IL CAFFÈ GRECO

AL MARCHESE GIUSEPPE VITELLESCHI.

Il Caffè Greco, o per dir meglio l'«Antico Caffè Greco», come si legge sulla insegna in cima alla sua porta d'entrata, la quale non disdegna di esercitare a tempo e luogo anche il modesto ufficio di porta d'uscita, abita in Roma nel suo domicilio legale in via Condotti numero ottantasei, ove vive agiatamente con la mobilia inalterata, come le vecchie abitudini, in tre stanze e mezza: dico tre stanze e mezza perchè se la prima, la seconda e la terza hanno su per giù cinque metri di larghezza ed altrettanti di lunghezza, l'ultima, denominata per la sua forma l'omnibus, è larga appena due metri e lunga otto metri all'incirca.

La prima camera non è molto ricca di luce; tuttavia quella che riceve dalla strada la divide con la seconda: a illuminare la terza ci pensa l'omnibus, il quale ha per soffitto una invetriata su cui sovente i gatti del vicinato amano di andare a passeggiare con le loro innamorate.

Tre specchi, quattro quadri raffiguranti alcune vedute di Venezia, opera di Ippolito Caffi, e un orologio, che potrebbe gareggiare in precisione col più esatto cronometro ginevrino se disgraziatamente oltre al tic e tac non avesse di quando in quando anche il tic di suonare il mezzogiorno verso le cinque pomeridiane, adornano la prima stanza; due specchi e sei quadri decorano le pareti della seconda; la terza invece si accontenta di avere per suo abbellimento un solo specchio ed un busto di gesso, il quale, poveretto, non è mai riuscito a sapere chi egli sia.

Una ridente veste di esilaranti pitture ricopre per tutta la lunghezza le mura dell'omnibus. A chi le guarda dovrebbero far credere, anche nelle più rigide serate dell'inverno più crudo, di trovarsi in un delizioso giardino fra il cui verde fogliame illuminato e riscaldato dal sole primaverile s'aprano, imbalsamando l'aria coi loro profumi inebrianti, centinaia e centinaia di rose di ogni forma e colore; ma, purtroppo, nessuno fra quanti ora si siedono nello stanzino presta più fede alla finzione. E non vi crede più nemmeno il padrone del negozio: difatti egli ha ficcato un chiodo nel cielo azzurro sopra al roseto e vi ha impiccato un orologio, che in tutte le sue ore è sempre in lite con quello della prima stanza. Ma alla discordia dei due orologi i frequentatori della bottega ci badano poco, perchè per essi il tempo non ha valore. Dice una antica massima inglese: il tempo è moneta. Se la massima oltre all'essere antica ed inglese fosse anche vera, Dio mio! chi mai saprebbe calcolarlo il numero dei milioni che si sciupa in capo all'anno nell'«Antico Caffè Greco»?

Dietro all'omnibus sta il bancone del negozio, e sul bancone, chiuse in una specie di gabbia, vi sono le paste. Esse si distinguono in due categorie: semplici e composte. Le semplici valgono un soldo l'una, e se il loro aspetto è alquanto modesto non sono per ciò meno buone di quelle composte, le quali costano due soldi, e spesso hanno le loro forme esuberanti rivestite di un manto di colori così vivaci da vincere al paragone il più variopinto pappagallo che abbia mai passeggiato e chiacchierato su le lontane rive dell'immenso Orenoco. Del resto tanto le une quanto le altre passano la vita, non breve, lungi da qualunque umano contatto nella loro dolce prigione dalla quale non desiderano di allontanarsi: difatti, se talvolta, per caso, la gabbia ove sono rinchiuse rimane aperta, esse non si muovono, perchè sanno, per dolorosa esperienza, che se ne uscissero vi tornerebbero indubbiamente con l'epidermide graffiata, con le carni ferite, con le ossa rotte.

Un giovane scultore tutte le volte che entrava nella bottega soleva chiedere al cameriere caffè e paste, e questi, secondo il costume del locale, glie ne portava tre in un piattino. L'alunno di Fidia, appena il cameriere si allontanava, con una operazione rapidissima, in cui egli sapeva mettere tutta la sua abilità di modellatore eccellente, dalle tre paste faceva uscire una quarta e se la mangiava; beveva il caffè che qualche volta pagava, e le paste con un pretesto o con l'altro le rimandava sempre indietro.

Non dico poi che cosa accadesse di solito a certe paste le quali, per loro disgrazia, avevano la pancia rigonfia di crema. Come uscivano dalla gabbia vi rientravano sempre con la pancia vuota: e il loro padrone, prima di andarsene a letto, doveva nuovamente e pietosamente tornare a riempirle di panna. Stanco alfine di compiere ogni sera cotesto delicato lavoro sospese la fabbricazione delle così dette bombe alla vainiglia. Pure, bisogna dirlo a sua lode, benchè all'onest'uomo il fabbricar dolciumi abbia ognora fruttato molte amarezze egli continuò sempre a stampar paste, seguendo in tutto e per tutto, per la forma e il peso, per le dimensioni e i colori, i semplici, leali e diritti procedimenti dei suoi antecessori; al punto che se oggi, nell'anno di grazia mille ottocentonovanta, le vaghe e imbellettate dame di qualità, seguite dai vezzi dei cicisbei e dai madrigali degli abati, potessero tornare nella bottega di via Condotti, io credo che oggi, come allora, vi troverebbero le stesse paste.

Vi meravigliate forse nel sentirmi parlare di dame di qualità, di cicisbei, di madrigali e di abati? Ma il Caffè Greco non è venuto al mondo oggi; e tutti sanno come in sui primi anni della seconda metà del settecento abitasse già in via Condotti. Questo lo sanno tutti; ma, purtroppo, la data esatta della sua nascita, come quella della fondazione di Ninive, di Babilonia e di Memfi, non la conosce nessuno: però, come fortunatamente ognuno sa che Memfi, Babilonia e Ninive furono fondate da Nino, da Belo e da Menete, così tutti noi possiamo andare orgogliosi di sapere che il Caffè Greco fu messo al mondo da un greco, il quale, a quanto si legge nelle pagine di un vecchio registro della parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, si chiamava Nicola della Maddalena.

L'infanzia del Caffè non fu troppo lieta, e il suo babbo dopo di averlo tenuto parecchi anni, ricavandone non grandi utili, lo cedette a un tal Carnesecchi, il quale, anche lui, dopo di averci speso molto e guadagnato poco, lo diede a un certo Salvioni.

Venuto nelle mani del Salvioni il Caffè, passando da un padrone all'altro, era anche passato dall'infanzia all'adolescenza: le vecchie vesti non s'addicevano più al suo nuovo stato, e il buon uomo lo fece ricoprire di pitture da un certo Maderno, e lo corredò di nuova mobilia. Tutto bene; ma il povero Caffè, anche così rinnovato e abbellito, seguitò a tirare innanzi la vita stentatamente come il suo padrone. Questi però non pensò mai di abbandonarlo. E di non averlo abbandonato non ebbe davvero a pentirsi; poichè coll'avanzar degli anni la bottega fondata dall'uomo di Levante, uscendo finalmente dall'adolescenza debole e malsicura ed entrando in una virilità gagliarda e prosperosa, seppe così ben ricompensare il suo padrone di Ponente da assicurargli, se non la ricchezza, un'agiatezza invidiabile.

La gratitudine, questa dolcissima catena i cui anelli una volta arrivavano perfino a stringere con legami di benevolenza un Caffè che riceveva un benefizio al padrone che glielo aveva fatto, chi me lo sa dire dove si trova più ai giorni nostri?

La cosa da cui il Caffè Greco trasse i mezzi per poter rimunerare con buona moneta sonante il suo benefattore fu giusto appunto quella da cui tutta l'Europa ebbe tanti dolori: il Blocco continentale.

Le strade nelle quali si diletta di camminare la Provvidenza per assettare i cosi ed i casi di questo mondo, facendo quasi sempre il bene degli uni col male degli altri e viceversa, sono davvero incalcolabili! Chi mai lo avrebbe pensato che essa per favorire l'umile bottega di via Condotti si sarebbe servita di Napoleone, dettandogli a Berlino, nel novembre del 1806, quel decreto dal quale egli doveva poi esser messo sulla via di Sant'Elena? Eppure fu così. Il decreto famoso, vietando ogni commercio ed ogni corrispondenza fra il Continente e le Isole Britanniche, fece salire i prezzi dei così detti generi coloniali a tale altezza che gli uomini più alti, anche rizzandosi sulle punte dei piedi, non arrivavano a toccarli: il caffè, quando se ne trovava, valeva uno scudo alla libbra, e i caffettieri romani non sapendo più quali cose mettere a bollire nelle cogome, invece dei semi della coffea arabica, ci mettevano i ceci, i fagiuoli e le castagne di Ciociaria.

