Delle Grammatiche della Lingua Italiana.

CAPO VI.

Ma passiamo ormai a vedere gli studj degl'Italiani più direttamente relativi alla nostra lingua, e cominciamo dalle grammatiche. Francesco Maria Zanotti scrisse elementi di grammatica a' quali aggiunse un ragionamento sopra la volgar lingua,[66] che intitolò ad una prestantissima Dama Bolognese. È questa un'operetta elementare, come lo stesso titolo avverte, che offre solamente le regole principali, e più necessarie a sapersi intorno alle diverse parti dell'Orazione. Non dirò scevra la sua grammatica da ogni difetto: e per esempio non sa piacermi, che egli tolga dai verbi il modo ottativo, e ponga nel congiuntivo i suoi tempi. Ma forse egli ebbe in animo di sacrificare in parte l'esattezza in grazia della brevità, che dirigendo i suoi insegnamenti ad una giovinetta era necessaria, e perciò pure lasciò di aggiungere tutti que' tempi nei quali entrano i verbi ausiliari. Certo è che con quel suo metodo la conjugazione de' verbi è brevissima, e tutta la sua grammatica occupa poche facciate. Più a lungo scrisse la sua grammatica il P. Benedetto Rogacci della Compagnia di Gesù.[67] Le sue regole sono esatte, e bastevolmente diffuse. Avrei però voluto, che non avesse fatti egli stesso gli esempi, ma si gli avesse tratti dagli autori approvati.[Pg 48] Assai lungamente altresì scrisse Girolamo Gigli le sue lezioni[68] e le Regole per la Toscana favella.[69] Ha però qualche errore, come là dove ammette, che dicasi poeticamente dee, e stea in luogo di dava, e stava prima, e terza persona singolare dell'imperfetto dell'indicativo, e nel plurale deano, steano, in vece di davano, e stavano. Nelle lezioni altresì appoggiandosi ad un esempio di Dante vorrebbe, che lui usar si potesse in caso retto. Ma il Manni nelle lezioni (Lez. 5) mostra che quell'esempio ed altri parecchi citati dal Cinonio, e dal P. Daniello Bartoli sono errati e tratti da ree stampe.

Fra le Grammatiche si possono annoverare le lezioni di lingua Toscana di Dom. Maria Manni[70] da me citate testè, nelle quali egli, quantunque non prenda ad esaminare tutte quelle minute cose, che nelle Grammatiche si richiedono, pure di tutte la parti dell'Orazione tenendo ragionamento moltissime belle avvertenze ricorda ed utilissime. Ed io vorrei, che questo libro avessero frequentemente tra mano principalmente i giovani dopo di aver bene appreso in altri libri le prime regole della lingua intorno alle declinazioni, ad alle conjugazioni.

La megliore e sopra ogni altra pregiata grammatica è quella del P. Salvatore Corticelli Barnabita Bolognese. Precisione di metodo, esattezza di regole, chiarezza nell'esporle, abbondanza di ottimi esempj sono i suoi pregi. Niuno errore credo che vi si trovi, quantunque vi si possa far di leggieri qualche aggiunta; poche però, e non di molto momento. Ne darò quì pochi esempi. Nel Libro 1. Cap. 36. dove trattando de' verbi anomali della seconda conjugazione parla del verbo cadere nel preterito indeterminato dell'indicativo leggiamo caddi, cadesti, caddero, caddono, e caderono. Ma nella prima persona del singolare vi ha ancora cadei. Tasso Ger. Lib. C. 8. St. 25. e nella terza cadè, come dice il Cinonio, che cita il Villani. Nelle osservazioni sopra la terza conjugazione parlando de' verbi chiedere, e mettere si vuol aggiungere al preterito del primo chiedei chiedè, e poeticamente chiedeo, onde il Casa disse: di quella, che sua morte in don chiedeo, Son. 35. e al preterito del secondo messe, di che ha il Cimonio (De' ver. Cap. 17.) tre esempi, e uno se ne ha nelle annotazioni. Se ne può aggiungere un quinto del Berni, cioè: Onde al fin l'Argalia messe di sotto. Orl. Inn. Lib. 1. Cant. 2. St. 68. Ma queste, e poche altre simili mancanze non detraggono punto di lode a questa Grammatica, che certamente è la migliore di quante ne abbiamo.

Parla prima delle parti dell'Orazione, poi della costruzione, e finalmente del modo di pronunziare, e dell'ortografia. Gli esempj sono tutti presi dagli Autori, che fanno testo in lingua. A questi ne ha il Corticelli aggiunti tre, cioè i discorsi di notomia del Bellini, le prose del P. Alfonso Nicolai Gesuita Lucchese, e la vita di S. Ignazio del P. Antonfrancesco Mariani Gesuita Bolognese, oltre agli autori di cose grammaticali come l'Amenta, il P. Bartoli, ec. che non entrano in questo novero. Or questa scelta è contrassegno del fine giudizio del Corticelli, perchè quegli scrittori sono purissimi, e i primi due con più altri furono poi dall'Accademia Fiorentina scelti per esser citati nella nuova edizione del Vocabolario secondo il partito preso nel 1786. ed il terzo non era indegno d'essere in quel numero collocato.

