insieme, non che delle sorti comuni d'Italia, ma dell'essere altresì sostanziale ed universale della cattolicità, e senza porsi a scrutare le disposizioni odierne de' popoli intorno alla fede, e quello che sia per ricondurre nei cuori una religione sincera e viva, e perciò razionabile e non cavillosa, e conformissima punto per punto alla scienza e alla civiltà.
Io, per me, sento di potervi bene asserire, che in nessun argomento morale e politico ò fermato il pensiere più lungamente e sì spesso, come in questo del principato ecclesiastico; mosso a ciò eziandio dalla necessità, sì per essermi tocca la mala fortuna di nascere a quello soggetto, e sì per avere a cagion d'esso la miglior parte della vita trascorso nelle amaritudini dell'esilio. Così, dopo assai meditare ed esaminare, dopo raffrontate le storie antiche con esse medesime e con le presenti realità, e i fatti con le idee, e le applicazioni coi principj, sono da ultimo venuto io pure nella conclusione, che a rispetto di Roma, la controversia politica in niuna maniera non può separarsi e disciogliersi dalla spirituale, siccome quelle che sono ambedue informate da una sola e stessa ragione e natura; e chi presume di tenerle divise e trattar l'una in disparte dall'altra, incorre ad ogni tratto in palpabili contradizioni, e somiglia quello inabile e sciocco artista che volesse in alcuna pittura emendare e mutare le pieghe d'un velo o d'un panno, senza porre veruno studio a conoscere il corpo e i membri che ne sono vestiti; conciossiachè al principato ecclesiastico dà contorni e pieghe la spirituale persona che il regge. E da ciò procede parimente, che in verun altro subbietto di scienza civile insorge fluttuazione e discrepanza maggiore di pareri e giudicj; in nessuno alla verità dei principj contradice e ripugna da ultimo sì manifestamente il fatto, e in nessuno la guerra intestina e sempre mai rinascente dei contrarj elementi annulla i trovati e le risoluzioni dei gran politici.
Leviámone qualche saggio non men curioso che istruttivo. E prima, voi v'imbattete in molti i quali (come onestissimi e al papato assai riverenti) si sdegnano dell'opinione che si professa oltremonte, che pel Papato non dica bene altra maniera di dominio temporale, eccetto la dispotica; e sì provano con ragioni eccellenti, la libertà non dovere mai riuscire avversa ed inconciliabile col principato ecclesiastico, ed anzi dovergli prestar vigorezza e favore. Ma, per contrario, lo scritto vostro afferma e prova con l'evidenza del fatto, che lo Statuto romano nè fu dalla prelatura accettato lealmente, nè voluto eseguire mai, salvo che per cessare i fieri e instanti pericoli. D'altro lato, tal quale esso è (e parve prodigio), inchiude cento clausole e cento riserbi da rendere vana (ove occorra e il consentano i tempi) qualunque franchigia publica, e tutta la macchina del governo rappresentativo. Il perchè, ogni mente oculata è costretta di credere, che rimanendosi Roma quale oggi si vede, e le discipline della sua Curia e le condizioni del Pontificato quali al presente sussistono, ogni qualunque specie di costituzione liberale o diventerebbe in poco d'ora un nome vanissimo, o saría cagione di guerra dolorosa ed interminabile tra la corte ed il popolo, anzi tra la corte e qualunque altra potestà indipendente da lei.
La repentina e terribile necessità dei casi (io replico) carpì ai cardinali quell'informe Statuto; dileguandosi la necessità, doveva esso o cadere, o fare illusorie le libertà che promette. Dopo la battaglia di Custoza, s'incominciò a Monte Cavallo a indietreggiare più alla scoperta, e in governo costituzionale far luogo a due Ministri insigniti di porpora e immuni però da ogni legale sindacato, sciolti dal pericolo di giudizio e di pena, e sempre innanzi alle Camere taciturni e invisibili. Dopo la rotta di Novara, sarebbersi i prelati prestamente disfatti del Rossi, quando non avesse una scellerata mano prevenuto il disegno.
Del pari, v'à chi dimostra con argomenti robustissimi, attinti alla più pura e profonda filosofia cristiana, che il dominio temporale dei papi accordasi male con lo spirito del Vangelo, e ch'essi potrebbero senza jattura veruna, ed anzi con utilità e rinvigorimento massimo della religione, deporlo affatto, e tornare all'antica modestia apostolica. Ma, d'altra banda, tutti coloro cui manca l'animo di pensare ad alcuna essenziale riforma ed innovazione negli ordini della Curia romana, veggono assai manifesto (quantunque vergognino di confessarlo), che a quella Curia, spogliandola in tutto del principato, rimarrebbero brevi anni, forse anche pochi mesi d'autorità e di vita.
E però, mentre parlano ad ogni tratto della fiamma di fede cattolica che li avvampa, mostrano di dubitare del sostegno saldo e perdurabile promesso alla Chiesa di Dio. Ma veramente li turba e tiene perplessi un intimo sentimento, il quale li avvisa, non consistere punto la Chiesa di Dio in certe giurisdizioni fittizie ed ambigue, e in certe viete e dispotiche consuetudini che la sede pontificale s'incaparbisce a voler serbare, ed a cui nessuna promissione di celestiale soccorso fu fatta. Quindi s'ostinano a dire, che il principato ed i suoi conseguenti sono puntello della Chiesa; e a sottrarglielo, potrebb'ella, se non cadere, scompaginarsi; e che non bisogna tentare Iddio, e stringerlo a forza ad operare miracoli: non badando essi che a molto maggior miracolo il vanno stringendo ogni giorno, di salvare la fede e il papato ad onta delle sconcezze ed enormità che seco mena il poter temporale; ed essere un modo assai più sconvenevole di tentare Iddio, quello di volere che per prodigio cotidiano di grazia efficace i preti, arricchendo, si serbino poveri; imperando a modo dei re, si serbino umili; vivendo in delizie, si mantengano casti; empiendo le carceri e alzando patiboli, si mantengano misericordiosi.
