LA BATTAGLIA DI LEPANTO E LA POESIA POLITICA NEL SECOLO XVI

CONFERENZA
DI
Guido Mazzoni.

Signore e signori,

I germi della poesia sono come quelli de' fiori, che il vento leva su in alto e lascia ricadere qua e là, dove vanno vanno: de' fiori e della poesia i germi non mancano mai, ma spesso cadono dove non troveranno terriccio ed acqua ed aria quanto basti: i più non attecchiscono neppure; pochi crescono sì, ma gracili e pallidi; delle migliaia uno solo riesce un bel fiore, gioia a vederlo. Un anno fa, quando ebbi l'onore di parlarvi sulla lirica del secolo decimosesto, anche a costo d'incappare nella censura d'irriverente dispregiatore, dovei mostrare come quella lirica fu generalmente, con le sue tante eleganze di stile e di suono, vuota e fredda: parlandovi quest'anno della poesia politica in quel secolo stesso, non mi sarà dato mutare, valga quel che può valere, il mio giudizio. Ma voi rammenterete forse, perchè un anno passa presto, che dal coro delle voci artificiosamente educate a cantare tediose melodie, ne distinguemmo alcune poche, fresche o robuste, che cantarono per conto proprio di dolore e d'amore, della patria e di Dio; rammenterete forse che io chiusi la mia lettura con le strofette in lode dei Venzonesi perchè seppero nel 1509 ricacciare indietro dalla Chiusa i Tedeschi del duca di Brunswick; porgendo loro le munizioni, durante la battaglia, una gentildonna che fuse a tale uopo, come ebbe poi a fare pel Perseo il Cellini, le scodelle di stagno delle sue cucine. Fiore di campo, quelle strofette; pur mi valsero, con qualche altro esempio, ad attestare che talvolta la poesia proruppe dai fatti nel verso. E così ci accadrà oggi, di non poter vantare capilavori, e di dovere anzi riconoscere che troppa fu la sproporzione tra la bellezza della materia e gli artefici, tra la poesia de' fatti e quella de' versi: nondimeno, oltre l'utile che si ha sempre dal vedere in che modo l'arte rispecchiò la vita, alcun che di meglio che mediocre, sia pur poco, io confido non sarà per mancarci.

I.

Torniamo, per prima cosa, alla storia italiana del secolo decimosesto, non già a studiarla da scienziati nella sua corrente larga e profonda, e neppure, da geografi descrittori, nel suo corso lungo e vario, ma come viaggiatori che a diporto ne ammirino questa o quella veduta ne' luoghi più belli. E qui, poi che me la sono assunta, ho da far subito la parte pedantesca del cicerone, avvertendovi che non dovete aspettarvi più di quanto il nostro cammino ci possa dare; il che vuol dire che non potremo considerare come materia poetica buona pe' contemporanei tutto quel pittoresco e direi bizzarro che oggi appare a noi ne' costumi, nel linguaggio, nelle idee stesse talvolta, di tre e quattro secoli fa. Pittoresco e bizzarro soltanto perchè lontano: mero effetto di prospettiva. Nulla, per ciò, che possa dilettar noi, per descrizione ricca e vivace di cose aliene dalle solite che abbiamo intorno, come, ad esempio, ci diletta La leggenda de' secoli di Victor Hugo. Apriamola a caso. “Quando passa il reggimento degli Alabardieri, l'aquila dalle due teste, l'aquila dall'artiglio rapace, l'aquila d'Austria, dice: Ecco il reggimento de' miei alabardieri che si fa innanzi superbo. I pennacchi loro fanno accorrere a' balconi le belle: ed essi se ne vanno tutti d'un pezzo, protendendo la punta delle ghette, d'un passo sì preciso, senza mai ritardarlo o affrettarlo, che par di vedere tante forbici che si aprano e che si chiudano. Ed oh che bella musica, calda e soldatesca! le trombe rivibrano dal suolo; le risate orgogliose trionfanti che il soldato è costretto a soffocare in cuor suo quando marcia, muto, compresso nelle file, ne sfuggono e si liberan su da' campanellini metallici del cappello cinese; rumoreggia il tamburo con fasto orientale, e mette un fremito sonoro dalla fascia d'ottone sì che par di sentire nella sua voce chiara e gaia tintinnare allegramente gli zecchini della paga. La fanfara si spande in un fruscìo di svolazzi.„ Voi li avete già riconosciuti: è la guardia imperiale degli Svizzeri, il reggimento del barone Madruzzo, i nipoti di quelli che cent'anni prima combatterono a Marignano; ma a nessuno nel 1515, dopo Marignano, poteva venire in mente di descrivere in versi gli avi, e a nessuno nel 1615 i nepoti, come la Leggenda de' secoli, appunto perchè leggenda, ha fatto con la sua baldanza mirabile. Gli Svizzeri allora non erano un pretesto a sfoggiare colori ed armonie imitative! Per contrario, quel che importava a' poeti del Cinquecento, quando rimavano di politica, non corrisponde più, o rare volte, al sentimento nostro: amavano e odiavano, benedicevano e maledicevano uomini e avvenimenti, che a noi sono ormai soltanto nomi e date storiche, se pur ce ne rammentiamo o se per virtù di ricerche erudite riusciamo, dove essi non fecero che accennare, a veder chiaro. La poesia politica d'ogni tempo ha pertanto in sè una doppia ragione di non piacere ai posteri; i quali sono indotti a chiederle ciò che essa non può dare, e si rifiutano dal sentire ciò che essa desiderò far sentire. Soltanto l'eccellenza dell'arte è balsamo che mantiene, se non la vita, le apparenze della vita; se non la storia, è il monumento della storia; ma, per l'appunto, i grandi poeti non amano di solito mischiarsi tra i confratelli minori, pronti sempre a inneggiare quando sperano che l'occasione esterna dia ai versi loro la voga che chiederebbero invano all'intimo pregio.