Parecchie altre Grammatiche di nostra lingua hanno veduta la pubblica luce nel Secolo decimottavo[71]. Ma io contento di aver quì ricordate quelle, che o pe' loro pregj, o per la celebrità de' loro autori richiedevano special menzione tralascerò le altre, e passerò ad indicare altre opere, che a questo genere si posson riferire. Tali sono le annotazioni del Baruffaldi e del Cavalier Baldraccani al Cinonio,[72] le quali però non si vogliono avere in molto pregio. Tali sono le osservazioni di Nicolò Amenta sul Torto, e diritto del non si può del P. Bartoli[73] nelle quali egli rileva ogni error commesso da questo Scrittore. Ma l'Amenta altresì non fu esente da qualche errore, onde ebbe poi il suo censore in Giuseppe Cito. Degli avvertimenti grammaticali stampati in Padova, e poi altrove più volte, non dovrei far parola, perchè sono opera del Card. Sforza Pallavicini, e perciò appartengono al secolo decimo settimo. Ma non debbo tacere, che in nuova forma, e d'alquante aggiunte arricchiti vider la luce per opera d'ignoto editore, che si celò sotto il nome Arcadico di Alcindo Menonio[74]. Finalmente alcune piccole operette polemiche di Lucchesi Scrittori domandano d'esser per me ricordate. Alcuni uomini letterati si radunavano nella bottega del librajo Frediani di Lucca, e solevano per loro studio far critiche osservazioni su componimenti, che uscivano in luce, notando ciò che in essi trovavano degno di lode o di biasimo. E siccome stavano con un'anca sopra l'altra per criticare, perciò essi per ischerzo chiamarono quella loro adunanza, Accademia dell'Anca. Ciò fu nel millesettecento dieci o in quel torno[75]. Erano di questo numero Angelo Paolino Balestrieri valoroso Poeta, Matteo Regali Medico, e buon Poeta, e delle cose di nostra lingua intendentissimo, il P. Sebastiano Paoli, e il P. Alessandro Pompeo Berti uomini di gran dottrina ed erudizione, come tutti sanno, e forse altri. Avvenne un giorno che in quest'Accademia fu criticato in qualche cosa di ortografia un poetico componimento di Donato Antonio Leonardi, che era anch'egli pregevol Poeta. L'ira ne' poeti si desta facilmente, e il Leonardi mal sofferendo quella critica volle difendersi, e pubblicò il Dialogo dell'Arno e del Serchio, sopra la maniera moderna di scrivere e di pronunziare nella lingua Toscana dell'Accademico Oscuro. Perugia presso il Costantini 1710. in 12. Da Matteo Regali celato sotto il nome di Accademico dell'Anca, gli fu risposto col Dialogo del Fosso di Lucca, e del Serchio di un Accademico dell'Anca in risposta al Dialogo dell'Arno. ec. Lucca presso Pellegrino Frediani 1710. in. 8. Punto il Leonardi da questo libro vi oppose la Dieta dei Fiumi tenuta l'Anno 1711. per fare il processo al Fosso di Lucca per aver pubblicata una critica derisoria, e mordace contro il Serchio suo padre. Dell'Accademico Oscuro. Macerata per Michele Angelo Silvestri 1711. in 8. E a questa nuova sua produzione replicò il Regali con il Filofilo dialogo di un Accademico dell'Anca in risposta alla Dieta de' Fiumi dell'Accademico Oscuro. Lucca pel Frediani 1712. in 8. Nè la disputa andò più oltre, perchè mentre si stampava questo libro, il Leonardi morì. La questione a dir vero era di poco momento nella sua origine, non trattandosi che d'un raddoppiamento di consonanti in una parola, ma volendo favellarne con qualche generalità offerse al Regali l'occasione di far conoscere il suo molto sapere, e l'erudizion sua nelle cose della lingua, e quanta pratica avesse de' buoni Autori. Deboli al contrario, e insussistenti erano le opposizioni del suo avversario, il quale non sentiva molto avanti in questa parte d'erudizione. Più altre dispute si destarono nel secolo decimottavo intorno a cose grammaticali, onde abbiamo parecchie opere polemiche, come del Biscioni, e del Bracci sull'edizione de' Canti Carnascialeschi da questo procurata in Lucca con falsa data di Cosmopoli,[76] il parere sulla voce occorrenza,[77] la Giampaolagine del Tocci,[78] ed altri simili. Anzi fino i Tribunali furon talvolta costretti a decidere intorno a somiglianti controversie, e della voce majorasco, se significhi primogenitura, come vuol la Crusca, o primogenito come usano i Senesi, decise la Rota Romana a favore di Siena[79]. Il Gigli dice, che con ciò quel Tribunale venne a dichiarare, che la Crusca non ha la potestà di Adamo di dare i nomi alle cose[80]. Il che è vero; è però altrettanto vero, che i Tribunali hanno forza nel Foro e in ciò che dal Foro dipende, ma nelle cose della lingua non ne hanno alcuna. Queste ed altre quistioni lascierò da parte, perchè sarei infinito se di tutte parlar dovessi, benchè brevemente. E già aspettano il mio discorso cose maggiori, e più ardue, e di maggior celebrità: voglio dire i Dizionarj.

Prima però che io passi a far parola di questi debbo far menzione d'un libro, che può ugualmente fra le Grammatiche annoverarsi e fra i Dizionarj: voglio dire le cento osservazioni del Canonico Paolo Gagliardi.[81] Più e diversi oggetti a Grammatica appartenenti egli vi prese a trattare, come per avventura gli si presentavano alla mente; ora d'alcune voci, ora dell'articolo, ora di certe irregolarità nella costruzione, e via dicendo. Intorno alle quali cose dà sottili ed utili avvertimenti, e spesso emenda i più solenni Grammatici, ed anche il Vocabolario della Crusca. Il che fa sempre coll'autorità de' buoni scrittori, essendo amantissimo della purità della lingua, come ragion vuole. Laonde io reputo commendabile l'opera sua molto: e solo mi rincresce, che non abbia vie maggiormente accresciuto il numero delle sue osservazioni.


Del Vocabolario della Crusca.

CAPO VII.

A me rincresce d'essere a quella parte dell'opera mia pervenuto, che parmi più d'ogni altra piena di pericoli e difficoltà. Gravi guerre si mossero contro il Vocabolario della Crusca fin dal primo suo nascere, e queste guerre, anzi che spegnersi o diminuirsi, vanno sempre crescendo. Ma l'ordine delle cose da me prese a trattare domanda, che io parli de' Vocabolarj della nostra lingua, e perciò di quello della Crusca; nè io posso ritrarmene. Dovrò in alcune cose contraddire ad uomini chiarissimi per dottrina e per ingegno, coi quali non posso in verun modo essere paragonato. Combatterò dunque con armi molto disuguali: ma se in ciò che sono per dire si potrà desiderare maggior dottrina, spero che non si potrà desiderare maggiore urbanità.

Que' valentuomini, che nel 1691. procurarono la terza impressione di questo Vocabolario presto si avvidero, che molto rimaneva da fare, e che altri avrebbe dovuto procacciarne una quarta con molti accrescimenti e correzioni. E così avvenne appunto, perchè dopo non breve fatica si vide uscire alla luce nel 1729. colle stampe del Manni il primo volume del Vocabolario tanto accresciuto ed emendato, che questo solo contiene seimila nuove voci, o nuovi significati di voci. Ma voglionsi commendare quegli Accademici per essersi adoperati di correggere o accrescere quel libro seguendo l'orme segnate dai lor predecessori, o pure doveano seguendo una via diversa l'opera tutta riformare? Il Signor Conte d'Ayala vuole, che si sbandiscano gli esempj tratti dagli Scrittori approvati, e dice, che l'Accademia è giudice supremo ed inappellabile in materia di lingua, ed ogni individuo è ragionevolmente tenuto di sottomettersi alle decisioni di essa.[82] Così mentre molti gridano contro un giogo, che l'Accademia però non si è mai argomentata d'imporre altrui, questo scrittore le rimprovera di non essersi tolta un'assoluta autorità. Egli cita l'Accademia delle scienze e belle lettere, e doveva citare l'Accademia Francese. Ma non s'avvide, che i Francesi per certo loro abito sono avvezzi a tener gli occhi intenti a Parigi, ed a riverire e seguire ciò che fassi colà; onde ricevono come giudizj senza appello quelli dell'Accademia. Ma in Italia non è così; ed ognuno di per se stesso può le cagioni vederne agevolmente. Oltre a ciò egli non seppe, che nel tempo medesimo, in cui scriveva sì fatte parole, quell'Accademia si dipartiva dal primo divisamento, ed imitando la Crusca si adoperava di raccogliere esempj dagli autori più purgati per una nuova impressione del suo Vocabolario. La Crusca dunque fino dal suo cominciamento fece senno, fornendo di buoni esempj le voci tutte, e le significanze diverse di tutte le voci, quanto era possibile, ed ove mancavan gli esempj ricorrendo all'uso.

