Le Pasquinate.
A Roma nel rione Parione, dov'è il palazzo Orsini, che nel 1791 i Braschi comperarono per cinquantamila scudi, sta sulla cantonata della piazza una statua monca, senza naso, nè braccia, nè gambe. Lodovico Castelvetro, nella Ragione di alcune cose segnate nella canzone di Annibal Caro, riferisce aver udito dal Tibaldeo che a Roma visse un sartore arguto, di nome maestro Pasquino, nella cui bottega in Parione convenivano molti bajoni, ed anche cortigiani, ambasciadori, cardinali, a tartassar il terzo e il quarto. I motti e i frizzi correano poi per la città, e anche quelli d'altri s'attribuivano a maestro Pasquino. Era costui morto da poco tempo, quando presso la sua bottega si sterrò una statua, guasta, ma che giudicossi un capolavoro, e che figurasse Alessandro, o Menelao che sostiene il cadavere di Patroclo. I bizzarri dissero ch'era Pasquino risorto, e cominciarono attaccar a quella le satire.
Il fatto non è esatto, poichè sappiamo che, al tempo del Tibaldeo, già quella statua stava eretta sopra un piedistallo presso al palazzo Orsini, il quale fu bensì ricostruito dal Sangallo verso il 1512, ma esisteva da ducento anni: e par probabile quel torso fosse scoperto nel cavarne le fondamenta, lungo tempo prima del maledico sartore. I capi rioni attaccavano a quella statua gli avvisi municipali, essendo in luogo centrale e frequentato, poi anche l'autorità ecclesiastica le indulgenze, le pastorali, ecc., finchè anche i maligni cominciarono appiccicarvi le satire, di cui fu sempre ghiotta quella popolazione, e che si dissero pasquinate anche quando o non v'erano state affisse, o l'erano ad altre statue. Perocchè il privilegio di Pasquino fu diviso dal Babbuino che dà nome a una via, dal Facchino del palazzo Piombino, dall'abbate Luigi, da donna Lucrezia dietro il palazzo di Venezia, dallo Scanderbeg sul palazzo che fu abitato da questo, e principalmente dal Marforio, dio marino colossale dissepolto tra il Foro (Martis forum) e il tempio di Marte, e collocato per prospettiva alla fontana di Campidoglio.
Massime alle elezioni dei papi si moltiplicano queste satire, per lo più brevi, talora in dialogo, sempre argute. Noi ne accenneremo alcune, che abbiano qualche appiglio colla nostra storia.
A Sisto IV morto:
Per Alessandro VI, quando si ripescò dal Tevere il cadavere di suo figlio:
E altre volte:
E alla sua morte:
Per Giulio II, che diceasi aver buttato le chiavi di Pietro per impugnar la spada di Paolo:
e altrimenti:
e per le sue indulgenze:
Per la mansuetudine di Leon X:
Altra volta Pasquino era comparso da pellegrino mendicante, e diceva: «Andrò ai Galli e agli Ispani per empir la tasca d'oro, poichè il poter dell'oro caccia adesso le Muse. Amici, portatemi oro, non versi; ai potenti non comanda che il denaro».
Ma perchè i letterati, contenti de' favori di papa Leone, lo lasciavano tacere, Pasquino cantò:
Di rimpatto si sfogò contro Adriano VI. Sotto Clemente VII le sventure furono troppo serie: ma alla sua morte, che si dicea causata dall'imperizia del medico Curti, fu scritto:
O gli applicaron il versetto evangelico: Ecce qui tollit peccata mundi. Fu anche scritto:
In un altro epitafio assai lungo, dopo basse ingiurie, s'invitano i Romani a festeggiare, perchè
Al tempo di Paolo III Pasquino scriveva:
Ma non tacque, e tra gli altri applicogli il detto scritturale: Zelus domus suæ comedit illum: e che Roma, dopo trovatasi sì male di due Medici, or cadde nella frenesia (Farnese).
Un'altra volta narrava Marforio che un angelo intimasse al papa: «Pasci le mie pecore»; Pasquino replicava aver egli risposto: «La carità ben ordinata comincia da sè». E Marforio insisteva: «È egli giusto di toglier il pane di bocca ai figliuoli per darlo ai cani?»
Un'applicazione in grande de' testi biblici fu fatta in occasione dell'Epifania del 1535, per la gita del papa a Marsiglia.
