Altri Vocabolarj, regole per la Pronunzia Sinonimi, ed Epiteti, Rimarj, ed Etimologie.

CAPO IX.

Se il P. Bergantini e l'Alberti meritaron lode accrescendo il Vocabolario, Apostolo Zeno, e Jacopo Facciolati la meritarono con accorciarlo. Al primo si attribuisce il compendio di quest'opera, che egli fece prima sull'edizione del 1691, e poi su quella del 1729, e che essendo stato tante volte impresso offre con ciò solo un manifesto indizio del plauso universale. E meritamente l'ottenne o si riguardi la brevità a cui è ridotto quel compendio a comodo altrui, o l'emendazioni quantunque rare, che quell'uomo grande vi ha fatte. Dobbiamo al secondo l'Ortografia Italiana stampata in Padova molte volte, e che può dirsi anch'essa in qualche modo un compendio del Vocabolario Fiorentino, quantunque quà, e là vi si trovi qualche aggiunta tratta da scrittori approvati. Nè di questo genere di libri farò più a lungo ragionamento,[104] dovendo omai parlare di[Pg 84] alcuni Dizionarj particolari. Tra questi per la sua celebrità domanda il primo luogo il Vocabolario Cateriniano del Gigli. Questo bizzarro, e mordace scrittore si pose nell'animo d'onorare il dialetto di Siena sua patria, e poteva in ciò procacciarsi lode, ma lo fece in modo che si attirò sventure e biasimo. Ma di lui ho già detto abbastanza di sopra.

Parecchi altri pure divulgando le opere degli antichi Autori Toscani ne raccolsero le parole e maniere di dire meritevoli d'osservazione, e quelle massimamente che non si incontrano nel Vocabolario, come il Salvini, il Biscioni, Giuseppe Bianchini, il Bottari, il Cavaliere Jacopo Morelli, e finalmente il P. Ildefonso nelle Delizie degli Eruditi Toscani, dai quali altresì ove ancora si tolga ciò che è scorrezione popolaresca rimane sempre alquanto, e in taluni anche molto, da aumentare il tesoro di nostra lingua.

Fra i Dizionari particolari si debbon porre quelli delle arti, e delle scienze de' quali uno solo ne abbiamo in questo secolo. Tale è quello per la Medicina d'Andrea Pasta[105] Medico prestantissimo, che avrebbe voluto sbandire quegli oscuri, e tenebrosi vocaboli, che sì volentieri, e sì spesso soglionsi usare da' medici triviali nei loro parlari, e nelle loro scritture. A' questo fine dagli scrittori approvati egli trasse le voci, e maniere di dire che appartengono a medicina, e vi aggiunse parecchie osservazioni, con che provvide non solo allo scrivere e parlar bene, ma ancora a bene operare. I libri da lui allegati, o de' quali fece uso, sono il Decamerone del Boccaccio, le opere del Galilei, i saggi dell'Accademia del Cimento, il trattato dell'Agricoltura di Piero de' Crescenzi, il Ricettario Fiorentino, il Vocabolario della Crusca, le opere del Cocchi, e sopra tutto quelle del Redi. Io non sono punto istruito ne' precetti delle mediche discipline, pure credo di non errare dicendo, che i medici ed i giovani principalmente dovrebbono avere frequentemente tra mano il libro del Pasta, che consiglierebbe loro d'usar favellando, o scrivendo un linguaggio più acconcio a procacciarsi la confidenza del malato, ed a confortarlo, e forse anche li persuaderebbe di diffidare alquanto di certi nuovi sistemi, troppo sovente incerti, e variabili. Un Vocabolario de' nomi proprj tanto delle persone, che de' luoghi sarebbe utile molto, e l'Arciprete Baruffaldi lo aveva non solamente intrapreso, ma quasi compiuto, ma è rimasto inedito.[106] E aggiungerò quì ancora il suo Dizionario Ditirambico, e Baccanalesco, cui non saprei qual miglior luogo assegnare.[107]

A questa classe medesima si può riferire il breve ragionamento dell'Algarotti sopra la ricchezza della lingua Italiana ne' termini militari.[108] Alle maniere di dire de' Francesi scrittori intorno a cose militari egli mostra quali, e quante maniere Italiane corrispondano, ed anche in ciò solo altri può vedere di quì, come la nostra lingua sia abbondante, e ricca più della Francese. Nè su questo mi tratterrò più lungamente. Aggiungerò bensì, che di non mediocre utilità sarebbe, se ciò che l'Algarotti fece per l'arte militare, altri lo facesse riguardo alle altre facoltà; affinchè ove alcuno debba scrivere intorno alle medesime avesse pronte al bisogno le espressioni che sono più acconce, onde non si dovesse attribuire a difetto della lingua ciò che spesso è difetto di memoria dello scrittore.[109]

