Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana
Author: Cesare Lucchesini
Release date: February 13, 2014 [eBook #44893]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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INDICE
DE' CAPI DELLA PRIMA PARTE
| Introduzione | Pag. 3 |
| Dell'origine, e dei caratteri delle moderne lingue d'Europa. Cap. I. | 6 |
| Dell'origine della lingua Italiana. Capo II. | 11 |
| Dei pregi della lingua Italiana. Capo III. | 18 |
| Se nelle cose letterarie si debba, scrivendo, usare la lingua Italiana più tosto che la Latina. Capo IV. | 22 |
| In qual modo si debba far uso della lingua Italiana scrivendo. Capo V. | 24 |
| Dalle grammatiche della lingua Italiana. Capo VI. | 47 |
| Del vocabolario della Crusca. Capo VII. | 55 |
| Del dizionario enciclopedico dell'Abate Alberti. Capo VIII. | 75 |
| Altri vocabolarj, regole per la pronunzia, sinonimi ed epiteti, rimarj, ed etimologie. Capo IX. | 83 |
| Edizioni ed illustrazioni degli autori classici. Cap. X. | 92 |
| Di quegli scrittori, che hanno illustrato la lingua Italiana scrivendo purgatamente. Capo XI. | 95 |
| Delle altre moderne lingue d'Europa. Cap. XII. | 148 |
RAGIONAMENTO
STORICO, E CRITICO
DI CESARE LUCCHESINI
CONSIGLIERO DI STATO
DI S. M. L'INFANTA DUCHESSA DI LUCCA
DELLA LINGUA ITALIANA
E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE
D'EUROPA
PARTE I.
LUCCA
Presso Francesco Baroni Stampatore Reale
MDCCCXIX.
Ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurima capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse.
Column. de Re Rust. Lib. V. Cap. I.
Della lingua Italiana, e dell'altre lingue moderne d'Europa.
L'Italia, che all'altre nazioni dette l'esempio, ed aprì la strada a scuotere il giogo della barbarie, e dell'ignoranza, non cessò mai dopo quell'epoca di somministrare uomini chiarissimi in ogni scienza in ogni arte in ogni disciplina. Le parti tutte de' sacri studj, e de' filosofici, le scienze naturali e le matematiche, la giurisprudenza, la storia con tutto ciò che da lei dipende o serve a rischiararla, l'eloquenza, la poesia, le lingue straniere, e la nativa, tutto in somma ebbe fra noi coltivatori diligenti, e felici, che a se procacciarono, non meno che alla Patria, gloria immortale. Divisa in piccoli stati fra lor discordi fu debole, e quindi rimase preda dell'armi straniere; ma gli stessi suoi vincitori mentre ne esaltavano la dolcezza del clima, e la fecondità del suolo, o ne involavano le ricchezze, ammiravano la dottrina, e l'ingegno de' suoi abitatori. Laonde a' nostri maggiori ne' secoli XV. e XVI. si può applicare ciò che della Grecia disse Orazio in quei notissimi versi Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio.
Nè dall'età precedenti fu degenere quella a noi più vicina, voglio dire il Secolo XVIII. La memoria di tanti uomini insigni, che esso ha prodotti, e di tante opere classiche, che in esso han veduta la luce, è tuttora così recente e viva, che quest'asserzione mia non abbisogna di prove. Pure ad onor dell'Italia, sarebbe a desiderarsi, che non so bene se dica modestia o timore non avesse distolto l'egregio storico dell'Italiana letteratura dall'estendere ancora a questo le sue fatiche.
Il supplire al silenzio del Tiraboschi appartiene agli uomini eruditi, de' quali abbonda I'Italia, ed io sarò lietissimo, se le mie parole ad alcuno di loro serviranno d'eccitamento per farlo. Prendendo però a descrivere ciò che dagl'Italiani si è operato nel Secolo XVIII. intorno al coltivamento delle lingue antiche e moderne e della natìa principalmente non intendo di percorrere sì fatto arringo, nè pure in parte. Ho voluto piuttosto adoperarmi di rendere all'Italia una gloria, che da alcuni pure si vorrebbe torle. Si concede, che essa abbia poeti famosi, e buoni storici e chiari oratori: non le si nega molta lode nelle scienze sacre e nelle profane; e molto plauso si fa a' suoi antiquarj. Ma per ciò che spetta alle lingue, che chiamano dotte, par che da alcuni si accusino i nostri d'averne alquanto trascurato lo studio. Quindi ho reputato, che debba riuscir non inutile l'esaminar alquanto, se questa accusa sia giusta, o almeno fino a qual segno possa apparir tale. Ma più grave rimprovero meriterebbono, se avendo pur coltivate le lingue straniere avesser poi trascurata la propria. E sebbene di ciò niuno ci accagioni, pure mi è grato il ricordare coloro, che al coltivamento della propria lingua hanno data opera diligente, e coi precetti o coll'esempio hanno porto altrui eccitamento per farlo. Il quale eccitamento io credo, che rendersi debba vie maggiore, richiamando appunto alla memoria le utili fatiche da tanti Scrittori chiarissimi sostenute per l'illustrazione della stessa lingua.