Udiremo dire a moltissimi, che bisognava perdonare i prelati romani di assai difetti. Non potevano a un tratto svecchiarsi, e in un giorno solo svestire gli abiti del comando assoluto, nè con leggier fatica avvezzarsi alla libertà, tenuta, e non senza ragione, in sospetto e in paura per tanto tempo. D'ogni bene erano signori e dispensatori; qual maraviglia se contendevano a pezzo per pezzo l'antichissimo patrimonio? Colpa grave dei liberali fu volere ogni cosa ad un fiato. La libertà sarebbe venuta ad oncia ad oncia, e proporzionando il carico nuovo alle spalle del popolo che mal lo reggeva. Queste parole che sarebbero savie in qualunque luogo, trovano in Roma ragioni opposte d'altrettanta validità. Coi prelati romani non potersi fare a metà: cedono pur troppo a due deità sole e terribili, la necessità e la paura. Altrove possono le libere istituzioni avere piccolo cominciamento, ed aspettare dal tempo e dalla educazione publica di profondare ed allargar le radici; ma in Roma tanti germi ne porresti, tanti ne sbarberebbero, e tutto il passato lo testimonia. Però bisogna che fra le due potestà intervenga una piena separazione.
Per simile, molta gente va predicando che agli uffici pontificali bisogna l'indipendenza, e questa senza principato correr pericolo e vacillare ogni giorno. Guardisi quello che era il papato in Francia alla corte d'Avignone, sotto le ferree mani di Filippo il Bello e de' suoi discendenti.
Questa è la sentenza: ora mirate il fatto, e troveretelo tanto discorde da lei, che assegnerete al vocabolo indipendenza ogni altro significato, salvo il definito dai dizionarj. Certo, stranissima indipendenza è quella che gode Pio IX tra l'armi tedesche e francesi, e stretto e aggirato da' furiosi ristoratori d'ogni clericale tirannide. Nè si dica essere accidente che passa. Perchè nessuno à cervello così baldanzoso da indovinarne la fine; e tutto il lungo e miserevole regno di Gregorio XVI trascorse in altrettanta preoccupazione e servitù di mente e di spirito. I perpetui diritti, le vetuste giurisdizioni e le libertà intangibili della Chiesa tacevano tutte innanzi all'Austria e alla Russia. Quivi tre milioni e più di cattolici trapassavano allo scisma con poco o nessun lamento di Roma; e con poco o nessuno tornavano a quando a quando in Vienna a pigliar vigore le leggi giuseppine: altra maggior cura premeva l'animo del pontefice; sventar le congiure, sopprimere le cospirazioni, comandare nelle Romagne i supplizj. In tale spavento viveva papa Gregorio non pure dei moti politici, ma poco meno che d'ogni progresso di civiltà, che fu udito affermare, infra l'altre cose, ogni strada nuova aperta ai viandanti essere veicolo nuovo di corruzione. E nella enciclica addirizzata da lui in principio del regno suo a tutti i vescovi moderatori del gregge cattolico, non dubitava di registrare tra i flagelli del secolo le politiche libertà: il che prova quanta poca misuratezza e imparzialità di giudicio lasciavagli il principato, e con che massime dure e imprudenti governar voleva la Chiesa.
Così da ogni parte balzano fuori (diceva io) le contradizioni; perchè tra il regno ed il sacerdozio, quali stanno al dì d'oggi e si vogliono mantenere, ogni termine di conciliazione è impossibile, e mai non è per uscire ex alienigenis membris compacta potestas.
Tra parecchi partiti indagati e proposti per dare assetto e riposo alla dominazione temporale dei papi, voi, Signore, scorgete assai più vantaggi all'Italia, ed avviamento molto migliore al bene di tutta la cattolicità, nell'avviso di alcuni statisti di stringere quella dominazione alla città sola di Roma, od a poco altro territorio. Ora, io pronunzio da capo, che non mutando l'essere e i privilegi dell'alta ed infima prelatura, tanto è impossibile colorir quel disegno, quanto tutti gli altri esclusi da voi; conciossiachè, dove l'armi straniere non esercitino sempre un violentissimo reprimento, si vorrà dalle genti di Roma fruire almeno delle libertà civili ordinarie e di larghe franchigie comunitative, com'egli accade, per grazia d'esempio, in America ai cittadini di Washington. Ma qual mai libertà civile non verrà intorbidata ai Romani, ed anzi rotta e annullata, dal Sant'Offizio, dagli sbirri del Vicariato, dall'arbitrio continuo ed irrefrenabile de' maggiori prelati, dalle parzialità dei giudici, dalle sciocche e strabocchevoli revisioni, censure ed inibizioni sulle stampe e sui libri, dall'ignoranza e servilità delle publiche scuole, e dal potere il governo inframmettere in ogni cosa l'autorità d'alcun canone o d'alcuna bolla, dimenticata ma non disdetta, e giacente in archivio com'arme vecchia in arsenale, che può a tempo e luogo tornare usabile e acconcia?