Non ci indugiamo, detto questo, in altre considerazioni che facilmente se ne dedurrebbero, e guardiamo la storia. La quale ripensata nella successione inevitabile delle cause e degli effetti (quale è di rado indovinata da' presenti, ed appare invece palese ai posteri) è tutta un'alta materia poetica; ma i contemporanei non possono neppur ripensarla, perchè la vivono. Guardiamola, dunque, soltanto in quello che a loro stessi dovè sembrare singolarmente poetico, o poteva. Comincia il secolo, e quasi subito, nel settembre 1502, Baiardo, il cavaliere senza nè macchia nè paura, combatte a Trani un torneo d'undici contro undici, Francesi e Spagnoli, e rimasto con un compagno solo tien testa fino a sera contro sette avversarii; l'anno dopo, nel febbraio, a Barletta son tredici contro tredici, Italiani e Francesi, e vincono i nostri; Luigi XII di Francia entra a Milano nel 1509 tra più di mille cavalieri, coperti sopra le armi d'un saione di broccato d'oro, egli tutto di bianco; passano tre anni, e i soldati francesi gavazzano nella magnanima Brescia, che si è difesa, com'ella sa, disperatamente, e per castigo se ne spartiscono a elmi pieni l'oro e le gemme; Baiardo, che vi è rimasto ferito, si fa confortare la convalescenza da letture e da canzoni sul liuto, e nell'accomiatarsi largheggia alle giovinette che nel compiacquero, i ducati d'oro offerti a lui dalla gentildonna onde era stato ricovrato, in premio ch'ei l'avesse salvata dalle ingiurie del sacco; a Marignano, Francesco I gli s'inginocchia dinanzi e vuole esserne armato cavaliere, ed egli trae la spada, gli batte tre colpi sulla spalla, lo consacra cavaliere, esclama: “Oh spada mia ben avventurata, poi che hai dato l'ordine di cavalleria a sì bello e sì possente signore! certo ch'io ti avrò come reliquia, nè più t'impugnerò se non contro Turchi, Saracini e Mori!„; ferito a morte nel passo della Sesia, sentendosi compiangere dal duca di Borbone, lo rampogna: “Non io, signore, devo esser compianto, che muoio da uomo dabbene; voi compiango, che portate le armi contro il principe, la patria, il giuramento„; re Francesco, a Pavia, ferito nel volto e nella mano, e scavalcato, si arrende al vicerè, da cui in atto reverente è accettato prigione in nome dell'imperatore, e subito scrive a sua madre: “Tutto è perduto fuor che l'onore e la vita ch'è salva„; e il successore di lui, Enrico II, tosto che sale sul trono, invia a quell'imperatore il primo araldo del Reame, che gl'ingiunga di recarsi in Francia, a giorno e luogo fissato, per adempiervi gli officii di Pari di Francia, come conte di Fiandra ch'egli era, al che Carlo V risponde, vi si troverebbe con cinquantamila uomini a fare il dover suo. Ma questi, può dirsi, son atti di persone, non pubblici fatti: certo è, a ogni modo, che furono in sè stessi poesia e la mostrano viva. Che se diamo un'occhiata ai fatti pubblici, ecco la ribellione di Genova nel 1507 contro i Francesi, e il re che v'entra trionfalmente, e innanzi alla porta sguaina la spada, nel vanto: “Genova la superba, io t'ho domata con le armi!„ e le seimila donzelle che gli si fanno incontro, vestite di bianco e con l'olivo in mano, a gridargli pietà, e le forche piantate per ogni dove; ecco la difesa di Padova nel 1509, e il bastione donde Citolo da Perugia ributta gl'imperiali deridendoli con la gatta famosa per la canzone che, un anno fa, vi citai; ecco nel '11 la breccia della Mirandola per la quale entra il vecchio pontefice Giulio II; ecco nel '12, la battaglia di Ravenna, innanzi alla quale monsignor Gastone di Foix manda a don Raimondo di Cardona “lo insanguinato guanto della battaglia, che fu da lui ricevuto con lietissimo volto„, e dove don Raimondo mantiene con suo danno la promessa fatta ai Francesi di non cominciare la zuffa fin che non avessero passato tutti quanti il fiume; nel '13 Marignano, la battaglia de' giganti, per tre giorni e tre notti, in cui re Francesco assetato attinge acqua ch'è più sangue che acqua; e gli orrori, e gli strazii del sacco di Roma, nel '27; e il duello del '29, in cospetto a tutta Firenze assediata, combattuto “con una spada e un guanto di maglia corto nella mano della spada, senza niente in testa, arme veramente onorata e da gentiluomo„ come scrive il Varchi; e poi nel '55 le gentildonne di Siena che, partendosi in tre schiere distinte ciascuna d'un suo colore, aiutano le difese e cantano nel lavoro le lodi di Siena e di Francia. La Francia, che proprio allora aveva in Luisa Labé uno strano soldato, le capitaine Loys; fuggita a sedici anni di casa, e andata all'assedio di Perpignano, dove ella che sapeva sonare di liuto, e le dolcezze dell'italiano e dello spagnolo, combattè bravamente a lancia e spada. “Chi mi avesse veduta allora, mi avrebbe tolta per Bradamante o per l'alta Marfisa, la sorella di Ruggiero.„ Così l'epopea cavalleresca viveva ancora, pure in quelle che potrebbero parere non altro che fantasie di cantastorie.

II.

Or mentre in questi e in altrettali uomini e casi tanto porgeva la vita all'arte, l'arte poco e male se ne giovò, salvo qua e là quasi per eccezione. La poesia politica, seguendo le sorti della lirica amatoria e religiosa, nei metri, nello stile, negl'intendimenti e ne' criterii estetici, perorò in canzoni, meditò o invocò in sonetti, discorse ne' capitoli; seguendo le forme del poema romanzesco, narrò con l'ottava rima, sì da comporre nelle Guerre orrende d'Italia con varii poemetti una cronaca sterminata; senza trasmutare quasi mai in immagini il fatto bruto, in accenti vivaci il sentimento. Ciò pei colti poeti: gli umili rimatori del popolo fecero meglio, chè incolti come erano riuscirono più schietti, e almeno ci conservarono alcun che del reale; ma l'arte che sovrabbondava a quelli, sì da nuocere agli effetti, era troppo scarsa e confusa in questi, e impediva una compiuta ed efficace espressione. Non ci meraviglieremo quindi della messe che offrì alla poesia la politica del secolo decimosesto; paglia molta, grano poco.

