Anche Ulrico di Hutten scriveva: Atqui non sum luthericus, verum magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla, dialog.). E ad Erasmo: Jam palam clamant isti omnium horum auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse.
Pag. 353, alla nota 46, premettasi:
Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo nipote cardinale ecc.
Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:
Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi. Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi, non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo, che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del cattivo.
Pag. 373, alla nota 3, inserisci:
Luigi Gradenigo, ambasciadore veneto a Roma, nella sua relazione del 1523, dice che Adriano fu eletto dopo un'orazione in lode di esso, recitata dal cardinale Cajetano, il quale mostrava come non potesse scegliersi uno di vita migliore. Anch'egli attesta lo stupore successivo de' cardinali, ed è persuaso che rimarrebbe in Ispagna, anzichè venire a Roma.
Pag. 374, alla nota 19, aggiungi:
Intorno ad Adriano VI molto si occupò, e in senso ostile, il signor G. A. Bergenroth nella recente opera Calendar of State Papers, relating to the negotiations betwen England and Spain, preserved in the Archives of Simancas and elsewhere. Londra 1867. Il secondo volume comprende gli anni 1509-1525. Vi sono le trattative per far papa il famoso Wolsey e quelle pel divorzio di Enrico VIII. Un contemporaneo, riferito dal Bergenroth, dice di Adriano: Quamvis simulatione ingenii et errore hominum ad pontificatum obrepsisset, tamen, si ejus in privata vita doctrinam et eminentem, quam quotidie sacris faciundis ostentabat, religionem spectes, inter optimos antistites haberi poterat. Sicuti contra, si post adeptum pontificatum ejus avaritiam, crudelitatem, ac principatus administrandi inscitiam considerabimus, barbarorum quoque quos secum adduxerat, asperam feramque naturam, qui sine ingenio et humanitate erant, intuebimur, merito inter pessimos pontifices referendus videtur.
Pag. 375, alla nota 29, aggiungi:
Trattavasi dunque della difesa, non solo del dogma ma dell'intera società, e ciò darebbe spiegazione delle istruzioni che il Campeggi stesso presentò all'imperatore, e che il Ranke dice avere trovate in una biblioteca a Roma. Gli insinuava in quelle d'adoprar promesse e minaccie e alleanze con principi cattolici onde restaurare la fede: e «quando alcuni perseverino nella diabolica via, metta mano alla vanga di ferro per isvellere dalle radici la pianta velenosa. Quel che più monta è di confiscare i beni dei pertinaci, e mandar buoni e santi inquisitori, che con somma diligenza ne cerchino ogni avanzo, e procedano contro di essi colle norme che in Ispagna si praticano coi Marrani. Sia scomunicata l'Università di Wittenberg, e dichiarati indegni de' favori imperiali e papali quei che vi compiono gli studj. Si mandino al fuoco i libri d'eretici; nessuno di questi sia tollerato alla Corte; i frati disertori siano rimessi ne' loro conventi. Ma sopratutto fa mestieri di vigorosa esecuzione: quand'anche la maestà vostra non colpisse che i principali, ne trarrebbe molto denaro, ben necessario per guerreggiare i Turchi».
Vedi Leop. Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlino 1852, tom. III, pag. 186, e Die römischen Päbste. Berlino 1854, tom. I, p. 112: tom. III, p. 27. Instructio data Cæsari a. r. Campeggio. Il Ranke crede autentica quell'istruzione, e in fondo essa mira solo a colpir i principi ribelli in quello ove peccavano, cioè nell'usurpazione dei beni della Chiesa, col titolo di osteggiare i Turchi. Ai 10 giugno 1530 Carlo V entrava in Monaco, e fra altre feste, furono rappresentati Ester e Assuero, Tamiri e Ciro, Cambise. Il Campeggio disse all'imperatore che quei fatti «potrebbero applicarsi agli eretici, contro i quali, se non vorranno la pace di Dio, si userà la verga ferrea». E l'imperatore rispose che «non col ferro ma col fuoco era mestieri castigarli» (Ap. Laemmer, Mon. vat., p. 38). Cioè l'imperatore credea necessario un rigor maggiore che non la verga ferrea, che non la punizione legale, giacchè di questa, non di uccisioni intendeva il Campeggio. Certamente la lettera circolare che l'imperatore, d'accordo col papa, stese a Bologna per convocare la dieta d'Augusta, è tutta dolcezza e studio di concordia.