Ma niuno forse si vorrà far seguace dell'avviso di questo scrittore, e più presto si biasima la scelta degli esempj. Quel vedere ad ogni tratto citate tante vecchie leggende, e capitoli di compagnie, e quaderni di conti, e l'oscurissimo Pataffio, e le rime non meno oscure del barbiere Burchiello, ed altrettali libri, e vederli preferiti a Filosofi gravissimi e ad altri scrittori di gran rinomanza, desta non pochi lamenti. Se le lingue tutte sono a grandissime mutazioni sottoposte, siccome tutti confessano, gli Accademici, che a lor potere volevano allontanare sì fatte mutazioni saviamente adoperarono, determinando alcuni scrittori, che reputar si dovessero maestri e modelli di lingua purgata: affinchè, tenendo sempre in quelli rivolti gli occhj, ognun potesse più agevolmente ritornare sul diritto cammino, se traviava. Questo, a mio giudizio, è il solo rimedio, che può riparare a quel corrompimento, che a poco a poco in tutte le lingue s'introduce dalla incuria degli uomini, e dall'amor della novità. Questo è forse il solo rimedio, che può se non al tutto impedire, almeno scemare quella ruina, che reca alla lingua d'una nazione l'inondamento di stranieri conquistatori. Ma quali son gli scrittori, che scegliere si dovevano all'uopo? Quelli son del trecento primieramente, e poi gli altri che seguendo le lor vestigie più vi si accostano; il che reputo si possa assai bene dedurre dalle cose dette nel capo quinto. Fra più altre cose abbiam veduto, che Cicerone altresì raccomandava la frequente lettura degli antichi, benchè rozzi ed incolti. Sunt enim illi veteres (giova quì ripetere le sue parole), qui ornate nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine. Lo stesso dicasi per noi, e con più ragione; perchè Pacuvio e quegli altri non erano a gran pezza così eleganti, come parecchi de' trecentisti. Quì si tratta della purità della lingua, e quanto a ciò quegli antichi, quantunque disadorni se vuolsi, hanno più autorità, che i maggior bacalari della filosofia, della storia, dell'eloquenza, e della poesia. Ma (dicono alcuni) dovevasi almeno far grazia a parecchi scrittori di cose scientifiche, e di quelle che alle arti appartengono: e tanto più si doveva, perchè troppo è scarso nel Vocabolario il numero de' vocaboli delle scienze, e delle arti. Io non negherò che alcuni se ne debbano aggiugnere a quelli, che fanno testo in lingua; parmi però che sia opportuno andare a rilente. Avviene assai volte, che i più solenni maestri di queste facoltà intesi tutti alle dotte loro speculazioni non abbiano posto abbastanza studio nelle cose della lingua, o che scrivendo ne trascurino la purità. Ed il chiarissimo signor Cavaliere Monti nella sua Proposta ricorda un dotto Mattematico, il quale con bel modo fu fatto accorto di parecchi errori, in cui era caduto nelle sue opere. I termini delle scienze e delle arti dipendono dall'arbitrio degl'inventori, e sono proprj di tutte le lingue. Vorrei pertanto, che si prendessero dagli scrittori approvati, se vi si trovano: altramente si registrassero senza avvalorarli con esempj. Ma la sorgente principale del Vocabolario debbono essere a mio giudizio i libri di belle lettere e di storia, perchè contengono voci e modi di dire adattabili a tutto, e acconci a rappresentar quasi tutto.

Rimprovera il Sig. Cesarotti,[83] che sieno marcati indistintamente colla lettera del disuso tanto quei termini antichi, che sono andati in disuso per qualche difetto intrinseco, quanto quelli, di cui è ciò accaduto per semplice capriccio di novità. La stessa lagnanza fece il Magalotti al Canonico Bassetti,[84] perchè all'Accademia la comunicasse. Questa però a mio giudizio adoperò saviamente non secondando il suo desiderio. Egli non vide, ed ora non ha veduto il Cesarotti, che ove gli Accademici avessero indicate quelle voci, che meritano d'esser novellamente poste in uso si sarebbero fatti giudici in ciò che spetta al gusto, il che essi a gran ragione non volean fare. Ed ove l'avessero fatto quali rimproveri, quante critiche, quante accuse non si sarebbono scagliate contro l'Accademia! Diciassette di queste voci accenna il Sig. Cesarotti, e le reputa meritevoli di quell'onore. Or quanti saranno per avventura, che opineranno altramente! Quanti giudicheranno lodevoli parecchie voci, che egli non approverebbe! Il Cavalcanti nella sua Rettorica condanna, come disusata, la voce misfatto, nè vuol che si adoperi: e pure niuno crederà ora, che questa voce non sia buona, ed avvedutamente si astenga dal farne uso. Gli autori dei Dizionarj non debbono giudicare di proprio arbitrio, ma secondo l'autorità degli scrittori approvati, e se da' buoni scrittori sarà adoperata alcuna di quelle parole, che or sono disusate, in una nuova impressione l'Accademia torrà quella marca contro cui si mena tanto romore. Il secondo rimprovero è, che molte parole francesi sieno state poste nel Vocabolario, come giojelli. Non però come giojelli vi sono state poste, nè perchè le adoperino i moderni, ma perchè s'intendano gli antichi,[85] e sono utili per la storia della lingua. Più altre accuse egli oppone al Vocabolario, che tralascio perchè non tutto posso dire, e perchè se non m'inganno non sono poi tanto gravi, che richiedano molto studio per dileguarle, e se non erro si dileguano abbastanza colle cose, che fino ad ora per me si son dette, o che sono per dire. Nè intendo con ciò di tenere in poco conto quell'uomo prestantissimo; ma dubito, che l'amore di libertà l'abbia forse talvolta ingannato.

