DALLA PACE DI CASTEL CAMBRESE A QUELLA DEI PIRENEI
(1559-1659)

CONFERENZA
DI
Guido Falorsi

I.

Posciachè nella giostra, indarno deprecata da Caterina de' Medici, giacque, per l'asta infelice del Montgomery, Enrico II, lasciando a un adolescente infermiccio, e dopo questo a fanciulli fracidi di corpo e di spirito, il gran pondo della corona di Francia; gli effetti delle battaglie di San Quintino, e di Gravelines, mal contrappesati dal racquisto di Calais, parvero farsi di due cotanti più gravi, e stendersi più tetra e gigantesca che mai sulla pavida Europa l'ombra di Filippo II.

Egli allora sembrava attingere a un fastigio di grandezza, da gareggiare con quella dell'Impero romano ne' suoi giorni migliori; e superarla per taluni rispetti.

Sua la Spagna, tuttavia fremente nell'orgoglio delle recenti vittorie; suoi, pressochè per intiero, gli Stati, colla ricchezza e floridezza de' quali i Duchi di Borgogna s'erano avvisati di far fronte insieme e alla Monarchia francese e all'Impero germanico; suoi i Regni, prosperosi sino a que' giorni, di Napoli, Sicilia, Sardegna; e la pingue Lombardia; e i porti della Toscana, freno alle velleità Papali o Medicee; suoi i galeoni che„ carichi d'oro, gl'inviavano dagl'immensi possedimenti d'America i Vicerè senza scrupoli e senza ritegno; legato a lui dalla tema del particolarismo tedesco, della Riforma, de' Turchi, l'Impero germanico, colle austriache dipendenze d'Ungheria e Transilvania; stretto a lui dall'intento di ricuperare nell'unità della Fede il dominio delle coscienze, o di vietare almeno ulteriori conquiste ai Riformati, il Papato; vicino a cadergli in grembo, colle amplissime colonie d'America, d'Asia, d'Affrica, il Portogallo; dedita a lui, contro le ambizioni Savojarde e Francesi, Genova; poco meno che vassalli suoi Savoja, Farnesi, Medici; tenuta in briglia dalla minaccia turca la stessa Venezia; devoto a lui un partito in Francia, e sino in Inghilterra. La Monarchia Universale, di cui le due Diete d'Augusta (1550 e 1555), tenendo ferme le ragioni di Ferdinando I alla Corona imperiale, avevano sfatato il sogno, poteva parere anco una volta a Filippo una meta, che, volendo saldamente, e sapendo, sarebbesi pur conseguita.

Nè il volere gli faceva difetto; cupo insieme ed ardente, impetuoso e meditato; se gli facesse difetto il sapere, nella scelta e nell'uso dei mezzi, o se gli ostacoli fossero tali da non superarsi con forza ed arti maggiori di quelle adoperatevi da Filippo, mal potrebbesi dire di primo tratto; ma chi rimediti altri periodi storici, che con questo hanno più prossime analogie, s'accorgerà che la tradizione della Torre di Nimrud si perpetua, rinnovellata, per le intrinseche leggi, ond'è governato l'universo delle Nazioni.

Per quel ch'è di Filippo, nell'anima, alta no, ma vasta, egli accolse il disegno di dominazione tanto ampia ed intiera in ogni sua parte, quanto altra mai ne potè esser concepita da umana superbia e temerità. Dominare su tutti, dominare in tutto; penetrare gli arcani delle volontà; e a quelle dettar legge, e al pensiero, frugato con assidua scaltrezza ne' suoi recessi profondi; sradicare dall'anime, esterrefatte al bagliore de' roghi e al luccicare delle mannaie, sin la facoltà di creder possibile la ribellione; far parere norma alle coscienze, nell'ordine civile come nel religioso, la coscienza dell'Imperante; premio la sua approvazione; Ministri, Familiari adoperare come strumenti passivi, e, alla minima renitenza, annientarli coll'esilio, col veleno, col ferro; questa la visione che, nel delirio della sua oltrepotenza, vagheggiò e potè per un istante imaginarsi d'avere incarnata; questa la Torre babelica, che credette d'avere inalzata pei secoli lo sconoscente figliuolo di Carlo V.

Se il biblico “transivi, et ecce non erat„ ha trovato mai, per le meste profondità della Storia, una luminosa esemplificazione, ella è questa.

“E voi pensate

fa dire lo Schiller al suo marchese di Posa (nel Don Carlos)

“E voi pensate,

Seminando la morte e la sventura,

Piantar per gli anni eterni? Oltre lo spirto

Dell'artefice suo la vïolenta

Opra non vive!„

Filippo potè vedere cogli occhi proprî i primi vacillamenti ed i crolli dell'edificio, ch'egli aveva reputato imperituro; cogli occhi proprî, facendo accortamente buon viso a cattiva fortuna, vide rientrare ne' porti spagnuoli i miserabili avanzi dell'Armada, ch'erasi predicata invincibile; dovette egli, che aveva steso allo scettro di Francia, caduto, e non senza sua colpa, nel fango e nel sangue, l'artiglio rapace; e s'era lusingato d'avere almeno a porlo nella mano della figlia prediletta, d'un genero, alla peggio in quella d'un usurpatore per necessità legato a lui; dovette egli segnare la pace di Vervins, che quello scettro fermava in pugno al Monarca più odioso a lui dopo la Tudor, e contro al quale aveva scatenato tante ire e papali e granducali e duchesche. E morendo poco appresso, dovè portarsene nel paventato oltretomba il presentimento che, allettate invano colle tarde promesse d'una fallace e malsicura autonomia, le Fiandre erano sfuggite per sempre alla signoria degli Habsburgo.

L'orgoglio forse gli fece velo ad intendere e pesar tutti i danni di quella Spagna, che Carlo V gli aveva trasmesso in parvenze così floride. Non misurò il vuoto, che la migrazione de' più audaci, e intraprendenti a cercar repentine fortune in America lasciava nelle campagne, con ruina, irreparata sin qui, della pastorizia e della agricoltura; non quello lasciato da' Mori, traenti seco nella loro fuga al Marocco la industria delle pelli e delle armi; o da' Protestanti, che all'ospitale Inghilterra portavano, migliorata nel trapiantarsi, la industria de' tessuti; non lo svilimento de' metalli preziosi, che recati in copia, madidi di sangue e di lacrime, dal Nuovo Mondo, mal bastavano a comprar fuori i prodotti un tempo dalla Spagna esportati; nè capì, pago a noverare i monasteri e le chiese, a misurare gli amplissimi latifondi ecclesiastici, quanto la sua ipocrisia feroce aveva nuociuto alla nobile indole degli Spagnuoli; quante calunnie e quanto odio aveva accumulato su quella Fede, cui toccò, fra le altre, la sventura d'esser professata e protetta da lui.

II.

Colla morte di Filippo II, e coll'avvento d'Enrico IV in Francia, pare d'un tratto che un incubo letale siasi tolto di sul cuore all'Europa, e che, alleggeritane, l'Umanità si avvii più spedita a' suoi migliori destini.

Se il gran disegno avesse proprio toccato la perfezione di quella Repubblica Cristiana che, benedicente, o almeno annuente il Papa, sarebbesi, per le armi d'Enrico vittoriose su' due rami d'Habsburgo, formata confederando, con leggi certe e pacificatrici, Germania, Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Spagna, Francia, Regno di Lombardia, Venezia, Stato Pontificio con Napoli, Repubblica italiana comprendente Toscana, Genova, Lucca, Parma, Mantova, Modena (federazione di federazioni), non potrebbesi con piena sicurezza affermare, quanto a' particolari; ma del concetto, in genere, fanno fede molte testimonianze contemporanee, pubblicate e diligentemente illustrate in tempi prossimi a' nostri. Ad Enrico IV, dunque, che certo non aveva letto il De Monarchia di Dante, spetta l'onore d'avere ammodernato e tratto quasi dal campo delle remote speranze in quello della politica pratica quel concetto degli Stati uniti d'Europa, cui sospirava il grande Poeta sociologo, ed a cui, mutato l'estrinseco, intendono, fra tanto clangore d'armi, e mentre echeggia ancora in Europa l'urlo di codarde stragi impunite, non pochi nobili cuori, fatti pensosi de' moltissimi, cui il luccichìo delle parate militari costa lacrime e stenti diuturni.

Ma i destini d'Europa e del mondo civile non erano, e di gran lunga, ancora maturi.

