L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.
Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.
Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).
In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:
«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».
Pag. 207, alla nota 41, aggiungi:
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.
Pag. 310:
Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)
Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.
Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».
Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».
Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.
Pag. 341, alla nota 17, aggiungi:
Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.
Pag. 344, linea 8, aggiungi:
In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.
Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.
Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».
La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.
Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.
Pag. 344, linea 14, aggiungi in nota:
Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.
Pag. 345, dopo la linea 17, aggiungasi:
Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.
Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.
Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.
Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori(1).
Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare(2).
(1) Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja.
(2) Ibid.
Pag. 370, alla nota 27, aggiungi:
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.
Pag. 370, alla nota 28, aggiungi:
Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (Clapared et Noeff, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».
Pag. 440, alla linea 2, aggiungi:
Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III ecc.
Pag. 468, alla linea 5, aggiungi in nota:
Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.
Vanno sullo stesso andare i Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo. Scoglio, Gadino.
Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini.
Pag. 471, lin. 18, aggiungi in nota:
L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII.
Pag. 558, alla nota 6 sostituiscasi questa:
Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).
Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».
Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.
Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.
Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I (Qui s'inserisca la nota 6 di p. 558).
Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.
Pag. 568, linea 4 ultima, aggiungi:
Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.
Pag. 601, linea 21, aggiungi:
«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).
Pag. 614, alla linea 11 ultima, mettasi in nota
(1) Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».
Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».