Vero è che altre volte il Campeggio esortava a sveller l'eresia con ogni modo. «La cattolica maestà vostra si disponga di voler al tutto estirpar queste eresie... Ed in questa gloriosa, santa, e ben veramente cattolica impresa... mostrerassi a tutto il mondo, siccome è col nome, così eziandio esser nelle operazioni sue vero ed indubitato successore di quel Carlomagno, del quale, fra le più magnanime imprese ancora risuona la fama della espugnazione che fece delli Sassoni, con la quale fu stabilita allora la santa e cattolica fede». Parere del legato Campeggio apud Lanz Staatspapiere, pag. 49. Ed al Campeggio scriveva il cardinale Salviati: «Sua santità giudica il medesimo che lei, che la parte infetta di Germania possa mai sanarsi se non con ferro e fuoco, e quando sua maestà cesarea si risolvesse di pigliarla per tal via, sua beatitudine dal canto suo non è per mancare d'ajutare la maestà sua con tutto quello che potrà» (13 luglio 1531, ap. Laemmer).
Fra le ragioni che il papa adduceva per non ajutare di denari quelle guerre, era l'essersi esausto per le somme che avea date all'esercito imperiale acciocchè non saccheggiasse Firenze dopo l'assedio.
Sui maneggi d'allora buoni indizj reca Giuseppe De Leva nella Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia, che si pubblica ora a Venezia per fascicoli.
È notevole che Melantone, al congresso d'Augusta, asseriva trattarsi solo d'una leggiera dissomiglianza di riti (la confessione particolareggia il matrimonio de' preti, la messa privata, il calice ai secolari), ma i nostri capivano che la quistione era se le istituzioni ecclesiastiche fossero d'origine divina o di umana.
Pag. 381, alla nota 7, premetti:
Versi in appendice al libro di Lorenzo Humfred, Johannis Juelli Angli vita et mors. Londra 1573, ove pure si legge:
Prædicet assiduo divinum Martyra Tuscus,
Calvinumque suum Gallia in astra ferat.
(Va trasportata in questa nota la 3 del Discorso XXIX).
Pag. 399, lin. 32, in nota aggiungi:
Gl'intendimenti del Flaminio appajono da questa lettera alla signora Teodorina Sauli.
«L'affezione che porto a vostra signoria per l'amore ch'ella porta a Gesù Cristo nostro Signore mi fece scrivere quella che le scrissi. Ma se io fui presuntuoso ed arrogante, vostra signoria è tanto più umile e modesta pregandomi ch'io le insegni a edificar sopra quel fondamento che si contiene nella mia... Tre cose so per qualche esperienza che giovano sommamente alla edificazione della vita spirituale. E sono: l'orazione mentale, l'adorazione cristiana e la meditazione. Per orazione mentale intendo un desiderio fervente d'impetrare da Dio alcuna cosa: e le cose le quali principalmente dobbiamo desiderare d'impetrare da Dio sono la fede, la speranza e la carità; e perchè l'uomo può sempre desiderare, per conseguente può sempre orare, come ci esorta san Paolo che facciamo. La fede cristiana consiste nel dar credito a tutte le parole di Dio, e in particolare all'Evangelio di Cristo. L'Evangelio non è altro che la felicissima nuova, che hanno pubblicata per tutto il mondo gli apostoli, affermando che l'unigenito figliuolo di Dio vestitosi della nostra carne, ha satisfatto alla giustizia del suo eterno padre per tutti i peccati nostri. Chi crede questa felicissima nuova, crede l'Evangelio, e dando fede per dono di Dio all'Evangelio, si parte dal regno del mondo, ed entra nel regno di Dio, godendo del perdono generale; diventa di creatura carnale, creatura spirituale; di figliuolo di ira, figliuolo di grazia, di figliuolo di