Per quello, poi, che s'attiene alle franchigie comunitative, non son dubioso di affermare, ch'elle o promuoveranno fiero e continuo contrastamento col governo clericale, o diverranno ombre vane fuori che nell'aspetto e nel titolo, come da secoli sono state. Imperocchè, questa lode della gente romana è da ricordare, che cioè non ànno valuto la Curia e la prelatura a domare e spiantare qualunque spirito di libertà e di resistenza in quel popolo, per insino a tanto che gli rimase la possessione di qualche diritto municipale. E già Sisto V, appena insediato, e con le prime parole che disse da principe ai Conservatori di Campidoglio, li minacciò di togliere loro quel poco (trascrivo i suoi termini appunto) che, per benignità sola della Santa Sede, rimaneva ad essi di publica amministrazione.[45] Ed eziandio quel poco fu tolto. Onde gli è accaduto, che forse tra tutti i comuni italiani, sempre usi a godere di alcuna franchigia, il comune solo di Roma ne venisse per intero spogliato; e quella toga fulgidissima d'oro e di porpora in che il Senatore e i Consultori di Campidoglio splendevano, altra grandezza ed autorità non significassero, eccetto che crescere copia d'arredi e vaghezza di addobbi ai vespri e alle messe pontificali. Ma lasciando ciò stare, chi, chiedo io, nella pace presente, e senza promovere da ogni banda pericolo instante di guerre e sollevazioni, sottrarrà le Romagne e le Marche alla signoria dei papi? Tentisi e facciasi da chiunque; adóperinsi le maniere, l'arti e gli spedienti più sottili ed accomodati; segua per effetto di qual vogliate accordo e lega di principi poderosi; la curia romana, com'è al dì d'oggi elementata e costituita, lancerà scomuniche ed interdetti furiosi e implacabili, e si ajuterà, nè senza profitto, di sommovere e d'infiammare tutto il mondo cattolico, ed eziandio il greco ed il luterano, con assai più zelo ed impeto, che se una nuova eresia od uno scisma nuovo intendesse a squarciare e spiccare violentemente alcun altro membro dal corpo di santa Chiesa.
Ben voi direte, che se gl'interdetti veementi e iracondi di papa Caraffa non vinsero e non bastarono contro le armi del Duca d'Alva nel bel mezzo del secolo XVI, meno assai basterebbero nell'età nostra. Ma le plebi allora tacevano paurose: oggi quello che pensano e vogliono à peso e pericolo; ed a cagione delle publiche libertà, più ardire mostra al presente la scarsa fede rimasta, che la grandissima per antico. Certo è, che quando gli Ottoni e gli Arrighi si brigarono d'aggiustare le cose romane, nol fecero con le armi soltanto, ma eleggevano al sommo seggio chi lor talentava di più, e l'esterior disciplina della Chiesa a lor senno moderavano. Oltre di che, come userebbero i potentati, senza troppo manifesta contraddizione, l'aperta violenza in quell'autorità e in quell'uomo, per rialzare il quale ànno, poco è, sguainate le spade con non picciolo spreco di danaro e di sangue? Impossibile, poi, tanto accordo fra tanti principi e Stati, massime dove si tratta di ricche spoglie da occupare e spartire.
Rimane inconcussa, dunque, ed irrepugnabile la sentenza, che, non modificandosi in nulla la Roma spirituale, nessuna composizione si trova tra essa e i popoli che tiene soggetti temporalmente; e di pari rimane certo, che le cose d'Italia non si possono rassettare in unione ed in libertà; nè la famiglia cattolica intera avrà buona pace: anzi, l'autorità della religione, parte per isdegno e rabbia, verrà combattuta e negata, parte travolta al male, e adoperata a perpetuare vecchie superstizioni e tirannidi.
Per fermo, la gran bisogna dei prelati al presente è campare il dominio loro secolaresco; e già da gran tempo son usi di accomodare piuttosto le faccende della Chiesa alle necessità ed esigenze del principato, di quello che adattare gli ordini del principato al miglior bene della Chiesa. Nel che non adoperano quasi malignità: primo, perchè aggiustare il principato come la Chiesa antica e lo spirito degli evangelj ricercherebbero, vuol dire poco meno che rinunziarlo: in secondo luogo, tutto quel popolo di chierici e di prelati che sale e scende pel Quirinale e per l'Esquilino, cresce allevato in un sistema molto fine ed artificioso di principj e di massime, venutosi componendo pezzo per pezzo, e nel quale i privilegj dell'Ordine e le dignità cortigiane e secolaresche sono con buona apparenza accordate e innestate con lor dottrine teologiche; sicchè, ajutando quelle, credono queste ajutare, essendo osservazione verissima e molto antica, che l'uomo s'industria ed ostina a voler trovare un qualche utile compromesso tra la coscienza e gli appetiti; e quindi, invece di conformare le azioni ed i sentimenti ai sovrani dettati, piega bel bello e quasi senza avvedersene i dettati all'utilità. La quale opera di storcimento e dissimulazione per far bella mostra di sè e nascondere all'universale (che è volgo) le fragili sue fondamenta, trova il soccorso degl'ingegni battaglieri ed arguti, gran maestri di scrivere, autorevoli di scienza e di vita, ed abilissimi a sciogliere nodi e viluppi di controversie. E tali furono, per appunto, coloro i quali poco dopo la Sinodo Tridentina dettero al sistema surriferito l'ultima forma dialettica, non più mutata sostanzialmente di poi. E se ne può vedere un ritratto vivissimo e coloritissimo nelle storie eleganti che di quel Concilio scriveva il Cardinale Pallavicino.