“La sacra vita

Del quarto Arrigo un empio spense;„[1]

e, istigatrici o no ch'esse fossero del Ravaillac, le due case Austriache esultarono

“Quando l'Eroe nel lacrimato avello

Portò i fati d'Europa e le speranze.„

Una nuova minorità, una nuova Reggenza, ben più fiacca, per sè, e misera che non quella di Caterina, incombevano per anni alla Francia. La sospettosa turbolenza de' Calvinisti, dalle fortezze che la Pace di Saint-Germain en Laye aveva loro concesse, e l'Editto di Nantes confermate; la insolenza feudale, che dalle contese religiose traeva in vario senso pretesti, minacciavano anco una volta disfar l'opera d'Enrico, e de' suoi ministri. La Francia stava per essere riaperta a' nemici d'oltre Reno e d'oltre Pirenei; e mentre in Germania, contro le rideste e cresciute ambizioni di Casa Austro-tedesca, Riformati, Danesi, Svedesi, avrebbero fatto di sè una prova, che il rabbassamento della Francia rendeva dubitosa assai, pareva che sull'Italia misera avesse ad estendersi ed aggravarsi la dominazione spagnuola, tanto più ladra, indecorosa e corruttrice, quanto più fiacca e guasta e bisognosa s'era fatta la Potenza dominatrice; quanto più insolentemente arbitrarî i Ministri e Rappresentanti di lei.

La spietata energia esercitata dal Richelieu all'interno della Francia, con intenti altamente patriottici, ma con mezzi informati più assai al desiderio di toccar presto la meta, che ad una scrupolosa moralità; — il conflitto che, con meno d'impeto e più di scaltrezza, il Mazarino sostenne, durante una terza Reggenza, non co' Calvinisti, che non facevano ormai più Stato nello Stato, ma colla Nobiltà riottosa, sognante il racquisto de' vetusti privilegi mercè la mutazione del ramo dinastico; la sua resistenza allo fugaci velleità della Magistratura, aspirante a trapiantare in Francia le libertà riaffermate testè dall'Inghilterra; ripararono a' pericoli delle due Reggenze, alla pochezza dello sbiadito Luigi XIII, e serbarono alle armi di Francia, nella guerra di Valtellina, in quella del Monferrato, nell'ultimo periodo dei Trenta anni, una efficacia preponderante.

La politica e le armi di Francia ebbero, la mercè del Richelieu e del Mazarino, una parte segnalata ad assicurare colla pace di Westfalia l'indipendenza olandese, a salvare dal temuto assorbimento austriaco le autonomie germaniche, a guarentire da violenze liberticide la coscienza religiosa dei Riformati; come già l'avevano avuta a vietare che l'acquisto della Valtellina stabilisse fra gli Stati Austro-tedeschi e la Lombardia spagnuola una continuità di territorî, minacciosa a Venezia e a' Grigioni, pericolosa a Savoja. Ma quando poi, salvati in Westfalia quelli ch'erano, dal suo punto di vista, i più vitali interessi d'Europa, il Mazarino proseguì, dal 1648 al 1659, in un interesse esclusivamente francese, la guerra colla Spagna, e trasse Filippo IV alla Pace de' Pirenei, egli apparecchiava all'Europa tutta minaccie e pericoli di poco minori da quelli, che la oltrepotenza ed oltracotanza spagnuola le avevano fatto correre.

Perduta l'Olanda; in procinto di perdere il Portogallo, che gli Olandesi avevano intanto spogliato delle sue migliori Colonie; co' suoi Vicereami d'Italia esausti da una amministrazione ignorante, rapace, e impotente nonchè a fare, a voler pure il bene; ridotta a un'ombra di quella marina con cui aveva, obtorto collo, contribuito alla gloriosa vittoria di Lepanto, e acquistato per troppo breve tempo la signoria di Tunisi; umiliata dalla pochezza di cui fece prova nella prima guerra Monferrina contro Carlo Emanuele la Monarchia spagnuola non era tale, che i piccoli Dinasti italiani osassero assalirla scopertamente; ma bene era impotente a vietare ai piccoli Dinasti italiani una politica disforme dalla sua. La smisurata mole, precipitata da una fervida virilità ad una senilità repentina, occupava tuttavia grande spazio di suolo; ma su quello, più assai che non vi sorgesse, giaceva, inerte, incresciosa a se stessa.

Mentre la Spagna precipitava, dall'altro pendio de' Pirenei, tratta dagli aviti castelli a Versailles e fatta cortigiana la già ribellante nobiltà; facendole, colla gloria militare, col fasto, col buon gusto, colle eleganti frivolezze dimenticare la licenza d'un tempo; colla sapiente e feconda operosità giustificando quasi l'oblio di quello che delle antiche libertà rimaneva alla Francia; due Ministri di primo ordine, e una plejade d'altri minori disciplinavano, incameravano alla Monarchia, senza fiaccarle o umiliarle, le mirabili energie della Nazione. Così, di fronte a quel povero Carlo II, decrepito dall'infanzia; di fronte a que' vacillanti Stuardi, che, per reggersi compravano a prezzo de' veri interessi inglesi la sua protezione, le sue munificenze; Luigi XIV, raccolto personalmente dalle mani del morente Mazarino il potere, poteva slanciarsi per la sua via, avido di gloria, di autorità assoluta in patria, di incontrastato predominio in Europa; tanto simigliante a Filippo II, quanto la viva genialità francese glielo consentiva; unendo all'ingegno politico di Filippo II il coraggio militare, che allo Spagnuolo, cosa singolare in tal famiglia, in tal gente! mancò.

III.

Tra i primordi di Filippo II e quelli del potere personale di Luigi XIV corre un secolo stipato d'avvenimenti per modo, che il solo enumerarli chiederebbe troppo più tempo, di quanto possa dall'altrui pazienza concedermisi. Nè s'intende qui di quelle vicende della Filosofia, delle Scienze, dell'Arte, della pubblica Economia, che hanno co' fatti più propriamente politici, un alterno perpetuo vincolo di cagioni e di effetti; ma di soli gli eventi politici, i quali per altro, hanno tutti, in questo periodo, uno strettissimo legame colla dissidenza religiosa, suscitata dalla Riforma, ch'è di ciascun d'essi cagione, occasione, pretesto. L'Europa tutta, nel sistema politico della quale incominciano ora ad entrare, per effetto appunto della contesa religiosa, Danimarca, Svezia, Polonia, è divisa in due campi; nell'un de' quali stanno i Dissidenti e coloro che, avendo per nemici i nemici loro, se ne fanno alleati; nell'altro quelli, che o convincimento religioso o interesse politico induce a mostrarsi teneri della unità cattolica. Senonchè tal Potentato che cerca fuori l'alleanza de' Dissidenti, in casa sua li perseguita come ribelli; tale altro, che perseguita i Cattolici come ribelli, si procura fuori l'alleanza d'uno Stato cattolico; perchè, non libertà si vuole da Cattolici o da Dissidenti; ma esclusiva preponderanza della Confessione propria, oppressione dell'altrui entro i confini del proprio Stato.

Ond'è che, animati Principi e Popoli, Governanti e Ribelli, dal più eccitabile e comprensivo degli umani affetti, convinti di non aver via di mezzo fra l'opprimere e l'essere oppressi, vengono al conflitto con tutto il furore e tutte le forze loro; si valgono talora senza scrupolo di tutti i mezzi, per quanto condannati dalla Fede medesima che professano; perchè, con inumano sofisma, fingono a sè stessi posto fuori della Legge, che fanno procedere da essa Fede, chi da quella Fede o da quella Legge dissenta; poi, alterati i criterî, trattano in ugual modo l'avversario religioso e quello puramente politico, l'avversario politico ed il nemico personale. Di qui le congiure, in quel secolo sì frequenti, non meno contro gl'individui rivestiti di pubblici ufficî, che contro Repubbliche e Principati; di qui le giustizie, che malamente esercitate prendono aspetto di vendette; e le vendette, che usurpano le forme e la solennità della Giustizia; guerre condotte da briganti; brigantaggi che assumono importanza ed ampiezza di guerre vere e proprie; e ceppi, e roghi, e mannaie, che tutto improntano il secolo di una efferata tragicità.

IV.

Nemmeno le declamazioni volgarmente rettoriche di Liberi pensatori da strapazzo valsero a scemare l'orrore e il ribrezzo di quegli auto-da-fè, ne' quali la sinistra fantasia di Filippo e de' suoi toccò, colla squisitezza de' tormenti e colla scenica atrocità dell'apparato, per così dire, il sublime della ferocia. “La coscienza umana, esclama uno scrittore cattolico francese, non se ne consolerà mai!„ Ma col suo Sovrano che, in pericolo d'affogare, faceva voto al Dio delle misericordie,, se lo avesse tratto salvo al lido di Spagna, d'immolargli il più splendido auto-da-fè che avesse fino a que' giorni fatto fremere le viscere della Umanità, ardisce contendere in efferatezza il suo Duca d'Alba; il quale, spedito nelle Fiandre ribelli,

.... il general perdono,

Tutti escludendo, ai Batavi bandisce,[2]

e dal suo “Tribunale di sangue„ manda in pochi mesi al patibolo 17 000 vittime, costringendo all'eroismo della disperazione e inalzando alla grandezza di un'epica perduranza e di favolosi combattimenti quel gueux, che nel principio s'erano mostrati sì cautelosi, e preoccupati delle loro comodità ed interessi. Dicono che quando su due pali ferrati vide infisse le teste dei Conti di Egmont e di Hornes, già fidi e cari amici di Carlo V, copertisi di gloria per Filippo II a San Quintino ed a Gravelines, anco il Duca, nel lutto universale, piangesse; ma le lacrime non gli vietarono di proseguire implacato la mostruosa opera sua; sinchè, più che il grido d'Europa, più che la voce della coscienza, la manifesta inefficacia di cotali mezzi non ebbe indotto Filippo a sostituirgli il Requesens, che all'aperta brutalità faceva seguire ipocrita e ormai non creduta dolcezza.