Parecchi altri rimproveri si fanno da altri de' quali ricorderò prima quelli, che a me sembrano ingiusti, e poi darò luogo a quelli, che anche per mio avviso sono ben fondati. Si dolgono alcuni che gli Accademici sieno stati solleciti di registrare certe voci che hanno due sensi fra lor contrarj, altre che dicono stroppiate, alcune turpi, quelle che diconsi di stil furbesco, moltissime tolte dalla plebe, talune nate da errore d'ortografia, e parecchi proverbj Toscani oscurissimi. Ma cominciando dalle voci di doppio senso io domando, qual v'ha lingua che macchiata non sia di questo difetto? Molto lo ha quella principalmente, cui vuolsi concedere il primato sull'altre, cioè la Greca. Ora perchè vorremo noi sgridar gli Accademici, se trovandolo pur nella nostra non l'hanno tolto, essi che non si credono arbitri della medesima, ma costodi? Lo stesso dicasi delle voci, che chiamano stroppiate. I Greci ne ebbero tante che le distribuirono in certe classi, cui dettero il nome di figure grammaticali, che sono l'aferesi, la sincope, l'apocope, ed altre. Si rimprovera a cagion d'esempio la voce notomia, che secondo la sua greca origine dovrebbe dirsi anatomia. E per far grazia a questa parola non è bastato l'esempio del Redi, che era medico grande, ed elegantissimo scrittore. Nè basterà forse l'autorità di Francesco Maria Zanotti, che l'adoperò, non quella di tanti altri, che pur l'usarono, non quella del dotto medico Andrea Pasta, che le diede luogo nel suo vocabolario.[86] E vuolsi osservare, che il Pasta compilò quel suo vocabolario perchè fosse di giovamento ai medici non solo nel curare gl'infermi, ma eziandio nello scrivere i consulti. Lo stesso dicasi di que' vocaboli, che derivano da errore d'ortografia, come anotomia, appostolo, munistero, e simili altre molte. Sì fatti corrompimenti si vedono pure nelle altre lingue, e giova conservarli ne' vocabolarj, perchè mostrano in parte l'indole delle medesime, e l'affinità, che hanno fra loro le diverse lettere, come si mutino, si aggiungano o si tolgano. Le quali cose sono da apprezzarsi per la storia delle lingue medesime. È poi ufficio del diligente scrittore lo sceglier quelle, che son migliori. Con maggior timore parlerò delle parole turpi, contro le quali si grida a gran voce, chiamando svergognato chi difende il Vocabolario. Io lodo quelli che amano la modestia delle parole, ma supplico, che mi sia concesso di dire, che tanta modestia non vuolsi usare in un vocabolario. S. Isidoro era modello d'ogni virtù, ma non si astenne dal ricordare e spiegare ne' suoi libri dell'etimologie quelle voci, che il suo argomento richiedeva. E il Forcellini esemplar sacerdote, e confessore nel Seminario di Padova scrisse nell'insigne suo Lessico quelle parole, che nel sacro tribunale della penitenza avrebbe condannate. Sì fatte parole sono malvagie, o innocenti secondo le circostanze. Consiglierei però gli Accademici a togliere dalla quinta impressione alcune di sì fatte voci, che furono inventate reamente per biasimevole scherzo, le quali non debbono aver luogo nel tesoro della lingua. Non toglierei però le parole, che diconsi furbesche, perchè servono all'intelligenza dei libri, e delle persone. Ancor più ingiusto parmi il lamento pe' Toscani proverbj, che vi si vedono in buon dato, e per le voci del volgo, o, come dicono, di mercato vecchio. Al qual lamento rispondono abbastanza le cose dette dai Signori Rosini e Nicolini, nè fa di mestieri, che io stemperi con più parole le loro osservazioni. Io dunque non vorrei, che si togliessero queste cose, nè vorrei, che si aggiugnessero le etimologie, tranne forse alcune pochissime più manifeste, e scevre d'ogni incertezza. Lo studio delle etimologie, ingiustamente spregiato da alcuni, è utile, ma è soggetto a molti pericoli. Leggiamo il Vossio, il Menagio, ed altrettali indagatori d'etimologie, e vedremo in quali traviamenti sono caduti. Nè è necessario, che vi si accennino quali parole ci son venute dall'ultimo settentrione per l'invasione de' popoli barbari, quali ci ha date l'Arabia o direttamente per le crociate o pel commercio, o indirettamente passando per mezzo d'altre nazioni, alterate però secondo l'indole delle diverse lingue.

Altri rimproveri si fanno al Vocabolario, cioè che molte voci e molti significati vi mancano, che le definizioni non sempre sono esatte, che gli esempj allegati hanno talvolta un significato diverso da quello, che reca il Vocabolario: e già parecchi esempj di questi difetti[87] sono stati da scrittori chiarissimi indicati. Questi rimproveri sono veri, e niuno è che non li debba riconoscer tali. Ma qual v'ha al Mondo opera perfetta? Il P. Bergantini pubblicò un volume d'aggiunte al Vocabolario. Egli perciò oltre agli autori approvati esaminò il Vocabolario stesso, e la sua prefazione, e ne trasse molte parole, che gli Accademici dimenticarono di registrare. Quella prefazione non è lunga, ed era da credersi, che niuna aggiunta potesse omai cavarsene dopo di lui, e pure vi rimase all'Alberti di che spigolare, ed egli vi trovò la voce Grecità. Almeno dopo l'Alberti nulla vi sarà restato. No. V'è la parola appropiare in senso d'assomigliare, paragonare. E dov'è questa parola? In principio, cioè là dove l'attenzione di que' diligentissimi compilatori non poteva essersi stancata pel lungo leggere. Chiunque vorrà considerare (così comincia quella prefazione) l'umile cominciamento, che hanno avuto, e come poi col tratto del tempo si sono andati accrescendo i Vocabolarj delle lingue già spente, vedrà, che e' si possono a buona equità ai grandi fiumi appropriare ec. Ma non così va la bisogna nel fatto de' Vocabolarj di quelle lingue, che tuttavia sono vive, e che da una intera nazione si parlano; imperciocchè questi si possono vie meglio assomigliare all'Oceano ec. E poco dopo, parlando de' vocaboli moderni e introdotti dall'uso, gli Accademici dicono d'averne posti alcuni nel Vocabolario, ma aggiungono che sono stati in ciò alquanto parchi aspettando, che da tersi e regolati scrittori sieno nelle loro composizioni adottati. Ora la voce adottare in questo senso non trovasi nel Vocabolario, nè nell'impressione di Verona, nè nel Dizionario dell'Alberti, ma v'è solamente nel senso di prendere alcuno per figlio. Questi esempj a mio giudizio fan chiaramente conoscere, che non v'è diligenza, che basti in simili cose, e che il tempo solo può render perfetto, e compiuto il Vocabolario, o piuttosto che esso non potrà mai esser perfetto.

Guari non andò, che l'Accademia rivolse di nuovo le sue cure a questo oggetto. Ai nove di Marzo del 1741. l'Accademico Rosso Martini lesse un ragionamento per norma di una nuova edizione del Vocabolario Toscano, che ora si è consegnato alle stampe.[88] Egli vuole che si cominci dal procacciare i materiali più importanti per sì fatto lavoro, i quali sono una ricca, e abbondante conserva di voci tratte da' buoni libri, ed una regolata, e ordinata disposizione accompagnata da un accurato esame di tutto quello, che si trova nella precedente impressione. I Libri, da' quali si debbono trarre le buone voci e forme di dire o sono antichi, cioè del Secolo del 1300. e in quel torno, o moderni. Dà quindi il catalogo di que' libri, che i compilatori della quinta impressione o non videro, o esaminarono scarsamente; e gli antichi sono 162., e 37. i moderni. Dai primi massimamente vuol che si prendan gli esempj, e allora solo si ricorra ai secondi, ove non se ne abbiano degli antichi. Vuol che gli esempj si aggiungano della formazione dei tempi dei verbi irregolari. Fra le voci moderne altre son quelle sdrucciolate (com'egli dice) nel volgar nostro, o dalla frequente pratica co' forestieri, o dalla introduzione delle mode e de' costumi stranieri, come rimarcare, rango, dettaglio, e queste si debbono escludere. Altre son quelle, che da un uso più regolato, e corretto, e da accreditati e moderati scrittori vengono comprovate, adottate, ed oramai comunemente ricevute, e di queste si vuol fare diligente ricerca, ed aggiungerle. Crede, che si debbano aggiungere altresì i superlativi, diminutivi, vezzeggiativi, ed altrettali derivati, ove se ne abbiano esempj. Esclude poi i nomi proprj, i termini dell'arti, ed i latinismi, benchè usati dagli antichi, quando per l'uso comune dei più regolati scrittori non sieno concordemente e costantemente approvati. Parecchi altri avvisi egli dà per accrescere il Vocabolario, e per l'emendazione dell'edizion precedente, che stimo inutile indicare. Voleva dunque il Martini, che la fonte principal delle voci fossero gli scrittori del secolo decimoquarto, cioè quello appunto di che si lagnano i favoreggiatori della libertà. Ma alle lagnanze parmi d'avere abbastanza risposto superiormente. A gran ragione dunque voleva il Martini, che nella impression nuova del Vocabolario da que' vecchi padri e maestri si traessero gli esempj prima che dagli altri.

