Ma la più nobil maniera di illustrar una lingua consiste nello scriver bene. Io non pretendo decidere quali sieno gli scrittori, che debbono[Pg 96] far testo in lingua. Questo è ufficio dell'Accademia della Crusca, ed ha voluto almeno in parte soddisfarvi l'Accademia Fiorentina nel partito preso il 1786. di cui ho parlato più volte.[137] Io prendo ad annoverare non solamente coloro, ai quali è stato quest'onor conceduto, o che ottener lo potrebbono, perchè scrissero purissimamente, ma quelli ancora, che meritano lode di molta purità, quantunque alcuna volta, o per trascuratezza, o per debolezza di umana natura sieno caduti in qualche errore, od abbiano usata qualche voce non approvata. Niuno scrittor vivente porrò fra questi, de' quali troppo è pericoloso il dar giudizio: nè intendo di noverare tutti i trapassati, che ne son meritevoli, perchè troppo lunga impresa sarebbe, e difficile. Altri però mi ha diminuita alquanto la fatica. Oltre all'Alberti, di cui ho già fatta parola, il Signor Gamba[Pg 97] nuovamente stampando la sua serie dell'edizione de' testi di lingua[138] agli scrittori scelti dall'Accademia, e dall'Alberti parecchi altri ne aggiunse di purgata favella. E poco fa un anonimo scrittore coltissimo, giudizioso, e della nostra lingua amantissimo ha pubblicato un eccellente catalogo d'alcune opere attenenti alle scienze alle arti e ad altri bisogni dell'uomo; le quali quantunque non citate nel Vocabolario della Crusca meritano per conto della lingua qualche considerazione.[139] Finalmente il Signor Poggiali alla sua serie de' testi di lingua ha aggiunto un catalogo di opere non citate nel Vocabolario di autori però in esso allegati, e un altro di opere scritte in buona favella di autori non citati nel Vocabolario.[140] Molto prenderò da questi scrittori, aggiungendo però non poco, e talvolta allontanandomi dall'opinion loro, e piuttosto agli autori per essi approvati aggiungendone alcuni altri.
Comincio dagli Scrittori di Grammatica, e fra questi vuolsi dare il primo luogo al Corticelli. Di lui ho già detto di sopra, dove ho lodato i suoi precetti; e quì devo nominarlo di nuovo perchè i suoi precetti sono esposti purissimamente. L'opera sua è annoverata fra quelle approvate dall'Accademia Fiorentina. Al Corticelli unisco Francesco Maria Zanotti per gli Elementi di grammatica volgare de' quali altresì ho già parlato, e pel Ragionamento sopra la volgar Lingua.[141] E poichè in questa parte del mio ragionamento ho nominato per la prima volta questo immortale scrittore, non so trattenermi dal mostrare qualche maraviglia, che l'Accademia Fiorentina in quel partito da me ricordato ponendolo fra gli scrittori approvati di tante sue opere abbia scelte le lettere solamente, e le opere mattematiche, filosofiche, oratorie, e poetiche abbia trascurate. Le sue lettere sono bellissime; ma non sono men belle le altre cose; e in tutte si vede una grazia di stile, che innamora. Io non dico, che egli sia scrittore purissimo nel fatto della lingua, nè volle esser tale. Ma, come il Castiglione, seguì una certa libertà, la qual pure non è senza grazia. Che se i Deputati reputarono opportuno di perdonargli questa libertà nelle lettere senza approvarla, parrebbe che sì fatta indulgenza usar gli si dovesse ancora per le altre opere tanto maggiori, o l'importanza si consideri della materia, o la cura da lui posta nello scriverle. Finalmente ricordo i dialoghi del P. Rosasco, de' quali pure ho già fatta menzione. Avrei desiderato, che questo purgato scrittore non facesse uso di certe voci antiquate che non sono rare in quel suo Libro. Checchè però sia di questo, egli in quest'opera scrive purgatamente, e si deve dargliene lode. Ma progrediamo più innanzi e dai maestri di grammatica passiamo a quelli, che ci hanno dati i precetti dell'eloquenza e della poesia.
Quì pure ci si presentano il P. Corticelli e Francesco Maria Zanotti. I cento discorsi del primo su l'eloquenza meritarono d'essere approvati dall'Accademia Fiorentina.[142] Parrà forse ad alcuno, che i suoi insegnamenti sieno comuni troppo; ma non è comune in essi la purità della lingua, e il savio avvedimento di prendere gli esempj tutti da ottimi scrittori approvati dalla Crusca. Il secondo scrisse cinque ragionamenti dell'arte poetica,[143] parlando della poesia in generale poi della tragedia della commedia dell'epopeja e della lirica. Nella qual trattazione egli condisce tutto con quella grazia, che era a lui naturale e che non lo abbandonava anche ne' famigliari discorsi. I precetti poetici dette pure il Gravina, e la sua opera è annoverata fra quelle scelte dall'Accademia Fiorentina, il qual autorevol giudizio mi fa sicuro, che non m'inganno commendando ancora le altre opere sue scritte in Italiano[144]. Con purgato stile procurò di scrivere il Quadrio la sua faticosa, e troppo lunga opera della storia e della ragione d'ogni poesia,[145] il Bisso nell'elementare introduzione alla volgar poesia,[146] il Baruffaldi ne' ragionamenti poetici, dove parla della rima, dei rimarj, de' centoni, e delle varie edizioni della Gerusalemme liberata,[147] il Parini nei principj delle belle Lettere,[148] e il Borsa nella dissertazione sul Gusto presente in Letteratura Italiana onorata di premio dall'Accademia Mantovana.[149] Ma parecchi fra questi vince d'assai, ed a niuno è secondo il Sibiliato a giudizio d'uomini intelligenti (giacchè non mi è riuscito di vedere le cose sue). Due dissertazioni di questo scrittor purissimo appartengono a questa classe, e furono da lui destinate a due Accademie diverse. Commenda nella prima l'arte poetica, mostrando quanto alla civil società sia vantaggiosa ed alla politica, e fu premiata dall'Accademia Mantovana: colla seconda corregge e reprime quella pedanteria scientifica, (come la chiama il Cesarotti) che agli anni passati col titolo di spirito filosofico invase e guastò l'amena letteratura.[150] Aggiungo a questi Anton Maria Salvini ed il Marchese Gio. Giuseppe Orsi. Il primo per le annotazioni da lui fatte alla perfetta Poesia del Muratori, ed il secondo per le considerazioni sopra il libro francese intitolato de la maniere de bien penser dans les ouvrages d'esprit,[151] e pel ragionamento sopra il dialogo di Cicerone de senectute.[152] Ambedue fanno testo in lingua, il Salvini per antico diritto, l'Orsi per decreto dell'Accademia Fiorentina. A questa classe appartengono i dialoghi del Regali di cui ho parlato al Capo VI, ed alcune opere di Giuseppe Bianchini, cioè la difesa di Dante, le tre lezioni sopra il primo terzetto del Paradiso di Dante, sopra un sonetto del Petrarca, e sopra uno del Varchi, il Trattato della satira Italiana, e il Dialogo intitolato la villeggiatura,[153] e la difesa del Petrarca per opera del Casaregi, del Canevari, e del Tomasi.[154] A questa classe si possono aggiungere altresì l'acre censura, che il Biscioni fece all'edizione de' Canti carnascialeschi procurata dal Bracci,[155] e la più acre risposta dello stesso Bracci[156]. Commendo ne' due feroci rivali la purgatezza della lingua, ma biasimo solennemente la mordacità loro, e principalmente del secondo, che ebbe poi a dolersi di averla usata.