Adamo, figliuolo di Dio; è governato dallo Spirito Santo; sente una giocondissima pace di coscienza; attende a mortificare gli affetti ed appetiti della carne, conoscendosi morto col suo capo Gesù Cristo; attende a vivificare lo spirito, e a vivere una vita celeste, conoscendosi resuscitato col medesimo Gesù Cristo. Questi e altri stupendi effetti fa la fede viva nell'anima del cristiano, e per ciò dobbiamo sempre instare con l'orazione al signor Dio che ce la doni e ce l'accresca, se l'abbiamo. La speranza cristiana consiste nell'aspettare con pazienza e con desiderio e allegrezza continua, che Dio adempia in noi quelle promesse ch'egli ha fatto a tutti i membri del suo diletto figliuolo, promettendo di farli conformi all'immagine gloriosa di lui, il che sarà adempiuto quando, fatta la resurrezione de' giusti, saremo glorificati nell'anime e nei corpi. Chi ha questa speranza grida sempre col cuore, Adveniat regnum tuum: il qual regno allora verrà perfettamente, quando Gesù Cristo, dopo il giudicio universale, consegnerà il regno al suo eterno padre. La carità consiste nell'amare Dio per se stesso, ed ogni cosa per Dio, dirizzando tutti i pensieri, tutte le parole e tutte le operazioni a gloria di sua divina maestà. La qual cosa non potrà mai fare chi non crede all'Evangelio, e chi non gusta colla speranza i beni della vita eterna. Adunque il cristiano dee vivere in un continuo desiderio che Dio gli accresca la fede, per la quale si conosca giustificato, e fatto figliuolo di Dio per li meriti di Cristo; che Dio gli accresca la speranza per la quale aspetti con desiderio la risurrezione de' giusti; che Dio gli accresca la carità, per la quale ami Dio con tutto il cuore, odiando l'amor proprio, fonte d'ogni peccato. La carità sostenta la fede e la speranza, perchè l'amore fa che l'uomo creda e speri facilmente. La speranza della vita eterna fa che il cristiano non si curi della vita presente, e per conseguente è modesto e umile nelle prosperità, e forte e paziente nelle avversità. La fede viva ci mantiene incorporati in Cristo, e per conseguente vivificati dallo spirito di Cristo, il quale è spirito fecondissimo, e perciò nell'anima del vero cristiano produce frutti dolcissimi, come è la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà e la speranza. L'anima, che si sente del tutto sterile di questi ed altri simili celesti frutti, tenga per fermo che non ha in sè lo spirito di Cristo, e chi non ha lo spirito di Cristo non è di Cristo, come dice san Paolo.
«L'adorazione cristiana consiste in spirito e verità, e allora il cristiano adora in spirito e verità, quando si umilia sotto la potente mano di Dio, benedicendo il suo santo nome in ogni tempo, e ringraziandolo di ogni cosa sì avversa che prospera, tenendo per certo che niuna cosa gli avviene senza la volontà di Dio. Con la quale volontà conformando la sua, il cristiano viene ad unirsi con Dio, e diventa uno spirito con essolui, e gode una tranquillissima quiete, sicuro da tutti i tumulti ed errori del mondo: perciocchè vengano pur sopra di lui le infermità, la persecuzione, la povertà, la perdita de' figliuoli, e tutte le altre avversità, che egli le riceve con la faccia allegra e serena, sapendo che vengono per volontà di Dio, la quale egli ha fatta sua, volendo tutto quel che vuol Dio, il quale usa di purificare nella fornace delle tribulazioni le anime de' suoi eletti, conducendogli alla felicità del paradiso per quella medesima via che condusse l'unigenito suo figliuolo Gesù Cristo.