Io confesso, che a trattar degnamente il mio argomento mancano a me parecchi ajuti necessarj, e quelli principalmente dell'erudizione e dell'ingegno per richiamarmi alla mente le cose fatte dagl'Italiani, e darne retto giudizio. Mi mancano altresì molti libri, senza il soccorso de' quali mal si possono intraprendere sì fatte trattazioni. Il piacere però, che tutti provano in rammentare le glorie della patria mi ha fatto dimenticare la debolezza delle mie forze, e mi sono accinto alla impresa. Comincerò dal parlare della Lingua Italiana ch'esser deve lo scopo principale del mio ragionamento, e a questa succederanno, come appendice, le altre moderne lingue d'Europa. Passerò poi alle antiche ed a quelle che chiamano esotiche, sì antiche, che moderne. Non pretendo però di noverare tutti coloro, che in questo genere scrivendo sono degni di qualche lode, ma ne tralascerò molti per non diffondermi troppo, e stringerò il mio discorso agli uomini più illustri, ricordandomi di quel detto di Columella, che ho scelto per epigrafe: ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurimas capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem tradidisse.[1] Potrei forse passare sotto silenzio ancora più, e diversi Scrittori, le opinioni e le opere de' quali condanno. Siccome però essi hanno ottenuto qualche plauso e forse tuttora l'ottengono da alcuni, perciò ho creduto non doverli dimenticare.
Debbo finalmente avvertire, che fra gl'Italiani porrò ancora quegli stranieri, che in Italia menarono una gran parte della loro vita, e molto più se di quì trassero i mezzi per coltivare i loro studj, e scrivere le opere loro. Così fecero i dotti Maurini autori della storia letteraria della Francia; così il dottissimo Tiraboschi nella storia della letteratura Italiana.
Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto alcune dissertazioni su l'origine, le differenze, e i caratteri delle moderne lingue d'Europa, che si leggono negli Atti dell'Accademia delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate separatamente.[2] A me rincresce di non avere quest'opera e di non aver lette che sole tre delle sue molte[Pg 7] dissertazioni, e sono quelle, che discorrono le cause della differenza delle lingue, e dell'origine della lingua Tedesca.
A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano tra le lingue figlie di una stessa madre; cioè fisiche, morali, e miste. Causa fisica è per lui la diversità della pronunzia. I popoli barbari, che invaser l'Italia furon costretti d'avvezzarsi alla lingua latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nell'intender bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora l'alterazione in questa guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perchè egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione de' nuovi abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Nè vedo pure come una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro possa produr questo. E son d'avviso che se nel cuore della Svezia o della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di padri Svezzesi o Danesi o Tedeschi, son d'avviso io dissi, che egli si avvezzerebbe alla lingua di que' coloni nè la difformerebbe con accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual l'avrebbe sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario d'illustrare la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza più passo alle cause, che l'autore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti alle cose hanno origine dai paesi, da' quali queste si traevano, come Arazzi dalla città d'Aras, guanti in Francese gands da Gand nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie d'ironia, per cui significano l'opposto di ciò che dovrebbero significare, onde in Francese phoebus e galimathias indicano un cattivo stile. 3. Le cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: così la cosa stessa si chiama in Italiano posata da porre, o posare e couvert in Francese da couvrir. 4. La stessa voce, o almeno simile, in diverse lingue significa diverse cose, perchè queste si possono considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce brod la quale[4] significava nutrimento in generale, e brodo in Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco pane. Alcune però di queste son tenui mutazioni delle lingue già formate, non di quelle che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui l'autore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altresì una parte di quello che aveva promesso. Perchè in principio oltre alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente rischiara alquanto le cose già dette, recando l'etimologia di parecchie voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui, o per acutezza d'ingegno, con cui son derivate non senza molta verisimiglianza, altre ve n'ha troppo forzate. Tali a cagion d'esempio sono quelle di Kein (che in Tedesco significa nessuno) da οὺχ ἕν; di von (da proposizione nella stessa Lingua) da ἀφ' ὤν; e più altre.
L'accusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni sull'origine della lingua Alemanna, e sull'origine comune delle lingue Alemanna, Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dell'Italiana. Il Signor Denina è sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno colla Greca, nella qual cosa più altri Scrittori l'hanno preceduto, e seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dell'etimologia, di che ho già detto abbastanza: 2. nella terminazione dell'infinito, che in Tedesco è in en e in Greco in ειν; e in alcuni dialetti in ην o in μεν. 3. in quell'aumento della sillaba ge, che in Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile alla reduplicazione de' Greci, e dice: il est vrai que les Allemands s'eloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substituè le g peut être parceque cela étoit plus facile, mais il n'est pas douteux que cela ne soit venu des langages de l'Asie mineure d'ou est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou perdu en s'avançant vers le Nord et en s'eloignant de sa source. Il ge aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito è una particela inseparabile, di cui s'ignora adesso il significato, ma certamente nell'antico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora, che in alcune voci composte indica moltiplicità, unione di cose, onde per esempio da mein mio, si fa gemein comune, da balken trave si fa gebalke le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro senso si usasse, e come o perchè si adoperasse per indicare il tempo preterito; ma nell'ignoranza stessa in cui siamo intorno a ciò parmi, che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella particola colla reduplicazione de' Greci. Questa non è una particola o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non è nota l'origine e il motivo; laonde è diversa essenzialmente, l'aggiunta adoperata dai Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ciò, che la reduplicazione de' secondi forse non era usata nei tempi più remoti, come dubitano alcuni solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse a popolare il paese, che poi si chiamò Germania, questo avvenimento esser deve antichissimo, giacchè niuna storia ne fa menzione; quindi non poteva essa recare in quelle terre l'uso della reduplicazione, e recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche introdotta, e in tempi assai posteriori l'uso non ne era così costante e universale.