Molti più sono gli Oratori, ed i Poeti, che domandano d'esser quì nominati. Ne sceglierò alcuni, non potendo parlar di tutti. Fra gli Oratori vuolsi concedere il primo luogo al Gesuita Lucchese Alfonso Nicolai[157] per ciò che spetta alla lingua; nè a questo m'induce l'amor della Patria, ma sì l'Accademia Fiorentina, che l'annoverò fra i suoi scrittori approvati. I Gesuiti Tornielli[158] Bassani, Sanseverino, Dolera, Rossi, Venini, Trento, Pellegrini, Granelli, Muzani, Masotti, Vettori, e il Domenicano Valsecchi, furon lodati da chi li ascoltò predicare dal pergamo e sono lodati da chi legge le loro prediche. Anche fra gli Autori di lezioni sulla Santa Scrittura ve ne ha parecchi di purgata favella. Tali io giudico il Nicolai, il Granelli, il Rossi, il Pellegrini, già mentovati, e il Barotti, il Martinelli, e lo Scotti. Si aggiungano a questi Gio. Maria Luchini, ed Angelo Maria Ricci, pe' loro volgarizzamenti d'alcune Omelìe di S. Basilio, di S. Giovanni Grisostomo e di S. Gregorio Nazianzeno, de' quali parlerò altrove, Giuliano Sabbatini Scolopio e Vescovo di Modena, Lodovico Preti, Giuseppe Tozzi, Antonio Monti. Fra gli Oratori profani, si debbono ricordare Benedetto, e Giuseppe Averani, e Anton Maria Salvini. Nomino quì Benedetto, perchè l'Accademia Fiorentina che l'annoverò fra gli Scrittori da lei destinati a far testo in lingua gli attribuisce non so quali orazioni. Queste però non sono note al Mazzucchelli, nè al Signor Gamba, nè a me. Note sono bensì le sue dieci Lezioni sopra il quarto Sonetto del Petrarca stampate in Ravenna il 1707. cioè l'anno stesso della sua morte. Dieci lezioni per un sonetto a dir vero sono troppe; ma tale era l'uso del tempo suo che ora è cessato, nè è da dolersene. Altre undici lezioni egli scrisse, le quali abbiamo fra le prose Fiorentine. Molte lezioni altresì scrisse il fratello suo Giuseppe, che il Proposto Gori fece poi stampare.[159] I Salvini si dee collocare fra gli oratori sacri per le prose sacre,[160] e fra' profani pe' discorsi Accademici, per le prose toscane, ed altre opere.[161] Altri oratori abbiamo nelle Prose Fiorentine, e nell'aggiunta che a questa si fece in Venezia il 1754. Purgatamente scrissero orazioni ancora Francesco Maria Zanotti, Alessandro, e Domenico Fabri, il P. Curzio Boni Chierico Regolare della Madre di Dio, Flaminio Scarselli, ed altri.[162]
Agli Oratori succedano gli scrittori di lettere. Sono alcuni, ai quali niente aggrada, che non sia forestiero, e d'oltre monti non venga o d'oltre mare. Essi magnificando le glorie dell'altre Nazioni in questa parte della letteratura non cessano di rinfacciare all'Italia, che le mancano buoni scrittori di tal genere. Se il mio argomento mel permettesse non sarebbe a me difficile di mostrar pienamente la falsità di questa accusa, indicando molti egregi epistolarj del passato secolo, o dei precedenti. Ma contenendo ancora il mio discorso fra gli angusti confini, che mi sono prescritti, e continuando la mia trattazione mi avverrà di rispondere almeno in parte a quel rimprovero, quasi senza avvedermene. Il Metastasio è autore approvato dall'Accademia Fiorentina per le opere drammatiche solamente, nelle quali era sommo. Le altre opere sue, benchè sieno di minor pregio, sono però lodevoli. Le lettere[163] sono scritte con molta grazia, e con qualche purità. Dotte ed erudite son quelle d'Apostolo Zeno,[164] il quale altresì è approvato da quell'Accademia per alcune delle sue opere drammatiche. Elegantissime sono quelle de' Bolognesi, e leggiadramente scritte[165]. Eustachio Manfredi, i due Zanotti Francesco Maria e Giampietro, il Ghedini, Alessandro e Domenico Fabri, e Flaminio Scarselli ne sono gli autori; e i loro nomi sono così noti, che farei cosa inutile se quì prendessi a commendarli. Molte lettere abbiamo dell'Algarotti fra le sue opere.[166] Sanno tutti, che l'Algarotti alla scuola Bolognese attinse il buon gusto delle lettere, e fu scrittore elegante, e da prima anche puro. Ma poi viaggiando in Francia, in Inghilterra, in Germania, ed ivi dimorando lungo tempo il suo stile prese una certa straniera tintura, per cui le maniere de' nostri antichi si vedono talvolta unite a quelle de' moderni oltramontani, il che se non m'inganno fa un contrasto spiacevole da non imitarsi. L'Alberti citò le sue opere, nè lo condanno per questo, perchè molte voci vi si trovano spettanti alla fisica e alle arti del disegno, che secondo il suo instituto egli dovea raccogliere: ed io cito quì le sue lettere, e citerò altre cose sue, ove mi cadrà in acconcio, perchè molto v'ha in esse scritto toscanamente.
Anche al Magalotti nocquero i lunghi viaggi in ciò che spetta alla purità di lingua. Purgatamente scrisse i saggi di naturali sperienze, che fanno testo in lingua. L'Accademia Fiorentina concedette quest'onore anche alle sue lettere sì familiari, che erudite.[167] Il Cesarotti si doleva[168] che riconoscendosi questo scrittore per fortissimo nei saggi dell'Accademia del Cimento, si accusi d'esser poi nelle sue lettere familiari scritte in età più matura (si noti la circonstanza) caduto in neologismi, gallicismi, e barbarismi evidenti. Non è strano però, che un giovine scrittore di felice indole ben indirizzato nelle lettere, e conversando con uomini dotti scriva da prima lodevolmente, e col volger degli anni, sedotto poi dall'altrui plauso, o dalla soverchia stima di se medesimo, o da qualsivoglia altro motivo travii dal retto sentiero, e cada in errori anche gravi: e di leggieri se ne potrebbe recar qualche esempio. Il Cesarotti rammenta il giudizio di Monsignor Fabroni, il quale dice che l'orazion del Magalotti è piena di maestà, splendida, e luminosa, ed ha in se una somma bellezza, e dignità, e porta sempre in fronte (ciò che fu lodato in Messala) la nobiltà dell'autore, il che tutti gli concederanno. Ma il Fabroni non lo difende da quell'accusa, nè credo che altri lo vorrà difendere, e l'Accademia Fiorentina, che approvò le opere del Magalotti non avrebbe forse voluto tutte approvar le parole, e i modi di dire, che sono in quell'opere. Purità grande al contrario, scevra da ogni scoria straniera ci offrono le lettere di Lodovico Preti, e di Natale dalle Laste, o Lastesio. Meno pure di queste sono le lettere di Lodovico Bianconi sulla Baviera, e su Cornelio Celso; ma tanta è la grazia con cui sono scritte, che volentieri gli si perdona qualche scorrezione. Il Signor Gamba pone nel suo Catalogo le lettere di Giuseppe Baretti a' suoi fratelli stampate a Venezia il 1762. e tre altre del medesimo contro Biagio Schiavo uscite in luce il 1747. co' torchj di Lugano. Ma siccome egli confessa, che questo capriccioso autore va al di là nel coniar vocaboli strani, non credo dovergli dar luogo nel mio. Per la cagion medesima escluderò la troppo celebre frusta letteraria, colla quale sotto il nome d'Aristarco Scannabue malmenò molti scrittori anche insigni del suo tempo.
Un altro lamento sogliono fare alcuni, che in parte ripete il Signor Cesarotti. Il Boccaccio, egli dice, ricco delle locuzioni del comico familiare, manca dei tornj dell'urbanità delicata, e da lui forse è addivenuto, che l'Italia in questo genere è tanto inferiore alla Francia. E ciò non basta. Altri fra le opere degl'Italiani non ne trovano quasi veruna, che serva a piacevole trattenimento, e fanno querele, perchè quasi tutte dalle scienze, o dalle facoltà, che insegnano, prendono un certo aspetto severo troppo, e contente d'insegnare, non si curano di dilettare. Ma questi lamenti mi sembrano ingiusti. Il Boccaccio prendeva stile diverso secondo la diversità delle materie. Nelle novelle di Calandrino, Bruno, e Buffalmacco ed in altre simili fece uso del comico familiare; l'urbanità delicata adoperò in quelle della Marchesana di Monferrato, di Bergamino, del Re di Cipri, e in altre molte; e sono per avventura più le seconde, che non le prime. Potrei citare altresì il Castiglione nel Cortegiano, il Bembo negli Asolani, il Caro, e il Bonfadio nelle lettere, e parecchi altri scrittori del secolo decimosesto. Ma io debbo ristringere il mio discorso fra quelli del decimottavo. Or chi non ravvisa l'urbanità, ed anche la piacevolezza negli autori di lettere poco fa mentovati? E chi potrà indicarmi non dirò un'opera, ma direi quasi una sola facciata di Francesco Maria Zanotti, in cui si desiderino questi pregi? Sino le cose mattematiche ne' dialoghi sulla forza, che chiamano viva, e la morale filosofia sono da lui appiacevolite con tanta leggiadria di stile, che non temono veruna benchè illustre comparazione. Urbanità, e piacevolezza io trovo ancora nell'opere dell'Algarotti, del Gesuita Roberti, di Gasparo Gozzi, del Conte Robbio di S. Raffaele, del Conte Giambattista Giovio, del Bianconi, e nelle Donne della Santa Nazione del Gesuita Giuliari. Non finirei così presto, se tutti volessi noverare coloro, che meritano d'esser citati. Tralascio perciò il lungo ed inutil catalogo de' loro nomi, e proseguo l'intrapresa carriera.
Il secolo decimottavo si può dir per l'Italia il secolo de' poeti. Non v'ha quasi città, che non vanti qualche buon poeta, o mediocre. Non è mio ufficio l'esaminare, se quell'immenso torrente di versi, che agli anni passati ha inondate le nostre contrade, fosse affatto inutile o anche dannoso, o se per avventura ne sia provenuta qualche maggiore e più universale, coltura degl'ingegni Italiani. Io cerco solamente fra tanto numero di poeti quali sieno coloro, che agli altri pregj di buon poeta seppero unire la purità della lingua. E cominciando dagli autori di certi poemi, che epici in qualche modo si possono chiamare nominerò in primo luogo la Genesi di Monsignor Cerati Vescovo di Piacenza, poi il Tobia di Cammillo Zampieri, gli occhi di Gesù del Martelli, l'Apocalisse di S. Giovanni, e il Telemaco di Flaminio Scarselli, e il Giobbe del Rezzano, e quello dello stesso Zampieri. Tranne i tre primi gli altri si considerano come traduzioni, alle quali non do quì luogo;[169] ma se rettamente si osserva si debbono piuttosto chiamar imitazioni, che traduzioni. Fra i poemi didascalici nominerò prima l'Antilucrezio del Ricci approvato dall'Accademia Fiorentina, e poi la Fisica, l'origine delle Fontane, e il Caffè del Barotti felice imitator dell'Ariosto, la felicità del Bondi, i Cieli del Pellegrini, tutti tre Gesuiti. Si uniscano a questi i poemi di cose agrarie, come la coltivazione del riso dello Spolverini, il Baco da seta del Betti, il Canapajo del Baruffaldi, la coltivazion de' monti del Lorenzi, le fragole del Roberti.[170] Maggior sarebbe il numero dei poemetti di vario argomento se quì volessi noverarli. Fra questi non debbo tacere la Bucchereide del Bellini, che fa testo in lingua: ma degli altri non farò menzione perchè troppo lungo discorso si richiederebbe. Laonde senza più farò passaggio alla poesia teatrale.