Gli Autori quì ricordati insegnano quali siano le voci, e le espressioni, che voglionsi adoperare scrivendo; ma della pronunzia non fanno parola, tranne l'Alberti, che nel suo Dizionario è stato sollecito d'indicare le voci, che lunghe si profferiscono o brevi. Ma noi abbiamo qualche altra cosa nella pronunzia, che domanda d'esser regolata. Le vocali E ed O ora si pronunziano strette, ed ora larghe; le consonanti S Z ora hanno un suono più dolce, ed ora più aspro, come tutti sanno. A questo volle provvedere il Gigli adoperando le Greche lettere epsilon, ed omega per le vocali larghe, e la S, e lo Z corsivo per le consonanti aspre, e in questa guisa nelle sue regole per la Toscana favella dette un lungo catalogo[110] di quelle parole, che usar si sogliono più comunemente. Dopo lui il Salvini nel volgarizzamento d'Oppiano[111] volle anch'egli introdur qualche segno, che giovasse alla pronunzia, ma solamente per le due vocali E, ed O, alle quali sovrappose un accento circonflesso, quando si doveano profferir larghe. L'uso delle Greche lettere, come non piacque nel secolo decimosesto, quando col fine medesimo le introdusse il Trissino, e dopo lui Adriano Franci, così nè pur piacque nel decimottavo, siccome quelle che troppo sono difformi dalle nostre: e in questa parte fu più saggio l'avvedimento del Salvini, che un contrassegno adoperò più acconcio, e meno strano. Tal novità, quantunque utile, non fu da veruno imitata, e il Salvini medesimo negli altri suoi libri non l'usò.

A uno scopo più alto diressero le mire loro il P. Carlo Costanzo Rabbi Agostiniano, e il P. Giovambattista Bisso Gesuita procurando d'agevolare lo scriver puramente, ed elegantemente il primo in prosa, il secondo in versi. Con questo intendimento il Rabbi raccolse i sinonimi, ed aggiunti Italiani, cui pose in fine un trattatello intorno alle regole per ben valersi sì degli uni che degli altri, e delle similitudini,[112] al che poi fece parecchi accrescimenti il P. Alessandro Bandiera de' Servi di Maria. Gli approvati scrittori di purgata favella sono le fonti, dalle quali l'opera è tratta, e poco v'ha (se non m'inganno) che non le sia uniforme.[113] Ma questo genere di libri è pericoloso pe' giovani, i quali s'avvezzano a prendere senza discernimento non ciò che è più acconcio, ma quello che prima cade sotto gli occhi, ed a riempiere d'inutili aggiunti le loro dicerìe. E tanto più facilmente essi potrebbono risentirne danno, che si vedono quì talvolta voci, e maniere di dire ora triviali, ed ora strane, ed antiche, che potevano forse esser tollerabili, ed anche lodevoli nel luogo dove furon poste da quegli autori, e altrove desterebbono riso, e meriterebbono riprensione. Con miglior consiglio il P. Bisso raccolse le voci, e locuzioni poetiche di Dante, Petrarca, Ariosto, e Tasso, e d'altri autori del cinquecento[114] aggiungendo ancora talvolta lunghi squarci di que' Poeti, e intieri componimenti. E giacchè il mio argomento mi ha condotto a far parola de' sussidj prestati alla poesia ed ai poeti non voglio lasciar di ricordare i rimarj, libri pericolosi anch'essi, ma comodi. Universale è quello del Rosasco[115] per ogni genere di rime piane, tronche, e sdrucciole ed è ampio tanto, che la stessa sua copia può talvolta imbarazzare il Poeta. Quì poi si trovano tutte le parole e nobili, e mediocri, ed umili, onde chi vuol farne uso debbe essere di fino discernimento fornito per iscegliere quelle che sono più adatte al suo bisogno. Alle sole rime sdrucciole limitò il suo Rimario il Baruffaldi[116]. Questi due Rimarj offrono le sole parole, che fanno rima; ma, con utile avvedimento altri facendo il rimario particolare di qualche poeta vi ha posto gl'intieri versi, il che quanto comodo apporti, coloro tutti lo sanno, a' quali è avvenuto alcuna volta di fame uso. Tali sono quelli del Dante[117] del Tasso[118] del Petrarca Bembo Casa Guidiccioni e Molza[119] e altri.

Anche i proverbj ebbero un dotto illustratore nel P. Sebastiano Paoli Lucchese de' Chierici Regolari della Madre di Dio[120], che una materia così arida, ed ingrata seppe render piacevole con molta, ma sempre amena erudizione. A lui vuolsi aggiungere il Biscioni nelle annotazioni al Malmantile, il qual poema essendo da cima a fondo pieno di proverbj, questi principalmente han dovuto spiegare i suoi Comentatori.

Finalmente a questa classe medesima appartengono altresì i Dizionari etimologici, i quali però richiedono breve discorso, e questo lo vuol quasi tutto il Muratori. Sono alcuni i quali avendo per costume di biasimar ciò, che non sanno, sorrideranno al nome d'etimologie, nè crederanno che reputar si possano illustratori d'una lingua coloro, che i loro studj hanno rivolti a questo genere di considerazioni, che essi chiamano vano ed inutile. Ma se si considera quanti uomini preclarissimi a sì fatte indagini hanno consacrate le loro cure, se si considera, che fra questi è il Leibnitz, che molto ne scrisse, e con molta, diligenza, ed il Cesarotti, che di questo studio fece una breve, ma giudiziosa difesa ed opportuna,[121] e desiderò che un Vocabolario etimologico avesse la nostra lingua disposto secondo l'ordine alfabetico delle radici[122]: se a tutto ciò si ponga mente non dovremo noi esser molto solleciti della disapprovazione di costoro. Potrebbe forse piuttosto dubitarsi, se far si dovesse un rimprovero agl'Italiani di non aver già prima d'ora adempiuto, o prevenuto il desiderio del Cesarotti, lasciando che la palma cogliesse in ciò un Francese, cioè il Menagio colle sue Origini Italiche. Ma la difficoltà dell'impresa probabilmente fu quella, che fino ad ora distolse i nostri dal correre pienamente questo arringo. E per ciò che spetta al Menagio, quanto è degna di lode l'intenzion dell'autore dottissimo, che coraggiosamente prese ad illustrare una lingua non sua, altrettanto era da desiderarsi un più felice riuscimento alle sue cure, ed alle sue fatiche. Imperciocchè se da quel suo libro si tolga ciò che egli prese dagl'Italiani Redi, Dati, Chimentelli, Canini, Monosini, Ferrari, Varchi, Castelvetro, e dal Vocabolario della Crusca, poco resta di suo e quel poco generalmente parlando non è molto lodevole. Ma venghiamo a noi.

Il Muratori dunque parlando dell'origine di nostra lingua due lunghe serie di parole ci dette, la prima di quelle voci Italiane, l'origine delle quali è tuttavia sconosciuta, o dubbiosa, e la seconda di molte voci, delle quali cerca donde provengano.[123] Nella prima molte son le parole delle quali non reca l'origine, come per lo stesso titolo suo era da aspettarsi; pure d'alcune l'accenna, e di qualche altra non è difficile l'assegnarla. Fra queste sono basto che viene da bast, basta:[124] cangiare, dal Latino cambiare; di cui si veda il Du Cange; cascare da cascus, che nell'antico Latino significava vecchio, e forse voleva dire debole, cadente; caprone non comprendo come il Muratori non si sia accorto, che viene da caper; zanzara dal suono che fa, ed altre di quel catalogo, che si potrebbero aggiungere. La seconda serie è un copioso catalogo di voci, delle quali egli va indagando l'origine ora dal Latino antico, ed or dal barbaro, ora dalle lingue de' popoli invasori d'Italia, e dal Provenzale, dallo Spagnolo, dall'Arabo, con molta erudizione. Parecchie etimologie si possono aggiungere ancora quì fra le quali accennerò le seguenti tratte dal Tedesco. Bara, cioè cataletto viene da bahre: Becco per maschio della capra da bok: bosco da busk (il Muratori alla v. abbozzare avea bensì detto, che bosco derivava dalla lingua Tedesca, ma non ne aveva indicata la radice nè l'aveva registrata al suo luogo): daga spezie di spada da dagen spada: stanga da stange: tasca da tasche: tasso animale da dachs.[125]