Il Salvioni ebbe una idea felicissima da cui derivò la sua fortuna: rimpicciolì di un terzo la misura delle tazze che, ricolme della aromatica bevanda, nella sua bottega valevano allora due baiocchi e mezzo, e per cinque le offrì ai suoi avventori ripiene di vero caffè. Più tardi, cessato il Blocco, il galantuomo tornò a riempire, sempre di caffè eccellente, per due baiocchi e mezzo le antiche tazze; gli avventori vecchi non si mossero; i nuovi, chiamati in gran numero dalla sua idea felicissima, non se ne andarono, e la fama del Caffè Greco fu assicurata. E via via arricchitosi di nuove stanze, ornatosi di altre pitture e confortato da sempre maggior numero di frequentatori procedette sicuro e tranquillo per la sua strada gloriosa senza mai più incontrare ostacoli sul suo cammino; e pur vedendo intorno a sè mutarsi e rimutarsi tante e tante parti della terra, salire e discendere dalla cattedra di S. Pietro tanti pontefici, apparire e sparire dalla scena del mondo tanti re e imperatori, sorgere e tramontare tante rinomanze e nascere e morire tanti suoi colleghi, il vecchio Caffè romano, in mezzo a così immenso, tumultuoso, tragico e comico avvicendarsi di uomini e di cose, se pur talvolta fu obbligato a cangiar padrone, non cangiò mai bandiera e rimase ognora un Caffè onesto e morale.

Onesto? Eh, il caffè col quale conforta lo stomaco dei suoi frequentatori odierni... e notturni costa tre soldi alla tazza, nè più nè meno di quanto costava ai bei tempi in cui ebbe l'alto onore di essere visitato da Ippolito Taine, il quale, nel suo Voyage en Italie così scrive, rammentandolo: C'est une longue pièce, basse, enfumée; point du tout brillante ni coquette, mais commode. Il est vrai que presque tout y est bon et à bas prix; le café, qui est excellent, coute trois sous la tasse.

Dal 1864 molte cose son cambiate su tutti e sette i Colli; ma nella bottega di via Condotti il prezzo del caffè è rimasto inalterato a tre soldi la tazza.

E come nè il desiderio smodato di maggiori guadagni nè l'avidità di laute ricchezze ebbero mai la potenza di far alzare al Caffè Greco quei bassi prezzi di cui parla il Taine, così nessuna cosa al mondo ebbe mai la forza di farlo uscire da quel diritto sentiero di moralità austera nel quale camminò sempre, sorretto e seguìto dalla sua virtuosa clientela. Altri Caffè sursero a centinaia intorno a lui e cercarono coi lenocinii delle forme, con gli splendori abbaglianti delle lumiere e con gli adescamenti lascivi delle cantatrici e dei mimi, di attrarre nelle loro sale un numero sempre maggiore di frequentatori; ma il Caffè Greco, ah no, mai si abbassò a tanto, e rimase ognora, mi è caro il ripeterlo, un Caffè onesto, morale e a tre soldi.

Ma a queste tre qualità, già più che sufficienti da sole ad assicurargli la stima e il rispetto di ogni uomo dabbene, esso ne può aggiungere un'altra onorevolissima: quella di essere stato anche un Caffè liberale e della vigilia, difatti i sentimenti del suo amore per la libertà, se pure non si vuol tener conto delle prediche che, a quanto afferma l'Ojetti, Ennio Quirino Visconti vi faceva fra il 1797 e il 1799, risalgono, almeno a quanto io ne so, al 1831; poichè fu appunto in uno di quei moti scoppiati qui in Roma in quell'anno, i quali se furono non tutti belli nè di grande importanza, servirono tuttavia ad educare gli animi alla virilità dei sacrifici, fu proprio in uno di quei moti che il Caffè Greco manifestò coraggiosamente la sua fede nell'idea liberale.

La rivoluzione dei Ducati s'era già propagata nello Stato Pontificio, e già durante i pontificati di Leone XII e di Pio VIII, erano avvenute qui fra il Vaticano e il Quirinale sollevazioni e ribellioni, più o meno sanguinosamente represse dalla polizia, quando parecchi artisti romani, alcuni pensionati dell'Accademia di Francia e qualche medico dell'ospedale di S. Spirito, per reagire contro le inquisizioni, gli arresti, le condanne, le delazioni, le proscrizioni e i supplizi che rendevano la vita intollerabile, decisero di assaltare una caserma di granatieri, in piazza Colonna, precisamente nel piano terreno di un vasto edificio ove era l'archivio pubblico e dove fu poi costruito il portico di Vejo. Per mettere in esecuzione il loro ardito disegno essi scelsero una sera di carnevale: una sera in cui nel palazzo Piombino si festeggiava il matrimonio di Costanza Boncompagni col Duca di Fiano.

All'ora stabilita, quei pensionati dell'Accademia francese che avevano giurato di pigliar parte alla non facile impresa, scesero al Caffè Greco e vi trovarono i romani ai quali all'ultimo momento s'erano uniti taluni romagnoli: quivi, secondo quanto io appresi da un vecchio frequentatore della bottega, il quale mi raccontava di essersi trovato presente al momento solenne, i francesi, i romani e i romagnoli prima si abbracciarono e baciarono ripetutamente a vicenda e poi usciti dal Caffè, in silenzio, si diressero verso piazza Colonna, dove altri congiurati, quasi tutti popolani, stavano ad aspettarli.

Uno scultore, un certo Lupi, figlio di un medico di Santo Spirito, guidava gli artisti. Egli, sempre a quanto mi narrava il mio vecchio amico, ci vedeva poco e camminava appoggiandosi a un suo compagno; e quando arrivò in piazza Colonna disse alla sua guida di condurlo quanto più potesse accosto alla sentinella di piantone sulla porta del quartiere, e appena questa ve l'ebbe condotto, il Lupi tirò un colpo di pistola al soldato. Altri colpi di pistola risuonarono qua e là nella piazza; e mentre la gente radunata sotto alle finestre illuminate del palazzo ove celebravasi la festa nuziale fuggiva in preda allo spavento, un gruppo di congiurati balzò fuori dalla penombra che velava il vicolo Cacciabove, e gridando: Viva Filippo Primo! corse verso la caserma esortando i granatieri a non pigliare i fucili; ma questi li presero, li spianarono contro i ribelli, e spararono.

Il Lupi sanguinante per una ferita non grave fu arrestato subito; la maggior parte degli altri riescì a salvarsi con la fuga, e due soldati rientrarono nel quartiere feriti leggermente. Chi pagò per tutti fu il povero portiere di casa Piombino, il quale mentre si affrettava a chiudere il portone del palazzo fu colpito da una palla, stramazzò in terra, e non si alzò più.

Nei giorni seguenti la polizia essendo venuta a sapere qual parte avessero avuto gli artisti nella zuffa, ne mandò qualcuno a villeggiare in Castel S. Angelo, e ordinò ai carabinieri di sorvegliare la bottega di via Condotti. Ma non per questo i liberali smisero di frequentarla. In quei giorni i pensionati dell'Accademia francese s'univano spesso ai confratelli italiani, massime con quelli di fede liberale, e questi li accoglievano sempre a braccia aperte, anche perchè, qualora ce ne fosse stato bisogno, sapevano di poter trovare presso di loro aiuti e protezioni contro le insidie poliziesche: l'Accademia di Francia allora godeva del diritto di asilo, ed era vicina al Caffè Greco.

L'entente cordiale fra gli artisti nostri e quelli francesi continuò strettissima per molti anni, poi venne a poco a poco allentandosi finchè nel 1849 si spezzò violentemente. Mentre le bombe dell'Oudinot piovevano su Roma, un pensionato dell'Accademia commise la grande imprudenza di entrare nella bottega di via Condotti, e quella anche più grande di entrare in una discussione che alcuni tenevano sugli avvenimenti del giorno, e, poveraccio, finì con l'uscire dalla discussione e dal Caffè portandosi via due solennissimi schiaffi datigli da un certo Casciani, un pittore romano, il quale sapeva adoperare le mani meglio dei pennelli.