La Parte cattolica che, aggredita, reagì prima; che, cullatasi nella fiducia ormai più volte secolare di un incontrastato dominio, rimbalzò con tutte le energie della stupore, del terrore, della indignazione, contro chi veniva a sturbarnela; che, nella difesa delle proprie dottrine e in quella, pur troppo non meno acre, dei proprî interessi temporali, procedette con tanto più inesorata, energia, quanto più era convinta di provvedere per tal modo alla salute eterna di que' medesimi, a' quali faceva fronte, la Parte cattolica, dico, porta in generale la maggiore, anzi presso i più, l'unica odiosità di quelle scene di sangue. Cattolico, io deploro, più che non possa qualsiasi Libero pensatore, che il Cattolicesimo abbia stimato potersi e doversi difendere nel modo, in che s'avvisarono di difenderlo Filippo, il Granuela, il Duca d'Alba, e altrettali; deploro che allora (come oggi, del resto) tanta scoria terrena si mescolasse allo zelo di certi difensori ed apologisti; ma, nel vero, i Cattolici, maggioranza numerica ed aggrediti, fecero quello che, dov'erano maggioranza, facevano i Dissidenti aggressori.

Il rogo, sul quale Calvino fece ardere Michele Servet, può parere poca cosa (al Servet non pareva certo) di fronte alle migliaia accesine dall'Inquisizione; ma Scrittori protestanti deplorano quel pazzo furore iconoclasta, che, indarno contrastato dallo stesso Principe d'Orange, sino dal principio della sollevazione spinse alla devastazione delle chiese cattoliche e al sangue i Calvinisti fiamminghi. Alla Dieta di Spira si era dovuto espressamente sancire che, ne' paesi ove dominava il Protestantesimo (ove cioè era Protestante il Capo dello Stato, qual che si fosse poi la credenza dell'universale o della maggioranza), non si vietasse da loro la Messa a' Cattolici. Alla Dieta di Augusta, dove Ferdinando I d'Habsburgo si dimostrò il più sincero amatore di pace, e fautore di reciproca tolleranza (o che così sentisse, o che così gli dettassero la tema de' Turchi e la brama di ricuperar l'Ungheria), i Protestanti non si mostrarono meno acri a oppugnare che i Cattolici a sostenere il Riservato ecclesiastico, vietante il passaggio de' beni ecclesiastici dalla Confessione cattolica alla dissidente, per mutata Fede del titolare. Nella stessa Dieta i Luterani non furono men fermi de' Cattolici a escludere dalla pacificazione religiosa i Calvinisti, i Sacramentarî, gli Anabattisti odiatissimi, gli Utraquisti di Boemia. Ferdinando adoperavasi bensì a fermare il principio che, negli Stati ecclesiastici dell'Impero, officialmente cattolici, fosse guarentita contro le persecuzioni del Principe la coscienza dei Dissidenti, che potevano anco divenir maggioranza o quasi totalità; ma i Casisti sì dell'una che dell'altra parte, i quali, secondo l'espressione d'un nostro Cronista, “cominciarono a interpretare„ si trovarono, d'accordo, beati loro! Cattolici e Dissidenti, su questo unico punto: che a' professanti Fede diversa da quella del proprio Sovrano restasse la invidiabile libertà di vendere i proprî beni, ed andarsene altrove. Le persecuzioni d'Elisabetta contro i Cattolici inglesi eran tali, che Filippo II osò raccomandarle maggior tolleranza. Non è detto se proponesse ad esempio sè stesso!

E per un pezzo e in più luoghi ad un tempo si proseguiva collo stesso sistema, e co' criterî medesimi. Pel trionfo de' suoi Indipendenti il Cromwell percuoteva di colpi non meno aspri i Cavalieri aristocratici, che i Livellatori ultra democratici; ma, più che questi, desolava con sistematiche devastazioni la cattolica Irlanda, le cui miserie datano dal Governo di questo alleato del Re Cristianissimo. In Svezia Erick XIV perseguitava i Cattolici; a Mosca Ivan IV concedeva bensì la erezione di un tempio Calvinista e d'uno Luterano, ma il furor popolare imponevasi anco al terribile, che doveva farli trasferire a due verste fuor di Città; le Carte costitutive di quelle colonie nord-americane, nelle quali i Dissidenti inglesi si rifuggivano dalla tirannide dello Stato, e della sua Chiesa officiale (established Church), consacravano solennemente la più esclusiva intolleranza religiosa.

V'era in Europa, dopo la pacificazione d'Augusta, una Confessione di più; che i Principi potevano abbracciare senza esser messi al bando dell'Impero, al bando del Diritto pubblico; ma che poi un Suddito potesse professare altra Fede da quella del suo Sovrano senza farsi ribelle, non si voleva ammettere; i diritti della coscienza religiosa individua di fronte allo Stato, la incompetenza della Società civile a conoscere in materia di Fede, l'obbligo dello Stato di restringere al campo sociale e politico l'azione propria, erano lungi dal venire riconosciuti.

Ove peraltro ambizioni e cupidigie politiche si trovassero, come in Francia, in più intimo accordo coi risentimenti cattolici; ivi, segnatamente se vi soffiava dentro lo spirito di Filippo II, l'odio proruppe più atroce. Dopochè, a Parigi, il supplizio dell'onesto e saggio Consigliere Anne Dubourg, predicatore di tolleranza, aveva, il 23 dicembre 1559, contrassegnato lugubremente il cominciamento delle influenze dei Guisa, l'aperta guerra religiosa divampava nel 1562, per mano dei Guisa stessi, colla gratuita, spietata strage di Vassy. Nello stesso anno i compagni del Calvinista Ribault, recatisi, per consiglio del Coligny, a colonizzar la Florida, v'eran sorpresi dallo spagnuolo Mendez de Aviles, e impiccati tutti quanti colla scritta: “Non come Francesi, ma come Calvinisti.„ Per Filippo II, nel Piemonte non anco restituito al suo Duca, il Governatore Spagnuolo di Milano faceva strage di quei Valdesi, che dovevan più tardi sentir l'ira, non meno feroce, di Luigi XIV. Della Saint-Barthèlemy, cui non scema o accresce orrore qualche centinaio di morti che gli Scrittori dell'una parte scemino quelli dell'altra accrescano al noverò, consigliatori e inspiratori, furono, questo è certo, Filippo II e il suo Duca d'Alba. L'uno e l'altro potevano ben ravvisare un degno loro discepolo in quel Duca di Feria, che' da Milano, eccitando al Sacro Macello (19 luglio 1520) contro i Grigioni i Cattolici di Valtellina, sperava assicurare con quello alla Spagna l'ambita conquista della Valle superiore dell'Adda. Loro degnissimo alunno quel Bedmar, la cui congiura contro Venezia non è chiaro, qualora avesse sortito i suoi micidialissimi effetti, se sarebbe servita a incremento massimo della dominazione spagnuola in Italia, o ad ingrossare di tanta e tal preda lo Stato indipendente, che il Vicerè di Napoli Ossuna sognava di procurare a sè stesso (1618). Il Governo Veneto, decadente già, ma non peranco del tutto degenere, represse l'insano tentativo con maggiore agevolezza e prontezza, che non lo stesso Governo, genovese, allorchè questo, dieci anni più tardi, ebbe a sfatare l'oscena congiura di quel Vachero, con cui si direbbe incredibile che fosse entrato in accordi tal uomo, quale era Carlo Emanuele.

V.

Le congiure, inspirate alle reminiscenze classiche d'Aristogitone e di Bruto nel periodo della Erudizione, perdono pregio, per copia, per ampiezza, raffrontate a quelle che, nel secolo di cui trattiamo, furono mandate ad effetto, e delle altre non poche, che furono senza effetto tramate.

In Italia, con serotina larghezza d'intenti riformatori e repubblicani, congiurava a Lucca, per una sognata federazione di repubbliche antipapali, Francesco Burlamacchi, consegnato da Cosimo alla scure spagnuola. Nel 1559 (per non risalire al 1537 e all'insano tentativo degli Strozzi, concluso colla scaramuccia di Montemurlo, e colla misteriosa morte di Filippo Strozzi) contro Cosimo I congiurava a Firenze, senza altro danno che della sua testa, un Pandolfo Pucci. Una congiura animata da risentimenti politici e da fanatismo religioso contro Pio IV scuoprivasi, e punivasi severissimamente, in Roma, l'anno 1564. Nel 1575 un altro Pucci (Orazio) con Ridolfi, Alamanni, Machiavelli, Capponi, tramava di spegner Francesco I e tutta la stirpe medicea; scoperto, pagava egli col capo suo; gli altri fuggivano; e le grosse confische de' loro patrimonî fecero dire, che Francesco aveva a bello studio esagerato il numero de complici; il che si disse puranco nel 1609, quando, conscii i Gonzaga e gli Estensi, si ordì in Parma altra nobilesca congiura contro Rinuccio II Farnese, che dette assai animosamente di piglio nel sangue e negli averi degli accusati, colpevoli o no.