Non tutti poi adotteranno tutte le sue etimologie. Per esempio astio probabilmente viene dal Tedesco hass come altri già ha detto: ed egli lo fa venire dal Latino, la qual lingua non aveva questa voce, erronee essendo le due citazioni di Plauto, che presso di lui si leggono, e che egli prese dal Du Cange. Randello viene dal Tedesco randell, e il Muratori troppo forzatamente lo fa derivare da rand, che significa giro, cerchio, margine. Ma in cose oscure tanto, e difficili, e ravvolte in tante incertezze chi può pretendere, che mai non si devii? Anche Anton Maria Salvini spiegò l'etimologia di alcune voci Italiane ne' suoi discorsi accademici[126] e il Baruffaldi, molte ne aveva esaminate di quelle, che dal Ferrari, e dal Menagio, erano state trascurate.[127]


Edizioni ed illustrazioni degli Autori classici.

CAPO X.

Un altro modo d'illustrar la lingua adoperarono altri or pubblicando l'opere de' buoni scrittori, ed or rischiarandole con annotazioni, e con ogni maniera di spiegazioni. I Salvini, i Manni, i Biscioni, i Bottari, ed altri con nuove, e più corrette edizioni delle opere, che fanno testo in lingua, e già dianzi erano pubblicate, e con ritogliere dalla polvere delle librerie gli antichi manoscritti, e darli in luce molto hanno giovato alla nostra lingua. E molto più le hanno giovato coloro, che sì fatte opere co' loro comenti hanno rischiarate. Le fatiche de' comentatori di Dante non soddisfacevano abbastanza al comun desiderio, siccome quelle, che spesso non erano esatte, e sempre soverchiamente diffuse. Ripararono a questo difetto Gio. Antonio[Pg 93] Volpi co' suoi indici nell'edizion del Comino[128] poi il P. Pompeo Venturi,[129] e finalmente il P. Baldassare Lombardi Minor Conventuale[130] colle loro annotazioni. Molto si affaticò pure intorno a Dante il Canonico Dionisi di Verona esaminando codici, e raccogliendo varianti per procurare un'edizione esatta della Divina Commedia. Frutto di tanto suo studio sono alcuni suoi opuscoli ne' quali molte cose si vedono utilissime alla illustrazione di quest'opera, quantunque talvolta vi s'incontrino ancora giudizj fallaci, e congetture prive di fondamento.[131] Benemerito[Pg 94] del Petrarca, o piuttosto di quelli, che lo leggono volle essere il Muratori corredando le rime di quel gran Lirico colle sue annotazioni, e con quelle d'Alessandro Tassoni, che egli dette in luce per la prima volta, quantunque non tutti siano per approvare le critiche di quel sommo scrittore, che nelle cose spettanti al gusto non era così grande, quanto in ciò che spetta all'antichità. E benemeriti ne furono veramente il Tiraboschi, che nella sua storia esponendo la vita di lui alcune parti delle sue rime andò illustrando, e il chiarissimo Signor Conte Gio. Battista Baldelli nella bella vita, che ne scrisse,[132] e che tutta è piena di scelta erudizione, e di giusta critica. Così piaccia a lui di darci pure la vita di Dante, come questa ci ha data, e quella del Boccaccio, della quale a me rincresce solamente di non poter quì ragionare, perchè non appartiene all'epoca, nella quale star deve racchiuso questo mio ragionamento[133]. Ricorderò bensì la storia del Decamerone di Domenico Maria Manni,[134] a qualche difetto della quale supplì poi il Lami nelle Novelle Letterarie di Firenze del 1754. 1755. 1756. Anche il Bottari illustrò e difese il Decamerone con trentadue lezioni, che[Pg 95] hanno poi veduta la luce per opera del signor Francesco Grazzini egregio giovine de' buoni studj amantissimo.[135] Ma quanto debbono gli approvati scrittori alle cure indefesse de' due testè mentovati Manni, e Bottari! Quanto ad Anton Maria Salvini, al Canonico Biscioni, al Seghezzi, al Serassi! Se io volessi quì noverare le opere per essi, o per altri più correttamente pubblicate, o da' testi a penna tratte per la prima volta in luce, o di utili prefazioni, e annotazioni arricchite ampia materia avrei di ragionare. Ma troppo increscevole sarebbe un lungo catalogo di nomi e di titoli, e al tutto inutile, da che il Signor Gamba nella sua serie delle edizioni de' testi di lingua Italiana[136] sì accuratamente ha soddisfatto al pubblico desiderio.