Viva viva el gran leone

Che con piede in mar si bagna,

E con l'ale la campagna

Cuopre e tien sotto l'ongione!

cantavano i Veneziani del loro Leon di San Marco; ma se le ali non furono tarpate dalla lega di Cambrai, gli unghioni persero, per essa lega, la forza d'un tempo: e Marin Sanuto, il grande diarista che raccoglieva a mano a mano i fatti e le canzoni che importassero alla città sua, doveva anche trascrivere il Lamento e desperatione del populo venitiano, e il Lamento de' Veneciani, su cui un'incisione in legno mostrava una barca in mare, e il leone dentro, senza nessuno che la guidasse e governasse, “et è in pericolo di anegarsi.„ I Lamenti di Venezia ebbero a crescere ancora: e dentro vi crebbero di nuove sciagure le enumerazioni che erano tanta parte di sì fatto genere, da cui il popolo si dilettava attingere le notizie politiche, cantate su per le piazze con l'accompagnamento del violino: enumerazioni per antitesi tra le vittorie e le conquiste d'un tempo e le disfatte e le perdite presenti. Onde un Messer Simeone Litta faceva che la Serenissima disperata minacciasse di volgersi al Turco, da che i Cristiani la tormentavano tanto:

Su, Venetia sconsolata,

Posta in pianto e gran dolore:

Franza e Spagna e Imperatore

M'àno tutta disolata.

Eppure se è chiaro oggi che la Repubblica ebbe dalla lega irreparabili danni, tale fu il senno de' suoi reggitori ch'ella non solo durò ancora, e con onore, più secoli, ma parve a molti, per tutto quel secolo decimosesto, fosse in lei la speranza più certa delle fortune d'Italia, il baluardo più saldo della sua indipendenza. In fin de' conti, era uno Stato italiano, non soggetto a stranieri, gagliardo ancora, se poteva, dopo Agnadello, contrastare alle insidie spagnole in terraferma e alle violenze del Turco in Oriente. Prima di volgersi a casa Savoia, come fecero sul principiare del secolo seguente, quando fu chiaro che Venezia reggersi poteva, ma non arrischiarsi a ingrandimenti, era naturale che i cuori italiani si volgessero a lei. E qui troviamo tra gli altri un poeta grave, l'autore d'uno de' più tediosi poemi epici che ebbe il Cinquecento, l'Olivieri (Dio ne scampi dalla sua Alamanna!) che, pur ammirando Carlo V, invocava Venezia liberatrice di tutta Italia:

Oh secol d'or s'ella 'l tuo scettro attinge!

Canzon, vedrai nel mare

Ch'Histria e la Marca bagna, una Cittade

Rara al mondo di forza e di beltade.

Quivi ti ferma e grida

Che, fra voglie sì avare,

Esser d'Italia guida

Non nieghi: ond'ella in pace

Goda 'l terren ch'a tutto 'l mondo piace.

La canzone dell'Olivieri è del 1551; e già un trent'anni innanzi, gl'imperiali e i pontificii avevano ammonita la Repubblica a staccarsi da' Francesi e ad accostarsi all'Imperatore “perchè così si assicurerebbe in perpetuo, e l'Italia sarebbe degli Italiani„; e, d'altra parte, il re di Francia si era accusato reo dell'aver turbato Italia “per la quale sarebbe guerra sempre, finchè non fosse posseduta dagli Italiani„: belle parole che i fatti smentivano con le prepotenze d'ogni anno.

Che cosa infatti volessero gli stranieri, imperiali o regii che si fossero, sapevano ormai nel 1551 Brescia, Genova, Prato, Roma, Firenze: ed eccovi la Barzelletta nova de Bressa e la Canzone de Prato, del '12, il Lamento di Genova et il doloroso pianto d'Italia, del '22; il Pianto d'Italia e delle città saccheggiate in quella, dell'anno stesso; La presa e lamento di Roma e la Romae lamentatio; il Lamento d'Italia, del '27; il Lamento di Firenze, del '29; e via dicendo; chè nè io vorrei farvi nè voi tollerereste una bibliografia. Notevoli e qua e là curiosi documenti per la storia; ma di poesia non v'è lume quasi mai. Que' cantastorie popolari hanno anch'essi, come i loro confratelli più nobili, uno stampo, e tutto battono su quello; presentazione del personaggio che si duole, enumerazione de' beni che costui si godeva un tempo, enumerazione de' mali che l'opprimono ora: chè se invece di lamenti, fanno, come le chiamavano, canzonette o barzellette, datosi un ritornello di viva, viva! o di morte, morte! vi lavorano intorno le strofe di esaltazione o di minaccia, come dipanassero sopra un rocchetto un'arruffata matassa di rime. Se poi narrano, non pensano pur da lontano a rinfrescare i moduli consueti al vecchio poema cavalleresco: invocato Dio o la Vergine, o il santo della città, espresso l'argomento, tiran giù ottave su ottave in un racconto che non ha di poesia più che la veste del ritmo, ed è veste che va in brandelli. Non chiedete a quella povera gente che si guadagna il pane facendo da gazzettiere ambulante, come allora si usava, non chiedete immagini vive, non chiedete accenti commossi: quando vi abbiano dato due o tre paragoni con gli eroi più famosi del ciclo di Carlo o di Artù, quando vi abbiano schidionata una serie di ahi o di oh per otto o sedici versi che tutti comincino ad un modo, han toccato l'eccellenza dell'arte loro, l'estremo di lor possa. Per ciò se ci capita innanzi un rimatore quale, ad esempio, Baldassarre Olimpo, l'ingegnoso giovane da Sassoferrato, come lo dicevano, ben venga l'autore della Brunettina attribuita nientemeno che ad Angelo Poliziano, e di tanti arguti strambotti. Anche egli fa una litania di Piangi Italia, Piangi Genova, Piangi Brescia, e Prato, e Fabriano e Fermo, e più oltre; e dal volgo attinge, per compiacergli, più di quel che possa riuscire gradito a gusti meno incolti; ma almeno leva alto la voce e parla con efficace chiarezza:

Italia bella, oimè, chi te divora,

Chi t'assassina, o Dio! chi ti svergogna,

Chi ti disface e manda a la mal'ora?