Ristabilita la dominazione pontificia, di quando in quando, qualcuno dei pensionati francesi rientrò nelle stanze del Greco, è vero; ma ormai il legame che univa l'Accademia di Francia alla bottega di via Condotti s'era spezzato, e un po' per le vicende politiche e un po' per altre ragioni bene bene non si riallacciò più mai. Invece i legami fra la bottega famosa e i liberali nostri divennero sempre più stretti, poichè con l'avanzar degli anni la maggior parte di coloro che venivano in Roma dalle diverse provincie, o per scopo di propaganda o per altri motivi, preferì sempre agli altri luoghi di ritrovo il Caffè Greco. Si capisce facilmente come a costoro, che di solito giustificavano la verità dei loro nomi falsi con passaporti americani, inglesi, maltesi o di altre parti del mondo, tornasse comodo di darsi per artisti e di intrufolarsi fra i frequentatori di un luogo il cui pubblico in massima parte era composto di stranieri. Gli sbirri, è vero, talvolta visitavano la bottega nonchè le tasche degli avventori, ma prima di andare più in là ci pensavano due volte e anche quattro, perchè temevano, in caso di un errore, di dover poi fare i conti con le diverse ambasciate, i quali conti, dopo somme non indifferenti di rimostranze e di rabuffi, finivano sempre, dopo procedimenti lunghi e fastidiosi, con un totale di scuse umilianti che la polizia pontificia era costretta a fare ai rappresentanti dei governi esteri. Per questo dunque la bottega del Greco divenne uno dei ritrovi più favoriti dei liberali; e negli anni vicini al 1870 servì spessissimo come luogo di riunione per cospirazioni o per la preparazione di moti e di imprese patriottiche di ogni genere.

Giuseppe Monti, quando fu invitato ad unirsi a Gaetano Tognetti per esplorare i sotterranei della caserma Serristori e poi collocarvi i barili di polvere necessari a far crollare una parte dell'edificio, alle esortazioni assidue di chi lo istigava ad assumersi la difficile e perigliosa fatica rispondeva sempre: — Ma io ho moglie! Ho un figlio che non ha ancora due anni! Questo lavoro che mi chiedete di fare non potrebbe esser fatto da un altro? — Per sua disgrazia era scritto che il lavoro funesto dovesse farlo proprio lui! E una sera, alcuni ideatori di quel programma d'insurrezione; il quale, se doveva dare alla storia del nostro Risorgimento i due gloriosissimi episodi di Villa Glori e del Lanificio Ajani, doveva anche, purtroppo, interamente fallire, per indurre il Monti ad unirsi al Tognetti, lo condussero nel Caffè di via Condotti, dove, fra le molte persone ivi raccolte, gli indicarono un signore (Leone Vicchi vuole che fosse il Castellazzo) seduto incontro a loro a un tavolino presso il quale era altra gente, e poscia che glie lo ebbero qualificato come un personaggio di grande importanza, mandato qui dal Rattazzi per dirigere la ribellione destinata ad aprire all'Italia le porte di Roma, gli dissero: — Vedi, se tu accetti di fare quanto ti si chiede, comunque vadano le cose, puoi essere sicuro di non avere niente da temere, perchè il governo italiano non ti abbandonerà mai, e quel signore ti darà sempre tutto quello di cui avrai bisogno per sistemare stabilmente l'avvenire tuo, della tua moglie e del tuo figliuoletto. — Il Monti che era un povero muratore e sosteneva la sua famiglia lavorando a tanto la giornata in una delle prime case che sorgevano in via Nazionale, tracciata allora allora dal De Merode, prima di impegnarsi tentennò ancora; ma alfine, soppraffatto dalle molte parole e forse ammaliato dalle promesse lusinghiere, uscì dalla bottega accettando di unirsi al Tognetti e di eseguire insieme con lui quanto gli domandavano.

L'indomani, lo portarono con molta cautela in una casa in via del Pantheon ove ritrovò il gran personaggio da lui visto la sera innanzi al Caffè Greco, e glielo fecero giurare solennemente. Povero Monti! Superando ostacoli e difficoltà inenarrabili, egli quanto aveva giurato di fare, lo fece, e finì col lasciare, unitamente al suo compagno, la gioventù e là vita su le tavole insanguinate di un patibolo.

Ma la bottega di via Condotti, negli anni vicini al 1870, fu per i liberali qualcosa di più di un luogo di riunione; poichè essi ogni qualvolta ne avessero avuto bisogno erano sicuri di trovarvi in tutte le ore qualcuno pronto, dietro certi segnali di riconoscimento stabiliti, a ricevere notizie urgenti, a dar loro ordini e consigli o, se fosse necessario, a metterli in contatto coi capi del «Comitato di azione».

Fra le molte testimonianze da me raccolte, le quali confermano la verità di quanto io dico, mi basta riferirne una sola.

Anni addietro, trovandomi in Udine, ebbi la fortuna di conoscere colà Giusto Muratti, uno dei Settanta di Villa Glori; e spesso nelle mie escursioni nel Friuli mi rallegrai di averlo compagno caro, indimenticabile, e guida preziosissima. Quasi sempre, mentre trottavamo lungo le strade e i sentieri della dolce campagna friulana, io desiderando vivamente di sentire narrare da lui qualcuno degli episodi gloriosi del nostro Risorgimento, a cui egli aveva dato tanta parte della giovinezza, gli rivolgevo qualche dimanda; ma per quella repugnanza che han sempre gli uomini d'azione, quando hanno veramente e disinteressatamente agito, a parlare di se stessi, schivava di rispondermi: e se talvolta si piegava alle mie insistenze vi si piegava in modo così breve da farmi perdere la voglia di più dimandare.

Nondimeno, durante le nostre gite, io le tentavo tutte per indurlo a discorrere e talora riuscivo a metterlo sulla buona via; ma dopo poche parole una cosa qualunque su cui mettesse gli occhi era per lui un eccellente pretesto per non andare più innanzi: una contadina curva sotto il carico di una grossa gerla ricolma di foglie; un vecchio, che, seduto davanti all'uscio di una casa rustica, tenendo sulle ginocchia un bambino e fumando la pipa si godeva gli ultimi raggi del sole cadente; due ragazzi che ruzzavano con un cane; qualche cascina, col tetto pieno di voli festosi e canori di passeri, dalla cui porta spalancata usciva, insieme con qualche mugghio, un acre e pur piacevole odore di stabbio; un gruppetto pittoresco di alberi annosi; la forma slava e il colore ferrigno di un campanile coronato di colombi; una macchia di lichene sopra una pietra antica; un fiore che si piegava sotto il peso di un'ape; una linea di montagne azzurre, in cima alle quali s'eran fermate alcune nuvolette rosee, come se avessero voluto riposarsi un poco prima di rimettersi a camminare per le vie del firmamento; insomma, una cosa qualunque bastava a sviarlo dal soggetto dove io l'avevo portato con tanta pazienza, ed era più che sufficiente a fargli rompere il filo del discorso in modo tale da non poterlo più riannodare. E come se tutte coteste cose e coteste case, non fossero state già bastanti a farmi disperare, non di rado a render vani i miei tentativi ci si mescolavano anche Giulio Cesare con la decima legione, Attila con gli unni, Paolo Diacono e Gisulfo coi longobardi, e Napoleone con Campoformio! Se a costoro riesciva di penetrare, ospiti da me non desiderati nè graditi, nei nostri ragionamenti non c'era più verso di mandarli via. Un giorno, ricordo, in un discorso, provocato da una delle mie solite domande, vi entrarono i patriarchi d'Aquileja, e il disastro fu irreparabile.

Ma una volta, proprio quando meno me lo sarei creduto, il mio caro amico, che avevo tante volte importunato invano, potei finalmente sentirlo parlare come io desideravo.

La cosa andò così. In una delle nostre gite, attirati da un lieto verzicare di alcune collinette lontane, avevamo abbandonata la strada che porta a Cividale, e per raggiungerle ci eravamo messi a camminare nei campi; quando, non so come, ci trovammo in una vallicella in mezzo a un labirinto di piccoli fossi legati fra loro da un intrico di ruscelletti allegri e sonori, i quali indorati dal sole prossimo a tramontare, come se fossero impauriti dalla nostra presenza, luccicavano per qualche istante e correvano a rimpiattarsi nel folto dell'erba densa, grassa e giallognola. Dopo di esserci impantanati più volte, un sentiero molle e appiccicoso coperto di foglie morte ci fece la carità di riportarci sulla via maestra.