Questa si può dividere in tragica, drammatica, e comica. Il primo ristoratore della Tragedia Italiana nel secolo, di cui parliamo fu Pier Jacopo Martelli, ed egli avrebbe riscosso plausi più durevoli, se non avesse adoperato i nojosi versi, che da lui hanno il nome di Martelliani. Il Gravina scrisse con molta purità cinque Tragedie, che sono altrettanti efficacissimi sonniferi, quantunque non sieno prive di qualche pregio. Lodevoli sono quelle dell'Ab. Antonio Conti. L'Accademia Fiorentina approvò le prose e le rime di quest'autore, colla quale denominazione pare, che abbia voluto indicar solamente le sue opere stampate in Venezia il 1739. e 1756. in due volumi. Ma ivi non sono nè il volgarizzamento della lettera d'Elisa ad Abelardo, nè le sue quattro Tragedie. Dovremo dunque dire, che queste cose sieno escluse? Io non lo credo, e penso piuttosto, che in quelle parole sieno comprese le opere sue tutte quante. Quasi nel tempo medesimo il Marchese Maffei compose la Merope tante volte stampata, e rappresentata sul teatro. Il Voltaire l'imitò in parte, e poi la criticò amaramente, celandosi sotto il finto nome di M. de la Lindelle. Inferiore di pregio alla Merope è la Didone di Giampietro Zanotti, e vie più inferiori sono l'Ezzelino e la Giocasta del Baruffaldi, quantunque sieno scritte purgamente. Intorno allo stesso tempo Domenico Lazzarini dette in luce l'Ulisse, il quale non ha altro merito, che d'esser puramente scritto, e d'aver fatta nascere la celebre satira intitolata il Ruzvanscad. Degno di sedere accanto all'autor della Merope è Alfonso Varano pel Demetrio, Giovanni di Giscala, e Agnese, e ne è degno altresì il P. Giovanni Granelli Gesuita pel Sedecia, Manasse, Dione, e Seila figlia di Iefte. Nè molto inferiori a queste ottime io stimo il Gionata, il Demetrio Poliorcete, e il Serse del Bettinelli Gesuita egli pure. Questo celebre Scrittore non cercò molto la purità della lingua; ma fu maggiore la libertà da lui usata dopo la soppressione della Compagnia di Gesù; nelle tragedie però principalmente e in qualche altra opera, che indicherò a suo luogo, fu assai moderato. Fu il Pompei amante della nostra lingua, e tale si mostrò in due tragedie intitolate Ipermestra e Calliroe. In queste merita molta lode per regolarità di condotta e per altri pregj; non è però mio officio e lascio ad altri l'esaminare se quelle sue tragedie tanti ne abbiano e tali, che debbano ottener molto plauso rappresentate sul teatro. Parecchi altri Poeti Tragici del passato secolo sono con onor nominati dal chiarissimo Signor Napoli Signorelli nel sesto volume della sua storia critica de' Teatri, de' quali non farò quì parola, perchè o sono viventi, o non si sono abbastanza curati di scrivere puramente, o non ho lette le loro produzioni. Ma fra le Tragedie non vedute da me credo di potere assicurare, che l'Agamennone e Clitemnestra pubblicata nel 1786. dal Signor Matteo Borsa abbia quella purità di lingua, che io quì ricerco, perchè egli era colto e purgato scrittore, talchè il Signor Gamba avrebbe potuto concedergli un luogo onorevole nella sua appendice.
Il novero de' Poeti Tragici, che debbono esser da me nominati terminerà col Conte Vittorio Alfieri. Le sue tragedie al primo loro apparire sulle scene ottennero molto plauso, il quale pel corso di ben ventisei anni non si è punto scemato. Alcuni critici di molto ingegno, e di non mediocre dottrina si sono adoperati di trovare in esse parecchi difetti: ma niuno accusa l'autore di non essere scrittore purgato. A me basta questa lode, che l'universal consentimento, gli accorda, nè a me appartiene d'indicare gli altri suoi pregj, o assottigliarmi d'indagarne i difetti, nè di esaminare se i migliori dei tragici nostri sieno da lui uguagliati, o superati. Lascio questo esame agli spettatori frequenti, che non si stancano di accorrere alle sue tragedie tante volte ripetute.
La tragedia ci è stata trasmessa dai Greci, e dai Latini, ma il dramma musicale è opera nostra. Niun poeta teatrale è mai pervenuto alla celebrità del Metastasio, i drammi del quale si son cantati su i Teatri tutti dell'Europa. Questi furono approvati dall'Accademia Fiorentina, come pur lo furono quelli d'Apostolo Zeno, che è al Metastasio longo proximus intervallo. Degli altri poeti drammatici non credo dover far parola.[171] Anche i poeti comici non mi tratterranno lungamente. Le commedie del Fagiuoli fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina per la nuova edizione del Vocabolario. Ma se meritano lode, perchè sono scritte toscanamente, non la meritano molto per gli altri pregj, che alla commedia son necessarj per essere applaudite nel Teatro. Anche le poche commedie, che abbiamo del Lazzarini, del Maffei, e dell'Alfieri sono commendabili per la purità della lingua, ma contente di questa lode non debbono esigerne altra maggiore. Al contrario il Goldoni, cui niuno vorrà negare il primato nella poesia comica italiana per gli altri pregj, che essa richiede, ha trascurato alquanto la purità della lingua.
Se scarso è il numero di quelli, che questa parte della poesia hanno coltivata felicemente, grande è quello de' poeti lirici. Le poesie del Filicaja e del Menzini furono citate dalla Crusca. Quelle di Giovan Bartolommeo Casaregi, del Crudeli, di Monsignor Ercolani, del Guidi, del Lorenzini, del Mozzi, e d'Anton Maria Salvini furono approvate dall'Accademia Fiorentina. L'Alberti cita le rime del Gigli seguace del dialetto Senese, e quelle d'Angelo Maria Ricci, che mi sono ignote, giacchè la guerra de' ranocchi, e de' topi attribuita ad Omero, e da lui volgarizzata in versi anacreontici non può annoverarsi fra le rime, quantunque sia in versi rimati. A questi il signor Gamba aggiunge il Lazzarini, il Maffei, il Magalotti, il Manfredi, Alessandro Marchetti, il Martelli, il Mascheroni, il Pompei, e il Varano. Io finalmente ne aggiungerò più altri. Fra questi porrei il Frugoni, se gli editori suoi fossero stati men liberali. Vi porrò bensì l'Algarotti, di cui l'Alberti cita parecchie opere di prosa, non però le poetiche, che sono più toscanamente scritte dell'altre. Vi porrò Francesco Maria e Giampietro Zanotti, Giovan Battista Zappi, il Ghedini, il Salandri, il Conte Agostino Paradisi, il Pozzi, il Vannetti, il Tagliazucchi, il Duranti, i Gesuiti Bassani, Rossi, e Berlendis, il Vittorelli, il Bondi, il Parini, il P. Fusconi, il Baruffaldi, lo Scarselli, Alessandro Fabri, il Bettinelli pe' versi sciolti principalmente, il Dio del Cotta, le canzonette marinaresche del Gesuita Tornielli.
Anche nella poesia piacevole molti meritarono plauso. Il Ricciardetto del Forteguerra, la Svinatura del Carli, le rime piacevoli del Fagiuoli, e le poesie del Saccenti, sono fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina. L'Alberti citò la Celidora ovvero il Governo di Malmantile del Conte Ardano Ascetti cioè del P. Lodovico Agostino Casotti Domenicano, e del Gigli la Scivolata e la Culeide, e il Signor Gamba ha notate nel suo catalogo le poesie piacevoli di Giuseppe Baretti,[172] e quelle di eccellenti Autori Toscani per far ridere le brigate, stampate in Gelopoli cioè in Firenze il 1760. fra le quali ve n'ha alcune del Gigli, del Bellini, e d'altri poeti del secolo decimottavo. Io aggiungerò il Grillo d'Enante Vignajuolo, cioè del Baruffaldi, la Cuccagna del P. Rossi, le nozze di Pulcinella del Vittorelli, le rime piacevoli del Dottor Vettore Vettori, qualche capitolo di Francesco, e Giampietro Zanotti, del Manfredi, e pochi altri.
Il Bettinelli voleva, che il ditirambo del Redi fosse l'unico ditirambo Italiano, e che delle poesie satiriche si faccia meno conto, che di ogni altra. La lingua Italiana (egli dice) non sembra atta a questa poesia, e gl'Italiani dan troppo presto all'armi.[173] Il ditirambo del Redi è veramente cosa unica, e niuna altra nazione può gloriarsi d'averne una simile. Nel secolo di cui parlo si è tentato d'imitarlo, ma gl'imitatori sono sempre inferiori a' loro modelli. Fra questi si può accordare qualche lode al Baccanale in Gioveca del Baruffaldi, almeno per ciò che appartiene alla lingua. Riguardo poi alla satira io non so che cosa avesse in animo il Bettinelli, quando disse, che la lingua Italiana non sembra atta a questa poesia. So che l'Ariosto, Salvator Rosa, l'Adimari, il Menzini, ed altri hanno scritte Satire; e se in esse si trova alcun difetto, questo non proviene dalla lingua. L'ultimo di questi appartiene in parte al secolo decimottavo, ed è annoverato fra gli scrittori citati dalla Crusca. Ma un nuovo genere di satira sconosciuto ai Latini e ad ogni altra nazione usò il Parini ne' suoi poemetti intitolati il Mattino, il Mezzogiorno, e la Sera, i quali come prima uscirono in luce riscossero molto plauso in Italia, e fuori. Egli non dà punto all'armi, ma con una delicata e leggiadra ironia punge il vizio, e non lo flagella, nè reca mai noja in tanta somiglianza di cose, che da lui si debbon descrivere. Nè d'indole molto diversa è il poema dell'uso[174] del Conte Duranti da me nominato con lode fra i poeti lirici.