Unitevi, signor, perchè bisogna,

E discacciate tutti i tramontani,

Che lascian sempre a voi danno e vergogna.

Pigliate i passi, i monti, i luoghi strani,

Fate di queste genti un carnerile,

Di lor empiendo valle e pozzi e piani.

Essi son allevati nel porcile,

E vengono a robbar in casa vostra

Dispreggiando l'Italia signorile.

Dove non è soltanto l'amore della patria, ma il ribrezzo, a così dire, dell'italiano ingentilito dal Rinascimento, per quei barbari che si eran fatti signori di casa sua e vi gozzovigliavano bestialmente.

III.

Questo ribrezzo, misto e accresciuto d'orrore, appare più manifesto a chi legga i racconti di Roma, la città nostra, la città santa, messa a ruba da' Tedeschi luterani e dagli Spagnuoli cristiani che fecero peggio di loro. Eppure le terzine della Romae lamentatio, le ottave della Presa e lamento di Roma, il Successo di Pasquino, che parlò allora sul serio, e gli altri componimenti di quella occasione, narrando, piangendo, invocando, non toccano l'animo: non mai poeta ebbe materia più pietosa di quella, e non fu mai meglio palese che la poesia delle cose non basta di per sè a far poesia d'arte, quando l'artefice non l'accolga nella mente sua, non la scaldi sì dà liquefarla in massa rovente e fumante, non la getti allora entro le forme pure dello stile e del metro, e poi non vi lavori attorno a polirla con l'opera paziente del martello e della lima. L'assalto alle mura, predetto da un predecessore di David Lazzaretti “uno di vilissima condizione del contado di Siena, d'età matura, di pelo rosso, nudo e macilento„, che a forza di profezie s'era fatto mettere in carcere; la morte del Borbone; l'irrompere de' Cesarei nel grido — Spagna Spagna, Impero Impero, ammazza, ammazza! —; il ripararsi tumultuoso del papa e de' cardinali in Castel Sant'Angelo; uno, più morto che vivo, cacciatovi dentro per una finestra, un altro tiratovi su con funi in un corbello; gl'incendii, il sacco, gli strazii per tutta la città; vivono anche oggi in qualche pagina del Cellini, del racconto di Luigi Guicciardini, in altre scritture di contemporanei, e fanno raccapricciare. La efferatezza umana, nella sede maggiore della religione di Cristo, cristiani contro cristiani, trionfò. Ma se dagli storici si passa a' poeti, per orrore che i casi abbiano in sè, è difficile non sorridere:

Fu ucciso un sacerdote, ahi gente rea!

Per non voler a un asino vestito

Dar l'ostia sacra che all'altare avea.

Un altro fraticel, ch'era fuggito,

Gli fur l'orecchie tronche e tronco il naso;

Poi fatto gli è mangiar caldo arrostito.

Ahi sorte rea, ahi sfortunato caso!

Soltanto il Berni e il Guidiccioni piansero Roma degnamente. Il Berni, che anche nella satira politica è miglior poeta che nelle buffonerie, sia che vituperi papa Adriano VI con tanta veemenza, sia che derida papa Clemente VII con tanta malizia, rammentò nel rifacimento dell'Orlando come “allo spagnolo, al tedesco furore, a quel d'Italia in preda Iddio la dette„; il Guidiccioni ne meditò con gravità accorata le vicende dal sommo imperio d'un tempo all'estremo della presente miseria:

Questa, che tanti secoli già stese

Sì lungi il braccio del felice impero,

Donna delle province, e di quel vero

Valor, che 'n cima d'alta gloria ascese,

Giace vil serva...............

Gli altri tutti riuscirono troppo inferiori all'impresa; e, certo, non cercheremo poesia, ma soltanto un gioco, che non ha il merito dell'arguzia e neppure quello della novità, nel Credo composto allora, intercalando le frasi del Credo latino, in terzine d'endecasillabi, a mo' di serventese. Dal Medio Evo in poi, le orazioni del popolo nostro furono cucinate a quel modo in tutte le salse; e il Pater noster, da che i Francesi calarono in Italia sulla fine del Quattrocento, a quando i Milanesi cacciarono nel 1848 gli Austriaci, seguì in sì fatte parafrasi tutti i nostri dolori:

Vègnino a casa nostra

Cum gran manaze

Che paren lupi rapaze,

Et ni mangiano

panem nostrum.

Se questa fosse anchora

Una volta in septimana,

Ne parerebe cosa vana.

Ma questo è

quotidianum!

Così ne' primi del Cinquecento si lagnavano i depredati dai Francesi; e un po' meglio in un'altra forma del genere stesso:

Quando lor vèneno in le terre nostre

Tanto pietosi et honesti se fano

Che pareno con soi officioli in mano

Santificetur.

Poi che in casa sono arrivati

Pareno orsi e leoni descadenati;

Biastemano como cani rinegati

Nomen tuum.

Poi subito comentiano a gridare:

“Baliate le claves del granare,

Et quella de la casa et del solare

Adveniat.

Fan poi de' nostri ben tal masaria,

Questa crudel et perfida genia,

Che in un giorno se consumaria

Regnum tuum.