Il sole era scomparso. Un po' di luce violacea agonizzava ancora nell'aria e mandava un debole riflesso sulla campagna grigia ove incominciava a sbocciar qualche lume. Faceva freddo e noi dopo di aver pestato più volte coi piedi il terreno solido e asciutto ci avviammo in fretta verso un chiarore lontano che sorgendo dietro a una prominenza bruna si diffondeva dolcemente sul cielo stellato.

— Udine! — disse il Muratti accennando il chiarore. E dopo di aver percorso in silenzio un breve tratto di strada mi chiese: — E tu a Roma dove passi le serate?

Io in quel tempo ero solito di andare quasi ogni sera nella bottega di via Condotti, e però gli risposi: — Al Caffè Greco.

— Al Caffè Greco? — esclamò il mio amico fermandosi di botto.

— Al Caffè Greco. — Replicai io fermandomi a mia volta e sorpreso della sua sorpresa.

— Vicino a piazza di Spagna?

— Precisamente.

— Ah! — seguitò il Muratti — lo conosco bene. Quando fui a Roma prima del settanta vi andai sovente insieme al Cucchi, al Guerzoni, all'Adamoli e ad altri. — E dopo una breve pausa, abbassando il capo e la voce, soggiunse: — L'ultima volta che ci sono stato fu quando Enrico Cairoli mi ci mandò da Villa Glori.

— Ti ci mandò Enrico Cairoli? — gli chiesi subito io. — E perchè?

— Perchè? — ripetè il mio amico, macchinalmente; e per tutta risposta fece un gesto brusco, agitò nell'aria scura le mani aperte e, scrollando le spalle, riprese a camminare.

Ma questa volta io non lasciai cadere l'occasione di sentirlo discorrere. L'argomento mi interessava troppo; e perciò messo da parte ogni riguardo ed abusando magari della sua pazienza tante glie ne feci e tante glie ne dissi che egli alfine impietosito dalle mie preghiere, o forse anche per liberarsi dalle mie domande insistenti, rallentò un poco il passo; fissò un momento gli occhi nel chiarore che veniva via via crescendo in fondo alla strada, e masticando le parole incominciò a parlare lentamente così: — La ragione per cui, invece di sbarcare alla Passeggiata di Ripetta, noi dovemmo fermarci poco prima di Ponte Milvio la conosci: l'hai scritta così bene in poesia, dunque è inutile di starla a ripetere, perchè la tua poesia...

— Ma lascia stare la mia poesia! Racconta!

— Ecco. Dunque, come sai, dopo di aver passato la notte in un canneto sulla riva sinistra del fiume, non sapendo quale esito avesse avuto l'insurrezione di Roma, che noi volevamo aiutare, nella speranza di vedere arrivare qualcuno con qualche ordine, all'alba, salimmo a Villa Glori. Lassù in alto, in ogni caso, ci saremmo sempre potuti difendere meglio di quanto avremmo potuto farlo giù in basso sulla sponda del Tevere. È chiaro?

— Chiarissimo. E allora?

— Eh, allora le cose non si mettevano bene. La necessità di avere notizie da Roma per noi si faceva sempre più urgente, ma le ore passavano e da Roma non veniva nessuno. Enrico Cairoli, prima di salire a Villa Glori, aveva mandato a Roma uno dei nostri, un romano, un certo Candida; ma non tornò più. Allora Enrico mi chiamò e mi disse: — Senti, Giusto, quassù non possiamo rimanerci troppo a lungo: occorre di pigliare una decisione; ma prima di pigliarla, è necessario di sapere che diamine è successo a Roma. Su Candida oramai non ci si può più contare. Bisogna che vai tu.

A sentirmi dare quest'ordine io feci un gesto di sorpresa; e non potei fare a meno di pronunziare qualche parola di rammarico.

Enrico Cairoli, come sai, era di carattere impulsivo; e, appena vide il mio turbamento, aggrottò le ciglia e guardandomi in faccia esclamò: «Ah! Non vuoi andare?», e, senza darmi il tempo di rispondere, seguitò: «Va bene! Allora vado io». Mi voltò le spalle e si mise a camminare con passo risoluto verso il cancello della Villa. Io gli corsi subito dietro, lo fermai e gli dissi: «No, guarda, Enrico, delle mie parole non tenerne conto; mi sono state suggerite dal dolore che provo nel dovermi allontanare da te, da Giovannino e dai compagni: del resto, se tu credi che a Roma ci debbo andare proprio io, comandami». «Sì, devi andar tu», mi rispose Enrico con voce ferma. E dopo un istante di silenzio continuò: «Dispiace anche a me di doverti chiedere questo sacrificio; ma non si può fare altrimenti. Tu a Roma ci sei già stato; a Roma conosci molti dei nostri amici; sai in quale strada si trova il luogo dove ti debbo mandare; dunque bisogna che vai tu». Io chinai la testa in silenzio, ed Enrico, dopo di essersi guardato intorno, mi si avvicinò, abbassò la voce e mi disse: «Ecco, Giusto, quello che devi fare: appena sarai a Roma vai in via Condotti; entra nel Caffè Greco; siediti a un tavolino e fai i nostri gesti d'intesa. Certamente qualcuno ti verrà vicino, ti saluterà con le parole che sai; ti stenderà la destra e risponderà ai tuoi cenni coi cenni relativi: quando ti sarai assicurato bene di tutto, fagli conoscere la nostra posizione, digli quanti siamo e domandagli come ci dobbiamo regolare: sentilo e cerca di ritornare più presto che puoi. Vai!»

Io, come forse non ignori, ero il furiere dei Settanta; avevo nel mio sacco una cartella comperata a Terni; la presi, ci misi dentro due o tre fogli di carta pulita e mi avviai verso il cancello della Villa.

— Perchè pigliasti la cartella? — gli chiesi.

— Ma, ti dirò, io sapevo quanti studi di pittura e di scultura vi fossero lungo la via Flaminia: dovevo entrare a Roma per la Porta del Popolo: se mai mi avessero fermato mi sarei dato per pittore tedesco — rispose. E seguitò: — Dunque, come ti dicevo, mi avviai verso il cancello. Passando davanti alla casetta del guardiano incontrai un ragazzetto di circa otto o nove anni. Carino! Aveva una faccetta intelligente quanto mai! Appena lo vidi, mi venne subito l'idea di portarlo con me. Se sarò costretto a fingermi pittore, lo farò passare per un mio modellino, pensai; e pensai ancora che forse avrebbe potuto indicarmi qualche scorciatoia. Insomma, me gli avvicinai e gli dissi: — Vuoi venire a Roma? — Il caro ragazzo si mise a ridere e acconsentì prontamente. Io gli diedi la cartella e scendemmo insieme a Porta del Popolo.

La Porta la trovammo barricata. Una sentinella ci fermò. Venne un graduato, ci rivolse qualche domanda, si persuase della verità di quanto gli rispondemmo e ci lasciò passare; ma appena io entrai in Piazza del Popolo alcuni carabinieri mi fermarono di nuovo e mi portarono in una caserma, che era lì presso alla Porta. C'è ancora?

— Si — gli risposi sorridendo — sì, la caserma c'è ancora; ma i carabinieri pontifici non ci sono più. Adesso, grazie a Dio, ci sono i nostri.

Il Muratti sorrise anche lui, e dopo un istante di silenzio riprese: — Nella caserma fui interrogato lungamente da un ufficiale che poi m'ingiunse di seguire uno dei suoi uomini. Costui mi fece entrare in una stanza; chiuse le finestre e mi ordinò di spogliarmi. M'ero appena levata la camicia quando all'improvviso dal di fuori venne un rumore confuso. Tesi le orecchie e nel rumore distinsi uno scalpitare di cavalli. Il carabiniere buttò subito sopra a una sedia la mia giacca che aveva incominciato a esaminare minuziosamente, corse verso la porta e scomparve; ed io rimasi lì, solo, a passeggiare in su e in giù nella camera come il padre Adamo nel paradiso terrestre. Di lì a poco il calpestìo dei cavalli risuonò più forte; diminuì come se si allontanasse e si spense. Udii ancora qualche grido e poi non sentii più nulla. Avvicinai pianino pianino la testa ai vetri di una finestra e vidi un soldato che correva, qualche cavallo e cinque o sei uomini intorno a un ufficiale che parlava facendo gesti energici e concitati. — Deve esser successo qualche cosa di grave —, dissi fra me, e un pensiero orribile incominciò a ficcarmisi nel cervello. Per non lasciarmi andar giù, ripresi a passeggiare per la camera.