Ma, come ciò avvenga, certo rimane tuttavia (nè a voi nè a niuno rincresca udirlo ripetere), che insino a tanto che quella mistione singolarissima di dogmatica, di canonica e di politica dura e persiste in Roma, e porge norma quivi all'educazione di tutto il clero, perpetuerannosi le cause delle sedizioni e delle violenze in Italia, nessuna pace di spirito avranno le coscienze cattoliche, e la maestà del gran sacerdozio mai non tornerà ad imperare nel mondo con soave e spontanea suggezione degli animi. Perchè la Cancelleria e la Prelatura romana mai non possono e debbono sostenere che lo Stato della Chiesa contermini con popoli liberi, nè che l'Italia si componga in essere di nazione e viva signora di sè; atteso, principalmente, che ella faría molto presto valere le sue franchigie e la sua volontà e i suoi patti confederativi altresì in Roma. Similmente, non avrà pace d'intelletto e di cuore la cattolicità; perchè oggi ella si viene informando di spiriti nuovi e altamente civili; desidera, se non amicizia, almeno concordia leale con le diverse confessioni cristiane; il culto e le dottrine morali ritira dalla eccessiva misticità, e le immedesima con la ragione e l'ordine sostanziale ed eterno del bene; accetta e s'allegra d'ogni progresso di scienza; vuole la pietà nemica d'ogni esteriore costringimento, e la religione separatissima dai fini mondani e dagl'interessi di Stato. In quella vece, la Curia romana teme ogni sorta d'emancipazione intellettuale e politica, à per sospetta la scienza, per ingiuriose le riforme; s'adombra e s'inquieta delle novità; nessuna concordia equa e leale consente con gli accattolici; e non pure prescrive e propaga usi e modi assai poco nobili e razionali d'esercitare la pietà,[46] ma non abborre (dovunque può) dall'inculcarla a furia di leggi, e ottenerne l'apparenze e le dimostranze con mezzi costrettivi e violenti. Per vero, tenendo altra via, non tanto spaurasi ella per la interezza della fede e la incolumità della Chiesa, quanto per la propria maggioria e pel suo potere temporale assoluto; e perchè, sentendosi fiacca al presente di ogni facoltà, e inetta a reggere a qualunque specie di paragone e di competenza, rifugge da tutto ciò che varrebbe a rompere il cerchio magico entro il quale sta chiusa, e in cui poco numero di chierici e di scribi, tutti e sempre d'una qualità e d'uno stampo, presume di perpetuare in sue mani il governo del mondo cristiano. Nel vero, di coloro che maneggiano in Roma gli alti negozj, la più parte e la più procacciante o nasce colà medesimo e succhia subito il latte delle dottrine curialesche, ovvero è calata giù dai monti della Sabina e d'altre terre suburbane; o, se pur viene di fuori, riceve ne' chiostri e ne' collegi romani una medesima impronta di pensieri e di sentimenti; sicchè troppo bene s'appropria loro il carattere e il nome di Casta. Quegli altri, poi, che nuovi e inesperti convengono a Roma per cercarvi mantellette e prebende, se non sanno l'arte, la imparano; e quelle orme, sempre e da tutti e a un modo stesso ricalcate, studiano e seguono ad una ad una con indicibile diligenza; perchè chi le sgarra o le muta, quando peggio non gli succeda, rimane indietro. E poniamo che parecchi insigni ecclesiastici vengano per l'Europa onorati del cappello, e debitamente onorati. Ciò può recare lustro e dignità maggiore all'Ordine; non profitto al concistoro e al governo, del quale non sono partecipi.
Adunque, di cotal gente quale io la descrivo, esce l'ordine prelatizio, e di questo la principal porzione del collegio de' cardinali; dal cui seno per ultimo esce il Pontefice, il quale dee di necessità rispondere con la natura dell'opere sue alla natura del terreno e alle qualità del seme di cui è rampollo. Ed egli e i suoi porporati e il clero della sua Roma tanto meno aprono il cuore ad alcuna novità, e ardiscono rompere una sola maglia di quella rete di pratiche e d'opinioni in che sónosi da sè medesimi involti, in quanto ogni giorno si riconoscono più straniati e divisi dallo spirito dei tempi, e manca loro qualunque energia, salvo che di negare e resistere. Nell'avvenire, nessun compenso al perduto, nessun rimedio al pericolo delle temporali giurisdizioni, eccetto l'armi straniere e i patiboli. Mille accadimenti e mutazioni reca via via il corso degli anni; ma tutte all'ultimo si discuoprono sfavorevoli e inopportune alla prosperità e alla pace del Quirinale, perchè a lui fa bene soltanto la immobilità, o ricomporre e risuscitare il passato. Ma il flusso delle umane cose, simile all'acque correnti, mai non torna allo insù. Tale a nostri giorni (nè vi esca mai del pensiero) è il papato, e tale la schiera che più dappresso lo circonda, serve e difende. Nè, per dir vero, sembra credibile a mente sana ed illuminata, che le popolazioni cattoliche abbiano proseguito sì lunga pezza a disconoscere il fatto, o conoscendolo, a non curarlo; e che gran porzione del clero continui tuttafiata nella pietosa finzione di giudicare che Roma e Chiesa riducansi ad un medesimo, mediante la viva e fedele rappresentanza che far dee la prima della seconda. Oggi l'orbe cattolico è rappresentato sì bene e sì lealmente in quella metropoli, com'era sotto de' Cesari il mondo politico dai senatori servi e adulanti, o dai Narcisi, dai Ninfidj e dagli Aniceti del Palatino.