Ma giova confortarci ripensando che, alla preghiera de' Veneziani nei primi decennii del Cinquecento:

Tutta l'Italia bella ha desipato

Questa gente crudel, acerba e dura:

Fa' che 'l tuo soccorso, o Dio increato,

Adveniat!

risponde quella italiana del 1848 esaudita:

Non ci lasciar cadere in tentazione

Ma rinforza in noi tutti e cuore e mente,

E vincerem nel dì della tenzone

Sicuramente:

Tu scampaci dal male e dai Tedeschi:

Deh salva l'infelice Lombardia

Dall'aulico consiglio e da Radetski,

E così sia.

I gerghi barbarici, di cui il Pater noster de' Lombardi ci ha dato un'eco, e che da Gian Giorgio Alione erano più per disteso rappresentati facendo parlare uno svizzero di quelli di Marignano:

My passer la montagne,

My mater Mont Cerviz,

My brusler la champagne,

My squarcer fior de liz,

My pigler San-Deniz,

My scacer Roy Francisque,

My voler jusqu'à Paris;

Tout spreke a la todisque;

questi gerghi, che anche qui in Firenze risonarono contro i Lanzi ne' canti carnascialeschi, si stringevano poi, Tedeschi e Spagnoli, intorno, alla città dove più pura suona la lingua d'Italia. Chi credesse di trovare nella poesia nostra, colta o incolta, un sospiro per la passione che Firenze sofferse, resterebbe deluso. Il Lamento di Fiorenza qual supplica la santità del papa ad unirsi con essa lei, con invocazione di tutte le potenze cristiane è una delle solite filastrocche d'invocazioni; e un altro poemetto, L'assedio di Fiorenza, non fa che spiegare in rima l'occasione per la quale si venne ai patti che lo seguono in prosa, con espresso rimando: “Come vedrete qui nei patti scritti.„ Se qualcuno disse alcun che di meno insulso, fu non in lode di Firenze eroica, sì in lode de' suoi conquistatori. E quando invece delle canzoni e dei capitoli d'arte pensata piacesse a noi ascoltare un umile popolano, un drappiere, Lorenzo de' Buonafedi, che pur dette un capitolo all'assedio, lo udiremmo lamentarsi soltanto del gran caro de' viveri e rallegrarsi che fosse cessato: è un pover uomo, costui, che, riflettendo alle paghe scroccate a danno del popolo, esclamava in versi: “Cosa da dargli un pugno in su quel muso!„; e non si peritava di confessare, quando furon chiesti ai cittadini gli ori e gli argenti “Io fui di quei che non v'andai altrimenti„, nè altro dell'assedio rammentò se non che in quella carestia “le veccie molle furno un buon boccone„.

E delli gatti non vo' ragionare;

E' topi, si toccava il ciel col dito.

Onde, ora che “d'ogni cosa per tutto, si trova — A tutte l'ore per ogni confino„ concludeva: “Viva il Settimo Clemente — Col nostro Duca ch'è di grande affare!„ Ma costui era un nemico de' Piagnoni: orbene, se si prenda L'assedio di Firenze, poema di Mambrino Roseo, che vi militò pe' Fiorentini, neppur là ci sarà dato trovare nulla che sorpassi una narrazione pedestre. Perfino la morte del Ferrucci vi è accennata senza un grido in cui si senta l'anima del poeta. Un grido di poesia nell'assedio vi fu; ma, gittandolo, Claudio Tolomei imprecò a Firenze ch'ei voleva distrutta, e così ne supplicava l'Orange:

Volta l'artiglieria tutta alla terra,

E fa' sentir le grida fin al cielo

Dell'uno e l'altro sesso insieme misto.

Cade Firenze, e il duca Alessandro la padroneggia con licenza ostentata: Lorenzino lo uccide ferocemente; e non manca Il pietoso lamento che fa in sè stesso Lorenzo Medici, maledicendo la colpa sua e volendo per forza riparare all'Inferno donde il diavolo lo respinge; e neppure manca Il lamento del duca Alessandro Medici, che dice addio, per filo e per segno, a tutti i parenti e gli amici, e a tutte le città e terre del suo bel ducato. Li daremmo tutt'e due volentieri que' capitoli, e più altri per giunta, in cambio della canzone che Biagio di Montluc, il forte campione di che la Francia soccorse Siena, attesta aver udito dalle gentildonne senesi in lode della patria sua, mentre lavoravano alle fortificazioni. “Vorrei per averlo e metterlo qui (scriveva poi ne' suoi Commentarii) poter dare il miglior cavallo ch'io mi abbia„; noi, con que' Lamenti, ce la caveremmo a troppo miglior patto! Un contadino di Monsummano, che sapeva comporre ottave, ma scriverle no, inveì contro la minacciata repubblica, quasi a dispetto che altri ne avesse cantata nel '26 la vittoria su' Fiorentini con versi tanto migliori de' suoi: La guerra di Camollia è uno, infatti, de' migliori componimenti narrativi di quel tempo. Ma il valore non bastò, nel '55, contro gli imperiali e i ducali:

Se mi volto al Pastor Santo

Non ne vorrà udir novella,

Tal che fo dirotto pianto

Giorno e notte meschinella;

D'altro già non si favella

Che di Siena in ogni luoco;

Ognun grida sangue e fuoco

Contra me disconsolata.

Sono Siena sconsolata.

Quello di Piero Stronzi fu l'ultimo sforzo della libertà italiana: gli esuli fiorentini e senesi si spensero o si assoggettarono; e mancò con loro non dirò il sentimento nazionale, che era allora soltanto in un'aspirazione vaga di pochi, più letteraria che politica, ma l'amore all'indipendenza repubblicana, sopravissuto in Firenze e in Siena con nobile tenacia. Ciò spiega perchè scarseggino le poesie, che sembrerebbero dover abbondare, di nostalgia, di disperazione, in chi ripensava la terra natale. Due soli sonetti possono essere raffrontati con quello bellissimo in cui un trecentista, Pietro de' Faitinelli, prometteva a sè stesso, se mai gli avvenisse rientrare nella sua Lucca, di baciarne gli uomini per le vie, di baciarne le mura, piangendo d'allegrezza; e sono, l'uno di Galeazzo da Tamia, che esclamava:

Oh felice colui che un breve e colto

Terren tra voi possiede e gode un rivo,

Un pomo, un antro!....

l'altro, di Luigi Alamanni che, dopo sei anni d'esilio, si affacciava dalle Alpi nevose all'Italia, per rivederla almeno.