Questi fra molti sono i poeti, de' quali ho creduto dover quì far menzione, lasciandone parecchi altri pregevolissimi per le altre qualità, che dall'arte poetica sono richieste. Lo stesso è da dirsi degli storici, di cui farò adesso parola. Ma per procedere con chiarezza dividerò la storia nelle diverse sue parti, e comincerò da quella, che più propriamente si chiama con questo nome. L'Alberti cita gli annali del Sacerdozio e dell'Impero del Battaglini, e lo lodo se ne ha presa qualche voce ecclesiastica, che non si trovi in altro scrittor più pregevole. Non vuolsi però prenderli a modello di buono stile, e purgato. Comincerò dunque il novero delle opere storiche dalla Verona illustrata del Maffei registrata dal Signor Gamba nel suo catalogo. A questa aggiungerò i ragionamenti istorici su i Gran Duchi di Toscana della Reale Casa de' Medici protettori delle lettere e delle belle arti di Giuseppe Bianchini, la storia di Ferrara del Baruffaldi, e la traduzione con ammirabile purità di lingua fatta dal P. Pietro Savi Gesuita delle due opere latine del P. Ferrari, delle geste del Principe Eugenio di Savoja nelle guerre d'Italia e d'Ungheria. Dell'altre sue traduzioni parlerò altrove. Porrò eziandio in questa classe il ragionamento intorno all'origine della Città di Prato di Giovan Battista Casotti, che si legge negli opuscoli filologici del Calogerà, e fu poi approvato dall'Accademia Fiorentina. Vi porrò finalmente le memorie storiche Modenesi del Tiraboschi, opera d'argomento non grande, e che non somministra strepitose vicende, o luminosi avvenimenti atti ad eccitare la curiosità di molti; tale però che al suo autore conferma quella fama di critico giusto, e di scrittor accurato elegante ed assai puro, che le altre cose sue gli avevano procacciata. Unirò a queste storie le illustrazioni, che il P. Ildefonso da S. Luigi ha poste nelle sue delizie degli Eruditi Toscani, e le descrizioni di feste ed esequie fatte da Giambattista Casotti, Leonardo del Riccio, Rosso Antonio Martini, e Marc'Antonio Mozzi,[175] de' quali scrittori ho già fatta menzione, e la farò di nuovo.
Cinque opere spettanti alla storia Ecclesiastica dall'Accademia Fiorentina furono approvate. Prima, fra queste o l'ampiezza si riguardi della materia, o la sua importanza è la Storia Ecclesiastica del Cardinal Orsi, che impedito dalla morte non potè condurre a fine. Io non so bene, se l'Accademia adottandola tutte volesse adottare le sue maniere di dire, fra le quali ve n'ha alcuna, benchè di rado, tolta dalla lingua Francese, cui si potrebbe dubitare se convenga dar la cittadinanza Toscana.[176] Dell'altre opere da me indicate pur ora due sono di Gio. Battista Casotti, cioè le Memorie Storiche di Maria Vergine dell'Impruneta, e la Storia della fondazione del regio Monastero degli Scarioni di Napoli, e due sono del Canonico Mozzi, cioè la Storia di S. Cresci, e de' Santi suoi compagni Martiri, e della Chiesa di S. Cresci in Valcava di Mugello, e la lettera ad un Cavalier Fiorentino divoto di S. Cresci. L'Accademia forse volle ancora concedere lo stesso onore all'Istoria degli anni Santi, e ad altre opere di Domenico Maria Manni, quantunque non l'indicasse espressamente.[177] Infatti qual cosa v'ha di questo purissimo scrittore, che non meriti di far testo in lingua? A queste opere poi aggiungerò io la vita di S. Ignazio, la leggenda di S. Anna, e quella di S. Margherita da Cortona del P. Antonfrancesco Mariani Gesuita, il quale scrittore in ciò che spetta alla lingua è sempre così purgato, che a niun altro lo reputo secondo, ed i più tenui suoi libretti ascetici proporre si possono a modelli di stile purissimo, e immacolato. Aggiungerò altresì la Storia ragionata delle eresie del Canonico Pietro Paletta, nella quale e gli avvenimenti dell'eretiche sette si descrivono con eleganza, e le cagioni se ne espongono con critica diligente e sottile. Aggiungerò finalmente l'insigne Storia della Badia di Nonantola del Tiraboschi, di cui dirò solamente, che è degnissima del suo autore.
Ma la parte, in cui più che in ogni altra il Tiraboschi si è renduto celebre è la storia letteraria. Egli, Apostolo Zeno, il Mazzucchelli sono in Italia i padri di questa classe, e tutti tre furono purgati scrittori. Niuno è così solennemente inerudito, che non conosca le Dissertazioni Vossiane e le Annotazioni alla Biblioteca del Fontanini d'Apostolo Zeno, gli Scrittori Italiani del Mazzucchelli, la Storia della letteratura Italiana, e la Biblioteca Modenese del Tiraboschi. Se io prendessi a lodar queste opere, e le altre cose minori di questi scrittori nulla potrei dire, che non sia già stato detto da molti, e nulla aggiungerei alla loro celebrità. Dirò solamente, che vasto è l'argomento, che ciascheduno ha scelto, grande è in essi l'erudizione, ma opportuna, esatta la critica, elegante lo stile, e (ciò che appartiene al mio scopo) non mediocre la purità della lingua; talchè non v'ha officio di buono scrittore, che essi abbiano trascurato. Da Apostolo Zeno non deve andar disgiunto il suo feroce, ma disuguale antagonista Monsignor Giusto Fontanini. La sua opera dell'eloquenza Italiana, e la Biblioteca, che v'è unita, si attiraron le critiche dello Zeno, di cui ho già parlato, del Muratori, del Maffei, di Gio. Andrea Barotti, e del P. Costadoni, e la più parte di quelle critiche è giusta. Il Fontanini era quanto altri mai litigioso, tenace della sua opinione, e non esatto abbastanza nell'erudizione. Era però erudito, e assai puro di lingua. Questa lode gli si deve ancora per la Storia arcana della vita di F. Paolo Sarpi, che ha pure il merito grande d'aver rappresentato costui quale era veramente, e aver ciò fatto con irrefragabili monumenti. Grato mi sarebbe d'onorare questo mio catalogo colla bell'opera di Marco Foscarini sulla letteratura Veneziana tanto commendata a gran ragione. Ma se le altre parti tutte egli adempie d'ottimo scrittore, in quella solamente, che la purità riguarda della lingua, lascia alquanto a desiderare. Devo bensì collocarvi il Marchese Maffei per quella parte della sua Verona illustrata, dove degli scrittori Veronesi tenne lungo discorso, Gio. Andrea Barotti per le Memorie storiche de' letterati Ferraresi, ed il Bianconi per l'auree lettere sopra Celso. L'Alberti ha citato alcuna volta la Storia, e i Commentarj della volgar poesia del Crescimbeni, ma a me non pare quest'opera purgata tanto, che le si debba dar quì luogo. Per lo stesso motivo fra i libri di sacra eloquenza non ho collocato il suo volgarizzamento delle Omelìe di Clemente undecimo, cui il signor Poggiali dà luogo nel suo Catalogo, nè altrove le altre sue opere, che per molti riguardi meritan lode. Aggiungerò più tosto l'operetta del Manni dell'invenzione degli occhiali, che fu approvata dall'Accademia Fiorentina, l'istoria del Decamerone del Boccaccio[178] la vita di Niccolò Stenone, e le veglie piacevoli del medesimo scrittore, dove fra più altre vite, che a questa classe non appartengono, parecchie ne sono d'uomini chiari nell'amene lettere. Molte altre cose abbiamo di lui a storia letteraria appartenenti, le quali tralascio, perchè troppo lungo ne sarebbe il novero, ed altri le potrà vedere indicate nell'opera testè citata del chiarissimo signor Canonico Moreni. Non debbono poi esser da me dimenticati il Casotti, e il Mozzi, il primo per la vita del Buommattei, che sta innanzi alla sua opera della lingua Toscana, e per alcune lettere sulla vita, e le opere del Casa,[179] e il secondo per la vita di Lorenzo Bellini, che è fra quelle degli Arcadi. E giacchè queste vite d'uomini letterati ho nominate ragion vuole, che tre altri purgati scrittori di questo genere io ricordi, cioè il P. Pier Caterino Zeno, che la vita ci dette di Giovanni Rucellai, e degli storici Veneti Battista Nani e Michele Foscarini,[180] Antonfederigo Seghezzi, che quelle descrisse del Caro, di Bernardo Tasso, del Castiglione, e d'altri,[181] Pier Antonio Serassi, da cui abbiamo quelle copiosissime di Torquato Tasso e di Jacopo Mazzoni, una dissertazione sopra l'epitaffio di Pudente Grammatico, ed un ragionamento sopra la controversia del Tasso e dell'Ariosto, Anton Maria Salvini, che fra le vite degli Arcadi inserì quella di Benedetto Averani, ed il fratello suo Salvino, che ci diede i Fasti Consolari dell'Accademia Fiorentina oltre a cinquantacinque vite le quali tutte con incredibile diligenza ha accennate l'eruditissimo Signor Canonico Moreni nell'opera più volte citata. Alle vite succedano gli elogj, intorno a' quali necessariamente sarò breve, perchè niuno scrittore mi è noto, che lungamente si sia esercitato in questo genere d'eloquenza, ed io non intendo nominar tutti quelli, che poche, e piccole cose hanno pubblicate. Questo mio intendimento però non m'impedirà di nominare il Bolognese Luigi Palcani. Egli educato in quella beata scuola della sua patria, fra tanti uomini chiarissimi, che là fiorirono alla metà del secolo passato o in quel torno, fu non solamente dotto, ma ancora elegante, e purgato scrittore. Abbiam di lui gli elogj di due mattematici, cioè dell'Ab. Leonardo Ximenes e del Colonello Anton Maria Lorgna, ne' quali la severità della materia è per lui temperata mirabilmente colle grazie dell'eloquenza e ingentilita per modo, che quegl'istessi cui non piacciono le mattematiche discipline sono invitati ad amarle in quei due libretti elegantissimi.