Il papa diceva: Modicum videbitis me, modicum et non videbitis me, quia vado ad patrem.
Il re di Francia: Tu es qui venturus est, non alium expectamus.
Il cardinale di Cesi: «Io sono una vigna selvaggia: il padre mio era un agricoltore».
Il cardinale di Bari: «Barabba era un ladro».
Il cardinale Campeggio: Filii tui tamquam novellæ olivarum in circuitu mensæ.
Il cardinale di Mantova: Lingua mea calamus velociter scribentis.
Il cardinale di Ravenna: Vade in pace et noli amplius peccare.
Il cardinale Doria: Vade retro, Satana.
Il cardinale di Bologna: Amice, quomodo intrasti non habens vestem nuptialem?
I cardinali spagnuoli: In cathedram Moysis ascenderunt scribæ et pharisæi.
I cardinali nuovi: Laudate, pueri, Dominum, laudate nomen Domini.
Pasquino: Si veritatem dico vobis, quare non creditis?
Non è facile capir tutte le allusioni, e perciò ne lasciammo via molti. Fu anche parodiato il Vangelo, facendone uno secondo Marforio, dove la visione d'Emaus è convertita a tassar papa Clemente, ma più il suo successore.
Un'altra volta era il Liber generationis antichristi filii diaboli. Diabolus genuit papam, papa vero genuit bullam; bulla vero genuit ceram; deinde cera genuit plumbum; plumbum vero indulgentiam; ea vero curenam (assoluzione dal digiuno quaresimale); carena vero genuit quadragenam (la quarantena); ex qua tandem orta fuit simonia, ex qua fuit superstitio, etc.; e dopo la cattività di Babilonia, il cardinale generò il cortigiano, il cortigiano il vescovo suffragante e il commendatore, che generarono la pensione: dalla pensione venne la decima, da questa l'oppressione del paesano; l'oppressione generò la collera, e questa l'insurrezione, nella quale si rivelò il figlio dell'iniquità che chiamasi Anticristo.
Gli è per tali profanità che delle pasquinate ebbe ad occuparsi anche il Concilio di Trento, perocchè alcuni, e specialmente il legato Del Monte, voleano si provvedesse all'abuso che in essi faceasi de' testi sacri, convertendoli o a satira o a giocondità: ma non si credette dovervi prendere un provvedimento speciale: solo si proibì di usar le parole scritturali in vanità, adulazioni, scurrilità, superstizioni, libelli famosi. E fra i decreti sui libri proibiti al § 11 restano in generale vietati Pasquilli omnes, ex verbis sacræ scripturæ confecti. Item Pasquilli omnes etiam manuscripti, omnesque conscriptiones in quibus Deo, aut sanctis, aut sacramentis, aut catholicæ ecclesiæ et ejus cultui, aut apostolico quomodocumque detrahitur.
Pure queste applicazioni di testi ecclesiastici talvolta non sono che ingegnose, come quando nel 1535 de' cardinali francesi si dice «Per altra via se sono tornati»; e dei tedeschi: «Non v'è nulla da mangiare noi in questa casa?»
Ed altra volta per l'entrata de' Francesi in Italia:
E qui son a ricordarne due a proposito di Galileo. Quando egli ebbe scoperto i satelliti di Giove, e che la più parte degli astronomi li negavano, Keplero li vide, ed esclamò, Galilee, vicisti. Di rimpatto un frate a Firenze prese per testo d'una predica, Viri Galilæi quid statis aspicientes in cœlum?
Nell'Indice tridentino de' libri proibiti è registrato Evangelium Pasquilli. Vi somigliano le Sortes Virgilianæ per Pasquillum collectæ; emistichi o versi di Virgilio, applicati ingegnosamente.
Il papa si duol di non aver dapprincipio soffogato Lutero:
A quei che voleano il papa presedesse al Concilio:
Ad Erasmo vacillante,
Al papa perchè non si mescoli delle cose temporali,
Il papa temente della sorte de' suoi, esclama:
Sui disastri di Roma:
Lutero solo contro tutto il mondo:
Nell'indice de' libri proibiti dal concilio di Trento son notati:
In occasione che il papa prende il possesso, che è una delle solennità più splendide della splendida Roma, veniva Pasquino foggiato in qualche personaggio, e allora le satire s'acconciavano a queste trasformazioni. Per l'una diceva:
«Qual meraviglia se mi trovi cangiato, dacchè Paolo cangia dieci volte all'ora?»
Vestito da Occasione, diceva all'imperatore:
Ma gli si rispondeva:
Un'altra volta egli compariva da viaggiatore, e
Essendo vestito da Perseo, gli fu appicciato il distico:
Oppure:
Quando esso Paolo III trasferì il concilio, stampossi un Pasquilli carmen in Paulum III fugitivum a facie concilii Mantuani:
Quid est tibi, papa, quod concilium fugisti, et vos, cardinales, quia conversi estis retrorsum?
A facie reformationis mota est curia, a facie reformationis veræ,
Quæ converteret papam in pauperem plebanum, et cardinales in miseros capellanos.
Anche Paolo IV fu incessante bersaglio a satire, massime a cagione dei nipoti: e il suo nome di famiglia Caraffa diè occasione a molte arguzie, tanto che si dovette proibire di gridar per istrada bicchieri e caraffe.
Sotto Sisto V comparve Pasquino con una camicia tutta sudicia. E chiedendogliene Marforio il perchè, rispondeva: «Perchè la mia lavandaja è divenuta sorella di papa».
E perchè Sisto rimescolava colpe vecchie, si fecer dialogare le due statue di san Pietro e Paolo. Il primo vedeasi in atto di partire cogli sproni:
San Paolo: Dove vai?
San Pietro: Corro qualche pericolo. Temo esser chiamato in giudizio perchè ho rinnegato il mio maestro.
San Paolo: Allora farò bene anch'io a cavarmela, perchè m'imputeranno le persecuzioni che feci contro i Cristiani.
Ma Sisto non intendea scherzi, e faceva anche impiccare i satirici, onde Pasquino dovette contentarsi d'esclamare che papa Sisto non la perdona neanco a Cristo.
Venendo a tempi vicini, di Benedetto XIV disse Pasquino: Vir bonus in solio, Bonus vir in solio. E di Pio VI che nello stemma portava aquila, gigli, stelle, venti:
In somma Pasquino è un arguto, che tien l'occhio al Vaticano, l'orecchio al conclave, intelligenze nelle anticamere, spie nelle sale e nelle alcove. Talvolta fu l'uom dabbene indignato de' vizj: tal altra lascia fra il riso trapelare l'ira protestante come quando dice:
Si abusa del suo nome? egli esclama:
Talora domanda un cappello di cardinale:
Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:
Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come quando essendosi scritto, Orietur in diebus nostris justitia et pax, Pasquino vi antepose un M.
E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.
E il Marini cantava:
Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì: «Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane, che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».
Sotto Urbano VIII de' Barberini, Pasquino esclamava:
Ed essendosi levato il tetto di bronzo dal Panteon per fondere la cattedra di san Pietro, disse: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Quando esso papa emanò una bolla contro il tabacco, Pasquino esclamò: Contra folium quod vento rapitur ostendis potentiam tuam, et stipulam siccam persequeris.
Sotto Alessandro VII, Pasquino prese, come spesso i buffoni, la parte del prepotente, schernendo il papa degli insulti fattigli da Luigi XIV, or in colloqui coll'abbate Luigi, or in sindacato dove i conservatori di Campidoglio assumono per segretario Marforio, Pasquino per procurator fiscale, don Gregorio per usciere; e dopo molte cose serie e molte beffarde, conchiudesi con sette avvisi: 1º che tutti i cittadini abbian un esemplare della storia romana, per ricordarsi le geste degli avi, aspirarne l'amor della libertà, e ricordarsi che cacciarono i Tarquinj dalla città; 2º che siano obbligati di legger la storia primitiva della Chiesa, notare il diritto che avea il popolo d'eleggere i papi e di partecipare al governo temporale; 3º di non chiuder gli occhi ai disordini degli ecclesiastici; 4º ridersi delle bolle fabbricate per avvilire il popolo e sottomettere i laici ai preti; 5º stare uniti in santa fraternità, perchè sulla discordia si fondò la sua schiavitù; 6º render al papa ogni rispetto e obbedienza come sovrano spirituale; 7º guardarsi dal pagare soldati quando i papi volessero far guerra e cambiar la croce in spada.