D'altra parte, l'età nostra è acconcia e matura perchè que' funesti e perpetui ripiegamenti e ritorcimenti di Roma in sè stessa si rompano, ed ella uscendo con la mente e l'affetto a visitar le nazioni, si ritempri e ringiovanisca nello spirito nuovo ed universale della cristianità. E dacchè è necessario per ciò nella Curia e Prelatura romana mutare o le persone o l'animo, e questo è fatto inemendabile dalla forza dell'abito e dell'interesse; occorre che l'altro partito si tenti. Ma, per condurre e stanziare in Roma nuovo ordine di ecclesiastici, assai diverso nell'opinioni e nell'opere dall'anteriore, manifesto è ch'ei si conviene piegare e adattare a cotale effetto le istituzioni e le discipline; con questo riserbo per altro, che tanto solo si modifichino e si correggano, quanto bisogna perchè il fatto si avveri e perseveri, e sia fecondo di bene.
Non m'è avviso per al presente di condurre il discorso a meglio definire e specificare coteste mutazioni della Roma spirituale: mi basta, egregio Signore, aver fatto rincalzo da molti lati a quella proposizione con cui si apriva la lettera mia, ed in cui si sostiene e s'incardina: che, cioè, in Roma la riforma politica intimamente si connette con l'ecclesiastica; e l'una senza l'altra non può succedere, nè, succedendo, durare e fruttificare.
Nemmeno è da mover dubio, mirandosi unicamente al valor razionale delle cagioni, se le riforme politiche debbono antivenire o no l'ecclesiastiche. Imperocchè noi dimostrammo abbisognare innanzi ogni cosa, che per la virtù peculiare d'alcun ordine nuovo spirituale muti l'ordine delle persone, e con esso gli animi, i pensamenti e i costumi; e così fare asseguibili non soltanto le libertà e trasformazioni opportune nel temporale, ma ogni buona fortuna d'Italia, e il rinfrancamento delle credenze, e una gioventù nuova e robusta di tutto il consorzio cattolico: il quale, la Dio mercè, a simile risorgimento è apparecchiatissimo, e più assai che non vien reputato dai cortigiani in rocchetto ed in cappa magna. Nè faccia gabbo al giudicio vederne apparire sol pochi segni; perchè tuttavia perseverando nella cattolicità una gerarchia stretta, riguardosa e fortemente disciplinata, la infermità e torpidezza del principal membro fa sembrare malsano e debole tutto quanto il corpo; e veramente, spirano dal Vaticano ai dì nostri piuttosto che un soffio ricreante di vita, influssi di letargia e d'agghiadamento.
Imperciò, presupponendosi eziandio che mutare qualcosa della Roma spirituale riesca difficile e travaglioso quanto l'indurre larghi e intrinseci cambiamenti nel temporale, porta la ragione che si voglia piuttosto lo sforzo maggiore rivolgere a conseguire il primo. Perchè, vinte quivi le resistenze ed appianate le vie, qualunque natura di bene civile e politico se ne ingenera quasi di per sè stesso: il che non si prova con altrettanta certezza dall'altro lato; stantechè (teniamolo saldo in memoria) negli istituti che reggono e signoreggiano per l'efficacia e il valore di antiche opinioni e consuetudini, le mutazioni materiali ed estrinseche, discompagnate dalle morali e interiori, violentano ma non correggono, e più sono atte a perturbare che a rassettare. Chi mal consente a questo vero, ricordisi almeno di ciò che vide egli stesso, o dal padre gli fu narrato. Bonaparte condusse prigione Pio VII a Fontanableò, e il vi tenne chiuso qualche anno, e dettavagli da ultimo un concordato a sua voglia. Era uso di forza e d'audacia fortunatissima, ma sproveduta di sapienza riformatrice; e non recò frutto. Cessato appena quell'impeto soldatesco, Roma ripigliò le sue antiche sembianze, nulla avendo imparato e men che nulla dimenticato. D'altra parte, non sembra mai troppo difficile e faticoso all'uomo ciò che è necessario ed inevitabile, e si fa scala insieme a grandissima utilità, e quando gli vien dimostrato che tutt'altro tentamento sarebbe indarno.
Ben so che l'ordine di ragione troppo rado si accorda con quello de' politici accadimenti, e la fortuna e l'armi e le passioni non iscelgono la loro via; ma dove l'impeto li rivolge, colà si precipitano. Io so bene altresì, che quando per effetto di qual sia caso la forza e la volontà popolare venissero in Italia al di sopra, elle inesorabilmente proseguirebbero la lor vittoria, stimandosi padrone affatto ed onnipotenti. Ciò per altro non vieta che quella forza e volontà, scompagnate dalle mutazioni morali e spirituali, non rimanessero incerte del fine e nella vittoria stessa impacciate; e quindi, per la ostinazione indomabile altrui, trascinate ad atti eccessivi, sino a che sorgesse una dolorosa necessità di piegare ed indietreggiare, perdendo i maggiori frutti e i migliori del buon successo. Del resto, gli è assai naturale che le sollevazioni, le guerre ed altri violenti e scomposti fatti entrino inconsultamente in quel primo sentiere che lor si schiude davanti: ma colui che indaga il valore universale ed intrinseco delle cagioni e l'ordine di operare che ne proviene, non può nè correre nè fermarsi dove lo sdegno e il volgare giudicio e corre e si ferma; invece, egli procede tanto oltre, quanto gli fa d'uopo a trovare il punto da cui dipende la mole intera dei casi, e l'ultima lor ragione. A cotesto punto, e non altrove, intende guardare la lettera mia.