Checchè sia di questo non si può dubitare, che qualche somiglianza non si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del Wachter, dell'Ihre, ed altri. L'Accademico di Berlino però rigettando quell'opinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua de' Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia più fondato del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni, non giudico però necessario di trattenermi più a lungo intorno ad un autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.
Fu già questione lungo tempo agitata fino dai secoli trapassati qual sia l'origine della lingua Italiana. Leonardo Aretino, il Cardinal Bembo, Celso Cittadini, ed altri autori trattarono questo[Pg 12] argomento, ma non lo fecero in modo, che togliessero ai posteri l'adito a disputare novellamente. Ne scrissero nel Secolo decimottavo il P. D. Angelo della Noce,[6] Uberto Benvoglienti,[7] e il Quadrio,[8] ma lo fecero sì scarsamente, che io contento d'averli sol nominati passerò tosto a far parola del Marchese Maffei, del Muratori, del Fontanini, e del Tiraboschi, i quali con maggior copia d'erudizione, ed accuratezza esaminarono sì fatta questione.
Il Maffei dopo aver detto nella scienza cavalleresca,[9] che l'Italia per l'invasione dei Barbari cambiò la lingua, e i nomi degli uomini e dei paesi, nella Verona illustrata[10] mutò opinione, e sostenne, che la lingua Italiana provenne dall'abbandonar del tutto nel favellare la Latina nobile, gramaticale, e corretta, e dal porre in uso la plebea, scorretta, e mal pronunziata. Confermò egli la sua asserzione pretendendo, che de' conquistatori dell'Italia pochi ne rimanessero, nè potessero perciò alterare la lingua del Paese. La confermò osservando, che la lingua de' Longobardi e degli altri popoli, che inondaron l'Italia e la soggiogarono era aspra per molte consonanti e dal mischiamento di queste non poteva derivarne una nuova, in cui le vocali avessero tanta parte, come è la nostra. La confermò adducendo parecchie voci Latine, come testa per caput, caballus, e caballinus per equus, ed equinus, laetamen per fimus, nanus per pumilio, tonus per tonitru, bramosus per cupidus, e simili, che ora sono Italiane. La confermò ricordando le aferesi, le sincopi, e le apocopi, o vogliam dire gli accorciamenti di lettere, e di sillabe in principio, in mezzo, e in fine usati dai Latini assai volte e i cambiamenti delle lettere affini. E finalmente per tacere d'altri argomenti la confermò dicendo che anche l'uso del verbo ausiliare avere, il quale si crede passato a noi dalla Germania, fu prima presso i Latini, e ne reca alcuni esempj, ed assai più ne accenna il Signor Abate Denina in due luoghi delle sue dissertazioni testè citate. Ma è falso, che pochi avanzi dei Longobardi, e degli altri invasori rimanessero quì, come dimostra il Muratori, che anzi furono moltissimi, e questi avendo in mano le redini del governo, e le dignità tutte occupando ecclesiastiche, e civili recarono necessariamente una mutazion grande alla lingua. Falso è che dalle lingue di questi popoli aspre per molte consonanti, e dalla Latina nascere non potesse la nostra dolcissima. La lingua latina non ha maggior copia di consonanti dell'Italiana se non nelle terminazioni. Ora queste essendo diverse secondo le modificazioni de' nomi, e de' verbi chi ignora la lingua tralascia facilmente quelle desinenze varie secondo i diversi casi, e perciò appunto difficili a ricordarsi. Bisognerebbe svolgere maggiormente quest'asserzione, ma io non posso arrestarmi a lungo ad ogni passo, e debbo continuare l'intrapreso cammino. Non giova poi l'addurre le parole e gli accorciamenti, che il Maffei adduce, perchè volendosi che la nuova lingua sia un alterazione della Latina debbono in quella esser rimaste tracce moltissime di questa. Quindi ammettere si potrebbe ancora, che l'uso del verbo ausiliare avere venga dal Latino, nè per ciò l'opinion sua avrebbe maggior forza. Vuolsi però riflettere, che i Latini rarissime volte l'adoperarono, e noi siamo costretti d'usarlo continuamente avendo i nostri verbi più e diversi tempi ne' quali esso è necessario, siccome appunto avviene nella lingua Tedesca, la quale l'adopera ne' tempi medesimi, in cui noi pur l'adoperiamo.
Ma il Muratori raccogliendo maggior copia d'antichi monumenti, e più minutamente esaminandoli sostenne un'opinione diversa, e più probabile. L'ignoranza, nella quale cadde miseramente l'Italia per la venuta de' popoli barbari, fece dimenticar le regole della lingua Latina, di modo che nè la sintassi, nè le desinenze de' varj casi ne' nomi, o delle persone nei varj tempi e modi de' verbi più si osservarono. Si aggiunse gran numero di voci nuove tratte dagl'idiomi de' conquistatori, e certe proprietà di questi, come l'uso del verbo ausiliare avere, e dell'articolo. Del primo ho parlato pur ora; e del secondo parlerò adesso brevemente. L'articolo forse derivò a noi dall'antica lingua Teutonica, e fu da prima un accorciamento del Latino pronome ille. Si disse prima illo Caballo, illa hasta, illae foeminae, e poi il, o lo Caballo, la asta, le femine.
Nelle Litanie del 790. pubblicate dal Mabillon in Analect. si legge Adriano Summo Pontefice, et universale Papa. Redemptor Mundi, tu lo (illo cioè illum) juva, e appresso, tu los (illos) juva. In un diploma di Carlo Magno dell'808.[11] si legge: inde percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte de la Vegiola ec. E nelle formole di Marcolfo Lib. 1. Cap. 17. Sicut constat antedicta Villa ab ipso Principe lui fuisse concessa, dove lui secondo alcuni viene da illui che nel lor Latino avranno detto per illi, o secondo il Menagio da illius.[12] Aggiunge finalmente il Muratori a confermazione della sua opinione una lunga serie di voci, che provengono dalla Germania, la quale si accrescerebbe di molto, se le antiche lingue degl'invasori d'Italia fossero più conosciute. Il commercio poi, e le crociate trassero a noi dagli Arabi alcune parole, ed appartengono ad arti, come Alchimia, caraffa, lambicco, ec. o a mercatura come canfora, cremesi, lacca ec. o a milizia come Alfiere, Tamburo ec. Molte ne dette la Provenza per lo studio, che in Italia si fece della Poesia Provenzale, ed alcune la Spagna.[13]
L'avviso del Muratori riguarda l'origin prima della lingua, e in ciò fu seguitato dal Fontanini[14] dal Bettinelli[15] dal Tiraboschi.[16] Ma vuolsi passare innanzi, ed indagare donde a lei derivò altra ricca messe di parole, e di modi di dire. Ciò avvenne per la poesia; onde dell'origine della nostra poesia vuolsi tenere ragionamento, e di coloro che nel passato secolo questa parte della storia dell'Italiana letteratura presero ad esaminare. La poesia Italiana diversa è dalla Greca e dalla Latina, perchè queste fanno consistere i versi in un certo numero di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi secondo certe leggi, e la nostra li fa consistere solamente in un certo numero di sillabe con certi accenti posti in luoghi determinati secondo la diversa qualità de' versi, e nella rima. Dico anche la rima, perchè ne' primi tempi non v'era fra noi poesia che ne mancasse. Dell'uso della rima presso i Latini ne' tempi antichi, e ne' secoli barbari, e dei versi regolati non dai piedi ma dal numero delle sillabe, parla a lungo il Muratori;[17] ma le sue erudite osservazioni tralascerò io di ricordare, come quelle che aliene sono dal mio argomento. I primi a poetare fra gl'Italiani furono i Siciliani secondo il Petrarca.
Ecco i due Guidi che già furo in prezzo
Onesto Bolognese, e i Siciliani
Che fur già primi, e quivi eran da sezzo[18]
Ma i Siciliani imitarono i Provenzali secondo il Crescimbeni,[19] il Fontanini[20], ed altri. Il Muratori però non mostrò d'esser persuaso abbastanza da questa opinione, ed oppose le parole citate dell'epistole familiari del Petrarca, dalle quali a lui parve potersi dedurre, che i Siciliani fossero stati i primi a prendere questa maniera di far versi da' Latini, e dai Greci. Il Tiraboschi riconobbe anteriorità ne' Poeti Provenzali, ma dell'obiezione del Muratori non fece parola. A me sembra però, che il Petrarca voglia in quel luogo indicare l'origine più remota della rima, (che è il Lazio, e la Grecia certamente), e la nazione che in Italia precedette l'altre nel far versi, la quale è la Siciliana, senza volere poi indagare, se i Siciliani in ciò abbiano imitati i Provenzali. Diciamo dunque co' mentovati scrittori essere probabilmente l'Italiana Poesia derivata dalla Provenzale, ed avere avuto il suo nascimento in Sicilia alla metà del secolo XII. o poco dopo. Se poi la Provenzale provenga dall'Araba, come sospetta il dottissimo Padre Andres[21] non è di questo luogo l'esaminarlo. Quindi venne un aumento non piccolo di voci, e di modi di dire alla nostra lingua. Lo negò il Muratori[22] secondando troppo il desiderio di contradire il Fontanini, ma per assicurarsi di questa verità basta volgere uno sguardo al Vocabolario della Crusca, alla Crusca Provenzale del Bastero, alle Lettere di Fra Guittone, ed agli altri Poeti del Secolo decimoterzo.
Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della patria, e dell'Italia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne l'uso fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque, e colla testimonianza de' più celebrati scrittori delle straniere nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno de' principali suoi pregj a confessione di tutti è l'armonìa, da che ne viene, che essa abbia una facilità grandissima[Pg 19] per esprimere ciò, che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor Cesarotti avendo asserito nel suo saggio, che tutte le lingue si prestano ad un'armonìa imitativa, ne' rischiaramenti apologetici poi disse, che l'armonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa sia tanto armonica quanto il comporta la sua struttura e il rapporto tra gli oggetti e i suoni della detta lingua[24]. Queste parole però ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di comparire. Io dubito molto, che scrivendo il saggio egli non avesse nell'animo tanta restrizione, che se l'avesse avuta par probabile, che avrebbe giudicato inutile d'esporla. Segue poi dicendo non esser cosa agevole nè sicura di giudicar dell'armonìa di una lingua straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più e diverse nazioni antepongono l'armonìa di una lingua straniera a quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre lodano l'armonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro i quali opinano le lingue de' paesi freddi dover essere più aspre oppone il Sig. Cesarotti l'opinione dell'Ab. Denina, il quale disse la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole ad udirsi, e la Russa accostarsi più d'ogni altra alla soavità della Greca. Io non credo, che l'opinione intorno all'asprezza delle lingue[Pg 20] settentrionali sia vera, ma certo non è l'autorità dell'Ab. Denina, che mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca, e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche artifizio usato cantando, e l'accompagnamento del suono copriva gran parte di quell'asprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non sentire eccessivamente l'asprezza della lingua Tedesca nelle opere in musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo al Sig. Napione.
Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della Latina scrivendo d'ogni scienza e d'ogni facoltà, ed espone i vantaggi, che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or cessato d'esser tale, indica le sue vicende, e l'attual suo stato, e propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune divenga la colta lingua Italiana.
Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella copia di ragioni e d'utili osservazioni, quella giudiziosa critica, quell'ampia erudizione, quell'amor di patria, che quì si vedono ad ogni pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo altrimenti.
In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non m'è riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più oltre.
Prima di questi scrittori avea trattato l'argomento medesimo il P. Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al Sig. Napione. Ricerca in prima l'origine della lingua e condannando l'opinion di coloro, che il volgo di Roma l'usasse anticamente, la reputa nata dal corrompimento del latino per l'inondazione de' Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dell'abbondanza sua, della dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina. Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua celebrità, non l'utilità dell'opera mi ha indotto a nominarlo.
Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni facoltà si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina. Fu già un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse solamente a trattar d'amore, ed altrettali soggetti di lieve momento, e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza, e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura però, che molti in quella, e nell'età seguenti le vane loro declamazioni e i loro sofismi rigettassero coi fatti più ancora che cogli argomenti, onde l'Italia di tanti libri eccellenti si può gloriare scritti nel volgar nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono però nel secolo di cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente sostenuta la contraria sentenza. Non parlerò del Bonamici[29] e del Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. L'Algarotti ne trattò più direttamente:[Pg 23][31] ma a me pare, che adoperando argomenti non buoni egli abbia indebolita un'ottima causa. Ricorda le espressioni gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie, di che già da tanti si è parlato; ricorda la sconvenevolezza d'adattare a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate già dai Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova solamente l'irragionevole superstizione dirò così e il difetto di giudizio in coloro, che cadono in sì fatti errori. Ma lasciando più altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una sola ne voglio aggiungere, ed è la riprensione, che fa l'Algarotti a' moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacchè di quelli, che onorarono il decimottavo, farò parola altrove.
Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo de lingua latina, e meglio forse la sostenne altresì il Buganza,[33] di che mi assicura assai la celebrità dell'autore, quantunque l'opera sua non mi sia venuta alle mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su quest'argomento il signor Napione nell'opera testè citata, dove, colle più giudiziose riflessioni dimostra l'utilità, che all'Italia ne verrebbe ed alle scienze, insegnandole nella nostra lingua.
Ma un'altra quistione agitata già prima ne' secoli decimosesto, e decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti parlano è ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto, dimodochè non sia più lecito d'aggiugnere nuove voci dopo quell'epoca? È propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta l'Italia? Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dell'Accademia della Crusca, nè recedere da' suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se ascoltiamo il Becelli nel quinto de' suoi dialoghi[34] noi dobbiamo usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo quell'epoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi però per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono, come altri già li chiamò, Giansenisti della Crusca. Parecchi con più ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento, perchè comunemente in Toscana si scriveva allora con purità. Nelle età seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una[Pg 25] gloria così comune, come a quei giorni. Oltre a ciò v'ha in quegli antichi una certa grazia, che incanta, la quale pochi de' loro successori hanno voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in questo, pochissimi (se non m'inganno) hanno saputo farlo con quella naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore, con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non è difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto all'eloquenza, di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo difetto è forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite de' Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa è poi il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; nè meno è strano il togliere agli scrittori la facoltà d'accrescere di nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purchè si faccia con certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Così fecero quei valenti scrittori, che più sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo tornerà in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avrò parlato di coloro, che hanno trattato della seconda questione.