Il fato d'Italia era nel '55 ormai compiuto. Quando Siena stava per cadere, uscì un quadro allegorico in cui una figura di donna piangente, l'Italia, scrittovi sopra Italia fui, è circondata dai simboli delle varie sue regioni, insidiate o afferrate dai “fieri Oltramontani„, galli francesi, orsi tedeschi, veltri spagnoli: sola Venezia, in alto del quadro, resta intatta. E l'augurio che già vedemmo espresso dall'Olivieri torna qui in mente, e se ne intende meglio il valore, come rispondente all'ammirazione degli Italiani oppressi, per chi sapeva difendersi. Tanto piacque quella stampa, che nel 1617 la riprodussero; e il padre Lancellotti, grande encomiatore dell'Hoggidì a dispetto di tutto e di tutti, se ne arrabbiava, affermando che i tempi erano anche in ciò, come in tutto il resto, mutati in meglio. Ma, a dir vero,

..... il Turco crudel che d'hora in hora

Per la discordia de' principi adopra

Sempre a mio danno et quasi mi divora,

di che l'Italia si era doluta nel '54, aveva continuato, anche dopo Lepanto, a minacciarla, e i fieri Oltramontani, o le fiere che fossero, a dilacerarla.

IV.

Ai veltri spagnoli, come a supplizio inevitabile, l'Italia dopo il 1555 si adattò rassegnata; e per un trentennio, finchè non cominciò a sperare in Carlo Emanuele I di Savoia, non chiese rimedio per sè, lo chiese per tutta la cristianità. Il sentimento patriottico, compresso e vilipeso, taceva; parve si ridestasse il sentimento religioso: se non che la paura del Turco aveva in ciò più parte della fede. Correvano le fuste barbaresche il Mediterraneo dall'un capo all'altro; le navi del Sultano, reputate invincibili, predavano i possedimenti veneziani in Oriente, gli spagnoli in Italia. I terrori privati crescevano forza ai sospetti e ai lutti pubblici; nel '58 Cornelia, sorella di Torquato Tasso, sposa novella, poco mancò non cadesse nelle mani de' Turchi, sbarcati improvvisamente a Sorrento; e Bernardo, sapendo di questo sbarco, tremava che la figlia bellissima non fosse riserbata “per lo presente del Turco„: due anni dopo, alle Gerbe, l'armata cristiana fu distrutta tutta quanta; passati a fil di spada o fatti schiavi i soldati delle galee che non vi perirono. Una lega possente appariva sempre più necessaria a frenar l'audacia de' Mussulmani: se Venezia ne soffriva politicamente più che gli altri stati cristiani, neppur essi potevano senza timore scorgere il rapido avanzarsi in Europa di sì tremendo nemico; le terre del littorale, nelle isole e nelle provincie meridionali, invocavano d'esser salvate; sul pontefice ricadeva dolorosamente quel flagello della cristianità. Flagello meritato davvero. Chi crederebbe, se la parola del pontefice stesso non ne facesse fede, che i Cristiani nel combattere i Turchi, facevano su' confratelli loro peggio che i Turchi? “Non sono mancati taluni (dovè ammonire Pio V con minacce di scomunica) tanto immemori della cristiana fratellanza che, assaltando le terre dei Turchi mostri nemici, han fatti schiavi pur i Cristiani di quelle parti, e spogliatili dei loro beni e sostanze li hanno incatenati nelle galee, messi al remo, ed anche imposto il taglione per il loro riscatto. Donde è seguito che i fedeli redenti col sangue di Gesù Cristo, i quali avevano con le loro orazioni e voti affrettata la venuta e la vittoria de' Cristiani, tali cose abbian avuto a patire dai Cristiani istessi loro fratelli e vincitori, quali appena dai Turchi aspettar si potevano.„

L'assedio di Malta (occasione anch'esso a rime narrative e liriche), la cattura delle navi de' Veneziani fatta da Selim sultano, e la domanda di lui che gli avessero senz'altro a cedere il regno di Cipro, precipitarono le cose; onde, auspice Pio V, si fece la lega tra Venezia, Spagna, il pontefice, aderendovi i cavalieri di Malta, il granduca di Toscana, Genova, Savoia; lega voluta dal sentimento pubblico cristiano, voluta anche, fino a un certo segno, dalla utilità comune, ma patteggiata con sospetti e con gherminelle, mantenuta soltanto per la bontà del pontefice e per la longanimità che il loro tornaconto consigliava ai Veneziani. Re Filippo, che li desiderava deboli, voleva più far mostra di aiutarli che aiutarli in effetto; ed essi, difendere i loro possedimenti più che la croce di Cristo. Nondimeno, stretta la lega, parve all'Europa cristiana che stesse finalmente per armarsi quella crociata che ecclesiastici e poeti non si erano mai stancati d'invocare, dal Medio Evo in poi, interpretando la coscienza religiosa e l'aspirazione all'ideale che viveva nelle moltitudini fin da quando si erano mosse alla liberazione di Gerusalemme, e vi avean fatto pellegrinare Carlo Magno, e poi liberarla col suo Orlando per forza d'armi, e avean confuso co' paladini Goffredo di Buglione, sì da narrare che per amore della sorella del re pagano si fosse travestito e introdottosi nella corte di lei. Ma anche nelle forme più consuete che prese fra i popoli neolatini la leggenda di Carlo Magno, che altro erano quelle sue guerre contro i Saracini se non una grande e vittoriosa crociata occidentale? Quando si consideri da questo lato la storia del nostro poema romanzesco, si vedrà facilmente, per una ragione di più, come a torto i teorici lo volessero distinto dall'epico propriamente detto: il Boiardo e l'Ariosto non interpretarono meno del Tasso il sentimento nazionale e cristiano; tanto più, perchè essi scrivevano nelle memorie recenti delle guerre contro i Mussulmani di Spagna. Fattisi minacciosi i Mussulmani di Costantinopoli, e venuta la guerra ad Oriente, fu meglio opportuno allora che la Gerusalemme liberata rammentasse le imprese già combattute gloriosamente colà. Del resto, anche l'Ariosto che chiedeva ai re di Francia e Spagna:

Se Cristianissimi esser voi volete

E voi altri Cattolici nomati,

Perchè di Cristo gli uomini uccidete?