V'à parecchi onesti e timorati, ai quali ogni pensiero d'innovazione, tuttochè ristretta alle condizioni esteriori e non sostanziali del Papato, sembra arditezza e profanità incomportabile, e uno sdrucciolo all'eterodossia e alla miscredenza. Ma perchè non può accadere a' dì nostri ciò stesso che più d'una volta à la Chiesa veduto e approvato senza scandalo e nocumento, e rimanendosi intatta nell'essere proprio e ne' suoi principj di scienza e di pratica? Ei si conviene o tener chiuse tutte le storie, o lette dimenticarle, perchè risolutamente si neghi le forme del Papato e la costituzione della gerarchia suprema cattolica, non avere sostenuto mai mutazione profonda. Ma il vero è pur questo, che tra le forme e disposizioni del Papato quale esercitavasi da Gregorio Magno, e l'altre che incominciarono ad attuarsi e valere per opera segnatamente di Niccolò II e Gregorio VII, interviene assai più differenza di quella che, al mio sentire, ricercherebbesi oggi a ricondurre in concordia piena, e d'infiniti beni ubertosa, la civiltà e la religione. Parlo di notizie ovvie e non peregrine; pure è necessità ricordarle a chi non le ignora, ma le dissimula. Gregorio Magno poteva ogni cosa; e i maggiori negozj e le più dure discettazioni d'Italia e dell'Occidente venivano trattate da lui, e con autorità e sapienza composte. Ma tutto ciò, non per diritto di principato, non perchè sudditi avesse nè esercito nè navile nè publico erario, ma sì mediante un sommo arbitrato che i popoli nelle differenze loro gli concedevano, per caldo di religione, e per la gran sicurezza ch'entrava negli animi del senno civile di lui, non uguale solamente ma superiore al secolo tralignato e ruinante a barbarie. Ildebrando, in quella vece, aggiungeva al pastorale lo scettro; e non contento delle provincie le quali già tenevano i papi da Carlo Magno, rifermava i Normanni sul trono di Napoli con titolo di suoi tributarj, e pretendeva diritti regj altresì sull'Ungheria, Danimarca, Croazia e Dalmazia; e a Guglielmo il conquistatore ingiunse di riconoscere da lui solo il reame d'Inghilterra, e di fargliene omaggio. Parvi egli, illustre Signore, poca e leggiera trasmutazione, passare nel temporale dallo stato di soggetto a quel di monarca, e la mansueta autorità dei Vangeli armare di mondana potenza, fornirla di soldati, di balzelli e di giustizieri? Ma vi è più oltre di novità. Gregorio Magno non solo piacevasi di riconoscere i Cesari a sè superiori nelle faccende del secolo, ma li comportava tali in molta porzione altresì della polizia esteriore ecclesiastica; e obbedivali eziandio (quello che importa assai di notare) ne' comandi che gli parevano gravosi al clero, e, sotto qualche rispetto, dannosi al far prosperare la religione: come testimonia quella lettera sua, mille volte citata, a Maurizio imperatore.[47]
In quel cambio, Gregorio VII e i suoi prossimi successori stimarono a sè inferiori e soggetti i Cesari e tutti i monarchi del mondo, i quali (uso della comparazione che leggesi nelle bolle), come la luna piglia splendore dal sole, pigliano dal pontefice, sole della cristianità, l'autorevole lume proprio. Quindi ai papi venne pensato di ben potere (dove occorresse estremo castigo) deporre i monarchi dai seggi loro, e dispossessarli d'ogni diritto, e dal debito di sommessione e obbedienza disciogliere i popoli, ed anzi armarli alle volte contro quelli e crocesignarli. Là, pertanto, con San Gregorio, un pontificato affatto spirituale e che nulla del mondano s'arroga; qua, con Ildebrando e coi proseguenti l'opera sua, un pontificato provisto di regale giurisdizione, e divenuto signore ed arbitro delle corone. Là, due potestà divise ed indipendenti ne' proprj ufficii; qua, una sola, suprema e impartibile, che tutte l'altre soggioga, e la quale fabbrica e innalza al colmo la universale teocrazia. Nè perciò tutte le differenze peranco sono avvisate ed annoverate. Gregorio Magno era dai suffragi del popolo, con liberi e appropriati comizj, eletto ed alzato allo splendore e alla santità della tiara. Gregorio VII, invece, veniva scelto e salutato pontefice nello stretto collegio de' cardinali, istituzione singolare e novissima nella Chiesa. D'altre minori varietà e differenze fra i due tempi paragonati, me ne passerò con silenzio; parendomi che alle testè ricordate non se ne possano trovare e neppur pensare delle maggiori.
Al presente, io mantengo essere al Papato sopravvenuta una indeclinabile necessità di cambiare in sè stesso parecchie condizioni e costituzioni; ed, al creder mio, nessuno fa guerra più pericolosa e spietata al bene di quello, quanto chi si ostina a volerlo intatto ed immobile in ogni sua forma attuale.