Alla Storia è con vincoli strettissimi unita l'Antiquaria, la quale perciò richiama ora a se il mio discorso. Essa mi ricorda in primo luogo il Gori, ed il Lami. Ambedue per decreto dell'Accademia Fiorentina sono approvati, il primo per la risposta al Marchese Maffei intorno al Tomo IV. delle osservazioni letterarie, e per la difesa dell'Alfabeto degli antichi Toscani,[182] il secondo per le Lezioni Toscane, e pe' dialoghi d'Aniceto Nemesio in difesa delle lettere di Atromo Traseomaco.[183] L'Accademia non concedette lo stesso onore alle Lettere Gualfondiane, che il Lami stampò sotto il finto nome di Clemente Bini, e non senza ragione: perchè quest'autore, che nelle lezioni Toscane e ne' dialoghi non volle molto soggettarsi ad una grande severità nell'usar voci di Crusca, nelle lettere usò d'una libertà anche maggiore. Al Gori e al Lami aggiungerò il Manni scrittor purgatissimo, come ho già detto. Di lui abbiamo più e diverse opere d'antiquaria cioè delle antiche terme di Firenze, notizie istoriche intorno al Parlagio ovvero Anfiteatro di Firenze, istorica notizia dell'origine e significato delle Befane, e principalmente le osservazioni istoriche sopra i Sigilli antichi de' secoli bassi.[184] Della Verona illustrata del Maffei ho già parlato due volte, e debbo parlarne ora di nuovo perchè vi sono unite l'opera su gli Anfiteatri, e quella molto minore sull'antica condizione di Verona. Della seconda dice graziosamente il Signor Abate Rubbi, che in essa l'ingegno dell'autore è in ragion del suo cuore,[185] con che egli dette un giusto e profondo giudizio. Ma io non esamino, che cosa possano dir gli antiquarj dell'una, e dell'altra, e mi basta, che ambedue sien pregevoli, benchè possano meritar qualche critica, e che scritte sieno purgatamente. Per lo stesso motivo nominerò pure l'opera dei circhi del Bianconi, quantunque abbia incontrato qualche oppugnatore. Debbonsi poi con molta lode nominare le Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi antichi di vetro di Filippo Buonarroti,[186] le quali gli confermarono quel nome di grande antiquario che le precedenti sue opere gli avevano procacciato. Nè minor plauso vuolsi fare all'Ab. Luigi Lanzi, e a mio giudizio anche maggiore, perchè nuove strade aprì nell'antiquaria, ed usò una esattissima critica, cui non erano molto inclinevoli molti di quelli scrittori di sì fatto genere, che più erano celebri poco innanzi a lui.[187] Non parlerò poi di quelli antiquarj, che poche e brevi cose hanno scritte, per non esser soverchio: e passerò piuttosto a noverare i principali scrittori, che di materie scientifiche hanno trattato.
Cominciamo dalla Psicologia, e dalla naturale Teologia. L'Accademia Fiorentina scelse la dissertazione del P. Tommaso Vincenzo Moniglia contro i Materialisti ed altri increduli.[188] A me sarà concesso d'unire a questa le altre opere sue di non dissimile argomento, e di merito uguale, cioè la dissertazione contro i Fatalisti,[189] le osservazioni critico-filosofiche contro i Materialisti divise in due trattati,[190] e la mente umana spirito immortale, non materia pensante.[191] Alle opere del Moniglia debbono unirsi le celebri lettere familiari del Magalotti contro gli Atei approvate dall'Accademia Fiorentina. Di queste io dirò solamente quello, che il Tocci ne disse nella vita del Viviani, cioè che esse sono ciò che più di portentoso ha veduto da un secolo in quà la nostra lingua in quel genere. Di Dio, dell'anima spirituale immortale e libera, e della legge di natura verso Dio, verso l'uomo, e verso se trattò il P. Nicolai in sette ragionamenti che sono nel volume secondo delle sue Prose. Ma più d'ogni altro trattò profondamente di sì fatte materie il P. Antonio Valsecchi colla sua opera dei fondamenti della Religione, e dei fonti dell'empietà.[192] Parla egli dell'esistenza di Dio, della spiritualità, ed immortalità dell'anima, e della legge di natura, mostra la necessità della rivelazione, la possibilità della rivelazion de' Misteri, e che veramente la Cristiana Religione è rivelata da Dio, esamina finalmente quali i fonti sieno dell'empietà. La Religion vincitrice[193] è quasi un appendice alla prima opera, perchè avendo in quella provati ad evidenza gli assunti suoi, e risposto alle principali objezioni degli avversarj d'ogni maniera, in questa prese a combattere il sistema della natura, il sistema sociale, ovvero principj della morale, e della politica, e ne trionfò. Finalmente per dar compimento alla sua impresa pubblicò la verità della Chiesa Cattolica Romana,[194] in cui fa conoscere, che in questa, ed in essa sola, la divina rivelazion si conserva. Con minor apparato di dottrina, ma in un modo per dir così più accostevole, scrisse il Roberti alcuni aurei suoi libretti, che se non affrontano apertamente l'incredulità, pure le fanno gagliarda guerra. Tali sono i trattati del leggere libri di Metafisica e di divertimento, della probità naturale, e le annotazioni sopra la umanità del secolo decimottavo.
La Psicologia e la Teologia Naturale aprono la strada alle scienze sacre, alle quali ora farò passaggio. E quì pure ragion vuole, che il primo luogo a quelle opere si conceda, le quali dall'Accademia sono citate. Fra queste sono le prose del P. Gio. Lorenzo Berti, la Dimostrazion Teologica del Cardinal Orsi,[195] lo spirito del Sacerdozio del Cavalier Giraldi. L'Alberti citò il volgarizzamento, che Francesco Giuseppe Morelli fece del Gentiluomo istruito nella condotta di una virtuosa, e felice vita dell'Inglese Dorell, e avrebbe potuto aggiungere quello, che egli pur fece della Guida degli uomini alla loro eterna salute del Gesuita Giuseppe Personio.[196] Ma altri ancor vi sono che purgatamente hanno scritto di sì fatte materie. L'Accademia Fiorentina, che adottò le Prose del P. Nicolai, poteva eziandio adottare le sue Lezioni. Io dubito che di lui volesse parlare il Roberti, quando a un giovine ecclesiastico scriveva così. Tuttavia dell'erudizione profana, interpetrando la parola dello Spirito Santo, servitevene per bisogno, non per vanto. Non siate un intemperante, come lo è nelle sue lezioni stampate un dottissimo uomo ad amendue assai noto. Tanta intemperanza a me sembra un principio di vanità.[197] E veramente se quelle Lezioni fossero state dal Nicolai dette così dal Pergamo, come poi furono stampate, dovrebbesi in esse condannare quella erudizione soverchia, e quella dottrina profonda, di che son piene. Ma se, come egli il dice nel prospetto dell'opera, dopo essere stato parco leggendole, le arricchì poi per la stampa a vantaggio de' leggitori scienziati si dee sapergliene grado, e commendarlo. Per la qual cosa egli lascia in dubbio, se dobbiamo intitolarle Lezioni, o più presto Dissertazioni, e altrove le chiama senza più col secondo nome.[198] Or chi sarà che voglia accusarlo d'essersi mostrato erudito, e dotto, quando pe' dotti scriveva e per gli eruditi? Molta poi è la purità della lingua, principalmente dove a foggia di parafrasi spiega il Sacro Testo, nella qual parafrasi l'autore si adopera d'imitare il Boccaccio. E l'imitazione di questo gran modello della narrazione si manifesta ancora in un'altr'opera sua, di cui per grande sventura non abbiamo che il primo volume di quattro, che se ne promettevano col titolo, Dichiarazione letterale del Sacro Testo de' quattro Libri de' Re. Avrei creduto, che l'Alberti citar dovesse queste opere, o avendole egli trascurate dovessero il Gamba e il Poggiali ricordarle. Avrei creduto lo stesso delle opere teologiche di Monsignor Incontri, e di quelle del Marchese Maffei, delle quali il solo Poggiali ha citate le prime, e niuno le seconde. Io certo non dubito, che non debbano aver quì luogo il Trattato delle azioni umane, le lettere pastorali e la spiegazione delle feste di quel Prelato.[199] La storia teologica della Grazia, il libro de' Teatri antichi e moderni, l'arte magica dileguata, l'arte magica annichilata, i tre libri dell'impiego del denaro, in cui mentre si ammira la profondità della Teologica dottrina, si commenda eziandio la nobiltà e l'eleganza dello stile, e la purità della lingua. Queste lodi medesime si debbono attribuire alle Dissertazioni Teologiche del Conte Canonico Cristoforo Muzani, ed anche maggiori in ciò che appartiene alla lingua ed allo stile, se non che forse parrà ad alcuno, che sieno talvolta troppo oratorie. Non manca la purità, ed abbonda l'eleganza in certe operette del Roberti, che a questa classe appartengono. Tali sono l'esortazione sopra i danni che reca il tempo alle Comunità religiose, la lettera sopra la felicità, la lettera di un Ex-Gesuita vecchio, ad un Ex-Gesuita giovine, gli opuscoli sopra il lusso, il trattato dell'amore verso la patria, e l'istruzione Cristiana ad un giovinetto Cavaliere e a due giovinette Dame sue sorelle. Nè dico già che tutto sia oro nel fatto della lingua ciò che egli scrive. Lasciando stare la voce ex-gesuita, che abbiam veduta testè da lui adoperata, vuolsi confessare, che andando innanzi nell'età per la frequente lettura de' libri francesi cominciò senza avvedersene ad usare qualche modo di dire straniero; il che più spesso gli avvenne nell'amor della patria, che prevenuto dalla morte non potè emendare. Ma dove sono molte cose pregevolissime non dobbiamo essere difficili troppo per qualche difettuzzo, che sfugga la attenzione d'uno scrittore.