Non così posso commendarlo dell'avere escluso i nomi proprj, e i termini delle arti, e delle scienze. I primi si posson raccogliere dall'uso e da molti libri di storia, di novelle, e simili, e di molti era necessario determinare l'ortografia, e spiegare altri che sono accorciativi, vezzeggiativi, o in qualunque modo alterati da' loro primitivi. Non dirò poi quanto fosse inopportuno l'escludere i secondi, perchè lo dice abbastanza l'universal desiderio, che da gran tempo li richiede. So quanto è malagevole questa parte del Vocabolario, di che darò un breve cenno in seguito. Pure era uopo, che questa difficoltà si vincesse, e vi si accinse con coraggio l'Alberti, come dirò altrove.

Sarebbe quì luogo di narrar le vicende dell'Accademia della Crusca, che fu dal Gran Duca Leopoldo unita all'Accademia Fiorentina. Ma per una parte questo racconto domanderebbe lungo discorso, e per l'altra parte io non potrei tesserne la narrazione e indagarne le cagioni più copiosamente o meglio di quello, che il chiarissimo Sig. Cavalier Baldelli ha già fatto in una sua lettera diretta al Signor Ab. Denina.[89] Prima di quell'unione alcuni degli Accademici si erano adoperati di raccogliere emendazioni, ed aggiunte al Vocabolario, e fra questi si nominano il Casaregi, e Francesco Martini, le fatiche de' quali è fama, che servissero ad arricchire l'edizioni del Vocabolario Napoletana e Veneta.[90]

La nuova Accademia Fiorentina poi non rimase oziosa. Il P. Ildefonso Frediani le presentò l'idea, e l'apparato pel nuovo Vocabolario Toscano,[91] di cui debbo ora far parola. Molte cose tralascio da lui proposte, che opportunissime sono al suo intendimento, ma sarebbe quì inutile di ricordarle, e quelle accennerò solamente, che sono più meritevoli di riflessione. Vuol che si aggiungano le voci tecniche, e queste si prendano tutte dal fondo della nostra lingua Toscana finchè si può. In mancanza della voce Toscana, si prenda da quella lingua, che l'abbia in proprio, avvertendo di preferire sempre tra' varj idiomi quello che nel suono e nell'origine è più analogo e simile al nostro, e molto più l'uso già adottato da' respettivi professori in Toscana o in Italia di tali voci, e procurando guanto è possibile di toscanizzarle nell'inflessione, e nel suono. p. 9. Stabilisce inoltre, che si pongano le voci di tanti e sì continui ritrovamenti forestieri attenenti agli agj, alle mode, ed al regno insaziabile del lusso, e della delicatezza del vestire, delle mense, e d'ogni genere di delizia, le quali voci si prendano dagl'idiomi di que' paesi donde tali ritrovamenti sono venuti, procurando di renderle all'orecchio più Toscane che sia possibile. A me pare, che troppo pretenda il P. Ildefonso. Egli avvezzo fra le anguste pareti della sua cella non sapeva quanto era vasto il campo delle mode, e quanto esse sieno variabili, nè credeva, che il Vocabolario di queste sole domanderebbe parecchi ponderosi volumi. Io son di avviso, che registrar si debbano le voci di questo genere, le quali da' buoni Scrittori sono state adoperate, ed i nomi di quei ritrovamenti, che o per l'utilità loro, o per qualsivoglia altro motivo sono durevoli, e lascerei perir gli altri senza timore, che la lingua ne avesse danno. Riguardo poi alle altre voci delle arti vuole, che si raccolgano dagli scrittori purgati, e dai libri di matricole e di ragione di tali arti, dalle leggi, e finalmente dagli scrittori meno purgati, e dagli artigiani, che le esercitano. Confessa però, che una difficoltà grande si incontra in ciò, e grandissima la provò l'Alberti mentre compilava il suo Dizionario enciclopedico. Riguardo alle arti molte cose non solamente in diverse parti dell'Italia, o della Toscana, come dice il P. Ildefonso, ma nelle diverse contrade della stessa Città come diceva l'Alberti, e tutti posson provare, hanno diverso nome. Ma se io considero, che anche i Vocabolarj delle altre lingue sono moltissimo mancanti riguardo alle voci delle scienze, e delle arti, se riguardo il numero immenso di queste voci, e il continuo variare dell'une e dell'altre, dubito che più utile sarebbe il compilare un Vocabolario separato per queste; del quale potrebbe addossarsi l'incarico alcuna delle più insigni Accademie scientifiche dell'Italia. Ma son d'avviso, che dopo la fatica di parecchi anni pubblicandosi vi si dovranno fare aggiunte ed emende; e così necessariamente accaderà sempre, fintantochè i Vocabolarj saranno opera degli uomini.

Il P. Ildefonso vuol pure che si aggiungano le voci composte, e quelle che comporsi possono sull'esempio di ottimi nostri Scrittori, e colle regole di un fino criterio e del buon orecchio. p. 11. Molte se ne trovano nelle poesie del Chiabrera, d'Anton Maria Salvini, e di altri autori, che fanno testo in lingua, e vuolsi dare a queste la cittadinanza Toscana. Altre ne hanno adoperate il Frugoni, ed altri poeti, che non fanno testo, e l'Accademia potrà scerne quelle, che reputerà convenienti, ma non credo, ch'essa debba crearne di nuove. Essa fino ad ora ha registrate nel Vocabolario quelle voci, che vedeva adoperate da' buoni scrittori e dal popolo, e niuna ne ha creata di suo capriccio, ed il fare altramente sarebbe per mia opinione un dipartirsi dal suo istituto. Ne formino pure a lor talento gli autori viventi, e quelli che verranno, ed ove le formino lodevolmente otterranno grazia presso l'Accademia in altra età.

Finalmente di tante voci forestiere, che alcuni adoperano vuol, che si adottino quelle, che la necessità esige, o l'uso sufficientemente prescritto non tanto dal tempo, quanto dall'autorità dei più purgati scrittori o parlatori moderni. p. 12. Altre non poche, che non hanno ancora tanto possesso nell'uso, ma che vanno verso quello inoltrandosi, e perciò voci di mezzano uso possono appellarsi, si potranno mettere in una tavola a parte in fine del Vocabolario. Ivi. Ma vediamo quali sieno le tavole da lui proposte. La prima è pe' dialetti Senese, Pisano, Pistojese, Lucchese, Aretino, e Cortonese. La seconda è degl'idiotismi. Questi si dividon da lui in quattro classi, idiotismi delle persone nobili, e culte, del popolo, del contado, e dell'ultima plebaglia. Esclusa l'ultima concede alle tre altre luogo nella tavola. La terza è dei barbarismi dei sollecismi e di quelle voci forestiere, che ha chiamate di mezzano uso. La quarta è dei nomi proprj di persone o di luoghi, o troncati, o alterati, o trasformati in guisa che appena dai più esperti s'intendono. La quinta è delle conjugazioni ed inflessioni de' verbi regolari ed irregolari un poco più abbondante di quella del Pistolesi, ma collo stesso metodo.[92] La sesta è de' Latinismi. Utili sono queste tavole, e la terza massimamente potrà giovare per togliere una gran parte d'errori troppo comuni. Se non che converrà farla così grande, ch'essa sola formerà un ampio Vocabolario. Meno opportuna forse parrà la prima in un Vocabolario, che aver dee per suo primo scopo la propagazione di quella sola lingua che dai buoni Scrittori si deve adoperare. E già la tavola di que' dialetti sarebbe lunga impresa, e difficile, e tarderebbe con poco profitto l'impressione del Vocabolario.