Perchè de' beni lor son dispogliati?

accennava loro ad Oriente più giusta occasione di adoprare l'armi:

Perchè Gerusalem non riavete,

Che tolto è stato a voi da rinnegati?

Perchè Costantinopoli e del mondo

La miglior parte occupa il Turco immondo?

Sì che anche innanzi venisse in mente al Muzio di cantare in un poema italiano la liberazione di Gerusalemme, e il Bargeo la cantasse in un poema latino, gli incitamenti ad una crociata orientale erano divenuti uno de' luoghi comuni della poesia nostra; e come l'autore del rozzo Mambriano aveva sperato che vi si mettesse un nuovo Carlo, Carlo VIII, così da Carlo V la invocava Danese Cattaneo, e da Luigi d'Este, per quando fosse divenuto pontefice, il Tasso giovinetto. Il quale, studente a Padova, si compiaceva nel Rinaldo descrivere il campo di Carlo Magno e raffrontarlo con le corti e i campi del tempo suo, per concludere:

Che meraviglia è poi se 'l rio serpente

Sotto cui Grecia omai languendo muore,

Orgoglioso minaccia a l'Occidente

E par che 'l prema già, che già il divore?

Ma dove or fuor di strada inutilmente

Mi torcon giusto sdegno, aspro dolore?

Dove, amor e pietà, mi trasportate?

Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.

La promessa da lui fatta nel '62 al cardinale, di celebrarlo liberatore del Sepolcro di Cristo, riapparve nella Liberata per Alfonso

..... s'egli avverrà ch'in pace

Il buon popol di Cristo unqua si veda,

E con navi e cavalli al fero Trace

Cerchi ritôr la grande ingiusta preda;

scomparve dagli augurii della Conquistata al cardinale Aldobrandini. Ormai la battaglia di Lepanto aveva mostrato la potenza delle forze cristiane unite, ma anche la impossibilità del tenerle unite.

Non si erano ancora raccolte tutte le navi della Lega, che già i collegati tentavano l'uno il danno dell'altro con insidie diplomatiche, e si azzuffavano per le vie di Napoli con le armi. Or mentre s'indugiano essi in tal modo, Famagosta cade nelle mani de' Turchi, e Marcantonio Bragadino, dopo tormenti di più giorni, v'è scorticato vivo. Vanamente il Papa aveva pianto quando gli era toccato vedere con gli occhi proprii quali fossero gli animi ch'egli voleva concordi; le gelosie di Spagna contro Venezia, le puerili questioni di precedenza tra Malta e Savoia, l'invidia di Giannandrea Doria per Marcantonio Colonna, troppe altre passioni attraversano l'impresa. Indettato secretamente da re Filippo, il capo dell'armata, Don Giovanni d'Austria, per animoso che fosse e desideroso di gloria, cercava piuttosto lasciar indebolire Venezia che debellare quei che la indebolivano: onde consulte che duravano ore: “che io premetto a Vostra Signoria illustrissima (scriveva il Colonna a un cardinale) che da che si comincia a consultare, può un'armata nemica far duecento miglia.„ Peggio; chè Don Giovanni, una volta che si poteva cogliere insieme all'improvviso e sull'àncore tutta quanta l'armata turchesca, non volle, e fingendo fosse errore notturno de' timonieri, navigò e fe' navigare deviando dal nemico! E questo accadde dopo Lepanto, quando cioè un'altra vittoria avrebbe facilmente confermati all'Europa i frutti, non voluti cogliere subito, di quella grande giornata.

Quanta poesia sfolgora dai fatti del 7 ottobre 1571! Ma non la cerchiamo, per carità, ne' poemi epici che si sforzarono riverberarla; nel frammento che ci è rimasto della Vittoria Navale del Cattaneo, nella Cristiana Vittoria marittima di Francesco Bolognetti, nell'Austria di Ferrante Caraffa, nella Vittoria Navale di Francesco di Terranova, nella Vittoria Navale di Guidobaldo Benamati, nella Vittoria Navale di Ottavio Tronsarelli, e neppure negli episodii o accenni che ne trassero, con vani artificii, Curzio Gonzaga pel suo Fidamante, Girolamo Garopoli pel suo Carlo Magno, e, maggiore di tutti perchè poeta vero, Alonzo Ercilla, l'epico di Spagna, per La Araucana. Avvezzo come sono da più anni a farmi un diletto della noia degli studî eruditi, in fe' mia, signori, non ci ho retto; e potete fidarvi a me quando v'affermo che i poeti epici di Lepanto sono uno peggiore dell'altro. Valgono meglio i lirici? Ne ho numerati novantotto in latino, non computando trentacinque componimenti anonimi; e molti han più d'una poesia: de' verseggiatori italiani vi sono tre copiose raccolte a stampa, uscite tutt'e tre a Venezia nel 1572, e, non è molto, fu indicata un'altra miscellanea che ne offre a sè sola trentanove certi, ventidue anonimi, sei pseudonimi, e due poetesse per giunta. Altri non tarderanno a venir fuori: troppa grazia. Nè epici nè lirici (parrebbe impossibile, se non avessimo sott'occhio l'esempio de' giorni nostri, che pur furono così ricchi di elementi poetici nelle imprese del Risorgimento, e sì miseri poeti hanno dato a cantarle) nè epici nè lirici, in tanti che vi si misero, trasformarono in poesia di parole la poesia de' fatti. Il migliore tra quegli epici italiani è forse il Benamati; eppure non seppe trovar meglio che narrare, a proposito della battaglia, in ventinove libri, gli amori d'una donzella che va travestita da uomo a cercare tra le armi la morte per punirsi dell'avere ucciso, com'ella crede, l'amante suo: la battaglia è verseggiata negli ultimi tre: nè, secondo i moduli d'allora, manca l'arrivo dell'armata cristiana, per una diabolica tempesta, sulle spiaggie dove fioriscono i giardini di Venere. Il migliore tra quei lirici si direbbe dovesse essere Torquato Tasso; eppure nelle poche sue rime che più o meno direttamente accennano a Lepanto, ei riuscì, non che inferiore a sè stesso, inferiore ad altri. Insomma verseggiatori molti, troppi; poeti neppur uno. Anche qui chi volesse rivivere il fatto, non si volga a loro, sì agli storici contemporanei.