Fuor d'Italia, la infelicissima Maria Stuarda, che il Bothwell aveva, coll'assassinio d'Enrico Darnley, cacciata in un abisso di vergogne e di guai, diveniva, fuggiasca in Inghilterra e prigioniera a Fotheringay, eccitamento o pretesto a congiure senza fine contro Elisabetta, che le sventava e ne faceva suo pro. Un duca di Norfolk che, giudice di Maria, vinto dalla bellezza di lei, strette intelligenze con la Spagna, aveva sognato sposarla, finiva nel 1572 col Northumberland suo complice sul patibolo, provocando rappresaglie crudeli contro i Cattolici. Una congiura dei Guisa, tramante uno sbarco sulle coste inglesi, fu, pare, denunziata ad Elisabetta da Filippo medesimo, cui la soverchia potenza di quei suoi clienti glie li avrebbe sottratti, e forse voltati contro. Ad incrudir nuovamente contro i Cattolici porgeva argomento la congiura del Somerville, preparatosi empiamente co' Sacramenti alla uccisione di Elisabetta. Il fantasioso Don Giovanni d'Austria, conscio questa volta Filippo II (che sperava o perderci il troppo intraprendente fratello, o porlo in difficoltà che glie lo assoggettassero del tutto), sognava anch'egli uno sbarco in Inghilterra, le nozze della Stuarda, il trono de' regni Cambrici, il ristabilimento del culto cattolico in Inghilterra. La congiura del Babington colmò finalmente la misura, e mentre a Fotheringay la testa bellissima della Stuarda cadeva sotto la mannaia (1587), ed il popolo di Londra s'abbandonava alla esultanza e incendiava fuochi d'artifizio, Elisabetta, fingendosi sorpresa, simulava una indignazione e un rammarico, che non ingannavan nessuno. Lo Schiller le fa riassumere abilmente in un meraviglioso monologo i pretesti, co' quali ella poteva coonestare le sue regali paure, e le sue femminili vendette; e quel tratto d'altissima poesia è profonda e nitida visione della realtà psicologica e storica. Del resto era fato antico di questi Stuardi il finire tragicamente: Giacomo I, il poeta, assassinato da' nobili; Giacomo II, morto all'assedio di Roxburgh per lo scoppio d'un cannone; Giacomo III, caduto a Bannockburn, combattendo contro il proprio figlio ribelle Giacomo IV; che doveva anch'egli poi morire contro il cognato Enrico VIII a Flodden; sinchè nel 1648 la fredda, plebea, beffarda crudeltà del Cromwell porgeva all'attonita ma inerte Europa lo spettacolo, non più veduto dal tempo d'Agide spartano, d'un Re tratto giudizialmente al patibolo da' sudditi proprî.

In Francia (per non ricordare ora il Clement, uccisore di Enrico III, nè la fallita Congiura d'Amboise), nel 1602, il Maresciallo Biron, già così benemerito d'Enrico IV, intrigava cogli stranieri contro il suo Re glorioso, macchinava la spartizione della Francia in Governi, con un Re elettivo, e dipendente da una specie di Dieta; e, ciò nonostante, il parricida avrebbe trovato grazia appo Enrico, solo che si fosse indotto, come n'era sollecitato, a chiederla. Ben più frequenti è naturale che si tramassero le congiure contro al Richelieu. Nel 1626, il Talleyrand di Chalais veniva decapitato; strangolato o avvelenato a Vincennes J. B. d'Ornano, nipote della celebre Vanina, creatura del duca d'Orleans. Nella congiura del 1632 il Motmorency, vilmente abbandonato dallo stesso Duca suo inspiratore, sarebbe stato graziato da Luigi XIII, se altri, in mal punto, non avesse additato al Re, in una Bibbia rimasta aperta sopra un leggío, lo scempio di Achad, Re degli Amaleciti. Nel 1642 il solito Gastone d'Orleans, furente per Maria Gonzaga negatagli in moglie, abbandonava alle vendette del Cardinale e al carnefice il Cinq-Mars, il De Thou, e determinava in Spagna la caduta dell'Olivarez, partecipe della brutta macchinazione.

Maggiori conseguenze, sebbene non sortisse il suo pieno effetto, ebbe sullo spirito pubblico inglese, e sulla condizione de' Cattolici nei Regni Cambrici, la Congiura delle polveri (1604); tuttochè Giacomo I, de' Cattolici odiator grande, dichiarasse egli medesimo in Parlamento non potersi a una intiera Confessione religiosa apporre la insensata efferatezza di pochi.

Anco in Olanda, lo Stautembourg, per vendicare il padre suo Barneveldt, cospirava contro Maurizio di Orange; che, sfuggito al colpo, non potendo Guglielmo, il reo, già postosi in salvo, mandava al supplizio l'innocente fratello di lui.

Tutti questi furono tentativi andati a vuoto, e ricaduti sulla testa de' colpevoli autori; ma a vuoto non andò il colpo che in Delft, presenti la moglie e la sorella, spengeva, per mano di Balthazar Gèrard, con tre palle di pistola, Guglielmo d'Orange (1584); il quale, scampato già, quantunque ferito sconciamente, all'attentato dello spagnuolo Javregny; sottrattosi, col duca d'Anjou, a quello del Salcède (che veniva squartato poi in piazza di Grève a Parigi), spirava, pregando Dio “che avesse misericordia dell'anima sua, e del suo povero popolo„. A vuoto non andarono i replicati colpi del Ravaillac, pei quali potè la Francia temere le si apparecchiassero giorni peggiori di quelli conseguiti immediatamente alla catastrofe di Enrico II.

E a queste tragiche morti di sovrani, quante altre si alternano d'uomini cospicui; talune macchinate da' Re, e da' pubblici Poteri fatti assassini, come quella del Duca Enrico e del Cardinale di Guisa, di cui Enrico III non s'era vergognato di proporre la esecuzione al valoroso Crillon (le brave Crillon), che gli aveva profferto, invece, di sfidare il Guisa a duello; l'assassinio del Concini, sagace precursore del Richelieu nel combattere l'alleanza della Feudalità e del Calvinismo cospiranti contro la potestà Regia, al quale l'oscitante Luigi XIII fu spinto dall'avido orgoglioso Luynes; quello del Sampiero da Bastelica, lo strangolatore dell'amatissima bellissima Vannina d'Ornano, voluto dal Governo genovese, sperante invano così la pacificazione della Corsica; e celebre sopra le altre, tipica, nel fiero genere suo, la morte del Wallenstein, ordinata da Ferdinando II, che affrettavasi, peraltro, a far celebrare per la requie del turbolento suo generale ben tremila Messe.

Altri eccidî sono compiuti da privati, sotto l'impero quasi sempre del fanatismo religioso, caratteristico di quella età: come quello del Condè prigioniero, perpetrato a freddo, dopo la battaglia di Saint-Denis, dal capitano Montesquiou (1569); del Duca Francesco di Guisa, al quale il Poltrot du Merè si dispose, durante l'assedio di Orléans, con sì lunga e raffinata simulazione (1563); del Buckingham, in cui il puritano Felton s'imaginava di spengere poco meno che l'Anticristo.

Nè mancava al pugnale omicida il plauso delle Muse, e la severa approvazione de' Maestri in Israello. La storia del Genere umano ha da registrare, tra le altre miserie, i versi latini, con cui da dotti Protestanti fu cantato il Poltrot du Merè; le lodi officiali della Sorbona per Bathazar Gérard; l'elogio che Famiano Strada, non volgar narratore delle guerre fiamminghe, tesse, nel suo bel latino, del Javregny; le apologie che il Boucher scrisse, prima, del Clement, poi dello Chatel, provatosi fin dal 1594 ad assassinare Enrico IV.

VI.

E quando, a far giustizia, Repubbliche e Re non sdegnavano armare e stipendiare mani assassine, non fa meraviglia che la scure della Giustizia divenisse per contro lo strumento di private vendette, la pubblica ed ufficiale esecutrice di misfatti. Caterina de' Medici aspettò sino al 1574, ma riuscì pure finalmente, còltolo fra i Protestanti, a far decapitare sulla piazza di Grève il Montgomery, involontario uccisore di Enrico II. Giacomo I, odiator di Cattolici in Inghilterra, mendicante fuori l'alleanza e la parentela della cattolica Spagna, immolava agli sdegni spagnuoli lo importatore della patata, il colonizzatore della Virginia, arricchita da lui col tabacco; e la testa dell'antico favorito di Elisabetta, sir Walter Raleigh, come già quella dell'Essex, cadeva per mano del carnefice. Maurizio d'Orange traeva pretesto dalla disputa fra Gomaristi e Arminiani per mandare al patibolo, come reo d'aver difeso nel campo teologico la libertà morale, quel glorioso Barneveldt, che nel campo politico difendeva la libertà civile dell'Olanda contro le ambizioni orangiste (1619). Per le cagioni stesse imprigionavasi quel grandissimo Grozio, che, fuggito mercè l'accorta pietà della moglie, rifiutava di tornare in patria alle indegne condizioni propostegli. E se tanto osavasi nella Olanda repubblicana, non farà meraviglia che il Richelieu ponesse segno alle sue meditate e non fallibili vendette il Marillac, preconizzato per breve ora, nella Journée des dupes, a succedergli nel Ministero, e ch'egli colse nel 1683, e commise a Giudici, de' quali lo stesso Richelieu beffardamente ammirò l'acume, quando ebbero saputo scuoprire le concussioni, sotto il cui carico mandarono a morte quel valentuomo. A un altro valentuomo, al Bassompierre, sagace nel penetrare i riposti disegni del Ministro, costava la Bastiglia l'aver detto: Vous verrez, que nous serons assez fous pour prendre la Rochelle. Chiuderemo la serie col ricordare, notabilissimo fra gli altri, pel mistero che lo avvolse, per la mancanza d'ogni legale parvenza, per lo spietato modo in cui fu perpetrato, l'assassinio, che del Monaldeschi ordinò, nemmeno più Regina ormai, la mal lodata Cristina di Svezia.

Neanche gli orrori del parricidio fanno difetto alla lugubre età. Filippo II consegnava ai carnefici il vanitoso inetto Don Carlo, da cui temeva fosse un giorno sovvertita l'opera propria; e col convincimento d'aver fatto la pura necessaria giustizia, fra gl'incensi d'una devozione obbrobriosa, alloppiava i rimorsi. Ivan IV, in un impeto cieco, colla mazza ferrata che, barbarico scettro!, sempre aveva in pugno, spegneva il figlio prediletto, suo auspicato continuatore; e di questa, almeno, tra le sue efferatezze provò disperato ribrezzo.

Se tal gente, mossa da tali passioni, assuefatta a tali spettacoli, potesse esercitare con quella minore inumanità ch'è desiderabile il funesto dritto di guerra, e far dimenticare i sacchi, onde vanno sinistramente famose le guerre del secolo precedente (Brescia, Capua, Prato, Ravenna, Roma), lo dicano gli eccidî d'Anversa per mano degli Spagnuoli, onde per alcun tempo quella dei Belgi s'unì alla insurrezione dei Batavi; lo dicano le rappresaglie di quella guerra Moresca negli Alpujarras, che la pietà dell'arcivescovo Talavera si studiò indarno d'evitare; e l'atroce sacco di Magdeburgo, che lo spietato Tilly paragonava, gloriandosene, alla presa di Troja e di Gerusalemme; e quello di Mantova (1630), perpetrato dalle milizie imperiali del Collalto. Ben è vero che costoro non potevano aver letto ancora il libro del Grozio; il quale, invece, doveva pure esser noto a Luigi XIV quando, mezzo secolo dopo, calcando freddamente sotto il pie' superbo ogni legge d'umanità, egli ordinava le replicate devastazioni del Palatinato (1674-1689).

VII.

Eppure, per quel Fato storico, o meglio per quella legge di Provvidenza, che guida, infrena, completa, corregge l'opera del Libero Arbitrio umano (i due massimi coefficienti della Storia), da' roghi, da' patiboli, dalle Città devastate, da' campi di battaglia, da' Consigli de' despoti, l'Umanità prendeva l'abbrivio a nuove e migliori conquiste. Una necessità ineluttabile costringe chi perseguita in casa ad allearsi fuori colla setta o confessione perseguitata. E come già Francesco I ed Enrico II coi Collegati smalkaldici, e sulle traccie di quell'accordo di Friedwald, che negoziato co' Luterani da un vescovo di Bajona faceva Enrico II (1551) vindicem libertatis Germaniæ et Principum captivorum; così Padre Giuseppe de la Tremblay (l'Eminenza Grigia, il rigido istitutore delle Figlie del Calvario) negoziava pel Richelieu, in nome del Re Cristianissimo, accordi coi Protestanti tedeschi e colla Svezia; e s'adoperava a far togliere al Wallenstein il comando delle milizie imperiali. Giacomo I cercava (lo abbiamo già veduto) la amicizia, anzi la parentela della cattolica Spagna, contro la Francia cattolica, per rivolgersi poi nuovamente a questa contro la Spagna. I Turchi, le rivalità dell'una coll'altra Potenza cattolica, l'ambizione, il pericolo di veder congiunti coi Dissidenti religiosi i rivendicatori delle violate od obliterate franchigie politiche, imponevano più o men parziali Editti, e pratica più o meno costante di tolleranza. Enrico III, il vincitore de' Calvinisti francesi a Jarnac e a Montcontour, chiamato, perchè cattolico e perchè buon soldato, sul trono di Polonia, doveva, tra gli altri pacta conventa, giurare la osservanza delle libertà religiose. Poco appresso (1594), Sigismondo, Re cattolico nella Svezia protestante, doveva fare altrettanto; nè Casa d'Austria potè ad altro prezzo tener l'Ungheria, cui nel 1608 Mattia, nel 1637, e nuovamente nel 1647, Ferdinando III dovevano confermare la libertà di coscienza. Quanta parte l'essersene violati i patti in Boemia avesse alla guerra dei Trent'anni, è inutile il dire. Orrore delle stragi, per tanti anni e in sì larga parte d'Europa rinnovellate; temenza che una piena vittoria in Germania ribadisse ai polsi d'Italia la catena spagnuola; legittimo sospetto che, assicurata per altre parti, la Potestà imperiale tornasse ad accampare in faccia alla papale antiche pretese, e a tiranneggiare, sotto colore di protezione, la Chiesa; fecero che la Diplomazia pontificia s'adoperasse non inutilmente a procurar quella Pace, che fu poi conclusa in Westphalia.

Frutto d'alleanze inspirate da altro che da idealità di Confessione religiosa, e di conflitti politici fra popoli professanti la Confessione medesima, questa Pace, che sanciva l'ammissione di Danimarca e Svezia nella famiglia delle genti civili d'Europa; conferendo a' Calvinisti in Germania i dritti medesimi, che la Dieta d'Augusta a' Luterani; assicurando la indipendenza dell'Olanda, sottratta così alla pericolosa intraprendenza degli Orange; agevolando al Portogallo il futuro riacquisto della sua autonomia, consacrava nel Diritto pubblico europeo il principio della tolleranza religiosa, la incompetenza dello Stato in materia di Fede, i diritti della coscienza religiosa individua in faccia al Potere civile; accennava ad una più ampia e fraterna consociazione di popoli, tra' quali l'aspirazione a una Fede comune potesse farsi vincolo e argomento d'amore, non laccio omicida, non pietra di scandalo, non face d'incendio divoratore.

Il trattato di Westphalia (1648), il De jure Belli (libri tres, Hanau 1598) di Alberico Gentili, il De Jure Belli et Pacis, ed il Mare liberum di Ugo Grozio, sono tra i migliori legati, che abbia trasmesso il secolo di cui parliamo alle età future. Felici se ritroveranno, più che nella polvere degli Archivî, nell'intimo della coscienza umana, anche il gran disegno di Enrico IV, e fondamento alla umana felicità cercheranno, non ne' bilanci di guerra ogni dì più onerosi, ma nella pace sicura e nelle “giustizie pie del lavoro!„

Come de' nostri Cari, che la morte c'invola, tornano a noi le imagini fatte più auguste e serene, e non i loro momentanei sviamenti, e gli sdegni fuggevoli, ma ci stanno dinanzi, in pura luce, le virtù, che al viver loro furono guida ed inspirazione; così de' secoli discesi negli ipogei della Storia, le età successive raccolgono in eredità la parte positiva e migliore, e quella come sacra eredità si trasmettono.

Perciò, quando, con armi ed arti diverse, sorgerà in cospetto all'Europa un nuovo Filippo II, Olanda e Spagna, testè nemiche da parere irreconciliabili, s'armeranno l'una per l'altra, e coll'Olanda, la Svezia muoverà contro quella Francia, ch'era stata sì lungamente alleata sua contro l'Impero. Le armi dell'Impero concorreranno esse medesime a difendere da Luigi XIV il nuovo Diritto, sancito a Munster e ad Osnabruok.

VIII.

Quale la condizione, quale la parte dell'Italia in un'Europa siffatta?