Oltre la pasquinata, che diceva di lui, Maxime de se, magna de parentibus, mala de principibus, pessima de cardinalibus, nihil de Deo, moltissimi sonetti conosco per la morte d'Alessandro VII, e un de' migliori è questo:
Questo sonetto trovo nella Magliabecchiana mss. cl. VII. 309; dove sono moltissime pasquinate, o in raccolte, o sparse: fra cui Risate di Pasquino con l'abbate Luigi per l'aggiustamento di Pisa circa le differenze tra il re di Francia e la casa Chigi.
Ultimamente stampossi Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, traduite et publiée pour la première fois par Mary Lafon (Parigi 1861). È poco meglio che copia di un articolo dei Mémoires de littérature par M. De S.... (t. II, p. II, p. 200, Aja 1717), aggiuntevi mentosto pasquinate che satire contro i papi, tolte da Hutten e da altri. Per esempio, sotto Giulio II mette il dialogo, spiritoso per verità ma ben lungo, fra questo papa e san Pietro alla porta del paradiso, che è attribuito a Erasmo o a Fausto Anderlino, e che noi mettemmo in nota al Discorso XIV. Esso Hutten ha pure il Pasquillus exul, dialogo con Ciro; ove finge che, abbandonando affatto la città, stanco di aspettare, nè più nulla sperando dal papa, solo occupato ad impinguare i suoi ben numerosi, gli espone il secreto della creazione dei trentun cardinali, della promulgazione delle indulgenze, e del progetto della crociata, che in fatto era un'operazione politica e finanziera per ristaurar l'erario, e dar al papa la maggioranza nel conclave.
E tutt'altro che pasquinate sono il dialogo tra Vadisco e Pasquino: Apophtegmata Vadisci et Pasquinei de corrupto statu Ecclesiæ; il Pasquillus extaticus, ed altre composizioni.
Gli è per quest'ultima che annettesi il marmo beffardo al nome di Celio Curione, del quale vuolsi sia la raccolta Pasquillorum, comparsa a Basilea il 1544.
Questa comincia da una poesia De se ipso et origine sua, ove Pasquino narra lui esser Lica che portò ad Ercole, da parte di Dejanira, la fatal camicia, onde perdè la vita; ma prima di spirare lanciollo in aria: ricaduto sopra uno scoglio del mar d'Eubea, suscitava tante tempeste, che Nettuno col tridente ne lo cacciò, onde salvossi in terraferma, ed or rimane a Roma, dove una turba di pedagoghi ogni anno gli rende i dovuti onori.
Non v'è titolo propriamente onde attribuir quella raccolta al Curione, e neppure il Pasquillus theologaster diretto a Lutero; bensì è di lui il Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium (Basilea 1544). Poi Celii Secundi Curionis Pasquillus extaticus, una cum aliis etiam aliquot sanctis pariter et lepidis dialogis, quibus præcipua religionis nostræ capita elegantissime explicantur; omnia quam antea cum auctiora, tum emendatiora,.... adjectæ quoque sunt quæstiones Pasquilli in futuro concilio a Paolo III indicto disputandæ, lectu jucundissimæ (s. l. et a.).
Forse col titolo di Pasquino in estasi, ragionamento di Marforio e Pasquino, il dialogo fu scritto originariamente in italiano, qual si trova manoscritto nella biblioteca ducale di Gotha, poichè v'è qualcosa che manca nelle stampe latine, come il passo relativo a Giovanni Valdes, che daremo qui sotto.
Comparve poi a Ginevra Pasquillus extaticus, non ille prior sed totus plane alter auctus et expositus; e Pasquino in estasi, nuovo e molto più pieno che 'l primo, col viaggio all'inferno colla falsa data di Roma, nella bottega di Pasquino a l'istanza di papa Paulo Farnese. Sebben quest'ultima frase sia evidentemente falsa, indicherebbe però fosse anteriore al 1549, e vi stanno in appendice Questioni di Pasquino da disputare nel Concilio di Trento, che mostrava di voler fare il papa.
È un de' libri che più corsero attorno in quel tempo, e di quelli che sogliono fare il maggior danno, pervertendo il buon senso e la morale col mettere il riso al luogo delle ragioni, e ridur l'uomo al grado di scimia. Diamone l'analisi.
Marforio. «Che c'è di nuovo, Pasquino? Tu sei bello e smagliante.
Pasquino. Come chi ha veduto il re del cielo. Non sai che, dopo il colloquio coll'Eterno, Mosè sfolgoreggiava?