Dopo un quarto d'ora, lungo come un quarto di secolo, l'uscio della stanza s'aprì e apparve un altro carabiniere: rimase un momento sorpreso nel vedermi e mi chiese con mala grazia: «Che cosa state a fare qua dentro?». Gli risposi in tedesco: «Aspetto la visita». Capisse o no, alzò le spalle bruscamente, mi guardò con gli occhi torvi e additando la porta grugnì: «Andate via!». Figurati! Mi rivestii in un attimo, uscii dalla caserma, chiamai con un cenno il ragazzo che stava ad aspettarmi, seduto con la cartella sulle ginocchia su la scalinata di una chiesa, e mi diressi verso il Babuino. Naturalmente io cercai di conoscere quale fosse stata la cagione di tutto quel chiasso da me udito poco prima, e seppi che mentre io mi trovavo coi carabinieri una pattuglia di dragoni era arrivata da Ponte Milvio; s'era fermata davanti al quartiere annunciando l'entrata di Garibaldi a Villa Glori, e aveva proseguito al trotto giù per il Corso. I nostri, dunque, erano stati scoperti. Mi si gelò il cuore! Affrettai il passo; attraversai volando la piazza di Spagna ed entrai nel Caffè Greco.

La bottega era quasi deserta. Mi sedetti a un tavolino, chiesi un caffè e feci i nostri gesti. Un giovanotto mi si avvicinò sorridendo e salutandomi come doveva; mi diede la mano; rispose puntualmente a qualche parola che gli dissi e mi invitò con un cenno della testa ad uscire. Appena fummo in istrada egli si fermò davanti alla vetrina di un negozio di oreficeria e indicando gli oggetti esposti bisbigliò: «Dobbiamo andare da Piatti in Via Panico». E senz'altro s'incamminò verso il Corso. Io lo lasciai allontanare di un centinaio di passi e poi gli andai appresso, avendo sempre a lato il mio ragazzetto con la cartella sotto al braccio.

In via Panico non ci si arrivava mai!

Finalmente il giovanotto dopo di essersi fermato un momento davanti a un portoncino di una vecchia casa e di essersi voltato a guardarmi vi entrò. Lo raggiunsi per le scale: salimmo insieme fino all'ultimo piano e trovammo il Piatti. Senza aspettare di essere interrogato, gli dissi subito chi ero, da dove venivo e chi mi mandava. Il Piatti si turbò, strinse le pugna, e con voce sommessa, accostando le sue labbra al mio orecchio, balbettò: «La rivoluzione è fallita. Non c'è più niente da fare. Bisogna tornare immediatamente a Villa Glori e dire ai Cairoli che si ritirino. Non c'è un minuto da perdere!».

Atterrito dalle sue parole gli stesi la mano per licenziarmi; ma lui mi fece cenno di aspettare. Prese un foglietto di carta velina, vi scrisse sopra qualche parola col lapis; piegò e ripiegò più volte il foglietto e lo fece diventare una pallottola della grossezza di un cece, rivestì la pallottola con un involucro di stagnola e me la diede ripetendo ancora: «Bisogna far presto! Non c'è un minuto da perdere. Fra poco i papalini saranno a Villa Glori!». Mi misi in bocca la pallottola; scesi giù per le scale a precipizio, e col mio fedele ragazzetto che avevo lasciato in istrada, corsi a Porta del Popolo. «Non si passa!». Parlando un po' in tedesco e un po' in italiano pregai un ufficiale di permettermi di ritornare nel mio studio di pittura a Papagiulio, dove gli dissi che abitavo; ma non ottenni nulla. Le provai tutte e tutte inutilmente. Figurati! Arrivai perfino a proporgli di farmi accompagnare da un milite!

— Caspita! — interruppi io — Se l'ufficiale avesse acconsentito, ti saresti trovato in un bell'impiccio! Che avresti fatto?

— Ah! — rispose il Muratti, calmo calmo — Se l'ufficiale avesse accettato di farmi accompagnare da un carabiniere, io sarei uscito; ma puoi esser certo che il carabiniere nella città eterna non ci sarebbe più entrato.

Non stentai a crederlo. Qual forza il Muratti avesse nelle mani lo sapevo. Pochi giorni innanzi me ne aveva offerto un piccolo saggio. Passando vicino ad una venditrice di frutta che aveva accanto un canestro ricolmo di mele, egli ne aveva presa una, se l'era messa fra l'indice e il medio della sua destra, e con la sola pressione delle due dita l'aveva spaccata come se fosse stata di burro.

— Dunque non potesti uscire? — ripresi io, affrettandomi a riallacciare il racconto spezzato dalla mia interruzione.

— Non fu possibile. — rispose seccamente il mio amico; e dopo qualche istante di silenzio, spintovi da un'altra mia domanda, seguitò: — Che volevi che facessi? Quando fui persuaso della inutilità di ogni insistenza tornai indietro; feci un lungo giro e andai a Porta Salaria; anche lì non potei far nulla. Provai a Porta Pia: tutti i miei tentativi furono vani. Allora, perduta assolutamente ogni speranza di poter passare, guardando il ragazzetto che m'era venuto sempre appresso e mi stava davanti con la cartella sotto al braccio, mi venne in mente che quello che non riusciva a me avrebbe potuto riuscire a lui. Ci pensai sù qualche minuto, e mi decisi. D'altronde non si rischiava niente. Lo portai in un punto di un vicolo dove non potevamo essere osservati e gli dissi: «Dimmi un po', tu saresti buono di ritornare a Villa Glori, solo?». «Sicuro!», rispose prontamente il ragazzo. «Bravo!» esclamai io subito; e mostrandogli la pallottola che racchiudeva il biglietto del Piatti, continuai: «Vedi questo 'confetto'? Se tu riesci a portarlo a quei signori che stanno a Villa Glori, quei signori ti faranno un gran regalo. Vuoi andare?». «Sicuro!», tornò a rispondere il ragazzo, tendendo il braccio verso il 'confetto'. «No, guarda», gli dissi io, allora «questo 'confetto' non lo devi portare in mano e nemmeno in saccoccia, perchè potresti perderlo: l'hai da tenere come l'ho tenuto io fino ad ora: apri la bocca!». Il caro figlietto, ridendo, mi guardò con gli occhietti intelligenti e aprì la boccuccia. Io, raccomandandogli di stare bene attento a non inghiottirlo, gli ci misi dentro il 'confetto'; poi lo accarezzai, gli diedi un bacetto, gli raccomandai ancora di non inghiottire il 'confetto', e lo lasciai partire.

Dopo di aver fatto una cinquantina di passi egli si voltò sorridendo e mi disse addio con la manina. Gli risposi. Mi si inumidirono gli occhi e non lo vidi più.

— E gliela fece a passare?

— Gliela fece! — esclamò il Muratti, battendo una su l'altra le palme delle mani: poi, aprendo le braccia, soggiunse: — Come e dove riuscisse a passare non lo so e non lo saprò mai; ma passò: tornò a Villa Glori e diede il 'confetto' a Enrico. Ma ormai Enrico aveva già risoluto di non indietreggiare.

Quello che avvenne poco dopo lo sai.

Appena egli ebbe finito di parlare rimase un istante con gli occhi fissi nel chiarore della città vicina, divenuto ormai più vivido sotto il cielo stellato; poi abbassò la testa sul petto, diede un calcio a una pietra, mandandola a ruzzolare sulla proda della via, e allungò il passo quasi che si volesse allontanare in fretta dalle ultime parole con le quali aveva chiuso il racconto!

Percorremmo, senza dire più nulla, un brutto borgo oscuro, fermandoci di quando in quando per lasciar passare qualche carretto; traversammo un lungo portico scarsamente illuminato da pochi fanali, e rientrammo in Udine.


Trascorso appena un anno dalla sera memorabile in cui egli, cedendo alle mie reiterate preghiere, mi aveva narrato il commovente episodio dell'animosa sua giovinezza, il Muratti venne a Roma: vi rimase parecchi giorni, ed io ebbi la gioia di poter salire con lui a Villa Glori.