Una Grammatica finalmente propone il P. Ildefonso, la quale desidera breve, e che vinca le altre per facilità e chiarezza. Ma una grammatica, che vuolsi mandare in luce per opera dell'Accademia, anzi che breve, credo, che debba esser ampia, e comprendere tuttociò che altri può desiderare. Io però sarei d'avviso, che bastasse imprimere di nuovo quella ottima del Corticelli, emendandola in pochi luoghi, ed accrescendola in altri, principalmente nella conjugazione de' Verbi irregolari, nelle appendici da lui aggiunte nel secondo libro ad ogni ordine de' Verbi, nel trattato delle proposizioni, degli avverbj, e in altri luoghi.

L'Accademia Fiorentina però non giudicò di dover seguitare le tracce segnate dal P. Ildefonso. Per riparare ai difetti ed alle mancanze dell'ultima edizione del Vocabolario deliberò di farne un'altra, e se ne pubblicò colle stampe l'avviso. Se nell'edizione del 1729. di tre o quattro autori soli si fece lo spoglio, che nelle precedenti non avevano avuto luogo, in questa se ne approvarono cinquantacinque, ond'era a sperarsi, che di grandissimi accrescimenti si vedrebbe arricchito il nuovo Vocabolario. Ma le speranze si dileguarono sul primo loro apparire, e la promessa edizione non si eseguì. Essa fu annunziata con un avviso pubblicato in Livorno per le stampe del Masi ai 30. Genn. del 1794. e forse così lodevole impresa dalla difficoltà de' tempi restò impedita. Può dubitarsi ancora, che lo stesso avviso testè citato abbia distolto alcuni dal porre il proprio nome nel novero de' compratori. Perchè, vedendovi molte parole, o maniere di dire non pure, avranno in esso (quantunque ingiustamente) ravvisato un sinistro preludio dell'opera. In fatti lasciando stare le voci manifesto, sesto cioè la forma d'un libro, associati, che se l'Accademia lo giudica opportuno, potrà forse approvare, come voci dell'uso, vi si trova piano per metodo o disegno di un'opera, limitarsi, riprodurre per ristampare, prevenuto per preoccupato, si faranno un dovere, privativa, per anche,[93] va del pari colla importanza delle materie,[94] copia per esemplare o corpo d'un'opera, stampata,[95] le quali espressioni non sono ancora approvate, e alcune forse non si approveranno. Ma quel foglio deve essere opera dello stampatore, come lo fa credere la data di Livorno, o se è d'altri non è dell'Accademia, la quale lo avrebbe pubblicato in suo nome. A questa erano ascritti più e diversi uomini chiarissimi, e nello studio della nostra lingua esercitatissimi, fra i quali (per tacere de' viventi) basti di ricordare il P. Ildefonso da S. Luigi Carmelitano Scalzo; e la loro celebrità doveva fare sperare un'opera utile, e gloriosa all'Italia. Erano stati fatti copiosi spogli da parecchi testi a penna del buon secolo non veduti dai loro predecessori, e dalle opere citate nell'edizione del 1729. A queste ne avevano aggiunte altre molte d'autori moderni, delle quali si può vedere il novero nel Vocabolario dell'Alberti, e nella serie del Signor Gamba. Quindi molte aggiunte si promettevano, e correzioni, l'indicazione del genere dei nomi, i plurali di doppia terminazione, i perfetti, e i passati de' verbi irregolari, l'etimologie quando sono ben chiare, e possono contribuire a far conoscere la proprietà dell'espressione. Finalmente volevano notare con diligenza grande le voci latine, che sono manco in uso, le familiari, le basse, le figurate, le più generalmente poetiche, e le antiche, fra le quali sarebbono state distinte le non più usabili da quelle dismesse senza loro demerito, e che possono talvolta impunemente rimettersi in corso dai valenti, e giudiziosi scrittori. Io però dubito forte, che questa estrema promessa, quantunque utile molto, fosse per riuscire pericolosa, nè richiesta dall'istituto dell'Accademia.

Ciò che l'Accademia non potè fare ha poi fatto il Signor Antonio Cesari per le stampe del Veronese Ramanzini nel 1806. Non è del mio argomento il tenere discorso di questa edizione: ma non debbo tacere delle molte, ed egregie aggiunte di Clementino Vannetti di Roveredo, e del P. Girolamo Lombardi Gesuita Veronese, che in compagnia di molte altre ivi si vedono. Il Vannetti, e il Lombardi erano di nostra lingua amantissimi, ed intendentissimi; dagli autori classici raccolsero moltissime voci, e maniere di dire, animati a ciò fare, e a sostenere tanta fatica, il primo dalle preghiere degli Accademici Fiorentini, il secondo dall'amore di nostra lingua. Ma le aggiunte loro sarebbono miseramente rimaste inutili, se l'ottimo Signor Cesari non le avesse a comune vantaggio nella sua edizione inserite.[96] Sono nelle aggiunte di que' valentuomini alcuni errori, non può negarsi. Ma quanti errori si troverebbono nelle carte degli uomini più grandi se altri le pubblicasse quali da prima furono scritte? Qualche scrittore dottissimo li rimprovera non d'alcuni falli solamente, ma eziandio d'aver registrate parecchie voci antichissime e stranissime. Io però non so rimproverarli di questo. Parmi che anche da quelle voci si possa trarre qualche utile, perchè servono alla storia della nostra lingua e della Francese o Provenzale da cui provengono, mostrano quali mutazioni talvolta si facciano alle parole, e così posson giovare all'etimologia d'altre voci.

Benemerito del Vocabolario fu il P. Bergantini colle sue aggiunte,[97] che poi il Dottor Pasquale Tommasi ristampò nell'edizione Napoletana dello stesso Vocabolario del 1740. quasi colle sue stesse parole, ma senza nominarlo.[98] Errò però il Bergantini allegando molti scrittori commendabili per dottrina, ma non per la purità della lingua. Tali sono il Ficino, il Landino, l'Atanagi, Pietro Badoaro, Daniello Barbaro, l'Aretino, il Bascapè, Gio. Battista Lalli, Vittorio Siri, Gio. Battista de Vico, ed altri parecchi. Errò ancora col porre nelle sue opere molte voci, che a mio giudizio non meritavano questo onore. Apro a caso la sua opera intitolata voci Italiane ec. stampata a Venezia il 1745. e trovo le seguenti parole: Frizione, che egli spiega crepito e insistenza che fanno i liquidi al fuoco: disarmo per disarmamento: conquestione per querela, lamento: conquisitore per investigatore: conquisizione per investigazione, ed altre non poche, le quali non pajono degne d'essere registrate nel Vocabolario della nostra lingua. Molte altre però ve ne sono ottime e pure, per le quali la fatica di questo Scrittore merita d'essere commendata.


Del Dizionario enciclopedico dell'Abate Alberti.

CAPO VIII.