E che? sembrami già udir gridare i Farisei d'oltremonte, avresti tu animo d'assomigliare la Roma spirituale moderna a quella di Nicolò e d'Alessandro II o del suo magnanimo succeditore? Dove oggidì le fazioni che si accoltellano e uccidono sulle piazze per tirare a sè col sangue civile la elezione d'un papa? Dove oggi il concubinato del clero, le simonie cotidiane, la feudale oltracotanza che invade il tempio santo di Dio, e trasforma i prelati in baroni e le badie in castelli? Dove la generalità dei preti e dei monaci oppressa e tiranneggiata dai Vescovi fatti principi, e sì potenti divenuti di terre e vassalli, che rendevano necessaria in Gregorio VII quella specie di dittatura, e quelle arti medesime di cui più tardi usarono tutti i monarchi per isciogliere e disfare le aristocrazie? Rispondo (se mi si concede lingua), che i corpi morali infermano siccome i fisici di malattie strane e diversissime infra di loro, ma pur simili in ciò che annullano con effetto uguale la sanità; e posto che sieno gravi ed assai radicate, ricercano pronto ed eroico rimedio. Nella età d'Ildebrando e d'altri che il precedettero, il Papato ammalava d'ardente e acutissima febbre; oggi è infermo di languore e di cascante vecchiezza. Roma allora farneticava, oggi decrepita bamboleggia. L'un caso è dall'altro differentissimo; ma in entrambi fanno mestieri farmachi vigorosi e solleciti, sebbene di diversa natura e virtù.
Che manca ora al discorso? Certo, che si dimostri il vero di tanto decadimento. Ma per gli uni è cosa manifestissima; per altri non basterebber volumi a provarlo, perchè il vero che s'odia, quanto più splende, con più sfrontatezza è negato. Fra le due schiere avversarie rimangono molti non preoccupati e però imparziali, ma poveri di notizie e impazienti di far ragguaglio minuto ed esatto fra tempi e cose tanto diverse e lontane; e ad essi un compendio appunto di quelle notizie tornerebbe, io credo, gratissimo e profittevole. Lasciatemi, dunque, o Signore, delinearlo per sommi capi e com'io l'intendo. Userò parole da storico, e forse più magistrali che una lettera non comporta; ma da niuno scrittore e con nessun'arte si può combattere le necessità del suo têma. A comparazione, poi, della vasta materia, sarò brevissimo. Darò dei fatti poc'altro che un giusto elenco, ma tutti veri e palpabili; quindi sufficientissimi a costruire buona dimostrazione.
Da chiunque conosce fiore delle storie ecclesiastiche verrà confessato, che in tutta quasi la età di mezzo nessuna maniera di potenza e nessuna specie di grandezza civile conobbe il mondo, la quale non rilucesse in massimo grado nel Pontificato romano. E può dirsi anzi, che la civiltà tuttaquanta foggiavasi allora e informavasi unicamente delle fogge e forme che le porgeva la cattolicità, e però i capi supremi di questa. Ai dì nostri, per contrario, è visibile che alcune di quelle potestà e maggioríe sono affatto scomparse, e in tutte le rimanenti è precipitosa declinazione; quando pure non se ne voglia eccettuare quella tendenza perpetua della Roma papale, a ridurre di più in più il reggimento della Chiesa a stretta forma di monarcato. Nel che io concedo Roma non essere declinata; ed anzi, i modi del suo governo tenere assai più del regio e dell'assoluto quest'oggi, che non ai tempi (poniamo) d'Ildebrando e di Bonifacio. Perchè, sebbene ai giorni loro niuno sospettasse dell'autenticazione e veracità delle false Decretali, e tuttochè le sentenze d'un libro che ascrivesi comunalmente a Gregorio VII[48] ricevessero confermazione dalla Sinodo ch'egli convocava appo sè in Laterano nel 1076, e ponessero con ciò il colmo all'autorità dei pontefici, così per la giurisdizione come per gli uffizj nell'Ordine; purnondimeno confuse e mal definite e dubiamente applicate si rimanevano in molta porzione quelle dottrine, e vi ostavano tuttogiorno usanze e possessi antichi, privilegi e prepotenze di principi. E però, all'arbitrio pieno ed incontroverso che le più volte esercitavano que' pontefici nel reggimento della Chiesa, si vuole assegnare per cagione principalissima l'altezza di mente, l'energia propria e fortunata di parecchi di loro; e la ignoranza, lo scompiglio e la dissoluzione estrema dei tempi.
Non vi sia di tedio, o Signore, lasciarmi alquanto discorrere questa materia in cui giova insistere per maggiore dichiarazione del nostro subbietto.
Dico, dunque, che il dominio assoluto dei papi trovò conferma e sanzione solenne più tardi, e particolarmente dalla Sinodo tridentina, la quale nol contradisse, e, fuori assai dell'aspettazione comune, contradisse invece le massime ristrettive dei concilj di Costanza e di Basilea. Vero è che alquante cose ne tagliò e corresse; ma con ciò appunto a tutto il gran rimanente pose suggello, e stimò di rimarginare le piaghe mortali aperte nel Papato dalla servitù avignonese e dallo scisma durato non meno di quarant'anni. Più modernamente non sostenne quel dominio assalti e guerre pericolose; imperocchè le dichiarazioni del clero francese nel 1682 non vennero dall'Europa imitate, e l'opposizione di Porto Reale affogò nella teologia.
A me non compete il giudicio del fatto. Ma sembrami utile assai che il mondo se ne ricordi, e si noti con più diligenza il trapassare che à fatto la comunione cattolica dagl'istituti (come in politica si direbbe) popolari e misti, a quelli di monarchia poco meno che intera e arbitraria.
A coloro cui mette spavento l'udir parlare di mutazione e di novità nella Chiesa, io maraviglio forte come non faccia alcuna apprensione nè svegli alcun dubio questa verissima e sostanzialissima alterazione insinuatasi nell'orbe cattolico. Per fermo, ei non negheranno che l'elezioni de' vescovi a popolo da prima si diradassero, e poi si stringessero all'ordine solo dei preti, più tardi ai soli capitoli delle cattedrali, e da ultimo cadessero tutte o in mano al pontefice, ovvero in mano de' principi, con ciascuno de' quali (rimosso ed escluso affatto il popolo e il clero) patteggia quegli di pieno arbitrio e stipula i concordati: il cui primo esempio infelice quello fu tra Leone e Francesco I, ove molto guadagnò il papa, moltissimo il re, e perdè invece ogni cosa il clero, usato a richiamarsi ai principj e ai diritti della Prammatica sanzione.