Nella luce sfolgorante del dolce pomeriggio primaverile il cielo sereno inchinandosi sui monti rosei della Sabina e del Lazio pigliava nel toccarli la trasparenza e il colore dell'ambra. Al di là delle siepi, sulle quali accanto a qualche bacca lucida e rossa fioriva già il biancospino, le biade alte e verdi ondeggiavano lentamente; e gli ulivi, movendo le foglie brillavano sul fondo luminoso della campagna come se fossero stati d'argento. Ovunque, sotto alle ficaje, fra gli olmi e i gelsi, tra i ciliegi e i peri, fra i mandorli e i peschi, insieme al continuo ronzìo delle pecchie, delle vespe, dei calabroni e delle cantaridi rilucenti di fiore in fiore, nel sole, risuonava un fischiettare giulivo di capinere, di cardellini, di fringuelli e un cinguettìo prolungato e vivace di cingallegre e di passeri. Di tempo in tempo una lucertoletta ci guizzava fra i piedi; si fermava a guardarci con la testina alzata, e spariva in una fenditura del terreno cosparso di margheritine e di anemoni, o fra le pietre e i tufi d'una vecchia macèra; e qualche calandra balzando fuori all'improvviso da una zolla rossastra s'alzava rapida a volo, cantando: saliva in alto, più in alto ancora, e sempre cantando si perdeva nello spazio.

Superata una breve viottola erta e sassosa arrivammo alfine davanti all'‘albero dei Cairoli’, fra i cui rami fioriti, mossi lievemente da un'auretta soave, e risplendenti nell'azzurro, scorgevasi lo scheletro di una corona votiva dalla quale pendeva, tremolando, un nastro mortuario consunto dal tempo.

Il Muratti, passandosi di tratto in tratto le mani sugli occhi, rimase per qualche tempo in silenzio col capo chinato sul petto, dinanzi al mandorlo sacro; poi sempre in silenzio si avviò a passo lento verso la villa. Quando vi giunse si avvicinò alle vecchie mura; e dopo di averle osservate con molta attenzione, alzando la destra, m'indicò alcuni buchi che apparivano chiaramente nell'intonaco.

— I papalini? — gli domandai.

Egli abbassò più volte il capo; e avvicinatosi a un cespo di rose bengaline, ne colse una appena sbocciata; guardò un momento il suo colore sanguigno e me la diede; poi, come se si destasse da un sogno, mi chiese: — Dov'è il Tevere?

— Qui sotto — gli risposi accennandogli un piccolo bosco verzicante, dove qua e là sui rami ignudi delle querce accanto alle gemme pronte ad aprirsi c'era ancora qualche foglia ingiallita.

— Andiamoci! — ripigliò subito il mio amico. — Vorrei rivedere il luogo dove siamo sbarcati.

Dopo di aver rotto coi bastoni un impaccio inestricabile di pruni rigidi e feroci che s'attaccavano ai panni, e di esserci liberati da una sterpaglia di ramoscelli sfrondati stretti insieme tenacemente dall'edera, penetrammo in un boschetto di querciole, di acacie, d'elci, di allori e d'ailanti, e affondando i piedi in un viluppo d'erbacce umide che ad ogni passo ci mandava sul viso ora una tanfata di fracidume e di muffa, ora un delicato e delizioso profumo di violette, lo traversammo e scendemmo in un canneto sulla riva melmosa del fiume.

Il Muratti esitò alquanto prima di riconoscere il punto preciso dove egli era sbarcato coi Settanta; ma alfine, dopo di aver girato più volte gli occhi intorno attentamente e lentamente, aguzzando le ciglia, additandomi un vetrice gobbo e rugoso che si specchiava nell'acqua immota di una piccola insenatura della sponda, esclamò con voce risonante: — Là, là sbarcammo! Proprio là! — e lasciandosi dietro sulla creta le impronte dei passi frettolosi si avvicinò al vecchio albero e ne accarezzò con la mano aperta e leggera il tronco deforme, e, mentre un ramoscello da lui appena toccato si rialzava oscillando, rimase a guardare all'oriente verso Mentana.

Una rondine strisciò col petto bianco sull'acqua gialla, si posò per un attimo sulla riva assolata e s'allontanò stridendo.

Lungo la via del ritorno egli mi rivolse appena qualche breve parola; ma quando rientrammo in piazza del Popolo, dopo essersi fermato davanti alla caserma dei carabinieri e di averla guardata a parte a parte, prima di ritornare a muoversi mi disse: — Vedi, se tu mi porti in via Panico, io son sicuro di ritrovare quella casa dove andai con quel giovanotto che conobbi al Caffè Greco. — E, toccandosi la fronte, aggiunse: — Ho la certezza di ritrovarla perchè la sua immagine ce l'ho stampata qui dentro.

Il sole illuminava ancora la più alta balaustrata del Pincio, l'obelisco e le cupole. Andammo in via Panico e colà, verso Monte Giordano, egli riconobbe facilmente la casa del Piatti.

— E dimmi un po' — gli chiesi poi sorridendo — al Caffè Greco non ci vuoi ritornare?

— Sì! — mi rispose subito — Sì, andiamoci, e così avrò rivisto tutto. Però — soggiunse, mentre imboccavamo l'antica e pittoresca via dei Coronari, — però non lo riconoscerò più.

— Non dubitare; chè lo riconoscerai perfettamente. — gli risposi. Difatti, appena egli vi entrò, non seppe nascondermi il suo stupore e, prima di mettersi a sedere, aprendo le braccia in atto di maraviglia, esclamò: — Hai ragione, è proprio tale e quale. Non v'è nulla di cambiato. Nulla. D'altronde io credevo che dopo tanti anni...

— Ah! — lo interruppi io ridendo — gli anni per il Caffè Greco non contano; forse i secoli.

Nella bottega, tutta immersa in una penombra deliziosa non v'era nessuno, e noi vi rimanemmo fino a quando accesero i lumi. Allora ci alzammo, e dopo di esserci fermati qualche momento nella prima stanza per ammirare ancora una volta le pitture di Ippolito Caffi, morto gloriosamente a Lissa, sulla Palestro al fianco di Alfredo Cappellini, uscimmo.

***

Forse la prima descrizione che sia stata fatta del Caffè Greco è quella che Giacomo Casanova ci ha lasciato di quel 'Caffè di strada Condotta' ove egli, chiamatovi dall'abate Gama, entrò nell'ottobre del 1743, trovandovi quella eletta radunanza di maldicenti, di ruffiani, di castrati e di abati che ci descrive con tanta vivezza: dico forse, perchè l'avventurier farabutto, allora al servizio del cardinale Acquaviva, il nome del 'Caffè di strada Condotta' non lo dice. Chi lo dice in tutte lettere è Pierre Prudhon, il quale essendovisi recato qualche volta insieme col suo amico Bertrand ne disegna la fisonomia artistica con queste precise parole: — Là tous les maitres sont passés en revue et ne sont point épargnés. On critique celui-ci, on dechire celui-là. Tous ceux qui ne peuvent entrer en comparaison avec Raphäel sont proscrits. Raphäel lui-mème est blàmé de ne s'ètre pas assez servi de l'antique. Le mieux de tout cela, c'est que tous ces messieurs les beaux parleurs n'étudient ni l'antique ni Raphäel et s'amusent chez eux à ne rien faire qui vaille.

Qualche mese dopo che il dolce e malinconico pittore borgognone scriveva al suo amico Fauconnier queste parole, Wolfango Goethe era in Roma. Vi andò forse egli mai, il gran pagano, nella bottega fondata dal greco? Non saprei dirlo: ma se, come è certo, il Tischbein ed il Moritz, suoi intimi amici, la frequentarono, è probabile che qualche volta vi sia andato anche lui; tanto più che non soltanto da una lettera del Moritz, ma da alcuni scritti dello scultore Schaeffer e da qualche pagina del romanziere Gian Giacomo Guglielmo Heinse impariamo come fin dal 1780 il Caffè Greco fosse già, per i tedeschi residenti o di passaggio in Roma, un luogo di ritrovo. Difatti più tardi vi si radunarono i «nazareni»: quegli artisti i quali, venuti qui dalle varie provincie della Germania e aggruppatisi intorno a Federigo Overbeck, essendo rimasti profondamente impressionati dalla suntuosità delle chiese romane, dalla magnificenza delle funzioni papali, dai Miserere della cappella Sistina e dalla bontà del vino de li Castelli, si fecero cattolici, iniziando in sul principio del secolo nostro quel periodo di conversioni che per lunghi anni nella colonia tedesca di Roma fu una specie di contagio.

