Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. Cedet in publicam utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et temeritatis accusares. Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.

Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:

(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena, prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai confratelli della società della Croce, e sta nel volume Bullarum et privilegiorum etc.

Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e nominatamente un'Opera contro le perniciosissime heresie luterane, di frà Giovanni da Fano; 1532.

Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:

Sul Mollio da Montalcino vedi Zeitschrift für das gesammte lutherische Theologie und Kirche, von Budelbach und Gueriche. Anno 1862.

Pag. 343, lin. 2, leggi:

fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse bruciato, avendo fatto ecc.

Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;

Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de' giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione, nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed eretico, che avea composto un libro Fiore Novello, pieno d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567 Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano, Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi, e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568 Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579 Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel 79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per eresia.

Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede, si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli homini. Requiescat in pace. Amen». Così finisce la relazione che se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).

(1) Un Auto da Fè in Bologna... pubblicato da M. G.; Bologna 1860.

Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:

Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel suo statuto antico mette per articolo 1:

Della fede cattolica.

«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».

Pag. 435, linea 29, aggiungi:

Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti (In Vinegia, Giolito 1562).

Pag. 470, lin. 23, leggi:

tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.

Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:

Giovanni Antonio Pelligatti (Annali di Lucca, manuscritto nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».

Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160, cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de' segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi, presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il cui titolo è Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra, con le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi, abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati esibiti che sei».

I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare essi libri al vescovo, il quale, dicesi nel memoriale predetto, ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della Repubblica. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».

Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano del boja sulla pubblica piazza di San Michele.

Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:

Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal Gaberel nel vol. I Pièces justificatives, p. 212. Fra questi documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi. Nous avons avisé (dice il re) de vous faire la plainte, pour vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection, sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et affection que vous nous portons, nous serions bien marry.

Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:

Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo. Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p. 481).

Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici, allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.

Pag. 479, lin. 39, aggiungi:

vedi il nostro Discorso XLIII.

Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati: profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole, lo piglia con una mano di ferro».

Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli atti e la tolleranza delle opinioni.

Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:

Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna. S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto in punto di fede.

Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:

Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668 fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, Motivi della conversione del Minutoli, ove contro i pastori di Ginevra adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e fece rumore assai in que' giorni.

VOLUME III

Pag. 50, alla nota 2, aggiungi:

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum(1) hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.

Tui observantissimus famulus
Hier. Vida, Albæ episcopus.

(1) Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon.

Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello(1) secretario secreto di Nostro Signore.

In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino)(2), il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.

Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.

In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.

Di vostra signoria

servitore
Hier. Vida, vescovo d'Alba.

(1) Marcello Cervino, che fu poi papa.

(2) Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721.

Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.

Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

A tergo. Dilecto filio Jo. Baplistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

Pag. 54:

Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.

Pag. 72, lin. 7 aggiungi, relativamente al Vanini:

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede»(1).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento(2).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione(3).

(1) Amphit., pag. 164.

(2) Dialoghi, lib. VI.

(3) De arcan. naturæ Dial.

Pag. 73, lin. 4, leggi:

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.

Pag. 79, la nota 37 si cominci:

Vedasi La vie et les sentiments de Lucilio Vanini. Rotterdam 1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps, comincia a parlarne con queste frasi: Les deux plus nobles exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant bellistre, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella Apologia pro J. C. Vanino, stampata a Rotterdam 1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella Historia Galliæ ab excessu Henrici IV, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure Schramm ecc.

Pag. 100, alla linea 6 ultima, aggiungi:

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra».

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno

Italia mia, se quel secondi, or volta

Da le mondane a le celesti tempre.

Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:

Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,

E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.

Pag. 104, lin. 24, aggiungi in nota:

La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

Pag. 109, alla nota 15, aggiungi:

J. Gaberel, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

Pag. 197, alla nota 2, aggiungi:

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

Pag. 199, alla nota 16, aggiungi:

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

Pag. 205, alla nota 39, aggiungi su frà Paolo: