Dell'altre moderne lingua d'Europa.

CAPO XII.

Egli è ormai tempo, che il mio discordo rivolga, benchè brevemente alle altre moderne lingue Europee. E quì dovrei far parola dell'introduzione alle più utili fra queste del Baretti, ma non essendo a me riuscito di vederla nulla ne posso dire.[242] Non parlerò adesso della Turca e della Greca, delle quali più opportuno sarà il tener discorso in altro luogo. Cominciando dunque dalla Francia dirò quel poco che abbiamo meritevole di ricordanza. L'Algarotti in un saggio su questa lingua ci ha data in breve la sua storia,[243] e il signor conte Napione nell'opera già citata, esaminandone l'indole, ha combattuto con evidenza gl'irragionevoli elogj, che ne fa il P. Bonhours, ha ricordato il giudizio, che ne danno gli scrittori più celebri della Francia, ed ha mostrato quale essa fosse prima della riforma introdotta da quell'Accademia.[244] Altri non creda dover collocare fra le opere degl'Italiani il Dizionario non molto pregevole del Veneroni. Egli era di casato Vigneron nativo di Verdun, e per amore della nostra lingua dette forma Italiana al nome di sua famiglia,[245] come altri crede di rendersi più stimabile, prendendo nome Francese. Compatiamo le debolezze degli uomini, e queste massimamente, che sono innocenti.[Pg 149] Italiano era l'Antonini, di cui pure abbiamo un dizionario non migliore di quello del Veneroni. Mal può fare il dizionario di una lingua chi non la possiede perfettamente, e l'Antonini non sapeva abbastanza la Francese, come mostrò traducendo in questa non lodevolmente un opuscoletto del Rolli.[246] Il libro, di cui possiamo gloriarci, è il dizionario dell'Alberti a tutti noto, cioè dell'autore del dizionario enciclopedico rammentato di sopra. Sono circa quaranta anni passati, da che esso venne in luce la prima volta, e in tante edizioni, che ne sono uscite in Italia, e in Francia, non si è mai dovuto farvi considerevoli emendazioni o accrescimenti. Esso ha fatti dimenticare gli altri dizionarj, ed a chi volesse succedergli non ha lasciata molta speranza di far cosa migliore. Nato nel contado di Nizza erano a lui naturali le due lingue Italiana e Francese, nelle quali inoltre pose molto studio finchè visse; quindi colle acquistate cognizioni, e co' dizionarj della Crusca e dell'Accademia Francese potè fare un'opera utile, e degna di vivere lungamente. Il Martinelli ne fece poi un compendio comodo per la sua brevità, in cui le voci tutte del dizionario sono comprese.

Per le altre lingue non abbiamo opere, che a questa si possano paragonare. Per l'Inglese oltre al dizionario del Bottarelli, piccolo in principio, ma poi molto accresciuto,[247] abbiamo la grammatica e il Dizionario dell'Altieri. Questo però è mancante, e quella è non ben sicura nelle sue regole, e di gran lunga inferiore a quella del Barker. Più pregevole assai è la Grammatica e il Dizionario Inglese e Italiano del Baretti, e l'ultimo principalmente dopo che egli vi fece grandi accrescimenti[248]. Nè a lui bastò di provveder con quest'opera a coloro, che apprender volessero una di queste due lingue, ma con un'altro Dizionario si adoperò ancora di giovare agl'Inglesi o agli Spagnoli, che studiano la lingua Spagnuola o Inglese.[249]

La lingua Tedesca mi offre ancora minor numero di cose meritevoli di ricordanza, e il poco che mi offre consiste nella Grammatica e ne' Dialoghi del Borroni, e in un Dizionario del medesimo pe' principianti.[250] La Spagnuola nulla mi somministra fuorchè il Dizionario testè citato del Baretti, giacchè la Grammatica e il Dizionario del Franciosini appartengono al secolo decimosettimo.

Nulla pure ho da dire dell'altre moderne lingue del continente Europeo. Due però dell'Isole adjacenti all'Italia richiedono da me qualche parola. In primo luogo la lingua della Sardegna fu illustrata dal Sig. Madao con due opere da me non vedute.[251] Nè pure mi è riuscito di vedere la Grammatica e il Dizionario della lingua Maltese, che il Signor Vassalli stampò in Roma nel 1791. e 1796. Egli afferma, che essa è un dialetto dell'Araba. Al contrario il Canonico Agius de Soldanis dopo il Majo, l'Erpenio, il Teinesio e altri aveva preteso che fosse Punica, e fino dal 1750. si era accinto a provarlo, ma se non erro con poco felice riuscimento. Stampò egli una breve grammatica e un saggio di Dizionario della lingua Maltese, cui fece precedere due dissertazioni.[252] Nella prima prende appunto a provare, che la lingua Maltese è l'antica lingua Punica rimasta sempre in quell'isola ad onta de' popoli diversi, che l'hanno soggiogata, e nella seconda parla dell'utilità sua. Ma da una parte nè l'uno nè l'altro argomento vien da lui confermato validamente, e dall'altra parte quantunque io non sappia l'Arabo, e solamente ne conosca l'Alfabeto o pochissimo più, ciò non ostante nelle voci Maltesi da lui registrate in questo libro io scorgo voci Arabe, principalmente della lingua volgare, or più or meno alterate. Arroge a ciò, che il Bjoernstahel ne' suoi viaggi racconta d'aver udito Maltesi ed Arabi parlar fra loro, ciascuno nella propria lingua, e intendersi ottimamente. Da che egli deduce con gran ragione, che la lingua de' primi altro non è che un corrompimento, o se si vuole un dialetto della seconda. Il Canonico Agius promise ancora un ampio dizionario della sua lingua, e la interpretazione di que' versi di Plauto nel Penulo, che furono da lui composti in lingua Punica, ed egli voleva spiegarli colla Maltese; nè so se poi abbia eseguite queste promesse. Utile sarebbe stato il dizionario; ma riguardo ai versi Plautini dubito forte, che egli non sarebbe stato più fortunato degli altri, che prima o dopo di lui si sono posti a questa impresa. La lingua Punica è perduta, tranne poche voci, che S. Agostino ed altri antichi scrittori ci hanno tramandate; e que' versi di Plauto passando per le mani di tanti copisti, che non gl'intendevano, debbono in tal guisa esser guasti e corrotti, che niuna speranza v'ha di spiegarli.

Mentre questi scrittori illustravano queste lingue colle grammatiche, e co' dizionarj, altri le illustravano colle traduzioni. Non è mia intenzione di tessere quì il novero di tutto ciò, che dagl'Italiani s'è fatto in questo genere nel passato secolo, il che sarebbe impresa da non venirne mai a fine. Le traduzioni in prosa, dal Francese massimamente, sono innumerabili, ed ove si tolgano ancora tutte quelle, che invita Minerva si son fatte per traffico,[253] ove ancora si limiti il discorso a quelle, che hanno meritata lode per esattezza, e per lo stile, il numero sarebbe tuttavia immenso. Si aggiunga a ciò, che facile essendo la lingua Francese e comune, pare che in questa mal si possa dar nome d'illustrazioni alle traduzioni. Le traduzioni poetiche dal Francese sono in piccol numero, nè di molto momento, se si eccettuino il poema sulla religione di M. Racine tradotto dall'Ab. Filippo Venuti, quello del Re di Prussia sull'arte della guerra tradotto dal Sanseverino, alcune tragedie volgarizzate dal Cesarotti, dal Paradisi, dal Frugoni; e poche altre. Riguardo alle traduzioni dalle altre lingue mancano in gran parte tali ragioni, e però non terrò per esse il medesimo silenzio, pure non mi vi tratterrò lungamente, ma con brevi parole rammenterò solo le principali.

Prime sieno quelle dall'Inglese che sono in maggior numero. Milton, l'Omero dell'Inghilterra a se richiama innanzi ad ogni altro il mio discorso. Il grande argomento di quel poema esigeva una mente ardimentosa per ben trattarlo, ed esigeva pure una penna robusta per ben tradurlo. Paolo Rolli si accinse a questa impresa;[254] quantunque però fosse valoroso poeta non aveva forze bastevoli per far tanto. Egli tradusse letteralmente, ed esattamente; ma il poema di Milton restò spogliato di tutta la sua forza, e diventò un perfetto sonnifero. Dopo molti anni il Mariottini stampò in Londra il primo libro d'un nuovo suo volgarizzamento[255] corredato di molte annotazioni sue in parte, e in parte de' precedenti commentatori Inglesi. Non so se poi egli abbia condotto a fine questo suo lavoro. Il verso generalmente è nobile ed armonioso; ma (se mi è lecito esporre la mia opinione, quantunque sia poco istruito della lingua Inglese) a me non sembra abbastanza fedele, e spesso merita il nome di parafrasi. Pure al chiarissimo traduttore si dee non piccola lode, e son pregevoli le annotazioni che v'ha aggiunte. Altri hanno tentato questa difficile impresa nel secolo presente, de' quali non dovrei quì ragionare. Pure non posso temperarmi dal dire, che il miglior traduttore di Milton è un mio concittadino, cioè il Signor Lazzaro Papi, ed il suo volgarizzamento è così in tutte le sue parti perfetto, che niente lascia a desiderare.

Non vuolsi divider da Milton il suo grande encomiatore Addisson, del quale Anton Maria Salvini volgarizzò il Catone. Nè di ciò dirò più oltre, perchè del modo Salviniano di tradurre parlerò altrove più opportunamente. Parlerò piuttosto della bella versione, che del Poema d'Akenside de' piaceri dell'immaginazione fece il celebre Signor Mazza[256] nel primo suo ingresso nella carriera letteraria. Egli seppe maravigliosamente vestire della copia e della grandiosità Frugoniana (giacchè nella prima sua giovinezza questo sommo poeta, seguiva in parte lo stil del Frugoni, che poi se ne è fatto uno bellissimo, e tutto suo proprio) la poesia filosofica dell'originale; seppe esser fedele senza esser servile, emendando anzi que' modi Inglesi, che a noi parrebbono strani: ed essendo allor giovinissimo fece un'opera, che nulla ha di giovanile, fuorchè il calore dell'estro e la vivacità dell'espressioni. In età poi più matura tradusse alcuni lirici componimenti di Parnell[257] e di Thomson egregiamente come si doveva aspettare da un poeta sì grande.

Poco innanzi all'Akenside del Signor Mazza si pubblicò in parte l'Ossian del Signor Cesarotti[258]. Questa dotta fatica di così illustre poeta fu una nuova luce, che improvvisamente apparve sul Parnasso Italiano, ed attirò a se gli occhi di tutti. Un certo calor nuovo di stile, diverso da quello, di che i Greci, i Latini ed i nostri ci offerivano esempj, certe idee nuove, una semplicità congiunta non rade volte a pensieri giganteschi, una straordinaria energia d'espressioni riscosse l'ammirazione di molti, ed eccitò alcuni all'imitazione. Gl'imitatori però cessarono a poco a poco, e rimase la lode; lode che è a lui dovuta per avere arricchita la nostra lingua poetica di molte maniere energiche, grandi, maravigliose, ora terribili, ora delicate, le quali in parte egli prese dal testo, e in parte creò con una fantasia inesausta. Ma fra i pregj di questo volgarizzamento ardirò io cercar difetti? Meriterò forse la taccia di temerità, se espongo qualche mio dubbio contro il lavoro prediletto d'un Cesarotti? L'impresa da me abbracciata lo richiede, nè posso trascurarne una parte. Nulla dirò della condotta de' poemi attribuiti ad Ossian, degli affetti, delle similitudini, ed altrettali oggetti, che non sono del mio instituto. Io debbo parlare della illustrazione delle lingue, onde considererò soltanto alcune cose, che in qualche modo a queste appartengono.

Descrive il poeta la lotta fra Fingal, e Varano, e dice

.........Ai forti crolli,
All'alta impronta dei tallon robusti
Scoppian le pietre e dalle nicchie alpestri
Sferransi i duri massi e van sossopra
Rovesciati i cespugli
.[259]

In un'annotazione a questi versi il chiarissimo traduttore osserva, che questo forse è l'unico luogo in tutto il poema di Fingal, che si possa chiamar gonfio, e quindi procura di difenderlo. Ma egli aveva allora dimenticati que' versi, ne' quali parlandosi del combattimento tra lo stesso Fingal, e Cucullino si dice:

.........i nostri passi
Crollaro il bosco, e traballar le rupi
Smosse dalle ferrigne ime radici.
[260]

A me parrebbe questo luogo più gonfio ancora dei primo, nè a difenderlo basta il dire, che a quell'età erano gli uomini, più forti molto che noi non siamo; il che è la difesa dal signor Cesarotti addotta pel passo precedente. Ma più altre cose ancora vi s'incontrano, le quali a me appariscono gonfie. Tali a cagion d'esempio sono Cucullino, che sgorga rivi di valore T. 2. p. 150. e tu sgorgasti valore, ivi p. 275. Morna, che rotola nella morte p. 148. la vasta azzurra stellata conca del Cielo p. 241. il sangue del monte Gormallo, cioè il sangue delle fiere di quel monte p. 203. al suo cospetto sfuma la pugna p. 51. ed altre simili maniere di dire. Nè mi dispiace meno la troppo frequente ripetizione di certe espressioni favorite, e specialmente della voce figlio usata metaforicamente.[261] Queste ed altre cose di tal genere non sanno piacermi, e temerei che imitandosi le poesie in molte parti bellissime d'Ossian taluno potesse forse esser trascinato in un gusto non lodevole. Altri pure tradussero altre simili poesie, e fra questi mi piace ricordar quì il signor conte Prospero Balbo. La morte d'Arto, un breve squarcio d'altro poema, e la battaglia di Lava volgarizzò egli dalla prosa Inglese di Giovanni Smith in bei versi Italiani, ne' quali nulla si trova che non si debba molto commendare.[262]

Nè quì si arrestarono le cure degl'Italiani per la poesia Inglese. Celebre è il Sidro del Conte Magalotti, che molto dopo la sua morte vide la luce.[263] Il saggio sopra l'uomo del Pope fu tradotto dal Cavaliere Anton Filippo Adami,[264] il Messia dello stesso Pope dal Conte Agostino Paradisi, e dal Conte Benvenuto di S. Raffaele, che tradusse anche il Vindsor. Il Bonducci volgarizzò il Riccio rapito dello stesso. Il Torelli l'elegia di Gray sopra un Cimitero campestre. Le notti di Young furono tradotte dal Bottoni, e i tre canti sul Giudizio universale da D. Clemente Filomarino.[265] Ma a me rincresce di trattenermi più lungamente tessendo un'arido catalogo di nomi che si potrebbe anche accrescer volendo, e vie più mi rincresce perchè fra tanti traduttori, che in questo paragrafo ho registrati, se si eccettua il Magalotti, il Paradisi, il Conte di S. Raffaele, il Torelli, e il Filomarino, non trovo oggetto meritevole d'osservazione.

Nè pure il Parnasso Tedesco fu trascurato. Il P. Bertola nell'idea della bella letteratura Alemanna[266] volgarizzò diverse cose di varj, e di Gessner singolarmente, la Signora Caminer Turra molti Idillj dello stesso Gessner,[267] il Signor Abate Belli le quattro parti del giorno di Zaccaria[268] e il Signor Rigno il Messia di Klopstok.[269] Ignorando la lingua Tedesca non posso dar compiuto giudizio di queste versioni: e per la stessa ragione non ardisco farmi giudice di quella, che della Lusiade del Portoghese Camoens ha fatta un anonimo Piemontese.[270] Dirò solamente, che tranne alcune versioni del Bertola non vedo nell'altre quelle dignità di stile, che la poesia richiede, e che per ciò sono da desiderarsi nuovi e più felici volgarizzamenti.

Finalmente la lingua Polacca non fu trascurata dai nostri. Ne fece una grammatica non impressa fino ad ora il P. Francesco Angelini Gesuita[271], del quale parlerò altrove con lode. Sulla seconda scrisse il Madao due opere, che non ho vedute.[272]

Fine della Prima Parte.