Siena usa d'un grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori, come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli ne' loro libri l'hanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione. Si rinnovò nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli, il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da parecchi altri scrittori Senesi, fossero dall'Accademia della Crusca accolte nel suo Vocabolario. Già ne avea adunate forse cinquecento, delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37. volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare in Lucca l'opere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Gesù. Quindi compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bramò egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino, coll'Arciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che scrisse al Marmi, pregandolo altresì, che gli procacciasse una lettera dell'Accademia della Crusca o dell'Arciconsolo, o almeno di qualche erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non ottenne il suo intento. Forse quell'Accademia, che volea cogliere il più bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse tutto ciò che vi si conteneva. Ma quello che ricusò la Crusca, gli concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. E' da credere, che di quì nascesse il suo mal talento verso la Crusca, che ridondò poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro l'Accademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione Fiorentina riempì il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che può vedersi nella sua vita, considererò brevemente il Vocabolario Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ciò che v'ha di satirico, e d'inutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe esso stato pregevole, e più gradito. Parecchie voci usate dalla Santa sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nell'ultima edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi. Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti più celebri della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol d'oro, Fedro Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale Stazio i due Plinii Columella nel secol d'argento erano forestieri, e pure non furono esclusi dal numero de' legislatori della lingua Latina. Così per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori debbano essere adottati, e molti in fatti ne adottò l'Accademia della Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta l'Italia. Il che essa fece, perchè vuolsi prendere ciò che è buono, ovunque si trova, non per l'esempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che quei forestieri del secol d'oro scrivessero secondo il natìo dialetto, non secondo il dialetto di Roma. Nè bastava che asserisse, ma dovea provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella età delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bensì, che Lucilio biasimava in Vectio l'uso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinità, (se pure non fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio certamente non aveva speranza d'esser reputato legislatore di lingua; ma anzi in principio della sua opera domandò perdono, se in alcuna cosa fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39] Cicerone era in filio recta loquendi usquequaque asper exactor;[40] onde non è da credersi, che non si guardasse dagl'idiotismi d'Arpino. Io non dirò, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi. Quintiliano chiama ciò barbarismum gente, e mostra, che vi caddero Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacciò ad Antonio la parola piissimus, che non era della lingua Latina. Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem novum inducis.[42] Cap. 19. Così Quintiliano condanna la parola gladiola usata da Messala quantunque si dicesse gladium ugualmente che gladius. È falso dunque, che i forestieri scrittori fossero riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi adoperavano, e voci nuove. Si dirà forse da taluno, se gli scrittori Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perchè non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del sestodecimo? A questa domanda risponderà per me un dotto Senese, cioè Uberto Benvoglienti. Nel buon secolo pochissima differenza passava fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol decimoquinto; nel seguente però si volle richiamare al suo splendore, ma per la moltitudine de' forestieri, che erano nella Città (di Siena) e forse anche per altra cagione non potè il dialetto Senese rialzarsi all'antico suo splendore—La differenza dei dialetti era piccola da principio, e poi certi idiotismi non erano così universali, che non si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde ne' loro scritti si trova povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e leggiare ec. ec.[43]
Ma l'opinione del Gigli non bastò ad altri, i quali aspiravano ad una libertà di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della libertà ricorderò solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza d'ingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti superò gli scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi campione della libertà nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non è però senza grazia, esclama colle parole del Marmontel, O Subligny tu pretendevi di saper la grammatica meglio di Racine! prosiegue poi egli, O Infarinati, o Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza eterna de' Subligny, tu siei pur propagata in Italia?[44] Ma se il Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero, e criticare Orazio, e parecchi de' Greci Oratori, se egli ha creduto di ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perchè non potrà altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine, sommi uomini anch'essi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore illustre egli pure? Ma essi furono accusati d'errori grammaticali, come se l'uomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza l'uso, nè innanzi all'uso, dice il Signor Cesarotti colle parole del Marmontel. E non sono uomini anch'essi, e perciò sottoposti ad errare? E quanti sono gli errori, che nelle più insigni opere d'ogni età e d'ogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome d'enallage, e con altri simili? Certo è che nell'ottima edizione delle opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore grammaticale di quell'egregio poeta. Nè intendo con ciò di condannare il Tasso, ed approvare le dicerìe degli Infarinati e degl'Inferrigni. Dio mi guardi da ciò. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere que' critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si debbono riprendere, perchè hanno criticato il Tasso, e meno degli altri lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed Orazio.
Ma lasciamo star ciò, e vediamo almeno in parte il sistema di questo chiarissimo Autore. Una lingua (egli dice) nella sua primitiva origine non si forma che dall'accozzamento di varj idiomi..... Poichè dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua, è visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo cieco aborrimento per qualunque peregrinità è un pregiudizio del pari insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse. Dubito che in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata è dalla Latina, e da quella de' popoli settentrionali, che invasero l'Italia. Dunque la lingua degli Unni, de' Goti de' Vandali de' Longobardi non è insociabile colla nostra? E qual vincolo di società può essere fra idiomi d'indole così diversa? Assai son quelli per molte consonanti insieme unite, e la nostra è dolcissima, e grave nel tempo stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali, talchè se or si volesse togliere dall'antico Teutonico alcuna voce, e farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse più dessa.
Anche i diversi dialetti delle parti diverse d'Italia debbono a suo giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con che si renderebbero tutti più regolari, e più colti, e da questi approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di una scelta giudiziosa de' termini e delle maniere più ragguardevoli, lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta forse colle sole derivazioni sue proprie, senza l'ajuto di linguaggi stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46] Aggiunge poi in una nota l'opinione di Gebelin, il quale alla libertà di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce la ricchezza, la forza, e l'armonìa della lingua Greca, e in gran parte il genio originale de' suoi Scrittori. I Greci non reputarono ugualmente nobili tutti i dialetti nè li mescolarono in modo, che quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi il più pregiato, come di fatto era il più gentile, e a poco a poco abbandonarono l'uso degli altri, e si accostarono a questo quegli scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in altro dialetto. Non parlo quì de' poeti, i quali più luogo tempo fecero uso di terminazioni Joniche e d'altre simili; ma essi aveano sempre rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni erano considerate come poetiche, e perciò proprie d'ogni dialetto. Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica, e d'altri dialetti, perchè i cori erano pezzi lirici, e perciò ad essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo nè pur di Plutarco, e d'altri scrittori, i libri de' quali sono il risultamento d'una immensa lettura d'opere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si osserva. Dall'altra parte non sappiamo abbastanza le proprietà de' dialetti, e noi le attribuiamo all'uno o all'altro, perchè le vediamo usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta però ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati altri sogni nel suo Monde primitif poteva spacciare ancor questo, che quindi derivasse in gran parte il genio originale de' Greci scrittori; ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e d'acuto criterio certamente non lo credeva. Lasciamo però il Gebelin, e torniamo al Cesarotti. Vuole egli, che dai dialetti d'Italia si prendano voci, ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre? non hanno la stessa origine? non portano l'impronta comune della famiglia? Non contribuirono tutti ne' primi tempi alla formazion della lingua? Perchè ora non avranno il dritto e la facoltà d'arricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le diverse Città i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni?[48] Ma se a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente in una parte grande d'Italia si parlava la lingua Greca, e altrove l'Etrusca l'Umbra l'Osca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. Graeca leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane continentur.[49] Roma obbligò i popoli soggiogati a imparare la lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue. In Grecia si parlò sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la Punica, come attesta S. Agostino in più luoghi; e nelle Gallie la Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Dominò assai più il Latino in una parte dell'Italia, ciò non ostante nelle regioni più lontane da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve necessariamente esser rimasta, ove più ove meno gran parte de' loro idiomi. Nell'Umbria, nell'Etruria, e nell'altre parti meno lontane da Roma si parlò a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie si può dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina. Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono. Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare, che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia, nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti d'Italia, nè si trova in essi pure l'impronta comune della famiglia. Basta scorrer per poco l'Italia per conoscere una lingua nel Genovesato, un altra nel Piemonte, una nella Lombardia, un'altra nel Veneziano, una nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversità nelle declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talchè un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il Piemontese. E dov'è dunque l'impronta comune della famiglia? In una cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa mia proposizione, e già sono rese di pubblica ragione colle stampe parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno può agevolmente di per se stesso vedere la disparità immensa, che passa fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacchè si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico, oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri minori, e nobili meno, che propri erano di Città, e Nazioni diverse. Esichio, Suida, l'Etimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci hanno tramandate molte voci de' Laconi, de' Cretesi, de' Tessali, de' Macedoni, e d'altri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, ne' decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le scrisse già egli nella sua lingua nativa, ma sì nel dialetto Attico. E pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto le diverse lingue d'Italia sono lontane dalla comune lingua degli scrittori Italiani.