V.

Venivano la mattina del 7 ottobre 1751 per le placide acque di Lepanto a mischiarsi e urtarsi duegentotredici navi cristiane, da un lato, duegentottanta navi turche dall'altro: v'eran sopra ottantamila cristiani, ottantottomila turchi. “Venendo ad incontrarsi (scrive il Diedo) amendue l'armate sì spaventevoli, gli elmi lucidi e i corsaletti dei nostri, gli scudi d'acciaio come specchi, e l'altre arme lucenti, percosse da' raggi solari, che insieme con le spade nude forbite, allora tratte ad arte, e a studio vibrate, ripercotevano assai lontano nel viso di questo e di quello; non meno minacciavano i nimici, nè arrecavano loro minor paura, che arrecasse a' nostri maraviglia e diletto l'oro di tanti fanò e bandiere, molto risplendenti e riguardevoli assai per la varietà di mille vaghi e bei colori.„ Ed ecco un colpo di cannone dalla capitana de' Turchi; è il segno della sfida a Don Giovanni d'Austria e alla Lega; la capitana nostra risponde. E allora dagli alberi delle galee cristiane scendono le bandiere dei principi, e si alza, unico vessillo, su quella di Don Giovanni, il grande stendardo benedetto dal Papa pel giorno della battaglia; in campo di seta cremisina Cristo crocifisso: e comincia sulle galee, inginocchiandosi tutti, la confessione generale fatta da' cappuccini che assolvono sommariamente schiera per schiera, e taluno di que' padri arrampicarsi ne' cordami e cominciare di là conforti e incoramenti che proseguirono nel folto della mischia bociati di tra le palle fischianti a quelli che, sul ponte invaso dal nemico e più volte sbrattato a colpi di archibugio e di picche, combattevano ferocemente. Perchè ormai, arrancando di tutta lena sotto le sferzate continue degli aguzzini, gli schiavi han sospinte le navi innanzi innanzi, senza saper dove, aspettandosi di secondo in secondo l'urto orrendo nell'avversario, e forse l'ondata che irrompe dal fianco squarciato sottocoperta, e soffoca in bocca l'urlo della disperazione, e travolge giù nell'abisso.

Don Giovanni, quando ha visto che la battaglia non si può più evitare come le istruzioni secrete di Filippo I gli raccomandavano, dà libero sfogo all'impeto giovenile: si poteva finalmente menar le mani! e sulla piazza d'arme della sua galea balla sfrenatamente con due cavalieri una gagliarda. Le galeazze piantate innanzi all'armata cristiana come antemurali cannoneggiano lo sciame mussulmano che le avvolge e le oltrepassa: ormai il cozzo è di tutti contro tutti: i legni si aggrappano l'uno all'altro, e se ne forma come una spianata su cui passano e ripassano confusamente vincitori e inseguiti; e i ridotti barricati vomitan fuoco, piove fuoco dagli alberi. Fu attorno alla reale sì folta la mischia che i tanti alti turbanti, narra qui il Diedo, parevano un turbante solo. Agostino Barbarigo, che per farsi meglio sentire aveva gittata la rotella con cui si copriva il volto, e a chi ne lo rimproverava, rispose: “Meglio esser ferito che non esser udito!„, colto da una freccia in un occhio, cade; ma si rialza, dà comandi ancora; e poi scende nella cabina, da sè stesso si strappa il ferro dall'occhio, ringrazia Dio e muore. Un cappuccino, a veder que' be' colpi non regge; si arma di un roncone, e spaventando i nemici non men con quello che con l'aspetto feroce (tra il cappuccio e la barba lunga dovean luccicargli gli occhi come carboni) sette ne sconcia e fa che altri si buttino in mare. A tanto furore si giunse e così cieco, che in una galea turchesca, mancando ormai ogni munizione di guerra, diedero di piglio perfino a' cedri e agli aranci de' quali avevano gran copia, e cercavano con quelli offendere i nostri; “alcuni de' quali per beffa e per ischerno, rimandavano contro loro detti cedri e aranci: ed era venuto a tanto in molti luoghi verso il fin del conflitto quella zuffa, che il vederla era anzi cosa da ridere che no.„

In sei ore la potenza del Sultano sul mare fu distrutta; ventimila de' suoi periti, cinquemila fatti prigioni; dodicimila cristiani liberati; morti de' nostri tremila, e perdute diciassette galere, ma centosette del nemico. Ed ecco salire sulla capitana di Don Giovanni l'ammiraglio di Venezia, il vecchio Sebastiano Venier, che era con lui da più tempo in aspra contesa, e il giovane precipitarglisi fra le braccia; ecco presentarsi il grave Marc'Antonio Colonna, e tutti e tre baciarsi in fronte. Non vo' togliervi il piacere che ha dato a me una frase del Guglielmotti, storico eloquente di quella giornata: “Il viril romano, il giovanetto spagnuolo, e il vecchio veneziano, espressero con quel bacio la letizia di tutte le età.„ Insieme si recarono il giorno dopo a rivedere il campo della battaglia che pur da lontano si scorgeva per l'acqua stranamente colorata, dove ardevano due galere abbandonate, e le onde trabalzavano rottami e cadaveri, sospingendoli alla spiaggia. Quivi per lungo tratto non si vedevano che teste rase di Turchi.

VI.