M. Il so, ma che? Forse le pietre van oggi in cielo?
P. Perchè stupirne, quando ci van tuttodì monache, abati, preti, vescovi, papi, coi ventri dieci volte più pesanti di me?
M. Oh per lo meno son uomini e non sassi.
P. Non sai che quei che governano il mondo e la Chiesa han l'orecchio duro, sicchè bisognan pietre per toccarli, e massime per cacciar quello sciame di adulatori che vi ronza attorno?
M. E chi t'ha dato a te quest'incarico? N'hai licenza dal papa?
P. La necessità mi forza a parlare. I nostri contemporanei hanno gran bisogno d'udir la verità: quei che potrebbero dirla taciono; bisogna dunque che parlin le pietre, come comanda il Vangelo».
Qui vien a raccontare come, stando in una grotta presso il Coliseo, s'addormentò, e gli apparve un globo di fuoco, di mezzo al quale un vecchio Jerosataniel, capo de' veri veggenti, il quale gli esibì di mostrargli il cielo. «Ma oggi v'ha due cieli, uno eterno, ove Cristo salì, ove andranno i fedeli, ove Dio, cinto di angeli, giudicherà noi tutti; l'altro, fatto di man d'uomo, e compaginato abbastanza male dal papa». Pasquino chiede di veder quest'ultimo: gran città, dove entrava una folla di cattivi angeli, carichi di suppliche, petizioni, corone, rosarj, cera da bolle, argento, oro, sigilli, immagini, scapulari, pietre preziose; altri n'uscivano portando la pace, la guerra, i nembi, il fulmine, la tempesta, e tutto ciò che gli uomini creduli amano e temono. Una sola porta serve ai mortali, fatta di marmo grossolano, e che ha per ornamenti la donazione di Costantino e i trofei dei papi, quando umiliavano i re, e metteano il piede sulla testa degli imperatori.
Il vecchio che la custodiva, udito che era Pasquino, nol volle ricevere, dicendo che quello cielo non era fatto per buffoni e mimi.
La guida lo consolò, dicendogli conosceva una breccia, aperta da Lutero e Zuinglio secondo i precetti di Paolo, per demolire questo cielo. All'entrata sventolavano due bandiere, portanti detti evangelici: «Nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza. — Venite a me voi che soffrite e faticate, e v'ajuterò». Accostandosi al difficile accesso, incontrano un vecchio, dalla barba lunga, sulla cui tunica eran ricamate le lettere V. D. M. I. Æ. (Verbum Dei manet in æternum). Questi non vuol lasciar entrare Pasquino se non l'esamina sulla fede. E gli domanda: «Chi è il capo della Chiesa, Cristo o il papa?»
— Tutt'è due» risposi io.
— Dunque la Chiesa è bicipite, eh?
— No no, celiavo: non ebbe mai e non ha che un solo capo, Gesù Cristo; chi gli mette sulle spalle anche quello del papa, ne fa una specie di Cerbero».
Il vecchio lo bacia, e lo mena verso gli altri, chiamandolo fratello. Colà trova Federico di Sassonia, eccellente principe che aperse tutte le porte al Vangelo: Zuinglio, Capitone, Ecolampadio, altri Tedeschi, e molti Svizzeri, alquanti Francesi abbastanza Italiani, e qualche spagnuolo. Fra gli Italiani erano Gerolamo Galateo di Venezia, che undici anni soffrì con costanza, e morì pel Vangelo nelle tenebre d'un carcere. Vide anche uno spagnuolo, nobil cavaliere di Cesare, ma cavaliere di Cristo ancor più nobile, Giovanni Valdes vir summa religione, fide, eruditione, qui Neapoli diem obiit supremum, egregiis relictis ad hoc cœlum excidendum istrumentis.
Continuando vede come le mura che difendevano quella città erano di rosarj, tonsure, barbe, cingoli, sandali, pazienze, zoccoli, pesci, ova, mitre, cere, bolle, il tutto cementato con olio e seta: e v'avea quattro porte; la superstizione, l'ignoranza, l'ipocrisia, l'orgoglio. Ma tutto era minato, senza che se n'accorgessero i monaci che custodivano. Entrato, esamina il quartiere dove stavano monaci ed eremiti, de' quali storpia beffardamente i nomi, poi le monache, poi i confessori, e i gran dottori che faticavano a trasportar dal Vecchio e dal Nuovo Testamento ciò che s'affaceva alla Chiesa loro, le decime, le mitre, gl'incensi, i sacrifizj de' leviti, lasciando via le mogli col dir che la nuova legge permette solo le concubine e peggio. Invece di evangelisti, scorge una folla di dottori e redattori di decretali e bolle sull'infallibilità del papa.