Lo abbiamo accennato già prima; la Pace di Gateau Cambrèsis abbandonava l'Italia alla Spagna dominatrice; e, pareva, senza riparo o difesa. Venezia aveva sulle braccia la forza navale de' Turchi, e, per schermirsene, bisogno dell'alleanza Austro-tedesca e dell'Austro-spagnuola; il conflitto colla Riforma legava ad entrambi i rami d'Habsburgo, ma più particolarmente all'Austro-spagnuolo, il Papato; comprati a Spagna col Monferrato sino dal 1535, e come la Repubblica genovese, tenuti in fede dalla paura delle poco platoniche ambizioni savojarde, i Gonzaga; fatti cosa tutta spagnuola, con in mano di Spagna quel mirabile Alessandro, che di soli diciassette anni aveva effettivamente partecipato alla battaglia di San Quintino, i Farnesi; legati a Spagna, per la nemicizia cogli Strozzi e co' Francesi, e pel vassallaggio di Siena, i Medici; imbrigliata dalla nimistà de' Gonzaga, da quella di Genova, Casa Savoja; fatte così ausiliarie alla dominazione spagnuola in Italia le nimistà, le gelosie, le reciproche paure italiane.

Nè, in paese così diviso politicamente, poteva esser segnacolo comune di riscossa, una qualsiasi dissidenza religiosa dalla potenza dominatrice. I parziali moti, i conati individuali non contano; l'Italia era rimasta cattolica, più assai che per meditato e cosciente convincimento, per quella gioconda indifferenza verso i grandi problemi religiosi, ch'era una fra le più infelici conseguenze del Rinascimento; gli effetti, del resto considerevoli assai, della contro-riforma o rimbalzo cattolico, bastavano ad acquietare le coscienze di coloro, pe' quali in qualche cosa altro, che nelle estrinseche pomposità del culto, consisteva la Religione.

Ogni comune centro di vita, ogni vessillo, sotto cui tutta si fosse potuta raccogliere ad impresa che, per la mole dell'avversario, e per la sua situazione nella Penisola, tutte avrebbe richieste le forze della Nazione, mancava dunque all'Italia. Si portavano ora, nel servaggio, le pene delle antiche colpe. Le forze abusate e sfrenate, le idee, con colpevole leggerezza sfatate, mancavano all'opera del riscatto, più per la difficoltà di adattare ad essa una disciplina, che per reale esaurimento delle energie nazionali, che inquiete s'agitano, anzi, si sviano, e traviano; mancava, e questo era il peggio, a una gran parte di quella Nobiltà, senza la quale Popoli o Dinasti nulla in tale età avrebbero potuto tentare, la misura del vilipendio, in cui s'era lasciata cadere la Patria; della Patria stessa e della dignità propria s'era oscurata l'idea negli animi, compri dalle bugiarde onorificenze e da' ciondoli, che tanta bile muovevano all'Autore, qualch'egli sia, delle Filippiche, e a quello della Pietra del Paragone Politico.

E ogni giorno arrogeva al danno. Non m'attenterò a rifare il quadro, che con mano maestra fu condotto da Alessandro Manzoni, della impotenza arrogante, della insipienza presuntuosa, con cui gli Spagnuoli sgovernavano il Ducato di Milano. Da quello, ben noto, può ciascuno argomentare qual si fosse la condizione dei Regni meridionali; dove, avendo meno da temere di Potentati vicini, i quali degli errori spagnuoli e del malcontento eccitatone facessero loro pro, la rapacia, e la insolenza spagnuola si sfrenavano bene altrimenti; e dove la mole dell'ufficio alle ree loro mani commesso, e le forze di cui disponevano, inanimavano i Vicerè o a farsi belli a Madrid con più feroci esazioni, o ad assumere in esizio dei popoli miserrimi, e a sodisfacimento di loro ree cupidigie, gli atteggiamenti d'una indipendenza, che taluno fra loro sognò, forse, completa. E ben potevasi sognare in Napoli dal duca d'Ossuna, una corona indipendente se, nel dimezzato Ducato di Milano, il governatore Fuentes aveva potuto rifiutarsi di mandare in Fiandra i 30000 soldati, che, finito l'affare di Saluzzo tra Enrico IV e Carlo Emanuele I, gli si ridomandavano dal suo Sovrano. Ai moti, che nel Popolo la fame e la tracotanza degli esattori destò, la Nobiltà venne meno, dedita, più che in altra parte d'Italia, a Spagna, che la pasceva di vento; tenera de' fumosi privilegi, e, per la varietà delle origini sue, difficile a consentire in un unico simbolo. Di volgersi a un Principe italiano, nè Grandi, nè Popolo avrebbero fatto il pensiero, chè saria parsa loro dedizione di loro autonomia, assoggettamento di Provincia vassalla a Stato sovrano; Principi chiamati di fuora, come i Guisa, avrebbero avuto per sè, sola quella parte che risaliva ad origini francesi, o a spagnuole. In Sicilia le rivalità feroci tra Messina e Palermo, e nella stessa Messina le opposte fazioni di Malvezzi (liberali) e Merli (assolutisti) guarentivano a' Re spagnuoli la inanità finale d'ogni risentimento, meglio e più che un esercito.

Meno nota in genere, perchè difficile a cogliersi in un prospetto sintetico, più lunga a narrarsi, che non paia consentito dalla relativa picciolezza di certi eventi, la condizione de' Principati, cui rimaneva dopo il 1559 un'ombra di indipendenza.

D'essi, alcuni erano Dinastie recenti; come Farnesi e Medici; altri di recente, dopo procelle terribili, tornati in Stato, come casa Savoja; altri, infine, oltre le italiane, avevano sulle braccia faccende di gran momento fuori d'Italia, come il Papa e Venezia. Si trattava per loro di assicurarsi con una buona amministrazione la tranquillità interna; d'evitare all'interno ed all'estero conflitti, ne' quali il recente o il rinnovellato edifizio fosse posto a troppo duri cimenti, od offrisse opportunità all'altrui cupidigia sempre sollecita e intraprendente.

Ed invero, quanto ad amministrar bene lo Stato, taluni di quei fondatori o rinnuovatori di Dinastie porsero meditabili esempî. Le cure di Emanuele Filiberto per italianizzare di lingua, di cultura, d'interessi il suo Stato, ritolto tutto di mano a' prepotenti occupatori, e accresciuto della contea d'Oneglia comprata a' Doria; i provvedimenti per aver molte e pronte e buone armi, senza invocar mercenarî, col vietare a' suoi nobili di farsi mercenarî essi negli eserciti altrui, sono le ben note sue glorie. Meno noti, ma non meno gloriosi sono gli accorgimenti con cui, tolti di mezzo gli Stati generali, ch'erano omai custodi di vieti privilegi nobileschi e preteschi, anzichè di libertà, sciolse da ogni rimanenza di vincoli feudali le persone; e la giustizia distributiva con cui, gravando più ugualmente la mano su tutti gli ordini della cittadinanza, triplicò in breve le entrate del Ducato. Nè sono da tacere le molteplici cure date all'annona, all'igiene, all'agricoltura, alla sericoltura (promosse con le leggi e col proprio ducale esempio), agli studî sì di Scienze, che di Lettere e d'Arte; nè il freno posto alle intemperanze clericali, e la libertà restituita a' Valdesi.

“Bella e cappata gente„ chiama il Botta, nel suo antiquato ma vigoroso linguaggio, le milizie di quel Cosimo I, che nelle galee di San Stefano trovò un utile sfogo al Patriziato fiorentino, i cui vivaci spiriti piacevagli bensì rimuovere dal tentar nuovità interne, ma non sviare, o fiaccare. La Maremma senese, ch'egli ebbe con settemila abitanti, ne contava già, alla sua morte, circa a venticinque mila. Gli altri provvedimenti per la finanza, rispondevano a questi. Grande il merito suo nel tenere, come tenne, tranquillo senza efferatezze il paese, tutt'altro che quieto per sè; e si parve sotto il troppo minore suo figlio Francesco, quando nei primi diciotto mesi del governo di costui quasi duecento tra ferimenti e omicidî funestarono la sola Città di Firenze. Men felice la casa Farnese; nella quale potò bensì la buona amministrazione d'Ottavio far dimenticare in parte a' Piacentini e a' Parmensi le nequizie di Pier Luigi; ma Alessandro, più che a' sudditi suoi, prodigò, mal rimeritato, l'alto ingegno e la forte anima a Spagna nello sterile affanno del debellare le Fiandre; Rinuccio primo, tra' sospetti e le vendette imbestiò; sinchè quella gente parve ravviarsi a una politica estera ed interna più sana con Odoardo.

Il virgiliano Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri, ben s'addice alla prontezza colla quale Cosimo, ed altri di que' Principi novelli, s'affrettavano a spegnere ogni favilla d'incendio. Lo stento con cui, tuttochè Generalissimo di Spagna, vincitore di San Quintino per una parte, cognato del Re di Francia per l'altra, Emanuele Filiberto ricuperava da Francesi e da Spagnuoli gli Stati suoi, e la stessa Torino destinatane capitale; la agevolezza colla quale, dopo la uccisione del mostruoso Pier Luigi, s'era disciolto, tra Ecclesiastici e Spagnuoli, lo Stato Farnesiano, e le pene che c'eran volute a ricomporlo, e le condizioni sotto le quali Spagna aveva restituito Piacenza, ammonivano a guardarsi da agitazioni, chi volesse conservarsi lo Stato; e l'interesse de' Principi era qui interesse de' Popoli, che certo da Estensi, da Medici, da Farnesi non avevano mai da temere quel che da Spagna; e che in ogni caso, restavano almeno italiani.