Benchè molto si debba al P. Bergantini per le sue opere, molto più si debbe all'Abate Alberti di Villanova pel suo Dizionario enciclopedico, che pubblicò in sette volumi in quarto colle stampe Lucchesi del Marescandoli nel 1797. e negli anni seguenti. L'Accademia della Crusca nel suo Vocabolario poche parole aveva registrate spettanti alle scienze ed alle arti; quelle cioè solamente, che o sono più comuni, o si trovano negli autori approvati; dicendo, che di queste far si doveva un Vocabolario separato. Conosceva essa certamente la difficoltà, che nel raccogliere queste voci si doveva incontrare. Le difficoltà però non isgomentarono l'Alberti. Egli esaminò i libri megliori, che trattano di queste facoltà, viaggiò per le città della Toscana, visitò le officine degli artefici, ed ogni altro luogo, da cui trar potesse sì fatte voci, le quali avendo con diligenza raccolte, ne arricchì il suo Dizionario. Nè trascurò pure le altre parole, che a scienze o ad arti non appartengono, ma un numero grandissimo ne radunò traendole dagli autori citati nel Vocabolario del 1729. e dallo stesso Vocabolario nella prefazione, o nelle spiegazioni delle voci, che dagli Accademici non furono registrate. A queste aggiunse egli altre fonti di nuovi accrescimenti. Ciò furono. 1. Gli autori approvati col partito preso dall'Accademia Fiorentina nel 1786.[99] 2. La derivazione delle voci adottate, cioè i superlativi diminutivi, accrescitivi,[Pg 76] vezzeggiativi, diminutivi di diminutivi, peggiorativi, avvilitivi, participj verbali, ed altri somiglianti, seguendo in ciò l'autorità della Crusca medesima nella prefazione al Vocabolario del 1691. e del Varchi. 3. Altri Autori non mai citati dalla Crusca, che furono però per la maggior parte Toscani, o annoverati fra gli Accademici, e a suo giudizio scrissero in purgata favella. Niuno vorrà non commendarlo per gli accrescimenti, che egli derivò dalla prima fonte, alla quale tutti possono attingere, purchè lo facciano con giudizio. Riguardo ai derivati ve ne sono alcuni, che spontaneamente provengono dalle primitive loro voci, nè vi ha bisogno d'autorevoli esempj, perchè altri senza timore li possa usare. Tali sono a cagion di esempio animatore, e animatrice, avvivatore,[100] e avvivatrice da animare, e da avvivare, che mancano al Vocabolario, ma dall'Alberti vengono registrati. Riguardo a quelle tante modificazioni di accrescitivi, peggiorativi, diminutivi, vezzeggiativi, ed altrettali, di che abonda la nostra lingua sopra ogni altra è andato a rilente, anzi che no quando gli mancavan gli esempj. L'Accademia nella prefazione premessa al suo Vocabolario del 1691. lascia agli Scrittori una certa libertà di formare simili derivati, con giudizio però, e con savio avvedimento; ma Monsignor Bottari asseriva, che non si può lasciar fare a suo modo ad ognuno, perchè senza un poco d'esempio avanti si potrebbe errare per poco.[101] E l'Accademia stessa nella edizione del 1729. supplì molto anche in questa parte al difetto dell'edizion precedente. L'Alberti ha seguiti[Pg 77] questi esempj, ed in ciò è da lodarsi. Nè vorrò pur biasimarlo quando prende alcune voci spettanti a scienze dall'Alghisi, dal Dottore Bastiani, dal Biringucci, dal P. Bonanni, dal Ceracchini, dal Mattioli, dal Vallisnieri, e da altri, ed eziandio dalla raccolta di bandi, editti ec. pubblicati in Toscana nel secolo decimosesto, e dalla Tariffa delle Gabelle della Toscana certe voci spettanti a manifatture, commercio, e simili, perchè le prime uopo era trarle dai più solenni Maestri, e per le seconde i bandi, gli editti ec. del Governo, quantunque non sieno puramente scritti, usano però in questo quelle voci, che universalmente si usano dal popolo. Nè pure lo biasimerò se a conferma di qualche sua opinione cita le origini del Menagio, le opere grammaticali del Gigli, ed altrettali opere, che sebbene scevre non sieno da difetti, posson però aver trattato di quelle opinioni lodevolmente, e molte in fatti egregie cose contengono, dalle quali è lecito a chiunque di trar profitto. Non così potrei commendarlo, quando cita certi altri scrittori, come l'Aretino, il Ruscelli, il Dolce, e simili. Dell'Aretino dice, che alcune delle sue rime sono comprese nella Raccolta del Berni, che fa testo in lingua. Vuolsi però avvertire, che alcuni Poeti soltanto di quella Raccolta sono citati dall'Accademia nè fra questi è l'Aretino, autore scorretto quanto altro mai. Scorretto altresì è il Ruscelli, e dir si dee lo stesso di parecchi altri non sempre puri scrittori, benchè pregevoli per altre doti.