Quand'ebbe veduto questo ed altro, pregò il vecchio di ricondurlo quaggiù; e credette inutile veder l'inferno, dacchè avea veduto il cielo dei papi.
È principalmente all'occasione del conclave che la lingua di Pasquino taglia e fende, valendosene amici e nemici a sostenere od abbattere i varj candidati. Quelle satire riferendosi a fatti e persone specialissime, han poco interesse dopo passatane l'occasione. La più antica che si conservi, credo sia quella dopo la morte di Clemente VII nel 1534.
Dialogo fra Pasquino e san Pietro imprigionato
in Castel Sant'Angelo.
E via dice i più villani improperj contro Clemente «che ha spogliato la Chiesa e 'l mondo e Cristo», e conchiude:
San Pietro gli domanda a chi
E così seguita a riveder il pelo di ciascuno, finendo:
In una pasquinata da conclave si tassano le varie nazioni.
Una volta si finge che i Padri in conclave vogliano trattenersi con una commedia, e ciascuno ne propone una, delle più conosciute, e il cui titolo è satira.
Un'altra volta Pasquino disse:
Nella qual occorrenza disse pure:
In tal fatto il capolavoro è il Conclave del 1774, dramma metastasiano, dove son messi in celia il Bernis, lo Zelada, il Negroni, il Giraudi.
Di una lunga canzone per la vacanza di Pio VII, ecco qualche strofa:
E il Della Genga fu di fatti eletto col nome di Leone XII.
Tutti conoscono le più vicine, ma parmi distinta per merito questa:
Pasquino non la perdona a' privati. Così della regina di Svezia disse:
Bartolomeo Borghese spacciavasi figlio del papa; sicchè quando la giustizia francese lo mandò a morte, Pasquino esclamò: Cur sacrilegorum pœnis iste periit? Quia filium Dei se fecit.
Nella scandalosa lite fra il Castelvetro e il Caro, della quale parlammo nel Discorso XXVII, tra una farragine d'altre cose si scrissero 17 faleucii, parodiando quei di Catullo, e diretti a Pasquino. Il primo è:
Alludendo alle folla delle funzioni della settimana santa, Pasquino domanda: «Come potrei, io buon cattolico, esser ammesso alle cerimonie di san Pietro?» e Marforio risponde: «Dichiara che sei inglese, e giura che sei eretico».
Era impossibile che Pasquino si tenesse estranio alla politica.
Nel secol nostro variò d'opposizione secondo i tempi. Di Ferdinando e Carolina di Napoli disse: Hæc rex, hic regina, hic et hæc et hoc Acton. E al tempo della spedizione contro i Giacobini esaltò quel re di sopra di Cesare, perchè
Alludendo ai miracoli che moltiplicavansi allo strepitar della Rivoluzione, domandava Marforio:
Al tempo della repubblica romana si lesse:
E subito dopo:
Il Buonaparte faceasi Napoleone imperatore, e sparnazzava i suoi re di qua di là: e Marforio domandava: — Perchè l'olio rincara? — Perchè (rispondeva Pasquino) Napoleone se ne serve per ungere i re e friggere le repubbliche.
Parendo che il papa condiscendesse troppo al nuovo imperatore, Pasquino scrisse:
E su Paolina Borghese sorella dell'imperatore, che a questo cedeva la galleria e mal restaurava la sua villa: Paulus struxit, Paulina destruxit: oltre un'altra più sanguinosa Facies picta, dos ficta, v.... refricta.
Dopo gli arresti fatti da Gregorio XVI:
Esaltato Pio IX, Pasquino tacque sotto l'universal concerto d'applausi: parodiò volentieri gli ampollosi decreti dei triumviri, poi venutivi i Francesi, sfogossi contro questi. Fra gli altri, cantò:
Fra le recentissime fu arguta questa pasquinata:
«La guerra d'Italia costò tre ducati; la guerra del Messico potrebbe costar un napoleone».
Ma Pasquino, se ha il dono dell'arguzia, non ha quelle della profezia. Guai!