Se la Spagna vegliava, e se conscia a sè stessa d'una già incipiente disproporzione fra le formidabili parvenze e la limitata realtà delle posse, ell'era ferma nel non tollerare incrementi de' Principi italiani, anco devoti apparentemente a lei, lo mostrarono i suoi sordi furori e le minaccie iraconde allorchè seppe della profferta che, stanchi della oppressione genovese, avevan fatta di sè a Cosimo i Còrsi, e la inclinazione di Cosimo ad accoglierli sotto il suo non libero ma ordinato Governo.

Ond'è da ammirarsi insieme la sagacia e il felice ardimento di Pio V e di Cosimo, nel conferimento del titolo e della corona granducale, con cui volevasi por termine alla contesa della precedenza fra Toscana, Casa d'Este e Savoja; contesa incresciosa, non oziosa; quando trattavasi di crescere autorità e forza a un libero Stato italiano, men saldo sino a que' dì che Savoja, men coperto che gli Estensi dalla sovranità papale. È da ammirarsi Cosimo in quel matrimonio tra Francesco I e Giovanna d'Austria, che riuscì infelice non per colpa di lui, e che ad ogni modo poneva sagacemente l'un contro l'altro i due rami di Habsburgo, e metteva Cosimo in grado di lentare, per una parte, i lacci spagnuoli; per l'altra, di rispondere non senza fermezza all'Imperatore stesso, che scriveva altezzoso a proposito del trattamento fatto a Giovanna.

L'alleanza francese, o il bilanciarsi, con una politica di matrimonî francesi, di interventi e mediazioni diplomatiche tra Francia e Spagna, era sin oltre la Pace di Vervins, malsicuro; e malsicuro segnatamente a Cosimo, sinchè erano in credito alla corte francese gli Strozzi, a' quali il Re di Francia diceva: mon cousin. Ed argomenti di timore non lievi porgeva quel Ducato senese, di cui, morto Cosimo, volevasi negare la investitura a Francesco, e che poteva da un momento all'altro divenire cosa spagnuola; od esser conceduto a quell'inquietissimo Pietro de' Medici, di cui tanto si valsero gli Spagnuoli per tenere il suo maggior fratello Francesco in soggezione; o divenir, magari in mano degli Strozzi, prezzo d'accomodamento tra Francia e Spagna.

Sotto Francesco, per la tema che, mentre travagliavasi nelle interne sue guerre il Regno francese, la Spagna incuteva più che mai agli Stati italiani, ed anco per l'indole prava del governante, la Toscana spagnoleggiò, e vide giorni per diverso modo nefasti; chè, oltre la frequenza de' delitti comuni notata di sopra, l'assassinio del Buonaventuri, primo marito di Bianca Cappello; l'uccisione, che della moglie Eleonora di Toledo perpetrò il già ricordato Piero, cliente di Spagna; la morte di Elisabetta, altra figlia di Cosimo I, per mano del marito Giordano Orsini, non a torto geloso; sono ben più certe tragedie, che non la favoleggiata morte di Garzia e di Giovanni, od altrettali.

Ma non appena la Francia s'avviò al suo scampo, e prima ancora che l'abjura di Mantes desse modo a Clemente VIII di trattare apertamente con Enrico IV, Ferdinando I, felicemente succeduto a Francesco, entrava mediatore tra Clemente ed Enrico; Venezia tornava all'antica alleanza francese; il Papa affrettava co' voti e coll'opera il giorno della pacificazione; le nozze di Maria de' Medici col Re di Francia, l'attivo intervento papale nella faccenda di Saluzzo, l'accorta e non disinteressata sapienza d'Enrico IV nella pace di Lione, davano segno manifesto che la esclusiva preponderanza spagnuola sugli Stati italiani era scossa.

Delle stipulazioni di Brusolo pare fossero bene informati e paghi Venezia, il Papa e il Granduca; non la Corte Farnese, veramente raccostatasi a Francia solo al tempo di Rinuccio II. Senonchè, prima ancora che la repentina morte d'Enrico IV richiamasse i piccoli Dinasti italiani a più cautelosi pensieri, e lasciasse Carlo Emanuele in quel terribile impaccio, da cui, colla tardità, che una mal dissimulata decadenza ingenerava in ogni moto di Spagna, contribuirono a trarlo i buoni ufficî della Diplomazia papale, erasi fatto manifesto come, pur di fronte alla decisa politica e al saldo animo d'Enrico IV, questi Dinasti non credessero avere completa identità d'interessi, da potersi tutti ugualmente alienare la Spagna. La cessione di Saluzzo a Savoja, frutto non meno del perseverante coraggio del Duca, che della accorta temperanza del Re, spiacque a' Medici e agli altri, perchè ne pareva fatto men pronto e presente il sussidio francese. Nè di ciò sembrava ad essi compenso sufficiente l'incremento sabaudo in Italia. Che se poi questo fosse stato, per avventura, maggiore, e più se ne sarebbero doluti; perchè meglio s'acconciavano a conseguire una relativa indipendenza mercè il contrapporsi d'uno ad un altro Potentato straniero in qualche parte d'Italia, che a subire la egemonia d'uno fra gli Stati italiani, cresciuto abbastanza per tutelar gli altri da qualsiasi straniero; al quale ufficio era manifesto oramai non potere, per la situazione a confine con Francia, per la mole dello Stato, pe' suoi ordinamenti militari accingersi, con qualche speranza di successo, se non casa Savoja. E di questa misera e colpevole gelosia non sono da riprendere soli que' Principi italiani, a taluni de' quali converrebbe anzi fosse più equamente pietosa la Storia, e che, conosciuti più da presso (Cosimo II, Ferdinando II, Edoardo I, Rinuccio II), guadagnano; ma ne sono da riprendere, per lo meno al pari di loro, i Popoli, ne' quali il particolarismo, ambizioso, sospettoso, era vivo pur troppo; tantochè, quando, nella guerra di Valtellina, pareva che le armi di Carlo Emanuele si vantaggiassero soverchiamente in Lombardia contro alle spagnuole, il Senato milanese, in tante altre faccende sì corrivo e sì docile, fece pervenire a Madrid le alte e veramente patriottiche sue lagnanze, perchè il governatore Duca di Feria capitanava con poca fortuna contro il Principe italiano le genti di Spagna. Tal quale come quando, sollecitandosi, un secolo e mezzo prima, per Pio II, una lega di Stati italiani, che formata contro il Turco, sarebbe stata efficace contro ogni altro Straniero, lo ammonivano del pericolo (?!) di far tutta veneziana l'Italia gli Oratori fiorentini; a' quali il Papa rispondeva: meglio in ogni modo farla veneziana, che turca, o comechessia straniera.

La Storia italiana, di questo periodo almeno così poco divertente, non è, o abbastanza nota o meditata abbastanza. Più nota o più meditata avrebbe, FORSE! risparmiato all'Italia il vano conato del federalismo neo-guelfo, chiarendo impossibile a conseguire od a conservare col buon volere di Dinastie, tutte recenti, e aventi fuor d'Italia le loro radici e la nativa ragione dell'esser loro, quello, che non erasi potuto o saputo volere, sotto la ignominia e la rapina spagnuola, da antiche Famiglie italiane, congiunte le più in parentela fra loro, e strette anche con casa Savoja da quella “catena d'amore„ di cui le figlie di Carlo Emanuele avrebbero dovuto essere gli anelli. Più nota o più meditata, questa Istoria ci farebbe meno corrivi e più oculati a tutela della conseguita unità.