Per simil guisa, come in principio ogni vescovo perveniva alla risoluzione de' negozj con l'ajuto e consiglio del presbiterio suo; e i Patriarchi, i Primati e i Metropolitani, con quello dei Vescovi suffraganei e de' Sinodi Provinciali e talvolta de' nazionali; e il Papa, infine, con l'assistenza, autorità e consultazione di tutti essi: in decorso di età, i vescovi pigliarono avviso o dal proprio senno o dai mandamenti di Roma; e i papi, sempre meno solleciti di adunar concilj, e raccolta ogni potestà consultiva nel Collegio de' cardinali, terminarono col non molto inclinare ed attendere a questo medesimo, non ostante i capitoli ristrettivi e severi giurati innanzi da Martino V e da Eugenio IV, poi da Paolo II, e da talun altro lor successore. E dove peraddietro ogni faccenda di momento deliberavasi in Concistoro, e si pubblicavano le risoluzioni come fatte de consensu Fratrum, oggi quel consentimento o non è domandato, o vien presupposto, o piglia valore ed uso di cerimonia. Oltre di ciò, il titolo arrogatosi dai pontefici di patriarchi d'Occidente; le riserve senza misura moltiplicate; le cause avocate a Roma da tutte parti del mondo; i legati nelle provincie spediti con facoltà imperiose e superlative; le fraterie dall'obbedire agli ordinarj esentate; le dispense copiose e gli innumerabili privilegi e favori che dal Quirinale tuttogiorno provengono, sottraendo, come può scorgere ognuno, e derogando l'un di più che l'altro alla giurisdizione propria dei vescovi, ànno altrettanto aggrandita ed esagerata quella dei papi. La quale, d'altra banda, di semplice esecutrice e custode di leggi, sembra ascesa e trapassata alla gran potestà di quelle creare e mutare. E veramente, da lunghissimo tempo le decretali e le bolle competono di materia, di maestà e di forza, coi canoni più vetusti e solenni. Il perchè, la legislazione ecclesiastica, guardata e avvisata negli usi suoi cotidiani e nel concetto de' moderni, tende a convertirsi in un Editto papale perpetuo, come di già nel civile l'Editto imperatorio pigliava il luogo dei Senatoconsulti e dei Plebisciti.
Nè già si nega che questo condursi pian piano il Pontificato a più stretti ordini di monarchia, fu condizione e incremento naturale di cose, meglio che arte e ambizione di prelati e curiali. Conciossiachè, lasciando stare l'altre ragioni, ei si fa manifesto per sè medesimo, che in un gran corpo sociale composto di membra diverse, interessi discordi, comunità orgogliose, superiori gareggianti, appena scema e rallentasi quella caritevole unione che le virtù e lo zelo primitivo ed eroico annodarono, bisogna o correr pericolo di scissure e dismembramenti, o che cresca e pigli nerbo una forza interiore, unitrice e moderatrice. E tanto è ciò vero, che al forse smoderato predominio papale, ognuno, dopo lo scisma germanico, cedette luogo, e lo reputò salutevole e necessario, singolarmente in Italia, fatta provincia spagnuola, e dove il Papato serbava ancora alla nostra nazione alcun titolo di preminenza. Io voglio unicamente notare fra voi e me, che per lo stesso naturale procedere delle cose, la potestà monarcale, ed anzi ogni potestà di governo, sia in uno o in pochi o in tutti raccolta e compiuta, rischia di disfarsi e perire tuttavolta che a sè medesima non procura un limite, una competenza ed un sindacato. E si affermi pure, che il pontificato romano non possa disfarsi e perire; può nondimeno infiacchirsi e scadere, e tutti i danni e gli sfregi patire della infermità, della decrepitezza e dello scredito universale. E però, con gran senno parlava quel vescovo di Granata ai Padri di Trento, che s'egli con ardore venia fiancheggiando i diritti e le giurisdizioni dei vescovi, ciò era appunto perchè volea salva e integra in futuro l'obbedienza e l'ossequio de' popoli inverso la Santa Sede. Per fermo, se al presente travagliare della Roma spirituale sono da attribuirsi altre molte cagioni oltre l'imperio di lei eccessivamente assoluto, questo, per lo meno, la reca ad un'accidia e ad un languore funesto ed immedicabile, e rendela insufficiente ad ogni gran gesto, e incapace per niuna guisa di restaurarsi e di rifiorire. Attesochè non ferve la vita e non si mantiene rigogliosa e operante laddove alle facoltà e doti de' valentuomini non è lasciato libero spazio e sicuro; nè dove i premj e gli onori poco dipendono dalla virtù e molto dal patrocinio; e dove, alfine, tutto si compie o col regolo di viete prammatiche o col maneggio de' cortigiani.
Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente, pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de' papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi, d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare, ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica, e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.
E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III (spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.
Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII, che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva, lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in Cœna Domini. Essendo principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele, si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e alle intimazioni di Roma il placet e l'exequatur; e in quel mentre stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni banda prorompevano.
Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì dello speciale e proprio di ciascun popolo.
Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo, e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa; abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze, venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca, e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare, e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno. Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose, implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia all'incanto.