Fratelli e concittadini.
Sempre è dolcissima cosa rivedere la patria; e per poco ch'ella sia stata lungi dagli occhi nostri, un attraimento soave ed irresistibile a lei ci rimena. Ma rivederla dopo compiuti sedici anni, che sono sì gran porzione di nostra vita; rivederla dopo l'esilio, e per cessazione di quel divieto crudele che il desiderio di lei raccendeva nell'animo e rinnovava senza conforto ogni giorno; rivederla, infine, e ricuperarla quando la speranza n'era affatto venuta meno, quando parea cosa certissima dovere il povero rifuggito lasciare in terra straniera le sue ossa non lacrimate da alcuno, ciò reca tale e tanta squisita dolcezza e abbondanza di gaudio, che le parole non vi arrivano, e l'arte del dire smarrisce ogni sua facoltà. Ora, questa per appunto è la condizione e la insufficienza in che trovasi di presente la mia lingua e il cuor mio. Nè con tutto ciò, io v'ho ancora ricordato e dinumerato l'altre cagioni vive e gagliarde di mia profondissima commozione, e della piena impossibilità di significarvela. Conciossiachè io pensava che a' miei sospiri e al mio dolore trilustre fosse unico testimonio Iddio, e solo qualche amico d'infanzia dentro nel chiuso animo se ne compiangesse; laddove voi mi dimostrate, o fratelli, con mille prove, che tuttaquanta la mia città e provincia natale partecipava al mio lutto e dolore. Vollero i nemici del bene, e più specialmente nemici d'ogni libertà e grandezza d'Italia, non che sbandeggiarmi per sempre e togliermi ogni cosa cara e diletta quaggiù; ma eziandio alla pena aggiunger lo sfregio, darmi appellazioni piene d'ingiuria, svegliarmi contro non l'amore e la compassione de' popoli, ma bensì l'odio e lo sprezzo. E voi in quel cambio, o miei Pesaresi, voi m'accogliete con quegli onori che non alla umile mia persona, ma sì starebbero bene a un uomo illustre e magnanimo; voi vi compiacete di me come s'io fossi augumento di vostra gloria, e passar mi fate, per così dire, dall'oscurità alla fama, dall'esilio al trionfo.
Tutto questo, o concittadini, versa sulle piaghe che m'aprì la fortuna un balsamo soavissimo, ed anzi elle sono già tutte chiuse e rimarginate. Se non che, per la necessità ineluttabile in cui vivesi l'uomo di sentire nelle cose più liete e felici la fralezza di sua natura, una qualche stilla d'amaro si sparge eziandio nel pieno di tal contentezza. Imperocchè io mi partiva di questa terra carissima vigoroso e fiorente di età e di salute, ed ora mi vi riconduco assai cagionevole e prossimo alla vecchiezza. Il sedere e conversare tra voi e con voi m'è somma gioja e compiacimento; ma quando io giro lo sguardo ne' vostri aspetti, troppe sono le sembianze amatissime e nel mio cuore scolpite che io cerco ed, ahi! non ritrovo. Irreparabile caducità delle umane sorti! Nello spazio di sedici anni, oh che dolorose trasmutazioni si compiono, quante memorie soavi s'estinguono, quanti sepolcri si schiudono, quanta parte della coetanea generazione vi scende!
Non però di meno, perchè lasciomi io rapire a sì triste meditazioni in ore sì belle e sì fortunate? E che può mai importare la mia soprastante vecchiezza e le mie infermità, quando io rimiro che la patria nostra ringiovanisce, e che lo spirito di libertà cominciando a scorrere nelle sue vene, tutta maravigliosamente la risana e rintegra? Parecchi dei miei prediletti amici ànno chiuso gli occhi nel sonno mortale: ma più non riposano in terra di schiavitù, ma il piede dello straniero non potrà oggimai calpestare le tombe loro, e la viva riconoscenza del popolo inverso ciò che vollero ed operarono a bene di lui, a bene d'Italia, più non fuggirà paurosa li sguardi de' vilissimi spiatori; ed anzi, mentre esso popolo verserà su quelle tombe dolce e ricordevole pianto, le mani de' sacerdoti leverannosi a benedirle, e le lor sante bocche pregheranno la pace de' giusti alle anime infiammate di carità cittadina: imperocchè il maggiore de' prodigi e il più profittevole al mondo che la sapiente bontà di PIO IX conduce in atto, si è del sicuro quel caldo e fratellevole abbracciamento che vediam farsi in modi così impensati e sublimi tra la virtù privata e la pubblica, tra la libertà e la religione, tra l'incivilimento e la Chiesa. Io vi dichiaro, o fratelli, con gran fermezza, che quando anche i miei disagi e le mie afflizioni state fossero intrise di molto maggiore assenzio, quando incontrato avessi non pure un esilio quale ho sofferto, ma dieci altrettali ed ancor più acerbi, queste nuove sorti d'Italia porgerebbermi una mercede e un compenso oltre misura superiori; e la letizia che me ne procede, esser dee riposta tra le cose veracemente ineffabili, e tra quelle divine pregustazioni delle delizie celesti, che alcuna ben rada volta sono agli uomini concedute affin di aprire il loro intelletto e crescere il lor desiderio inverso le bellezze sovramondane ed eterne.
Per rispetto poi all'intenzione amorevole che tutti manifestate di onorare in me non le opinioni solamente le quali ò sempre mai confessate, e la santissima causa a cui son devoto, ma eziandio la mia persona e quello che di lodevole a voi par di trovare nell'animo e nell'ingegno mio, sinceramente vi affermo, che delle vostre onoranze ed encomj io sento di meritare appena una minima parte, e che pur questa io debbo da voi riconoscere. Imperocchè voi, come se tutti mi foste padri e fratelli, m'avete con amorosi consigli e con blandimenti e lodi ed esortazioni continue e infinite avviato al bene, e, mediante una specie di cortesissima e affettuosa violenza, m'avete fin dalla puerizia sospinto a desiderare la celebrità delle lettere. Così da voi s'è mostrato, con bello e utile esempio, che non riesce dannoso, come pensano molti, al primo svegliamento dell'intelletto e dell'altre nobili facoltà il nascer discosto dalle grandi e rumorose città capitali; perchè pure alle aquile, innanzi di avere spiriti e gagliardezza per volare in cima dell'alpi e affrontar le bufere, fa d'uopo di crescere quietamente nel piccolo nido, e con tenue cibo venir nudrite. E similmente da voi s'è mostrato, come quello che suol domandarsi oggidì spirito municipale, quando sia ben temperato e commisurato all'amore e servigio che tutti dobbiamo alla patria comune, divenga sorgente perpetua di profitto e virtù, massime in questa nostra Italia, in cui la potenza individua di ciascun uomo tiene spesso del prodigio; quando che altrove le grandi cose si operano solo per virtù collettiva, come sforzo e peso di masse, il quale in ciascun atomo componente non apparisce e non ha valore assegnabile.
Ma perchè lo spirito municipale non nuoca ed anzi giovi e fruttifichi, egli è grandemente mestieri non solo di connettere e subordinare ciascun atto della vita del proprio Comune all'universal vita della nazione, ma di stringere quanti più legami si possono di socialità e di fratellanza con le città finitime e prossime, affinchè un flusso perenne di scienza e di civiltà corra e ricorra per esse tutte, come sangue per ogni vena di corpo animato. In cotal guisa, o Signori, poco avremo ad invidiare a quelle nazioni in cui li sparsi raggi d'ogni bene comune e d'ogni specie di scibile radunansi tutti in un punto solo sfolgorantissimo: conciossiachè i lumi del viver nostro civile, non ostante la picciolezza e tenuità di ciascuno, congiungendosi spesso e rischiarandosi mutuamente e a simiglianza di specchi l'uno nell'altro riverberando, cresceranno da ultimo sì fattamente e di numero e d'intensione, da soverchiare ogni forma e grandezza di umano splendore. Dalla qual cosa procederà fra gli altri beni questo prezioso e singolarissimo, di convertire l'astio profondo e le misere nimistà antiche in emulazione ardente e operosa. Nè a voi, Pesaresi, dee fare apprensione e paura l'entrare in simile competenza con mille altre città; dappoichè la natura v'à di raro ingegno e di non comune gentilezza privilegiati, sicchè picciolo popolo siete, ma glorioso e caro alla nostra gran madre Italia. Deh vogliate, o giovani, serbare a questa città natale il titolo suo invidiato di culta e di gentile, e non vi piaccia di confondere mai l'austerità e la valentía con la salvatichezza e con la ferocia, e di scompagnare dall'uso dell'armi gli studi gravi e gli ameni. Ben conoscete che l'armi indòtte sono barbare, e in guerra non durano e non prevalgono; come, per lo contrario, la scienza imbelle e indifesa appiccolisce sè stessa e muor nel servaggio. E a cui non è noto il simbolo esatto ed elegantissimo per via del quale rappresentavano i Greci l'alleanza perpetua e necessaria dell'armi e delle lettere? chi non sa che Minerva, figliuola della mente di Giove, usciva dal capo del Dio brandendo l'asta e imbracciando lo scudo? Ma perchè m'andrò io ravvolgendo tra le favole greche, mentre la storia vera d'Italia offre a noi Metaurensi, e ai popoli tutti compaesani, uno specchiatissimo esempio del sapere alle armi contemperare gli studi, e fare scorta e governatrice d'ambedue la sapienza civile? E che altro erano le città famose di Metaponto, di Crotone, di Taranto, di Locri, di Reggio, se non collegi e famiglie di filosofi e di guerrieri? Quale altra parte del mondo à saputo a un tempo medesimo e con l'ufficio degli uomini stessi trovar le scienze e fondar le repubbliche; eccellere nell'arte della poesia e della musica, come nell'arte del difendersi e del battagliare? A chi non entrerà in cuore una giusta e durevole ammirazione, considerando quell'alternare continuo delle ginnastiche e delle meditazioni, quel passare di frequente dalle accademie al campo, dalla investigazione profonda delle fisiche e delle matematiche all'apprendimento disagiato e severo della milizia, e dalla quiete e solitudine contemplativa al maneggio e all'uso delle faccende politiche? Sono d'ogni cosa i padri nostri stati trovatori e maestri, nè mai ci bisogna di trarre altronde gli esempj e gl'insegnamenti. Nè dicasi che tutto ciò è antichissimo, e troppo remoto e diverso dalle condizioni moderne. Conciossiachè, a rispetto della natura, noi siamo sempre i medesimi, e nulla à cangiato sostanzialmente in Italia, salvo che la tempra degli animi; a ricomporre la quale ci basterà oggimai il fermo e saldo volere. Nulla nell'ordine delle cose mondane è più resistente e meno mutabile che i germi primitivi e le forme ingenite delle specie; e da voi non s'ignora per che serie innumerabile d'anni, tra quali forze nemiche e pertubatrici, si serbano integre e incorrotte le minute semenze di mille gracili pianticelle: or quanto più forti riescono, quanto più perdurevoli i germi primitivi ed originali delle umane famiglie! Noi siamo, ripeto, e ciò ne serva d'orgoglio insieme e di vergognoso rimprovero, noi siamo li stessi che i padri nostri; e la invasione de' barbari altro non à pur fatto, che insinuare piccioli rivi d'estrania vena nel regal fiume delle razze latine; e que' rivi o sono già dileguati, o, come insegnano i fisici, servito ànno a ravvivare la virtù e l'efficacia delle antichissime stirpi. Nè a chiunque s'ostini di ciò, negare dobbiamo rispondere altra parola, se non invitarlo a girare gli occhi verso le sacre sponde del Tevere. Là veggia, là contempli la forza e generosità indomabile delle vecchie progenie. Essendochè quella misera plebe, giaciuta in sonno, in gelo e in torpore di servitù e d'ignoranza pel voltare di qualche secolo, e dopo aver tollerato lo sprezzo oltraggioso non che degli strani ma de' medesimi compatrioti, ecco si vien riscuotendo alla voce soave del suo Pontefice, e fa l'Italia e l'Europa maravigliare de' pensamenti e delle opere sue. Ella così stramazzata nel fango e l'ultima giudicata fra le plebi italiane, già sorge e procede animosa, già entra innanzi a noi tutti, e pianta in Campidoglio un Labaro nuovo promettitore di certa vittoria e in cui, dallato al nome augustissimo dell'autore e principiatore di nostra risurrezione, potrà, senza paura di scandalo e con approvazione e contentamento del mondo intero civile, riscrivere le famose e tremende parole Senatus Populusque Romanus.
Il seguente scritto usciva dai torchi verso il finire dell'anno 47, e in quel mentre appunto che in Roma si congregavano i deputati ad una Consulta in cui ponevano le città dell'Italia media speranze più che grandi. Desiderò l'Autore che il Municipio del suo paese natale porgesse l'esempio di addirizzare al proprio deputato parole utili e pubblicamente espresse, affine che da pertutto l'opinion generale dei popoli avesse comodità di farsi sentire e valere. Al Municipio gradì molto il pensiere, e l'Autore concittadino ebbe carico di porlo in atto. Ogni cosa è qui assestata alle circostanze, e parecchi concetti nuovi si meschiano ad altri comuni ed elementari di scienza politica.