La meditazione consiste nel pensare a Dio e alle sue perfezioni, e ai beneficj, i quali dalla sua onnipotenza, sapienza e infinita bontà sono comunicati liberalissimamente a tutte le creature, e particolarmente a veri cristiani, e consiste nel pensare a Gesù Cristo passibile e mortale, a Gesù Cristo impassibile e immortale. In Gesù Cristo passibile e mortale considera il cristiano l'umiltà, la mansuetudine, la carità, l'obbedienza a Dio, l'estrema povertà e le continue ignominie e persecuzioni, le quali finalmente l'uccisero acerbissimamente sul legno della croce. Questa cose considera ogni giorno il vero cristiano per imitare il suo maestro, per diventare umile, mansueto, amorevole, obbediente a Dio, per vincere la vergogna del mondo, per essere paziente e costante nelle tribolazioni, e pigliare la sua croce ogni giorno, e seguire arditamente il suo signore. In Gesù Cristo impassibile e immortale e glorificato, considera il cristiano, che egli per la sua obbedienza è stato esaltato da Dio ad un'altissima sublimità, e ha acquistato un nome, che è sopra ogni altro nome: considera che egli è nostro pontefice, perciocchè intercede ogni ora per noi; che è nostro Signore, perchè ci ha redenti e comperati col suo preziosissimo sangue: che è nostro re, perciò che ci governa col suo spirito santo, così nelle cose temporali come nelle spirituali; che è nostro capo, perciocchè, siccome dal capo umano discende una virtù che dà vita e sentimento a tutto il corpo, così da Cristo glorioso discende ne' suoi membri mistici una virtù divina, che li mistifica d'una vita sempiterna, e gli empie di doni e sentimenti spirituali e celesti; considera che egli ci porta un infinito amore; che ha più cura di noi che non abbiamo noi medesimi; che copre con la purità e perfezione sua tutte le nostre imperfezioni; che abita col suo spirito nelle anime nostre, e che finalmente ci farà abitare seco in paradiso, glorificandoci a immagine della gloria sua. Chi sarà colui che, considerando queste cose stupendissime con fede, non abbruci d'amor divino? che non s'innamori ardentissimamente di Dio e di Cristo? che non giudichi, e tenga per un vilissimo fango tutti gli onori, tutte le ricchezze, e tutti li contenti e piaceri del mondo? che non consacri l'anima sua e il corpo suo al suo Dio e a Cristo?
Signora mia, pensate sempre a Dio e a Cristo, e viverete una vita celeste in terra, vedrete in ogni cosa Dio e Cristo, farete ogni cosa per gloria di Dio e di Cristo, e amerete ogni cosa per amor di Dio e di Cristo.
Signora mia, in Cristo osservandissima, per obbedirvi mi son condotto presuntuosamente a parlare delle cose spirituali, nelle quali mi conosco poco esperto: ma siami conceduto di errare per questa volta; per l'avvenire cercherete persone sufficienti a tanta impresa, e lascerete stare me nel mio silenzio, pregando il signor Dio che mi dia orecchie da udire quello che egli parla secretamente al mio cuore. Prego sua divina maestà, che vi faccia sempre orare, adorare e meditare ad onore e gloria sua».
In Napoli il giorno XII di febbrajo MDXLII.
Pag. 414, alla linea 9, aggiungi:
Michelangelo e Vittoria Colonna consolavansi della lontananza scrivendo, ma ella gli mandava di frenarsi, «chè, volendo continuare con tanto calore, io mancherei di stare la sera con le suore nella cappella di Santa Caterina, e voi di andare di buon'ora a lavorare a San Pietro: e così l'una mancherebbe alle spose di Cristo, l'altro al suo vicario».
La frase non è d'eretica a eretico.
Pag. 416 in fine, aggiungi in nota:
È rimasto fra' nomi più esecrati Fabrizio Maramaldo, l'uccisore di Ferruccio. La marchesa di Pescara scrive al principe d'Orange una lettera, ove esalta le virtù di Maramaldo, «malgrado che le cattive informazioni che oggidì usano possano far dubitare a vostra eccellenza esser possibile cosa, remota da ogni possibilità»: attesta che il fu suo marito ne sperimentò molte volte le virtù, sincerità e fede, e parrebbele strano che la candida fede d'un tal cavaliere, affinata per tal mano, la malizia d'un tristo potesse offenderla.
Pag. 425, alla nota 18, aggiungi:
Le lettere del Flaminio, del Vergerio, d'altri sospetti d'eresia trovansi nella prima edizione di Aldo, e anche nella seconda fatta in Venezia il 1549 con privilegio di Paolo III: ma nelle successive sono levate, è perfin taciuto il nome di siffatti ogniqualvolta ricorra in lettere altrui.
Pag. 426, alla nota 24, aggiungi:
Nel pubblicare le lettere del cardinale Polo, il cardinale Querini non conobbe le molte che stanno nell'archivio de' Frari a Venezia; 349 delle quali sono scritte fra il 1548 e il 1558, con molte altre indicazioni relative alla storia inglese d'allora. Vedi Report upon the documents in the archives and public libraries of Venice, by Thomas Duffus Hardy ecc. Londra 1867.