Chè se i Lombardi, calpestati, dissanguati dagli Spagnuoli, delle vittorie savojarde si contristavano e si querelavano a Madrid, resta agevole intendere le fiere ripugnanze di Genova repubblicana contro le monarchiche insidie di Carlo Emanuele; intendere come co' Sovrani loro consentissero i Popoli in quelle gare di precedenza, che fecero, anche dopo la coronazione di Cosimo I Granduca, spargere tanti fiumi d'inchiostro, e minacciarono fare spargere fiumi di sangue fra Estensi e Toscani; intendere il furore della guerricciuola fra Lucca e gli Estensi, omai ridotti a Modena e Reggio, per la Garfagnana. E s'intende per questo modo quel correre addosso a Carlo Emanuele per vietargli l'acquisto del Monferrato; e quella suprema vergogna del lasciarlo solo, quando, non più pel Monferrato, ma sosteneva la guerra con Spagna, ed a quella invitava, come a debito loro, gli altri Principi d'Italia, per la indipendenza italiana, ch'egli ad un modo e quei Principi intendevano a un altro, e stimavano forse minacciata non meno che dalla Spagna, da lui, che della eventuale vittoria avrebbe raccolto in aumenti territoriali il massimo frutto. Il fatto è che mentre per la Francia, per la Spagna, per l'Austria, contro i Turchi, contro i sollevati Fiamminghi, contro gl'Inglesi troviamo a combattere volontarî di varie parti d'Italia, e taluni, per vero merito militare, ne' primissimi gradi, niuno ne troviamo con Carlo Emanuele in quella, che a lui sembrava guerra d'indipendenza nazionale; a troppi altri guerra di mero interesse dinastico. Degli altri Stati italiani lo Stato ecclesiastico, arrotondatosi cogli incameramenti di Ferrara e d'Urbino, protetto dalla maestà della Religione, e sperante da uno sconquasso degli Spagnuoli un incremento d'influenza sul Regno meridionale, si mostrava il meno geloso de' possibili ingrandimenti sabaudi. Gli errori e le colpe del Governo pontificio, che tanto contribuirono a far possibile la unificazione italiana, gli sono stati rimproverati abbastanza; è ufficio della Storia veridica ed equanime il riconoscere che, nè alla indipendenza d'Italia, nè all'ufficio di potenza moderatrice e conciliatrice, cui i Papi aspiravano fra gli Stati italiani, nocquero i predetti incameramenti d'Urbino e di Ferrara, nè il nepotismo politico, di cui furono frutto i Medici ed i Farnesi, e avrebbe potuto esser frutto un principato Barberino od Aldobrandino di Valtellina. Le generose illusioni sono da rispettare; e la difesa, che delle loro libertà repubblicane fecero Firenze e Siena, onora i Fiorentini, i Senesi, l'Italia; ma erano illusioni! Se la Lega, che il Burlamacchi sognò più tardi, si fosse potuta stringere cinquant'anni prima, se la voce di Pio II e di Paolo II non fosse andata perduta fra i pettegolezzi delle Repubbliche e delle Signorie tuttora immuni da contagio straniero, Firenze, che fu percossa da' grossi cannoni forniti agli Imperiali da Siena; Siena che cadde sotto le armi di Firenze collegate alle Spagnuole, avrebbero combattuto effettivamente per conservare i loro ordinamenti repubblicani; ma nel 1530 per Firenze, nel 1554 per Siena, si trattava, non già di rimanere Repubbliche o di diventar Principati; sibbene d'essere o Spagnuole o Medicee, e fu gran ventura che rimanessero a' Medici; gran ventura che tornasse a' Farnesi Piacenza.

S'intende che qui si risguardano il nepotismo e i suoi effetti sotto il rispetto della politica positiva italiana; non sotto quello più generale de' morbi, da cui giova sperare che la catastrofe del Poter temporale sia per far monda la Curia romana.

Ai torti del Papato temporale nella guerra Barberina, bruttissima, fanno contrappeso, durante il secolo, che ho cercato ritrarre nel suo complesso, meriti religiosi e civili non piccoli. Pio IV, forse soverchiamente severo agli orgogliosi Caraffa, mentre, animato dal nipote Carlo Borromeo concludeva il Concilio di Trento, fortificava contro i Turchi, sbarcati testè a Manfredonia, la città Leonina, Ancona, Civitavecchia; aiutava pur contro a' Turchi di denaro, di navi, di gente, Malta e l'Impero; ampliava il Vaticano; ornava Porta Pia. Pio V, oltre il sagace ardimento d'avere, colla incoronazione, contro le proteste del Corpo germanico, contro le rinforzate guarnigioni spagnuole, ed i clamori d'Este e Savoja, contribuito alla autorità e grandezza di Cosimo, che purtroppo consegnavagli il Carnesecchi, ma dava puranco galere per le guerre turchesche; ed oltre l'accorgimento con cui difese contro le insidie di Don Giovanni d'Austria la libertà genovese, ha il merito sommo d'avere, nonostante tutto il malvolere di Filippo II, menata a conclusione la gran Lega cristiana, e preparata quella battaglia di Lepanto, mercè la quale, sebbene non se ne raccogliesse a gran pezza ogni debito frutto, si protrasse la vita, e vita non tutta ingloriosa, a Venezia. Se pur non è più giusto il dire che quella Lega, come l'altra, che più tardi Innocenzo XI Odescalchi stringeva fra l'imperatore Leopoldo e re Giovanni di Polonia, salvassero per secoli dalla barbarie turca la civiltà cristiana.

La fama popolare predica ancora flagellator grande di banditi, e severo riordinatore dello Stato Sisto V. E meritamente invero; quantunque i buoni effetti dell'opera sua non durassero tutti, e gl'inquieti spiriti di certe popolazioni italiche tornassero a prorompere nelle geste epicamente brigantesche di quel Battistella, le cui imprese nella Maremma grossetana finirono solo quando la Spagna n'ebbe prese a' suoi stipendî le masnade nello Stato de' Presidî; o di quel Marco Sciarra, arcifamoso, che, dopo fatta contro a Pontificî e Toscani vera e propria guerra guerreggiata, finì al soldo de' Veneziani, mandatone, pe' giusti reclami di Clemente VIII, a militare in Candia. Co' quali, tra i prosecutori ed eredi di Ghino di Tacco, che il confine ecclesiastico e toscano fecero teatro d'imprese vive pur troppo ancora nella memoria e nella imaginazione del popolo nostro, convien noverare quell'Alfonso Piccolomini duca di Marciano, che prima negoziò col Papa da potenza a potenza la consegna del suo complice Pietro Leoncillo, poi, vinto da' Toscani in battaglia campale, a San Giovanni in Bieda, era da Ferdinando I, reclamandolo invano i Tribunali ecclesiastici, fatto impiccare.

Ma, per tornare alla politica italiana de' Papi, se lo zelo intemperante di Paolo V dette luogo alla nota contesa della Repubblica veneziana, restano ad onore suo e d'altri Papi le sapienti ed efficaci sollecitudini loro per tutti i Principi italiani, ed in specie quelle d'Urbano VIII per Carlo Emanuele I; ch'egli chiamò replicatamente “Onore d'Italia„ “Difensore della libertà italiana.„ Poichè, infine, a quel più di “libertà italiana„ che i tempi lasciavano allora sperare, indirizzarono i Papi la loro azione politica: e la egemonia, alla quale aspiravano sugli altri Stati italiani, si esercitò tutt'altro che in detrimento di questi.

Del resto, questi piccoli Stati, che unirsi ad impresa di comune indipendenza contro la Spagna non seppero o vollero mai, per una troppo gelosa cura di loro autonomie e precedenze; che insensibilmente declinarono col declinare di lor dinastie locali, presto degenerate; potevano tutti, al precipitar della mole spagnuola dire, come quell'uomo di Stato francese al cessar del Terrore: Ho vissuto! E l'aver vissuto, l'aver saputo vivere quando, morendo, sarebbesi fatto luogo a un incremento di dominazione straniera, di dominazione obbrobriosa, corruttrice, rapace, era già qualchecosa.

Ma se i singoli Stati italiani s'erano ridotti a vivere nel più modesto significato della parola, il pensiero italiano visse nel significato più alto e fecondo. Affermando contro la pervadente Teologia i diritti della Scienza, separando dal campo della Fede quello dell'esperienza e del raziocinio, contrapponendo alle fole di uno pseudo-aristotelismo i procedimenti del metodo sperimentale, Galileo Galilei recava alla famiglia umana beneficio di poco minore da quello, che le aveva recato la libertà di coscienza.

E di che vita fremessero ancora, non ostante le vecchie colpe paesane e la ignorante oppressione straniera, le viscere della gran Madre Italia, ben si pare dalla perseveranza e dal coraggio con cui, in nome della Verità scientifica, Gentiluomini, a' quali le vie dilettose de' facili onori erano aperte, Scienziati che dovevano, fatti nuovamente discepoli, disdire sè stessi, affrontarono le contrarietà, gli scherni, e le minaccie di peggio; si pare da que' luoghi del Galilei, e degli altri scrittori della sua scuola, ne' quali l'animo loro, commosso a portenti di che erano o ritrovatori o testimoni novelli, chiama a Dio, che di tanto dono li aveva privilegiati.

Nè già potevano essi allora prevedere, o solo in parte assai piccola le applicazioni, che della verità per essi certificata sarebbersi fatte alla industria, con aumento di comodità a' men privilegiati dalla fortuna, e con appressamento della umana famiglia a quella æqualitas, che San Paolo auspicò, e alla quale è preciso debito nostro il cooperare colla parola e co' fatti. Ma amore del Vero li scaldava; del Vero per sè medesimo, supremo Bene dell'anima umana dal quale, non cercati, non sperati o intraveduti talvolta, tutti gli altri Beni derivano; perocchè a ogni ordine d'umano pensiero, opera, affetto, si convenga quell'evangelico: “Zelate la giustizia ed il Regno di Dio, ed il resto verrà da sè.„

Lacera, conculcata, travolta dagli errori e dalle colpe proprie, e da necessità poco meno che ineluttabili, la Patria nostra aveva, pure nel secolo per lei sì melanconico, che dalla pace di Cateau Cambrèsis va a quella de' Pirenei, recato alla universa civiltà il cospicuo suo contributo.