CAPO IV. MAGÌA NERA.

I. Un richiamo opportuno.

— Belle cose ci avete narrate! odo susurrare; delirj di pazzi, prodigi di bacchetta e di scope, profumi d'unguento, lo spirito maledetto come già ce lo siamo dipinto; questi non sono nè i maghi, nè le streghe, le cui storie narrate dalle vecchie di casa ne fecero sovente impallidire. —

Eh! un po' di pazienza; non volli al primo tratto porvi innanzi tutto lo sgominìo di questi prepotenti fattucchieri; pensai di avvolgervi nella gran matassa della magìa a poco a poco, come usano i vostri adoratori che prima tutti umili vi gittano qualche sguardo, qualche sospiro, e quando son divenuti signori del vostro cuore, l'avvolgono in una rete d'onde non ne esce facilmente.

Sì, certo, vi suonarono all'orecchio spaventose le arti e i malefizj delle streghe, e saprete che ne furono fiere le punizioni; ebbene, uditele e argomentate qual giudizio avrebbero dovuto farne gli uomini di buon senso, e quale fosse invece quello de' cari nostri padri in que' loro tempi beati.

II. Evocazione degli spiriti.

La cognizione delle scienze occulte, i patti coll'averno davano diritto ai maghi di domandare gli spiriti in loro soccorso; ma questi talora non erano di comodo a venir subito, o anche si rifiutavano a certi servigj: era nulla l'aprire il libro, agitare la bacchetta, facevano orecchio da mercante, bisognava evocarli con solennità, pregarli, costringerli. I maghi erano sì forti che si facevano ubbidire, ma vi volevano degli scongiuri.

Innanzi tutto si tracciavano in terra tre circoli col carbone, uno entro l'altro, e si consacravano con preghiere sataniche: di questi il più grande era di nove piedi di diametro. Entro i varj circoli si scrivevano i nomi de' genj che presiedono alle ore, ai giorni, ai mesi, alle stagioni, de' quali vo' dare l'elenco per quelli che amassero farne la prova.

Presiedevano alle ore: a Yayn, ora prima, l'angelo Michele; a Janor, ora seconda Anael; a Nasma, ora terza, Raffael; a Salla, ora quarta, Gabriel; a Sadedali, ora quinta, Cassiel; a Thamus, ora sesta, Sachiel; a Urer, ora settima, Samuel; a Tanir, ora ottava, Arael; a Neron, ora nona, Cambiel; a Jaya, ora decima, Uriel; a Abay, ora undecima, Azael; a Natalon, ora dodicesima, Sambael.

I genj della primavera detta nella cabalistica Talvi, sono, Spugliguel, Caracasa, Commissoros e Amatiel: il nome della terra in questa stagione è Amadai, il nome del sole Abraïm, quello della luna Agusita.

I genj dell'estate, detto Gasmaran, sono: Tubiel, Gargutiel, Tariel e Gaviel. La terra si chiama Festativi, il sole Athemao, e la luna Armatos.

I genj dell'autunno, detto Ardarael, sono: Torquaret, Tarquam e Guarbarel. La terra è detta Rahimara, il sole Abragini, la luna Mafatignay.

I genj dell'inverno, detto Fallas, sono: Attarib, Amabael, Crarari. La terra chiamasi Geremia, il sole Commutat, e la luna Affetiram. Eguali spiriti presiedevano a tutti i mesi e giorni che lascio di nominare, perchè vedo che avete già brincia la bocca nel pronunciare questi; povere bocche di rosa! non siete fatte pel linguaggio delle streghe: eppure quello che ne esce è tutto incanto, ma allaccia senza il soccorso dei demoni.

Fatto questo cerchio, il mago si poneva nel mezzo avendo cura di non tenere addosso alcun metallo impuro, ma solo un pezzetto d'oro o d'argento, avvolto in una carta bianca; questa talora si gittava allo spirito quando giungea. Sovente si iniziava la cerimonia con fare un sacrificio d'un cane, d'un gatto, d'una gallina. Gli scongiuri poi erano di tre sorte: i primi naturali, e consistevano nell'ardere sur un braciere profumi, secondo i diversi spiriti a cui si consacravano, e talora essi benigni venivano subito. Il secondo usavasi coll'interporre i pianeti, e offrire loro ostie e doni, perchè costringessero i demonj a scendere ai voleri del mago. Ove queste due preghiere non valevano, usavasi la terza che era la più tremenda e indubitata, poiché si minacciavano gli spiriti di legarli nell'averno, e si deprecavano sino con sacre cerimonie; era un misto di sacro e di profano, di bestemmie e di orazioni; gli spiriti apparivano, il mago interrogava, ed essi rispondevano.

III. Dell'ammaliamento.

Fra i più temuti poteri de' negromanti era l'ammaliamento o stregamento, per cui operavano sugli uomini quanto loro era in grado: inducevano in essi il delirio, le malattie, e spesso li toglievano di vita. Agrippa, nel suo Trascendentalismo della filosofia occulta, si studia di insegnare in che fosse riposta questa magica potenza.