Le opere spirituali dell'Abate Lanzi meritano altresì onorata menzione, perchè qualunque cosa egli prendesse a trattare, vi trasparivano i lampi di quel suo ingegno felice, e della sua eleganza di stile.[200] Ed ancor più debbono ricordarsi quelle del P. Anton Francesco Mariani della Compagnia di Gesù, le quali sono immacolate.[201] Saranno forse alcuni, i quali prenderanno a sdegno, che fra le opere de' Filosofi, degli Storici, degli Oratori, e de' Poeti si pongano le sacre leggende e le novene di questi scrittori: molti però con maggior senno le ameranno e per ciò che dicono, e pel modo con che lo dicono. Ed è fama che l'Ab. Lanzi dicesse d'essere più contento di quelle sue operette spirituali, che dell'altre erudite. Finalmente voglionsi quì ricordare due volgarizzamenti. Sarà il primo il libro di Dionisio Certosino contro l'ambizione, con altri due opuscoli sul medesimo argomento tradotti da Monsignor Bottari,[202] e l'altro l'opere di Tertulliano tradotte in Toscano da Selvaggia Borghini nobile Pisana, che lo stesso Bottari fece stampare ornandole di note e d'una erudita prefazione.[203]
Dalle sacre scienze non deve andar disgiunta la moral Filosofia, gl'insegnamenti della quale saranno sempre uniformi a quelle, ove il corrompimento del cuore non faccia traviare lo scrittor, che ne tratta. Niuna opera di questo genere è nel catalogo dell'Accademia Fiorentina fuor solamente i caratteri di Teofrasto tradotti da un Accademico Fiorentino, cioè da Leonardo del Riccio, di cui farò parola in altro luogo. Ma il Gamba, e l'Anonimo Milanese ne citano due. Il secondo ricorda la morale Filosofia di Francesco Maria Zanotti, che è una delle migliori di quest'uomo immortale e per l'importanza della materia, e pel modo con cui è trattata, e per la gravità dello stile. Il celebre Cardinal Quirini l'ebbe in tanto pregio, che avendola letta con somma avidità la volle poi sempre sul suo tavolino, e spesso la rileggeva con indicibil piacere. Poteva l'Anonimo aggiungere altresì il suo ragionamento sopra il saggio di morale di M. Maupertuis, e gli opuscoli, che l'accompagnano, cioè i discorsi e le lettere contro le Vindiciae Maupertuisianae del P. Ansaldi, la risposta alle lettere di Clemente Baroni de' Marchesi di Cavalcabò, e la lettera ad un amico, che può servire d'introduzione alla novella letteraria dell'apparizione d'alcune ombre. Io non parlerò quì della bellezza di questi opuscoli, perchè quando si è nominato il loro autore è inutile ogni lode. Citerò finalmente col Gamba la scienza chiamata cavalleresca del Marchese Maffei, utilissima opera, che ha contribuito a scemare alquanto l'uso empio barbaro e stolto de' duelli.
Ma passiamo ormai a quella scienza, che forse sopra ogni altra ha nel passato secolo fatto progresso grande, voglio dire la scienza della natura. Carlo Taglini aprirà questa classe colla lettera filosofica al Marchese Riccardi, in cui dette la norma di studiare con profitto la Filosofia. Essa è fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina, onde non abbisogna dell'altrui approvazione nel fatto della lingua. Ma per procedere con ordine cominciamo dalla Fisica. Il dialogo di Zaccaria Scolastico intorno alla fabbrica del Mondo volgarizzato dal Volpi, le opere dell'Ab. Conti, in cui è pur qualche cosa di Fisica, le lezioni di Monsignor Bottari sopra il tremoto furono approvate dall'Accademia Fiorentina. Se non hanno ottenuto lo stesso onore, meritano però lode di purgati scrittori Francesco Maria Zanotti pel suo Trattato di Filosofia, l'Algarotti pel Neutonianismo, il Marchese Maffei per le sue lettere sopra la formazione de' fulmini. I primi due erano buoni Fisici; ma il terzo non era molto esercitato nella scienza della natura, e scriveva sopra un argomento difficile, prima che il Franklin, e il P. Beccaria l'avessero illustrato. Del Magalotti posso rammentar solamente le lettere, nelle quali alcuna cosa s'incontra intorno alla Fisica, giacchè i saggi di naturali esperienze dell'Accademia del Cimento appartengono al secolo precedente. Poco finalmente ci offrono le opere del Bianconi, ma non vuolsi dimenticare quel poco, perchè egli era elegante scrittore; benchè, siccome ho già detto, alquanto libero nel fatto della lingua. Anche il Roberti volle esser fisico, e il fu con quella grazia, che era a lui naturale, scrivendo due lettere d'un bambino di sedici mesi colle annotazioni di un Filosofo, e sul prendere, come dicono, l'aria ed il Sole. Due brevi ragionamenti abbiamo del Palcani, uno sul fuoco di Vesta[204] e l'altro sul natro orientale,[205] ed è a dolersi, che non se ne abbia un numero maggiore, tanto son pieni di dottrina, e d'eleganza.
Cosa maggiori ci somministra la Storia naturale. La piccola terra di Scandiano nel Modenese ha la gloria d'aver dati all'Italia nel secolo decimottavo due sommi naturalisti, che furono nel tempo stesso scrittori purgati ed eleganti, cioè il Vallisnieri, e lo Spallanzani. Del primo basterà indicare l'edizione delle sue opere fatta in Venezia il 1733. nè sarà necessario tutte annoverarle minutamente. Del secondo il saggio d'osservazioni microscopiche concernenti il sistema della generazione, le memorie sopra i muli, le osservazioni sull'azione del cuore nei vasi sanguigni, il prodromo d'un'opera da imprimersi sopra le riproduzioni animali, la contemplazione della natura del Signor Carlo Bonnet tradotta in Italiano, e corredata di note, le dissertazioni su i fenomeni della circolazione osservata nel giro universale de' vasi, gli opuscoli di Fisica animale, e vegetabile, il viaggio alle due Sicilie sono opere lodatissime per novità di scoperte, per acutezza d'ingegno, per esattezza d'esperienze, e per eleganza di stile. Come una terra sola ha dati due insigni naturalisti, così una sola famiglia ne ha somministrati altrettanti, cioè i Conti Giuseppe e Francesco Ginanni di Ravenna. Il primo scrisse delle uova, e de' nidi degli uccelli con un'appendice d'osservazioni sulle cavallette,[206] e una lettera all'Instituto di Bologna intorno al modo di pascersi, ed alla respirazione e generazione delle telline e d'altre marine conchiglie.[207] Altre sue opere sulle piante marine del mare Adriatico, e sopra alcuni testacei ed insetti furono stampate dopo la sua morte[208] dal suo nepote Francesco, che fu pure buon Naturalista. Questi poi scrisse dottamente delle malattie del grano in erba[209] e delle pinete Ravennati.[210]
E già quasi senza avvedermene sono passato a far parola della scienza agraria, che forma un utile e nobil parte della Storia naturale. L'anonimo Milanese pone nel suo catalogo la relazione istorica, e filosofica del Matani delle produzioni naturali del territorio Pistojese,[211] che può esser utile per prenderne qualche voce di storia naturale: ma io non posso collocarla fra le opere puramente scritte. Fa poi maraviglia, che niuna cosa egli abbia citata del Manni. Quest'uomo instancabile, di cui ho già parlato più volte, ha scritto ancora di cose agrarie. Il suo ragionamento della piantagione, e coltivazione de' gelsi cagione di ricchezza[212] è stato dimenticato dal Lastri nella Biblioteca Georgica. Ivi si registrano di lui tre sole opere, che hanno per titolo Introduzione de' gelsi in Toscana,[213] Nuova proposizione per trarre dall'Agricoltura un maggior frutto,[214] e Del fare i lavori alla campagna in tempo[215]. L'ultima merita da me special ricordanza pe' proverbj usati nel contado, che egli ha raccolti accompagnandoli d'utili avvertimenti. Di sì fatti proverbj utili allo studio della lingua, e molto più all'arte agraria ne avea raccolti in buon dato il Proposto Lastri, e sparsi quà e là nel suo Lunario pe' Contadini, donde poi altri li trasse, e riuniti gli stampò di nuovo.[216]
Alla scienza della natura appartengono l'Anatomia, la Medicina, e la Chirurgia, delle quali vuolsi ora tener discorso. Lorenzo Bellini leggiadro poeta fu eziandio anatomico grande, e le sue opere furono spiegate dal Pitcarne nell'università d'Edimburgo. Antonio Cocchi ne stampò i discorsi anatomici, che l'Accademia Fiorentina meritamente reputò degni di far testo in lingua. Essa accordò l'onor medesimo all'editore pel trattato de' Bagni di Pisa, pe' discorsi Toscani, per la prefazione alla vita di Benvenuto Cellini, e pe' regolamenti dello spedale di S. Maria Novella, che non sono stampati. Poteva forse accordarglielo ancora pel discorso sopra Asclepiade, e pe' consulti medici. Non aggiungo il discorso sul matrimonio perchè non è opportuno, che facciano testo in lingua quei libri, che la retta morale condanna. Il figlio suo Raimondo lo stampò dopo la sua morte, e poteva rimanersene. Doveva più presto pubblicare i consulti medici, che il padre aveva lasciati in gran numero, ed egli inopportunamente li vendè a non so quale straniero; talchè l'edizion che ne abbiamo, fu poi tardi fatta dal Pasta, raccogliendoli con diligenza, e in quella maggior copia, che potè. L'Accademia approvò ancora le sue lezioni anatomiche; il Signor Gamba però dottissimo nella Storia letteraria ha osservato, che queste non son d'Antonio, ma di Raimondo. Essa ha pure approvate le opere di Giuseppe del Papa, e già lui vivente citate le avrebbe la Crusca nell'ultima edizione del Vocabolario, se egli non vi si opponeva. La maggior parte di queste appartengono al secolo precedente, e solamente i Consulti medici, e i Trattati varj dati in luce nel decimottavo possono aver quì luogo. Approvò finalmente le Lettere scientifiche di Carlo Taglini, e il libro critico di Pier Francesco Tocci intitolato la Giampaolagine. Andrea Pasta altresì fu egregio medico, e purgato scrittore, e il suo discorso medico-chirurgico intorno al flusso di sangue dall'utero delle donne gravide meritò d'esser registrato ne' lor cataloghi dal Gamba e dall'Anonimo. Il Poggiali concede quest'onore alle opere mediche d'Antonfrancesco Bertini, che io non ho vedute.[217] Niun poi di loro lo concede ai Consulti medici di Giacomo Bartolommeo Beccari, i quali però ne erano degnissimi, essendo egli stato, secondo la scuola di Bologna sua patria, elegante scrittore in Italiano e in Latino d'un'eleganza nitida, e semplice. In quei due aurei volumetti di lettere familiari dei Bolognesi si vorrebbe, che fossero state poste ancor le sue, che dovevano esser bellissime, se lo possiamo congetturare da una diretta al Pontefice Benedetto decimoquarto, che il Conte Fantuzzi ha inserita ne' suoi Scrittori Bolognesi T. 2. p. 57. Terminerò poi questa classe con due Lucchesi, Matteo Regali, e Pietro Tabarrani. Del primo ho già fatta menzione altrove. Egli era medico, ma a dir vero era miglior grammatico. Scrisse una Lezione intorno all'uso dell'acqua della Villa (cioè dei Bagni di Lucca) col cibo,[218] la quale, se non è approvata dai professori dell'arte medica, è almeno scritta con purità. Il secondo al contrario era buon medico ed eccellente anatomico, e se non uguagliava il Regali nella purità della lingua, non era però illodevole. Le sue lettere mediche ed anatomiche[219] sono ricordate dall'anonimo, e sono lodate dai professori di queste scienze, nè saranno molto riprese da quelli, che amano la nostra lingua. Nè diverso è il giudizio, che si dee portare dell'altre cose sue, che si vedono impresse negli atti degli Accademici Fisiocritici di Siena.