Pag. 427, alla nota 26, aggiungi:
Durante quella guerra, il cardinale Farnese incaricò Brunamente Rossi, governatore d'Orvieto, di visitare spesso la marchesa di Pescara, in aspetto per onorarla, in fatto per ispiarla. Il 1 aprile 1541 egli scriveva al cardinale: «Non sono mancato, nè mancherò di visitare la signora marchesa con quella maggior gratitudine che sia possibile, in nome di vossignoria reverendissima ed illustrissima. La quale, tanto in parlare, quanto nelle altre azioni sue, si dimostra tanto devota e affezionata di nostro signore e di vossignoria reverendissima ed illustrissima quanto si possa. Sua Eccellenza si è rinserrata nel monastero di San Paolo, sola con due serve. E due servitori tiene di fuori, che la provvedano di quanto le fa mestieri. E vive con quella religione che soglion vivere le persone di santa e onesta vita».
VOLUME II
Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:
Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi: molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare l'accusa.
Pag. 11, mettasi in nota:
Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci e guasti l'Italia, e intanto
Non vede i danni suoi, nè a qual periglio
Stia la verace santa fè di Cristo
Che (colpa io so di cui) negletta more.
Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:
O messaggier di Dio, che in bruna veste,
L'oro e i terreni onor dispregi tanto,
E nei cor duri imprimi il sermon santo
Che te stesso e più 'l ver ne manifesta.
Il tuo lume ha via sgombra la tempesta
Del core ove fremea, dagli occhi il pianto.
Contra i tuoi detti non può tanto o quanto
De' feri altrui desir la turba infesta.
L'alma mia si fe rea della sua morte
Dietro al senso famelico; e non vide
Sul Tebro un segno mai di vera luce.
Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.
Servo fedel di Dio, quel che divento
Allora è don delle tue voci sante.
Tu cui solo è dato
Spesso gl'infiamma (i miei spiriti) e lor mostra e rivela
Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.
In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti».
Pag. 18, metti in nota:
Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher Carl V und die teutschen Protestanten (Dusseldorf 1866) per conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per le contese con Paolo III.
Pag. 45, lin. 26, aggiungi:
Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze, delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»
Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi stesso.
Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano alla perfezione.»
E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità, che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio, che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio. Quando Cristo dice chi crederà, fia salvo, il discepolo che crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».
Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede, il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo ha perdonato i miei peccati».
Giulia l'interrogò qual fosse cotesta via della salute, e il Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo. Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione. Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La predica ascoltate con umile spirito.
«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
Valdes. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
Giulia. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»
Valdes. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo Abecedario spirituale, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.
Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere come Pietro amaramente il peccato suo.
Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo, Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno; crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa, perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare, dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta intiera ai presenti tempi.
Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura, intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica proprio, Ecco, in quelle cose è la parola della verità: ma noi non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la Chiesa anticamente ci ha insegnato.
Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà vostra.
Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che, se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete, nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed ajutarvi.
Di Roma alli XX ottobre MDXLII.
Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:
Nell'Indice tridentino è registrata: Historia vera de vita, obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam restitutæ.
Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:
Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64 anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio, la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.
Pag. 103, al fine, aggiungi:
Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della Morata, mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et legavit collectas, dà a questa regina le più smaccate e retoriche lodi. Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas tua facile judicabit. Ricorda d'aver egli fatto menzione della regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a re Eduardo i commenti alle Filippiche.
La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo. Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e offre mandarle libri cristiani.
Ha pure molte lettere a Celio Curione.
Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:
Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato ridendo, et coram Cæsare girava il capo continuamente qua e là, alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de Spiritu Sancto; tuttavolta ha perso in ogni modo molta riputazione della opinione prima».
Pag. 112, si levino le linee 4-10.
Pag. 114, lin. 31, pongasi:
Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545, nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione vescovile. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il movevano a pietà, dappoi a scherno.
Ritiratosi alla patria ecc.
Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota
(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550 scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che, senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se riesce.
(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si soggiunga):
Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio, furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri cattolici.
Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:
Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei Carmina poetarum nobilium Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita, Milano 1561, vi sono degli esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza, aventi per ritornello:
Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,
e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.
Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:
Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21 febbrajo 1539:
«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).
Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid 1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.
Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:
Più curioso è l'Index librorum prohibitorum et expurgandorum novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc. Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che dagli autori devono espungersi o correggersi.
Pag. 307, nota 23, aggiungi: