PAROLE DETTE IN PERUGIA
NELLE STANZE DE' FILEDONI li 18 di ottobre del 1847.

Fratelli e Compatrioti.

Quante solenni memorie, quanti affetti gagliardi, che immagini varie di grandezze e ruine, di trionfi e cadute mi si adunavano intorno al cuore, mentre io saliva (or son pochi giorni) questi famosi Apennini, e scorgeva torreggiar di lontano la città vostra, antica e quasi naturale regina dell'Umbria!

E per vero, io discerneva quivi da ciascun lato i vestigi ed i testimonj d'infinite umane generazioni, e di più forme e procedimenti di civiltà; e di quindi io raccoglieva come a dire un compendio e un ritratto della storia intera d'Italia, in quel modo appunto che ne' più profondi scoscendimenti o dell'Alpi o de' Pirenei avvisa e riconosce il geologo la storia tutta quanta del globo terraqueo e de' paurosi suoi cataclismi. Certo è che voi, Perugini, col solo indicare gli avanzi che qui tuttora grandeggiano dell'opere ciclopee, e con l'aprire que' sepolcreti non da molto scoperti e tornati alla memoria degli uomini, ove intorno alle ceneri de' Lucumoni dormono gli antichissimi vostri padri, voi potete, insieme con l'altre metropoli etrusche, darvi titolo e gloria di progenitori veri dell'occidentale incivilimento; imperocchè appo voi le arti, la religione, le leggi, le leghe, i commerci già si attuavano e si spandevano, quando la Grecia medesima rozza rimaneva e selvatica. E però, in fra le nazioni tutte moderne, a voi si compete una specie di nobiltà naturale e di legittimo patriziato, conciossiachè va ormai pel terzo migliajo d'anni da che siete usciti di stato barbaro e entrati a iniziare l'umano perfezionamento.

Ma le vostre valli e colline situate come si veggono fra il Trasimeno ed il Tevere, son tutte piene altresì di romane memorie; onde gli antichi libri raccontano che fino a quando stette e durò la Repubblica, stette e durò prosperevole il vostro Comune; e il ferro e il fuoco che per le mani scelleratissime dei Triumviri l'ardeva e lo smantellava, annunziò al mondo il prossimo disfacimento del maggiore degl'imperi. Ma l'Italia è sacra e non può perire, e di voi similmente fu decretato che alle ruine etrusche ed alle romane sorvivereste; e quando per lo crescente splendore del pontificato il nome d'Italia ridivenne temuto e onorando, e i vecchi municipj latini sentirono di aver riacquistata la balía di sè stessi, la città vostra, o Perugini, fu in quella nuova e maravigliosa costellazione di repubbliche un astro sereno e cospicuo: il perchè leggesi lungamente in tutte le storie patrie quanto la bravura di Fortebraccio, le armi e le astuzie de' Baglioni, l'autorità e la prepotenza di sommi gerarchi, faticassero e travagliassero ad assoggettarvi e a sbarbare dal vostro suolo la pianta divina della libertà. Ed essendo che la generosa vostra natura dovea farvi partecipi d'ogni ragione di gloria italiana, allato al valore di Niccolò Piccinini e d'altri gagliardissimi condottieri usciti del vostro sangue, nacque per gentil contrapposto quel miracolo d'arte Pietro Vannucci, la cui fama, avvegnachè grande e perpetua, sarebbe massima e sola, dov'egli non avesse nudrito del proprio senno e allevato nelle proprie sue scuole colui al quale voleranno secondi tutti i contemplatori del bello e gl'imitatori della natura.

Nell'età più bassa, voi pure, o Perugini, con tutta insieme la nazione italiana siete caduti, e il comune peccato espiaste delle guerre fratricide. I Genovesi nel sangue pisano e veneto, i Veneziani nel genovese e lombardo, voi tingeste le infelici armi vostre nel sangue fulignate e aretino: di quindi le miserie e le umiliazioni, di quindi la cresciuta ignoranza, e le pessime leggi, e la tirannia straniera e domestica.

Ma l'Italia (giova ridirlo) è terra sacra, e dai destini privilegiata; conciossiachè si racchiudono nel grembo suo infinite semenze di civiltà sempre nuova e ripullulante; e sembra che a ciò a punto il consiglio supremo di Dio lascila di tempo in tempo incolta ed inoperosa, perchè ristorata di forze quanto bisogna e purgata delle male erbe, faccia altra volta maravigliare il mondo universo de' peregrini frutti di sociale sapienza, che in modo affatto insperato produce e matura, e de' quali nudrisce di poi molto volentieri le menti di tutti i popoli. E che noi siamo al presente in questo ricominciare il glorioso cammino, e che la benignità dei cieli conceda a nostri occhi di rimirare i primordj fortunatissimi d'una quinta epoca d'italiano incivilimento, il dicono assai manifesto la letizia de' vostri aspetti, la concordia e meschianza di tutti gli ordini di cittadini, la significazione di queste scritte e di questi emblemi, le parole calde e leali che a voi ed a me or si fa lecito di pronunziare e di udire, il vedermi io stesso in mezzo di voi e da voi festeggiato dopo la lunghezza e l'acerbità d'un esilio più che trilustre. Ma forse meglio di qualunque altro indizio, e con chiarezza ed efficacia maggiore di tutti i segni da me notati, ciò che afferma, persuade e assicura qualunque intelletto del certo nostro risorgimento, si è lo scorgere qui presenti gli stemmi e l'effigie dell'Augusto e Ottimo Pio; il quale voi, o Perugini, con sublime antonomasia e con un senso profondo di verità, chiamar solete il liberatore, e ch'io credo altresì, senza pericolo niuno d'adulazione, poter domandare il Divino ed il Taumaturgo; perciocchè la subita trasformazione ch'egli ha operata nell'essere delle cose e nel cuore degli uomini, à, più che d'altro, natura e qualità di prodigio.

Sfavilli, adunque, d'amore e di gratitudine l'anima nostra verso un tanto Pontefice, al quale ha piaciuto con l'ultimo atto di sua saggezza di sollevare questi popoli alla giusta partecipazione della politica potestà; e incominciando in tal guisa fra noi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e ponendo a principale custodia e difesa di esso non l'armi forestiere e le mercenarie, ma le proprie e libere de' cittadini, ha restituito a noi tutti il senso dell'umana dignità, l'uso dei naturali diritti, l'alterezza del nome italiano. Però, il modo più acconcio e migliore di mostrarsegli grati e nobilmente rimeritarlo, si è per lo certo di proseguire, con ispirito animoso insieme e prudente, la impresa grande e magnanima da lui cominciata, e volere e operare l'universal bene com'egli l'opera e il vuole; cioè a dire con cuor mondo e labbro verace, e con interissima annotazione e rinunciamento de' nostri privati profitti. Affratelliamoci tutti con franco e devoto animo, tollerando le differenze delle opinioni e le ombre e le nebbie de' pregiudizj, spegnendo (se fia possibile) per sino il nome di fazioni e di sètte, e accettando non che per vera ed eterna, ma per benefica e salutare altresì quella massima la quale afferma starsene effettivamente gli uomini spartiti e schierati in due vasti campi; ma che nell'uno già non sono adunati i conservatori e i retrogradi, e nell'altro i liberali ed i progressisti; nel primo i solleciti e gl'impazienti, e nel secondo i moderati e i prudenti; in questo il clero ed i nobili, in quello i laici e la plebe: ma sì veramente nell'un campo stanno attendati gli onesti, e i disonesti nell'altro; imperocchè la virtù e il vizio soltanto hanno facoltà di spartire il genere umano, e inconciliabili sono fra loro pur solamente la bontà e la tristizia, la leanza e l'ipocrisia. Ogni onesto pertanto e ogni buono, qual veste o nome o condizione o pensieri ch'egli abbia, venga lietamente da noi ricevuto, ed anzi ricerco e sollecitato. Ma chiudansi perpetuamente le nostre porte agl'ipocriti ed ai malvagi, poco badando che per avventura liberali sien detti e liberali opinioni professino. Cademmo per le discordie e la corruttela, e per li soli contrarj loro potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune: ed io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l'Italia, e tutta la salveremo e per sempre.

Quanto è poi alla mia persona e alle cagioni ed al fine di questa lieta vostra adunanza, io pensando alle lodi veramente superlative che di me ho ascoltate, e guardando a queste singolari dimostrazioni di osservanza e di affetto, onde a voi, Perugini, gradisce di onorarmi e fregiarmi oltremodo; io debbo, siccome fo, ringraziarvene con tutto l'animo, e conoscente rimanervene fin di là dal sepolcro; e sempre dinanzi agli occhi della mia mente dimoreranno le vostre sembianze e la dolce e cara memoria di questo giorno: ma io non posso in guisa alcuna ritrarne, come vorrei, una gioja sincera e un profondo compiacimento, conciossiachè io mi riconosca di tali onori e di tali fregi immeritevole affatto, nè piglio speranza per l'avvenire di crescere tanto nella bontà e negli altri pregi, da molto scemare la sproporzione coi vostri encomj e con la vostra ospitale cortesia e larghezza. E per fermo, io m'avvedo di non aver operato a rispetto d'Italia altra cosa degna e lodevole, fuorchè l'alimentare nel chiuso petto una infruttifera intenzione e un desiderio inerte ed inefficace di sua salvezza, e l'aver sostenuto con dignità conveniente la comune sventura: nel che è piuttosto da lodare la rimozione del male che l'adoperazione del bene, la quale appresso i popoli civili e magnanimi non dee consistere mai nel nudo e semplice adempimento di ciò che è debito universale d'ogni cittadino non reo e non vile. Perlochè, giovandomi pure della calda affezione che mi portate, e del non poco di autorità che ripor volete nel mio ragionare, sostenete che io vi consigli e vi preghi ad essere di tali mostre e testimonianze d'onore più parchi dispensatori, e serbarle tutte per quei generosi che in tempi ancor più difficili, tra prove molto più ardue e laboriose, tra cimenti di grave ed anzi d'estremo pericolo, sapranno, con forti spiriti e con la spontaneità e religione del sacrificio, fermar le sorti ancor vacillanti d'Italia, e pareggiar gli avi nostri nella grandezza loro più malagevole ad imitarsi; io vo' dire, lo spregio magnanimo d'ogni rischio e d'ogni infortunio, e il far getto sì degli averi e sì della vita perchè della patria carissima sia la vita eterna e gloriosa.