Per loro l'arte era una preghiera, e i quadri e le statue non avevano altra ragione di essere se non quella di recare lustro e decoro alla religione: si erano radunati nel piccolo convento di S. Isidoro, abbandonato allora allora dai francescani irlandesi, e ci vivevano tutt'insieme. Al primo apparire del giorno, chiamati da una campana, si riunivano tutti in una cappella, e dopo aver cantato in coro il Veni creator spiritus, se ne tornavano nelle celle a lavorare. Niente ignudi, s'intende; niente donne, niente anatomia e sopratutto niente mitologia. Degli Dei pagani non se ne doveva parlare nemmeno per burla. Agli abitatori ed alle abitatrici dell'Olimpo, gente immorale quant'altra mai, non si aveva da chieder nulla: per qualunque cosa occorresse, San Luca bastava e avanzava.

Cotesti «nazareni» (così li chiamò per derisione la mala lingua dello scultore Wagner), allorchè l'ombra della sera scendeva sul cenobio, avevano l'abitudine di scendere a loro volta al Caffè Greco e di trattenervisi per qualche ora. Lo Schopenhauer, quando venne a Roma, ve li trovò ancora quasi tutti, e non è difficile immaginare come e quanto li punzecchiasse col suo sarcasmo, esortandoli a dipingere ed a scolpire gli Dei di Omero: li punse tanto che alfine i poveretti, non ne potendo più, gli fecero dire che avrebbe fatto bene ad andarsene con la sua filosofia e a non più ritornare a intorbidare con le sue bestemmie i loro caffè e latte e le loro coscienze.

Una sera il filosofo di Danzica, seguìto come al solito dal suo cane barbone bianco, a cui aveva dato il modesto nome di Alma, che voleva dire 'anima del mondo', entrò nel Caffè; e arrivato nella stanza ove erano i «nazareni», dopo di averli salutati, disse loro: — Vedete: la nazione tedesca è la più stupida delle nazioni della terra; tuttavia in un punto è superiore a tutte le altre: cioè nel poter fare a meno della religione, e voi... — Uno scoppio formidabile di urli e di contumelie coprì le parole del filosofo; e tutti, levatisi di scatto dai loro posti, alzando i bastoni e le ombrelle, lo spinsero verso la porta della bottega; ed egli sempre seguìto dal suo cane barbone, ovverosia dall'anima del mondo, se ne andò mormorando: — La patria tedesca in me non s'è allevato un patriota! — Se ne andò, e nel Caffè Greco non mise più il piede.

Ma neppur loro, i «nazareni», durarono ancora molto a radunarvisi, poichè il Cornelius fu chiamato a Monaco per dirigervi l'Accademia di belle arti, e colà, chiusa la Bibbia dalla quale da buon «nazareno» ei traeva i soggetti dei suoi quadri, prese a dipingere gli episodi più celebri delle leggende germaniche; Schadow, eletto direttore della Scuola d'arte a Düsseldorf, prese la via dell'insegnamento; il Woghel, lasciati i temi chiesastici, si mise ad illustrare il Dante; Weit andò a Francoforte: e così lo Schnoor, il Pför, i due Müller, Colombo e gli altri lasciarono via via la bella Roma, ove Dio pensa a tutto, e se ne tornarono ai loro paesi. Soltanto l'Overbeck non si mosse: e qualche anno dopo scriveva al Weit: «Io mi aggiro solitario fra le rovine di Roma e mi pare che io stesso sia diventato una rovina».

Presso a poco nello stesso tempo in cui il Caffè Greco veniva abbandonato dai «nazareni», esso ebbe l'onore di accogliere lo Stendhal, il quale vi capitò spintovi da una circostanza che vale la pena di essere riferita.

L'autore della Chartreuse de Parme era andato a vedere la Cascata delle Marmore; e, dopo averla ammirata dal basso e dall'alto, se ne scendeva a Papigno, quando s'imbattè in una contadina che gli andò incontro salutandolo come una vecchia conoscenza. Sorpreso dalle parole e dagli atti della donna egli rivolge qualche domanda a un giovinetto che lo accompagnava, e questi gli risponde, guardandolo furbescamente: — Eh, ho capito; voi, signor Stefano, non volete essere riconosciuto. — Mentre alcune altre donne gli vanno incontro manifestandogli il piacere che provano nel rivederlo, egli torna ad interrogare il giovinetto, e dalle sue risposte arriva finalmente a sapere che tutti lo pigliavano per il signor Stefano Forby, un pittore francese il quale pochi mesi innanzi aveva dimorato in Papigno per dipingere i diversi punti di vista della Cascata famosa. Rallegrato dalla comicità dello scambio, lo Stendhal lasciò correre; ma quando arrivato alle prime case del paese si trovò in mezzo a una folla giubilante di uomini, di donne e di bambini, cercò di mettere le cose a posto. Tutto fu inutile. Più lui si sgolava a dimostrare di non essere il Forby, e più tutti gli dicevano ridendo: — Ah, signor Stefano, ma voi volete scherzare! — Insomma, giacchè non c'era altro da fare, l'autore della Chartreuse accettò di buon grado le role del pittore; rispose come meglio potè alle dimostrazioni di affetto di quanti gli si stringevano addosso; li portò tutti da un 'salamiere'; offrì a tutti da mangiare e da bere; rimase con loro allegramente fino al cadere del giorno e se ne scese a Terni seguìto dalle loro benedizioni.

Ritornato a Roma lo Stendhal seppe che il Forby frequentava il Caffè Greco: vi andò subito e, ohimè!, fu choqué di trovare nel pittore a cui egli somigliava tanto un uomo sans doute fort bien au moral mais si peu beau!... — La qual cosa fa chiudere all'illustre psicologo il racconto della sua comica avventura con questa malinconica osservazione: — Il est singulier combien l'homme le moins fat pervient encore à se faire illusion sur sa taille et sa figure!

Fra l'autunno del 1830 e l'inverno del 1831 la bottega di via Condotti, arrivata all'apogeo della sua fama, ebbe, fra gli altri molti, due illustri visitatori; forse sarebbe meglio dire due illustri denigratori: il Berlioz e Felice Mendelssohn-Bartholdi. Difatti il Mendelssohn, in una lettera al suo babbo, del povero Caffè Greco ne parla così: «L'una stanza piccola e buia, larga circa otto passi, e da un lato di quello stambugio si può fumar tabacco, dall'altro no. Tutti siedono all'intorno sui banchi con in testa larghi cappelli e con tutto il viso e il collo coperto dai capelli; fanno un fumo orribile e denso e si dicono reciprocamente delle volgarità: hanno accanto grossi cani da macellaio, i quali sono incaricati della diffusione degl'insetti. Ciò che sul loro volto è libero dalla barba è coperto dagli occhiali; un fazzoletto da collo e un frack sarebbero novità; ingoiano caffè e parlano di Tiziano e di Pordenone come se questi sedessero accanto a loro». Non c'è male! Ma anche il Berlioz, che vi andò subito appena arrivò a Roma, la sera stessa del suo ingresso all'Accademia di Francia, non scherza: ecco con quali graziose parole egli ne tesse l'elogio: — Le fameux Café Greco c'est bien la plus detestable taverne qu'on puisse trouver: sale, obscure et humide, rien ne peut justifier la préférence que lui accordent les artistes de toutes le nations fixés a Rome.

Povero Caffè Greco! Nondimeno se tutti ne dicono male, tutti ci vanno, e lo stesso Berlioz deve confessare che la plus detestable taverne qu'on puisse trouver quando egli vi andò era talmente frequentata dagli artisti stranieri che la maggior parte di essi vi si faceva indirizzare la corrispondenza, e deve dire che gli artisti, arrivando a Roma, se volevano trovare i loro compatrioti dovevano cercarli al Caffè Greco. Difatti non mai come allora la bottega di via Condotti fu onorata da un così gran numero di avventori illustri; non mai come allora, quando i due celebri alunni di Euterpe ne parlavano con tanto dispregio.