In niuna facoltà è più agevole lo scrivere purgatamente quanto nelle mattematiche. Esse hanno un certo linguaggio loro proprio e semplice tanto, che quasi non concede luogo ad errare, principalmente ove si tratti di quelle, che chiamano mattematiche pure, come l'aritmetica, la geometria, e l'algebra. In questa parte pertanto sarò più severo. Fra i Mattematici Italiani del secolo diciottesimo potrei collocare Vincenzio Viviani grande e diletto scolaro del grandissimo Galileo. Egli giunse cogli estremi anni suoi a toccare quel secolo, essendo morto il 1703. ma le opere sue Italiane appartengono tutte al secolo precedente, ed io non voglio oltrepassare quei limiti, che mi sono prescritti. Il nome però del Viviani ricorda quello di Guido Grandi, che segnando le prime orme nella carriera geometrica potè destar maraviglia in quel geometra veterano, il quale pareva pure, che di niuna cosa dovesse più maravigliare. Egli unì lo studio dell'antiquaria a quello delle mattematiche, ma l'Accademia Fiorentina approvò solamente due opere del secondo genere, cioè gli elementi di geometria, e le istituzioni delle sezioni coniche. La seconda però di queste opere in ciò, che spetta alla lingua si dee piuttosto attribuire a Tommaso Perelli, giacchè essa è un volgarizzamento da lui fatto delle sezioni coniche, che il Grandi aveva pubblicate in latino a Napoli il 1737. A queste opere l'Alberti, il Gamba, e l'Anonimo aggiunsero le istituzioni Geometriche, quelle d'Aritmetica, le Meccaniche, il trattato delle resistenze unito alle opere del Galileo, ed alcune scritture d'Idrostatica, che abbiamo nella raccolta degli autori, che trattano del moto dell'acque. Il Poggiali ben a ragione vi aggiunse la Risposta apologetica alle opposizioni fattegli dal Dott. A. M. (Alessandro Marchetti,) i Dialoghi circa la controversia eccitatagli contro dal Dottore Alessandro Marchetti,[220] oltre alla Vita di S. Pietro Orseolo. Egli ha poste nel suo catalogo ancora le Instituzioni Analitiche della Agnesi, le quali tranne qualche difetto nel fatto della lingua possono esser utili per una nuova impressione del Vocabolario.
Ma parlando di Mattematica, e di purità di lingua chi può dimenticare Eustachio Manfredi? Egli fu buon Geometra, e sommo Astronomo ed Idrostatico. Gli elementi della Geometria, e della Trigonometria, quelli della Cronologia, le instituzioni astronomiche, la descrizione d'alcune macchie scoperte nel Sole, e le annotazioni al Trattato della natura de' fiumi del Guglielmini mostrano abbastanza, che si può scrivere profondamente delle materie più difficili senza oltraggiare le leggi della lingua. Lo stesso dimostrano le altre opere sue, che tralascio per non diffondermi soverchiamente, ma si possono veder registrate dal Fantuzzi.[221] L'Accademia Fiorentina nulla ha approvato di lui, fuorchè le lettere, di che forse molti si maraviglieranno. Ma si può credere, che l'Accademia della Crusca vorrà esser meno difficile; giacchè riguardo a un uom così grande può esser tale senza pericolo.
Al Manfredi succeda l'amico suo, il suo lodatore Francesco Maria Zanotti. Celebre è la questione agitata un tempo fra i Mattematici sulla forza viva, la quale i Cartesiani dicono proporzionale alla massa del corpo moltiplicata nella velocità, mentre i Leibniziani la vogliono proporzionale alla massa moltiplicata pel quadrato della velocità. Dopo un disputar lungo M. d'Alembert mostrò, che quella questione era inutile, e tutti si acquietarono alla sua sentenza.[222] Io non la chiamerò inutile, solamente perchè produsse due bei libri, una del P. Vincenzio Riccati, e l'altro dello Zanotti. Il Riccati prese a difender l'opinion Leibniziana in un suo dialogo,[223] nel quale ampiamente trattò di sì fatta questione, combattendo certa proposizione, che il secondo avea detta ne' Commentarj dell'Instituto di Bologna. Lo Zanotti, che avea in animo di scrivere alcun dialogo colse l'occasione di rispondere al suo oppositore, e compose quello sopra la forza che chiamano viva,[224] il quale io non dubito di chiamare maraviglioso, e ardisco contrapporlo a quelli bellissimi di Tullio e di Platone. Nobiltà e gravità di stile, quando la materia il richiede, chiarezza nelle cose scientifiche, ordine nelle dispute, urbanità, e grazia somma sono pregj, che abbondano in quest'opera, pe' quali basterebbe essa sola a render l'autore immortale. Niun'altra cosa di Mattematica abbiamo da lui scritta in Italiano, fuorchè una lettera a Monsignor Vitaliano Borromeo, in cui prova due elegantissimi Teoremi Geometrici, cioè che ogni poligono circoscritto a un circolo sta al circolo stesso, come il perimetro del primo alla circonferenza del secondo, e che ogni solido chiuso da ogni parte da superficie piane e circoscritto ad una sfera sta alla sfera, come la superficie del primo sta a quella della seconda.[225] Anche il suo nepote Eustachio fu elegante, e purgato scrittore. Il Fantuzzi[226] ha dato il catalogo delle sue opere spettanti alla Astronomia, alla Fisica, all'Idrostatica, ed alla Prospettiva, che giudico inutile di ripetere in questo luogo. Aggiungerò solamente, perchè egli l'ha dimenticato, l'esame del nuovo Ozzeri,[227] cioè d'un canale di scolo, che era stato proposto nello Stato Lucchese.
Il P. Riccati, che ho nominato dianzi, fu uno de' primi Mattematici Italiani del secolo decimottavo. La maggior parte delle molte sue opere sono scritte in latino; parecchie però ne fece ancora in italiano con molta purità di lingua. Di queste pure tralascerò il catalogo, che altri potrà vedere nel nono volume del Giornale di Modena. L'Anonimo Milanese ed il Gamba ricordano anche il padre suo Jacopo Riccati, perchè le sue opere sono scritte con molta proprietà, e chiarezza. Io non gli nego questa lode, che ben merita; ma sì fatti pregi non bastano al mio presente intendimento. Essi debbono essere uniti a una sufficiente purità di lingua, e questa manca a Jacopo non rare volte. Cita l'anonimo anche Tommaso Narducci pel paragone de' canali, e pel trattato della quantità del moto, o sia della forza dell'acque correnti. Ma se vorremo dar quì luogo a questo scrittore non si debbono dimenticare due brevi suoi opuscoli sulla misura della velocità e del tempo, in cui una data quantità d'acqua non perenne di un lago, o altro ricettacolo esce dall'incile del medesimo, e sopra la figura della terra.[228] Ma quantunque egli sia purgato più di Jacopo Riccati, pure non è scevro da qualche idiotismo del dialetto Lucchese. Al contrario l'anonimo non annovera il Conte Giordano Riccati fratello di Vincenzio, che io col Gamba porrò fra gli altri purgati scrittori. Molte dissertazioni di Mattematica egli stampò nelle Raccolte d'opuscoli Calogeriana, Lucchese, Fiorentina, e Ferrarese, nella Minerva, nel Prodromo della nuova Enciclopedia del Giorgi, e nel Giornale di Modena, ed inoltre il saggio sopra le leggi del contrapunto,[229] gli schediasmi sulle corde o fibre elastiche,[230] e le dissertazioni sulla tensione delle funi.[231] Vi porrò pure con lui Lorenzo Mascheroni, che fu ugualmente leggiadro poeta ed ingegnoso Mattematico, e lasciando ora a parte stare i suoi versi rammenterò la sua maniera di misurare l'inclinazione dell'ago calamitato, le nuove ricerche sull'equilibrio delle volte, il metodo di misurare i poligoni piani, e la geometria del compasso. Un altro Mattematico insigne non si vuoi dimenticare, cioè il Cavalier Giulio Mozzi. Un solo rimprovero a lui si può fare, ed è che potendo egli arricchire la Repubblica delle lettere di molte opere pregevolissime non abbia voluto pubblicare che un solo opuscolo. Esso porta per titolo: Discorso Matematico sopra il Rotamento momentaneo de' corpi,[232] e fa conoscere ad evidenza quanto egli valesse nelle mattematiche discipline.
Molti sono i purgati scrittori, de' quali ho parlato fino ad ora, ed altri molti ne avrei aggiunti, se non avessi creduto dovermi alquanto temperare. Nelle facoltà diverse però, che formano la scienza del Dritto, quantunque un gran numero d'uomini illustri possa vantare l'Italia, che le hanno felicemente illustrate, pure è scarso il numero di coloro, che illustrandole hanno scritto purgatamente. Non inutil sarebbe il cercarne la ragione; ma per una parte sì fatta indagine troppo mi farebbe deviare dal sentiero, che debbo scorrere, e per l'altra trattar dovrei materie troppo a mio credere pericolose. Per la qual cosa mi rimarrò da sì fatta considerazione, e senza più nominando quegli scrittori, che a me sembrano più purgati porrò in primo luogo Giuseppe Maria Buondelmonti, di cui l'Accademia Fiorentina approvò il ragionamento sul diritto della guerra giusta.[233] Purissime altresì sono le dissertazioni di Giuseppe Alaleona,[234] delle quali la maggior parte appartengono a questa classe, e trattano delle Romane leggi delle dodici tavole, del paterno imperio, delle leggi civili, delle leggi Romane e Venete. Anche due ragionamenti di Girolamo Baruffaldi spettanti a ragion canonica vogliono aver quì luogo, cioè un voto sulla retta intelligenza della clausula seu alias inserita nel Canone di P. Bonifacio VIII. e nell'altro di Clemente V. intorno alla libera elezione della sepoltura, che egli stampò il 1751. e una dissertazione sopra il significato delle parole fide constitutus inserita nella Raccolta del P. Calogerà T. 37. Il Lampredi altresì celebre Professore dell'Università di Pisa può aver quì luogo pel suo trattato del commercio de' popoli neutrali in tempo di guerra,[235] pel discorso del governo civile degli antichi Toscani, e delle cause della lor decadenza.[236] Altre opere ancora d'altri scrittori si potrebbono unire a queste, ma stimo savio consiglio di trascurarle, e piuttosto passerò a far parola di coloro, che delle arti del disegno hanno scritto, coi quali darò fine a questo capitolo forse increscevole, e lungo soverchiamente. Monsignor Bottari, che tanto fu benemerito della letteratura e della nostra lingua per molte opere pubblicate, tale si rese eziandio pe' dialoghi sopra le tre arti del disegno, per le annotazioni alle vite dei Vasari, e per l'impressione delle lettere sopra la pittura, scultura, e architettura de' più celebri professori. Queste opere sue furono adottate dall'Accademia Fiorentina; talchè altri può trarne in molto numero forme di dire spettanti alle arti belle. Trar se ne possono ancora parecchie dal terzo e dall'ottavo volume delle opere del Conte Algarotti nell'ultima edizion Venata, che tutti si aggirano su questo argomento. Niuno ignora, come egli era dotato di fino gusto nelle arti del disegno, e come trattava la matita lodevolmente. Egli ora instruisce i giovani pittori con ottimi precetti e consigli, ora dà giudizio savio e maturo delle opere de' pittori degli scultori degli architetti, ed or ricorda piacevoli erudizioni, che la storia riguardan dell'arte e de' maestri migliori. All'Algarotti non cedeva nel buon gusto Gian Lodovico Bianconi, e lo vinceva nella grazia dello stile. Le sue lettere sopra la Baviera sono la più cara cosa, che si possa desiderare; nè credo che altra descrizion di paesi si trovi così piacevole, siccome è questa. In essa parla delle arti del disegno, e più ne parla nella vita del Mengs nelle due lettere al Principe Enrico di Prussia sopra Pisa, e nelle otto lettere riguardanti il così detto terzo tomo della Felsina pittrice. Anche il P. Roberti volle trattar di questo argomento. Scrisse in prima una splendida orazione, con che difese le scuole Italiane contro certa diceria del Marchese d'Argens,[237] e poi una lettera sopra Jacopo da Ponte detto il Bassano: e pare che in ambedue le occasioni l'amore del nome Italiano, e di Bassano sua patria, mentre l'animò a prender la penna, aggiugnessero nuove grazie, nuovi fiori alla sua eloquenza. Più parco negli ornamenti dello stile, ma castigatissimo nella lingua il Cavaliere Clementino Vannetti pubblicò le notizie intorno al pittore Gasparantonio Baroni Cavalcabò di Sacco,[238] le quali, come le altre opere sue potrebbono, se non m'inganno, far testo in lingua. Anche Giampietro Zanotti volle esser puro ed imitare gli antichi scrivendo la Storia dell'Accademia Clementina, se non che raccontando talvolta avvenimenti troppo minuti, e di niun conto, e volendo troppo imitar gli antichi annoja il leggitore. Nulla posso dire de' suoi avvertimenti per l'incamminamento d'un giovine alla pittura, e della descrizione ed illustrazione delle pitture di Pellegrino Ribaldi e Niccolò Abati esistenti nell'Istituto di Bologna, che non mi è riuscito di vedere. A Giampietro unirò il fratello suo Francesco per le tre sue orazioni sopra la pittura degnissime di lui, e del Romano Campidoglio, dove la prima fu recitata.
Ma sopra quante opere di questo genere ho fin quì nominate si dee collocare la Storia pittorica dell'Italia dell'Ab. Luigi Lanzi. Essa ebbe il suo cominciamento nell'anno 1792. in cui venne alla luce il primo volume e nel 1796. fu compiuta quantunque poi solo nella seconda impressione del 1809. ricevesse la sua perfezione. Divide egli tutta la trattazione secondo le diverse scuole, ed in ogni scuola distingue le epoche. Accenna i principali pittori di ciascuna, e ne descrive lo stile, nè tace i mediocri, de' quali pure si desidera avere qualche contezza. Ora egli fa ciò con fina critica ed avvedutezza, con abbondanza non soverchia di notizie, e con uno stile vivace, spesso conciso, ed ove la materia il richieda anche eloquente. Non dirò che il Lanzi sia severo nel fatto della lingua; ma qualche libertà da lui usata moderatamente e con giudizio non dispiace, e fra tante cose belle, che allettano e incantano, non sa il lettore fargliene un rimprovero. Anzi io gli so grado di alquante novelle voci e forme di dire da lui adoperate parlando delle arti del disegno e dell'antiquaria, che molti poi non hanno ricusato d'adoperare. Ma i meriti del Lanzi in questa parte della Letteratura sono stati egregiamente esposti da scrittori troppo migliori di me, cioè dal Signor Conte Giambattista Baldelli, e dal Signor Cavaliere Onofrio Boni, ai quali altri potrà ricorrere.[239]
Or dopo la noja per me sofferta nel tessere questa lunga serie di nomi e di titoli di libri, se rivolgo lo sguardo a tanti uomini illustri fin quì nominati, ed a quegli altri molti, che di leggieri aggiunger potrei, mentre per una parte mi conforta e ricrea il pensier della gloria, ch'essi hanno recata al nome Italiano, parmi per l'altra, che si possa quindi trarre un motivo per dileguare un timore insorto nell'animo del Signor Cesarotti. Un uomo scienziato, egli dice, ragionativo, eloquente, ma di coscienza timorata in fatto di lingua, col capo gravido del suo soggetto si mette a scrivere: gli si presenta un'idea nuova che sembra domandar un termine, che non è nel Vocabolario. Che farà egli? Mandi con Dio la sua idea o la storpi con un altro termine il meglio che sa.[240] Or io dico, tanti scrittori insigni da me nominati le scienze e le discipline quasi tutte hanno illustrate con nuovi scoprimenti, con pensieri nuovi, con riflessioni non prima fatte, o le cose già dette da altri hanno esposte in nuova foggia scrivendo purgatamente; nè pare che sia loro avvenuto di stroppiare un'idea per mancanza d'un termine; e forse non avranno voluto sopprimere qualche nuova idea venuta loro in mente. Essi avranno trovato nella ricchezza grande della nostra lingua il modo di supplire alla mancanza d'una voce, o pure hanno usata una voce, che non è nel Vocabolario, la quale se è, non dirò necessaria, ma opportuna, bella, ben derivata, acconcia che nulla più[241] l'Accademia non trascurerà d'approvarla. Si potrebbe ancora dileguar il timore del Signor Cesarotti, negando poter mai accadere, che una parola sia così necessaria per esprimere una idea, che senza quella convenga assolutamente stroppiarla, come egli dice. Ma ove ancora ciò fosse, ove lo scrittor non volesse oltrepassar i confini del Vocabolario, crederei, che nè la sua gloria nè la Repubblica delle lettere patirebbono un danno intollerabile, se l'uso d'un'altra voce o una forma di dire alquanto più lunga venisse a scemar alcun poco la forza o la bellezza di quell'idea. Dall'altro canto se lo studio posto negli antichi dagli scrittor Fiorentini gli preservò nel secolo decimo settimo dal reo gusto in cui tanti caddero miseramente, siccome confessa il Signor Cesarotti, è da credersi, che lo studio medesimo continuerà a produrre un non dissimile giovamento. Ed è da credere ancora, che la diligenza la quale taluno usa per emendare i proprj scritti, onde toglier loro ogni macchia contraria ai canoni della lingua, rileggendoli più volte, e consultando i periti prima di consegnarli alle stampe, produca il vantaggio, che per nuova e replicata riflessione l'autor s'accorga d'altri falli, ne' quali per difetto d'umana natura era caduto. Onde il vantaggio sarà di gran lunga maggiore del supposto danno.