La malìa, giusta la sua sentenza, è un legame o una grazia, che dallo spirito del fattucchiero passa per gli occhi al cuore del fatturato; il sortilegio invece è lo strumento dello spirito, cioè un vapore puro, lucido, sottile che scaturisce dal sangue migliore del cuore. Questo spirito sparge continuamente per gli occhi dei raggi uguali, che recano seco un vapore, e questo vapore opera sul sangue. Accade come vediamo talora avvenire degli occhi infiammati e rossi, i cui raggi dardeggiati agli occhi dei riguardanti, mercè il vapore del sangue corrotto, inducono in essi la stessa malattia: così succede di un occhio aperto, fermo, e che con forte immaginazione getta sopra alcuno i suoi raggi apportatori degli spiriti; questi spiriti allora battono le pupille dell'ammaliato, si mesce alla circolazione del sangue, lo penetrano, lo innondano, lo inebbriano, sicchè in breve viene domato ed impacciato dal demone straniero.

Queste sono le teorie del cabalismo che in vero io non vedo a che possano riescire: parmi ne valgano a sciogliere il mistero solo le donne, perchè io so avervi esse sole che coll'artifizio degli occhi descritto da Agrippa giungano ad ammaliare i nostri poveri cuori.

IV. Stregamenti mortali.

Vi erano varj modi di ammaliare: alcuni gittavansi in fiori che si offerivano, altri in toccamenti. Dinscops, strega di Cleves, infondeva il maleficio in tutti quelli cui stendeva la mano: fu presa e abbruciata; ma que' ch'ella aveva fatturati non guarirono se non dopo essere stata molto abbrustolita la sua mano diabolica. Caterina Dorèe stregava con alcune polveri, e guariva gl'indemoniati mettendo loro un piccione sul petto. Fu però abbruciata, e forse lo meritò, perchè uccise un figlio dicendo che era per ordine del suo demone apparsole in forma d'un grand'uomo nero.

Però non sempre si ha facoltà d'avvicinarsi a cui piace: quindi le streghe immaginarono altre maniere, mercè cui potessero a loro grand'agio, dimorando anche lontane, riflettere sopra altri il malefico influsso delle proprie arti. Componevano alcune statuette di cera che offrissero l'immagine di coloro che intendevano per qualche modo fatturare, e quelle malìe che si facevano sulle immagini, avevano potere su que' che rappresentavano.

Allorchè le maliarde volevano prendere vendetta di qualche loro nemico e ucciderlo, fattane l'immagine, la collocavano in un vaso di legno presso a un gran fuoco, e a maniera che dileguavasi quella cera, pure disfacevasi la persona ammaliata, finchè ne morisse. Di ciò Agrippa ne rende ragione col dire, che le esalazioni degli spiriti che escono dai corpi dei negromanti, associati alle particelle che si volatilizzano dalla cera, e agli atomi di fuoco, volano verso la persona fatta segno al malefizio, se gli avventano e gli cagionano crudi dolori finchè lo hanno morto. Per tal modo credono alcuni storici, che i maghi uccidessero Eberardo arcivescovo di Tivoli; formato un idoletto in figura del prelato, e stretto un prete a battezzarlo col nome di lui, lo posero ad un ardente fuoco nel sabbato santo mentre Eberardo conduceva le sacre funzioni, sicchè fu preso da improvviso malore e in pochi istanti morì. Si vede che allora non si aveva ancora fatta la statistica delle apoplessie.

Duffus, re di Scozia, si struggeva ogni giorno; si arrestarono le streghe, il re guarì. Carlo IX morì pure sfinito; si disse che erano le streghe, le quali tutti i dì facevano liquefare la sua immagine in cera.

Questo pregiudizio riesciva a comodo dei tristi; a' tempi di Enrico VI d'Inghilterra, il cardinale Winchester voleva liberarsi del duca di Glocester; accusò la moglie di lui di magìa e che avesse con Ruggero Bolimbroke e Maria Gardemain, negromanti, posta al fuoco l'immagine del re in cera: l'accusa fu creduta, la duchessa condannata a carcere perpetuo, Bolimbroke impiccato e la strega bruciata.

V. Sortilegio per innamorare.

Grande sciagura è l'essere innamorato; continuo affanno, pene da dannato, e infine se ne perde l'anima; le donne sono streghe che ammaliano sempre: il bisogno di essere riamati suggerì arti diaboliche.

Quando però le streghe o i maghi volevano che una persona fosse presa pel loro amore, facevano un idoletto di cera e impostole il nome di lei, tenendolo fra le mani, s'immergevano nudi in qualche fiume, e recitavano alcune preghiere; e tosto la giovane ammaliata era presa pel mago e correva a lui. Alcuna volta si ingegnavano di avere i capelli di una vergine, e fattivi sopra alcuni incantesimi, costringevano la misera a venire a chiedere compassione al circolo del loro potere. Queste follìe si credevano anche a' tempi d'Apulejo, e vediamo nell'Asino d'oro, che una strega prese, invece dei capelli di un giovane che vagheggiava, le setole di un porco, sicchè attrasse a sè quell'animale.