Per ricordare soltanto gli stranieri che la frequentarono in quei giorni, o poco più tardi, basta nominare fra gli altri e su gli altri lo scultore danese Alberto Thorwaldsen, Mickiewicz, Orazio Vernet, Ampère, che visitando i nostri monumenti e osservando i nostri costumi raccoglieva già gli elementi per la sua Histoire Romaine a Rome, Thomas il futuro autore dell'«Amleto» e della «Mignon», Barbier il poeta della Curée, dell'Idole e del Pianto, Delaroche, Corot, Dupré, il mistico Orsel, lo Schnetz, che doveva poi essere eletto per due volte direttore dell'Accademia di Francia, e Leopold Robert il pittore dei Moissonneurs e di quegli altri molti quadri raffiguranti i vari episodi della vita dei briganti; i quali quadri e i quali briganti diedero a lui la gloria e a noi quella tal rinomanza da cui non ci siamo ancora liberati. Ma però la verità bisogna dirla tutta: s'egli è certo che cotesta non davvero invidiabile rinomanza il Robert fu il primo a procurarcela non è nemmeno dubbio che gli artisti nostri fecero quanto poterono perchè ci venisse conservata!

Il Raggi in un opuscolo da lui stampato nel 1836 intorno alla vita e alle opere di Bartolomeo Pinelli, dopo di aver ammonito gli artisti di astenersi dal dipingere e dallo scolpire «gli orridi fatti di quei malandrini che in sulle vie assalivano lo infelice viaggiatore che spesse fiate per le scellerate mani di quegli empi rinveniva la morte» e dopo di averci detto che il Pinelli «tali spettacoli orrendi, che sono un'onta per l'umanità, li ritraeva sì al vero che glie ne venivano commessi moltissimi», ci fa sapere come il conte Gourieffe, oltre a cinque quadri, allogasse all'artista trasteverino anche ventiquattro incisioni (i cui rami poi vennero portati in Russia) nelle quali dovevano essere rappresentate «le principali azioni di una mano di perfida gente che infestava le vicinanze di Frascati».

Del resto quando si pensa con quale insaziabile brama gli «orrendi spettacoli» dei quali parla il Raggi, effigiati sulle tele o scolpiti nel marmo, venissero allora ricercati, ammirati e, quel che più importa, comperati da tanti e tanti amatori, fra i quali erano in prima linea il re del Belgio, il re di Prussia, il re d'Olanda, i Bonaparte, i Demidoff, i Souwaroff, i Rothschild, i Fitz-James, i Basilewski, i Metternich e gli Schoenbrunn, non può davvero recar maraviglia se gli artisti nostri invece di fermarsi ad ascoltare il Raggi si mettessero a camminare per la strada brigantesca aperta dal Robert. Che se poi si volesse dimostrare fino a qual punto essi desiderassero di percorrerla cotesta via, basterebbe solamente ricordare come il Robert per soddisfare le richieste insistenti di coloro che volevano acquistare uno dei suoi quadri intitolato: Femme de brigand veillant sur le sommeil de son mari, fosse costretto a doverne dipingere in poco tempo quattordici repliche! E basterebbe dire che molti, quando perdettero la speranza di avere il quadro, pur di ottenere dal pittore qualche cosa dipinta da lui, lo supplicarono ad accontentarli dicendogli: — Mon cher monsieur Robert, un petit brigand, S. V. P.!

Ma la causa che spinse il Robert ad illustrare col suo pennello la vita dei malandrini fu abbastanza curiosa. Egli non era certamente venuto a Roma dal Canton di Neufchatel per questo! Tanto è vero che quando arrivò qui, benchè il brigantaggio infierisse da per tutto nello Stato Pontificio, agli avvenimenti briganteschi ei non chiese alcun soggetto per i suoi quadri, e mentre le bande del famigerato Gasperone assalivano le strade fin presso alle porte dell'Urbe, e le numerose squadre dei carabinieri facevano inutilmente del loro meglio e del loro peggio per disperderle, riproduceva nelle sue tele interni di chiese e di sacrestie, scorci di vie e di cortili e prospettive di chiostri: e, forse, da cotesto genere di pittura non si sarebbe allontanato se la polizia, fra le tante cose che in quei giorni pensava e metteva in opera per distruggere i banditi, non ne avesse pensata una la quale non distrusse niente e diede al modesto pittore di interni non solo il modo di diventare un grande artista, ma anche i mezzi per poter divulgare con la sua arte le gesta dei masnadieri e renderle popolari in tutto il mondo.

La bella pensata della polizia fu questa: arrestare l'intero paese di Sonnino, ove essa riteneva che si formassero le bande dei malviventi, e portarlo a Roma! Difatti un bel giorno (Veramente per i sonninesi il giorno dovette esser brutto!), una formidabile armata di carabinieri salì dalle paludi Pontine verso il paese, lo circondò, incatenò quasi tutti i suoi abitanti e li portò trionfalmente a Roma, dove uomini, donne e bambini, vennero chiusi parte in Castel S. Angelo e parte in un vasto edificio a Termini, accanto alle Terme di Diocleziano.

Il Robert andò a vederli e rimase profondamente colpito dall'energia e dalla purezza delle loro fisonomie, dalla linea statuaria delle loro persone, dalla eleganza e fierezza dei loro gesti, e specialmente dalla originalità dei colori e delle forme dei costumi che indossavano. Tornò ancora a visitarli e ammaliato dalla bellezza superba di due donne, una certa Teresina e una tal Maria-Grazia, le quali poi rimasero in Roma e divennero due modelle famose fece chiedere a Monsignor Governatore, il Bernetti, un permesso per poterle andare a disegnare: l'ottenne e dopo qualche mese di lavoro assiduo espose nel suo studio, con i ritratti delle due belle sonninesi, alcuni quadri di soggetto brigantesco, i quali sì per la novità del genere come per la maestria con cui eran composti, disegnati e dipinti ebbero un successo straordinario, e furono l'origine di quella enorme quantità di pitture, sculture, disegni, incisioni e litografie di scene e rappresentazioni della vita dei banditi, che spargendosi per il mondo ci procurò, come dissi dianzi, quella fama, non del tutto immeritata, del resto, in grazia della quale chiunque veniva fra noi vedeva briganti da per tutto. Perfino nel Caffè Greco! Par credibile? Eppure è così.

In un volumetto pubblicato a Parigi nel 1869, un certo Auguste Villemot incomincia un suo scritto, intitolato Brigands et Voleurs, precisamente con queste parole: — En 1847 j'étais à Rome. J'y frequentais le Café Grec, établissement très pittoresque... e lo prosegue dicendoci come proprio in cotesto établissement egli avesse il piacere di conoscere un signore sulla sessantina, con occhiali e parrucca, il quale, niente di meno, era il famoso capobrigante Carmagnola, che, ritiratosi dalla professione con quarantamila scudi, viveva in uno dei migliori alberghi di Roma e recavasi tutte le sere nella bottega di via Condotti per leggervi le gazzette e per giuocare qualche partita a dòmino, conversando piacevolmente con gli amici.

Lo scritto del Villemot non ha di certo una grande importanza nella storia della letteratura francese, ma ne ha, mi pare, una grandissima in quella del nostro Caffè, poichè ci dimostra come questo, sol che lo volesse, potrebbe onorarsi di avere ospitato nelle sue stanze, fra le tante persone celebri, anche un capobrigante. Potrebbe; ma, siatene certi, non lo farà. La bottega illustre, che pur avendo la fortuna di poter annoverare nella lunga serie dei suoi avventori un re, non se ne è mai vantata; figuriamoci un po' se vorrà farsi avanti per gloriarsi di avere accolto fra le sue oneste pareti il famoso Carmagnola!

Lasciamo stare dunque il brigante e parliamo del re.

Luigi primo di Baviera nei lunghi soggiorni che fece in Roma, per passarvi ogni anno lietamente i mesi dell'inverno, dall'alto della sua Villa Malta, in cui abitava, scese spesso nel Caffè Greco per cercarvi i suoi amici tedeschi, dai quali era adorato, e per portarli in qualche osteria romanesca. Le osterie dove, senza far torto alle altre, egli soleva più di frequente condurre gli artisti, eran due: una in riva al Tevere presso Ripagrande, sempre fornita di eccellente marsala, e un'altra all'insegna della Campanella, in piazza Montanara, ove il Goethe incontrò la bella Faustina da lui poi immortalata nelle Elegie Romane. Con quale gioia gli artisti accogliessero gli inviti del buon Luigi e con quanta prontezza abbandonassero per seguirlo il loro ritrovo abituale, non occorre dirlo; ma non occorre dire nemmeno che vi ritornavano presto.