Ma qualunque essi siano gli autori per lui allegati, non può non riprendersi per soverchia scarsità d'esempj, e per negligenza. L'angustia somma, a cui negli anni estremi del viver suo l'avean condotto le vicende della sua patria caduta miseramente sotto il giogo della rivoluzione fu forse la cagion principale, che lo consigliò a diminuire il numero degli esempj per diminuire il numero dei volumi. Il che serve a rendere scusabile l'intenzion sua, ma non appaga nel leggitore il desiderio di vedere con maggiore abbondevolezza indicato l'uso d'ogni voce. Se diminuiti avesse gli esempj per quelle parole, che sono registrate dalla Crusca il danno sarebbe stato molto minore, perchè ognuno poteva, quando gli fosse a grado, vederli nel Vocabolario dell'Accademia, ma faceva di mestieri, che almeno per le voci, e pe' significati aggiunti l'Autor fosse stato più liberale. Il diligente editore, che dopo la sua morte continuò l'edizion cominciata, s'accorse di questo difetto, e volle porvi rimedio, come potè. Accrebbe perciò gli esempj alle prime voci, il che eseguì facilmente, perchè la Crusca glie le somministrava, ma per l'aggiunte dell'Alberti non era ormai più possibile di farlo. Quantunque però in questo l'Alberti debba esser ripreso, vuolsi riprenderlo vie maggiormente per la negligenza da lui usata nelle citazioni. Lascio stare qualche errore, che in queste s'incontra. Per esempio alla voce abbacinato egli aggiunge un significato, che l'Accademia non avea notato espressamente, cioè che Famiglia abbacinata vale privata de' suoi più illustri soggetti, e cita Giovanni Villani senza addurne le parole. Ma forse doveva allegare Luca da Ponzano citato nel Vocabolario della Crusca a questa voce § Per Metafora. Lascio star questo, perchè non è meraviglia che in una intrapresa tanto lunga, e faticosa scappi qualche raro, e piccolo errore. Intendo bensì di quella trascuratezza per cui le citazioni non sono bastevolmente espresse, e si allega per esempio Tasso Gerusalemme, Segneri Quaresimale, Vite de' SS. Padri, senza indicare della Gerusalemme il canto e la stanza, del Quaresimale la predica e 'l paragrafo, delle Vite il Tomo e la facciata. Peggio è quando nomina l'autore senza indicar l'opera, come Vallisnieri, Salvini, Magalotti ec. o se accenna l'opera lo fa in modo, che, ove ancor si volesse legger tutta l'opera indicata nella citazione, non si troverebbe mai il passo allegato. Alla v. sfregacciolata che non è nella Crusca, aggiunge la spiegazione leggiero sfregamento, e pone questo esempio del Redi: al Ditirambo dell'acqua do di quando in quando qualche sfregacciolata di pennello, ma non concludo il lavoro. Red. lett. Lascio stare, che sfregacciolata ivi non è leggiero sfregamento, ma frego, o piuttosto colpo di pennello, pennellata; lascio star questo, e dico, che niuno potrà mai trovare quel passo fra le opere del Redi. Esso è veramente in una sua Lettera; questa però non è fra le sue opere, ma fra le lettere familiari del Magalotti pubblicate per opera di Monsig. Fabbroni il 1769. T. 1. p. 270. Ancor peggio è allora che porta gli esempj, senza indicare nè pur l'autore. Altre volte nomina l'autore, e l'opera, e nè l'uno nè l'altra si vedono nel suo indice degli scrittori posto al principio del Tomo. Per esempio alla voce Capello, § a Capello, a Fuggire § fuggi, fuggi, a Roba § roba per veste si leggono esempj di Panc. lett. ora qual nuovo Autore sarà questo, che non è registrato nell'indice? Egli è Lorenzo Panciatici di cui si ha qualche lettera fra le familiari del Magalotti stampate il 1769., e quegli esempj sono ivi appunto nel T. 2. p 23. Fra questi esempj è da notarsi il terzo, dove si legge roba di camera; il che non vorrei dire sull'autorità del Panciatici, il quale in quella facciata medesima dice altresì delle mie reverie, che l'Alberti non ha osato di porre nel suo Vocabolario. Alla v. Invadere cita i Viaggi del Targioni, che non è da annoverarsi fra gli scrittori purgati, e al più si potrebbe allegare per qualche voce, o modo di dire spettante alle arti ed alle scienze. Or queste mancanze sono di non lieve momento, perchè si toglie altrui il comodo di riscontrar negli Autori le citazioni, potendosi pur dubitare talvolta, non forse una voce abbia un senso diverso da quello, che l'Alberti le attribuisce, e per togliere o confermar questo dubbio gioverebbe molto l'osservare il contesto dell'esempio allegato. Un esempio me ne somministra la parola acquacchiato dove si legge abbattuto, infiacchito, spossato, fu detto dal Redi de' Lombrici indeboliti, e quasi semivivi. Questa citazione del Redi fa credere, che si tratti di un grandissimo abbattimento di un totale spossamento. Ma il Redi non dice, che quegl'insetti fossero quasi semivivi. Ecco le sue parole nelle Osservazioni intorno agli Animali, che si trovano negli animali viventi p. 103. edizione del 1684. Vi dimorarono (due Lombrici) senza morirvi quantunque paressero molto acquacchiati. Le quali parole non ispiegano abbastanza il senso di quella voce, ma mostrano, che per darle qualche forza è stato necessario l'unirla all'avverbio molto. Il Magalotti al contrario lo spiega bene dicendo, acquacchiato (vuol dire) l'istesso che confuso, mortificato. Lett. fam. T. 2. p. 68. edizion del 1769.

Finalmente alcune parole da lui registrate nel Dizionario, da altri forse si potranno creder men degne di quest'onore. Tali per esempio sono a mio giudizio: Abbonamento, e Abbonare, che ivi si dicono termini Mercantili, e d'uso; Toletta che si dice «francesismo dell'uso, assortimento, e apparato di varj arnesi ed abbigliamenti per cui si adorna la Dama nel gabinetto servita dalla sua damigella» e si cita l'Algarotti; sangria con esempio del Magalotti per cavata, o emissione di sangue, ch'è voce Spagnuola; altarizzare per onorare alcuno ergendoli altari con esempio di Fulvio Testi cioè di un Autore non posto nel suo catalogo: regretto e regrettare, che si chiamano francesismi usati dai Lucchesi fino dal secolo decimosettimo. Queste sono parole forestiere, che l'uso degli accurati scrittori non ha fino ad ora autorizzati, nè doveva esser sollecito di autorizzarle l'autore del Dizionario.

Altri forse creder potrebbe, che le parole regretto, e regrettare fossero da adottarsi come quelle, che proprie sono d'uno dei dialetti della Toscana ormai da qualche tempo. L'Alberti trasse quella notizia dal Gigli[102] che l'annovera fra più altre parole dello stesso dialetto e il Gigli l'ebbe dagli Accademici dell'Anca. E se il Gigli, e quegli Accademici riconoscevano queste voci non come poco dianzi introdotte in Lucca, dovevano certamente esser proprie di quel dialetto da qualche tempo, e non anderebbe lungi dal vero chi le stimasse introdotte ivi cento, o dugent'anni prima. Ma quest'antichità non giova per aggiungere autorità a quelle voci, le quali probabilmente recaron di Francia i mercatanti Lucchesi, che là si recavano, e lungo tempo si trattenevano pe' loro traffichi. Certo è, che nelle opere di Giovanni Guidiccioni, del Daniello, del Vellutello, o in altri buoni Scrittori Lucchesi del Secolo decimosesto, o dei Secoli susseguenti non si trovano sì fatte voci,[103] il che è contrassegno, che essi non le credettero di buona lega.

Un altro pregio, e al tempo medesimo un altro difetto ci somministrano le sue definizioni. Gli Accademici nel vocabolario talvolta non dettero buone definizioni delle cose, e l'Alberti ebbe in animo di supplire alla mancanza loro, ponendone altre migliori; ma anche le sue non sempre sono scevre da difetto. Alla voce Grecità definisce tutta La nazione Greca, e spezialmente gli Scrittori di quella lingua, ed a Latinità leggiamo qualità del Latino. Ognun vede, che se è giusta la prima definizione esser dee riprensibile la seconda. Anche la prima però non è in tutto degna di lode, mentre Grecità non vuol dire la nazione Greca ma bensì gli scrittori Greci, intendendo con queste parole le opere loro non gli Autori stessi, come si vede dall'esempio ivi allegato. Onde ancora quella definizione è malvagia, perchè in parte è falsa, e in parte equivoca.

Dalle quali cose tutte deduco, che dobbiamo saper molto grado all'Alberti di tanta fatica, di molte voci e significati da lui aggiunti al Vocabolario, di aver cogli accenti mostrato quali voci si debbano proferir lunghe, e quali brevi, di aver date parecchie buone definizioni, e ad un uomo che per solo amore del comodo altrui, e della nostra lingua ha tollerata per molti anni tanta fatica viaggiando, interrogando, leggendo, e scrivendo dobbiamo perdonar qualche difetto, che l'umana natura non può mai in tutto evitare. Per altro il suo Dizionario è pregevolissimo, e necessario a chiunque vuole studiare la lingua Italiana: e il signor Cesari di molte voci, e maniere di dire avrebbe arricchita la sua edizione del Vocabolario della Crusca se l'avesse veduto. Prendo a caso la Lettera B, e in questa prendo le prime sei facciate dell'Alberti, e trovo che al Cesari manca babbalà (alla), bacamento, bacchettata, bacchiatore, baggea, pigliarsela in baja, le quali voci sono usate nel Malmantile, dal Redi, dal Segneri, ne' Canti Carnascialeschi, dal Varchi, e dal Buonarroti. E pure non ho notati, i derivati dei nomi proprj, i termini di scienze, e di arti, e quelli di cui si portano esempi d'autori moderni, perchè a questi non si estendono le sue aggiunte.