Siccome poi pare che i maghi facessero loro delizia l'amore, così Agrippa insegna moltissime maniere, doni, anelli e liquori con cui innamorare altrui. Raccogliamo dalla Vita di Cellini, ch'ei prestasse credenza a simili pazzìe, e le usasse finchè una leggiadra fanciulla il ricevesse in cuore.

I filtri erano le arti che usarono specialmente fattucchieri e streghe per legare gli amanti. Erano succhi cavati da erbe e da sostanze animali. L'ipomane è il filtro più famoso, ed è formato con quella escrescenza del pollo d'India che ha sul becco; ridotta in polvere, e mista al sangue di chi si vuole allacciare, lo innamora disperatamente. Un altro filtro componeasi col levarsi il proprio sangue in venerdì di primavera, farlo disseccare al sole, e darlo da bere alla persona onde si voleva amore. Vi sono poi altre ricette che le pajono quelle de' medici per la terzana, ma per verità, per quanto studiassi entro il libro d'Agrippa, vidi che pari alle sue teorie erano le sue ricette, e anche in ciò risolversi tutta l'arte magica in istrane fantasìe. Solo mi accertai che la più bella magia per innamorare le donne è riposta nell'avere una bella faccia, e i giovani leggiadri essere i migliori fattucchieri.

È agevole immaginare come facilmente si dovessero credere ammaliati quelli che, presi da qualche lenta malattia, si consumavano a poco a poco. Però che i medici potessero sfuggire la taccia d'ignoranza con questo modo speditivo, era meno male; la peggio toccava a que' sciagurati che venivano accusati d'avere usata la malìa, perchè vi andava la vita. Tanto avvenne nel 1617 in Milano a una povera servente nativa di Bronno, paese in oltre Po.

Cadde ammalato nel 1616 il senatore Melzi con dolori allo stomaco, per cui perdette il cibo e il sonno: non sapevano i medici qual rimedio usargli, dubbj del male; allorchè andò a rendergli visita il capitano Vacallo, e gli disse che al certo egli era ammaliato, perchè gli aveva trovata in casa a servente una fattucchiera, Caterina Medici. A comprovargli tal sospetto gli narrò, come essendo costei al suo servigio, ei se ne fosse sì invaghito che non potea aver pace; fu giudicato ella lo avesse ammaliato ad amorem, ed essersi infatti rinvenuto nel cuscino del suo letto, oltre a molte altre bazzecole, un filo a misura del suo torso, in cui erano tre nodi, l'uno stretto, l'altro meno, e il terzo appena formato; gli fu detto che tenesse ciò a gran ventura, perchè se pure quel terzo nodo era chiuso, gli sarebbe stato necessità sposare la Caterina o morire. A conferma poi gli soggiungeva, il grande affanno che gli convenne sostenere allorché si divise interamente da lei.

Non bisognò più oltre perchè si tenesse la Medici una maliarda, e il senatore fatturato; si mandarono tosto i cuscini del letto a due figlie di lui monache in san Bernardino; li scucirono, li cercarono, e vi rinvennero per mala avventura dei gruppi di penne, dei fili e dei pezzetti di carbone e di legno; si portarono al curato di san Giovanni Laterano esorcista, e li giudicò preparazione di stregoneria. Allora i medici prestamente conobbero la diatesi di quella malattia, ravvisarono in quei dolori tutti i segni dell'ammaliamento, e spacciarono già da gran tempo esserne accorti ne' loro consulti, ed anzi essere quello non solamente ad amorem, ma anche ad mortem.

Intanto si era chiusa la povera Caterina in una stanza, e venne dai servi e dai parenti costretta a disfare l'incantesimo, sebbene asserisse di non intenderli; poi mandata al capitano di giustizia, ebbe esami e tortura. Da principio asseverò non sapere che si fossero nè i maleficj, nè i patti col demonio, nè il suo suggello che vollero trovare impresso sulle spalle di lei; infine fra i tormenti, confessò, come attesta un contemporaneo — che da quattordici anni abbjurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle tenebre, ha frequentati i luoghi infernali e i conciliaboli de' demoni, gli ha nefandemente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi; e con arti diaboliche e veneficj ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai loro corpicelli il vital sangue, e finalmente ha commessi tali e tanti delitti, che il senato nell'udirne il racconto inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, fatta difendere d'ufficio (poiché nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega e detestabile donna fu condannata, previa la tortura ad arbitrio della curia, per la manifestazione d'altri delitti e di complici, ad essere con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata durante il cammino con tanaglie roventi e per ultimo bruciata. — Tali sono i termini della sentenza che venne eseguita ai quattro marzo 1617: a tanto può giungere il fanatismo degli uomini, od una crudele ignoranza.

Di questo pietoso caso il dotto Achille Mauri fece un romanzo, che certo avrete letto, e commiserata la condizione di que' tempi.