Ma se tanto sovente si ricorre alla Grecia a me sarà concesso di ricorrere a Roma, e ad un uomo, che era nel tempo stesso oratore filosofo e poeta eloquentissimo e dottissimo, voglio dir Cicerone. Egli voleva, che si scrivesse non già nel dialetto d'Arpino, ma latinamente. Quinam igitur dicendi est modus melior..... quam ut latine, ut plane, ut ornate ec. dicamus?[51] E poco dopo: nec sperare (o come altri legge speramus), qui latine non possit, hunc ornate esse dicturum. Ed alla sua età era cosa comune tanto il parlar puramente, che non destava maraviglia il farlo, ma veniva deriso chi no 'l faceva. Nemo enim unquam est oratorem, quod latine loqueretur, admiratus: si est aliter irrident; ne eum oratorem tantummodo, sed hominem non putant.[52] Ma per parlare puramente richiedeva, che le parole fossero pure: verba efferamus ea, quae nemo jure reprehendat.[53] Ma qual v'ha mezzo più acconcio per iscrivere puramente? Il leggere gli antichi autori. Essi erano disadorni, ciò non ostante voleva, che si leggessero, e chi si fosse avvezzato al loro stile avrebbe parlato latinamente, anche senza avvedersene. Nè si debbono però adoperare voci disusate, se non parcamente, e per adornamento: ma chi lungamente e con molto studio avrà letti i libri degli antichi adoprerà sì le parole usitate, ma le più scelte e le migliori. Sunt enim illi veteres, qui ornare nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine. Neque tamen erit utendum verbis iis, quibus jam consuetudo nostra non utitur, nisi quando ornandi causa, parce, quod ostendam: sed usitatis ita poterit uti, lectissimis ut utatur is, qui in veteribus erit scriptis studiose multumque volutatus.[54] Nè gli bastava, che le voci fosser latine, ma la pronunzia altresì voleva che fosse Romana. Quare cum sit quaedam certa vox Romani generis, urbisque propria..... hanc sequamur; neque solum rusticam asperitatem, sed etiam peregrinam insolentiam fugere discamus.[55] E questa pronunzia Romana vuol, che s'impari dagli antichi; e perciò loda Lelia moglie di Q. Scevola, e suocera di L. Licinio Crasso appunto perchè parlava così. Equidem cum audio socrum meam Laeliam (facilius enim mulieres incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea tenent semper, quae prima didicerunt), sed eam sic audio, ut Plautum mihi aut Naevium videar audire...... sic locutum esse ejus patrem judico, sic majores.[56]
Ora se Cicerone richiedeva, che gli antichi, benchè rozzi e disadorni, ad esempio si prendessero ed a modello di purità in una lingua, che solo posteriormente si ingentilì e perfezionò col mutar forme e desinenze moltissime, quanto più dovrem noi farlo nella nostra già nel quattordicesimo secolo perfezionata? So che alcuni negano aver la lingua Italiana avuta in quell'età la sua perfezione, e vantano l'eleganza de' moderni scrittori, e le molte voci di che l'hanno arricchita. Ma per non fare dispute vane osservo in prima, che in quel secolo restarono determinate le proprietà della lingua, la sua indole, il vero significato delle parole, la conjugazione de' verbi, e le altre parti tutte quante della lingua medesima; e ciò io credo che sia perfezionare la lingua. L'aggiugnere voci nuove la rende più ricca, non più perfetta: e lo scrivere con eleganza mostra il valor di chi scrive, il quale merita lode per averla bene adoperata. In questo senso dunque io dico, che i moderni non le hanno data perfezione coll'eleganza de' loro scritti. Confesso, che molti ve n'ha d'elegantissimi; e sono quelli, che, lungo studio avendo fatto sugli ottimi scrittori Greci, Latini, nostri, e se a Dio piace ancor dell'altre nazioni, hanno saputo ritrarne molte bellezze, o col proprio ingegno crearne di nuove. Dico però, che l'eleganza consiste nella purità della lingua, e nell'altre parti dello stile. Ora quanto alla prima nulla hanno aggiunto, nè potevano i moderni aggiugnere a quello, che avevan fatto gli antichi; e le seconde non appartengono alla presente disquisizione.
Ma torniamo ai dialetti d'Italia. A favore di questi si ricorda il giudizio di Dante, il quale nel libro della volgare eloquenza dopo la lingua, che a lui piacque di chiamare illustre, cardinale, aulica, e cortigiana, preferisce il dialetto Bolognese agli altri tutti. Ed altri osserva, che fra gli scrittori approvati dalla Crusca il maggior numero di quelli, che non sono Toscani, son Bolognesi. Qual sarà la ragione di ciò? Un celebre scrittore[57] l'attribuisce a quella Università famosa sopra ogni altra, alla quale accorrevano da ogni parte scolari in numero grande, e professori insigni, che per intendersi scambievolmente avranno fatto uso di una lingua comune. Ma, se mi è lecito di oppormi in parte alla opinione d'un uomo così grande, dirò in primo luogo, che Dante non poteva chiamar dialetto Bolognese quella lingua, la quale si suppone, che gli scolari e i maestri parlassero fra loro: e che il dialetto Bolognese esser doveva quello usato dai Bolognesi, non dai forestieri. Dico in secondo luogo, che qualunque sia il motivo, perchè egli lo preferisse, ciò è indifferente per la quistione, che s'agita intorno alla lingua da usarsi comunemente in Italia scrivendo. Dante parla del dialetto, che egli poneva innanzi agli altri, ma lo posponeva a quella sua lingua illustre, cardinale, aulica, e cortigiana: ed io cerco qual sia la lingua, nella quale si dee scrivere, ed è quella appunto indicata da lui. E già intorno all'opinione di Dante hanno egregiamente ragionato i signori Rosini e Nicolini,[58] talchè reputo inutile l'aggiugner nuove parole alle cose dette da questi valentuomini.
Gli stessi dotti scrittori hanno altresì risparmiata a me la fatica d'esaminare un'altra sentenza da altri valentissimi sostenuta. Vuolsi da alcuno, che sia in Italia una lingua scritta diversa dalla lingua parlata come dicono, cioè una lingua, che adoperano i savj ed eleganti scrittori diversa da tutti i dialetti, che nelle diverse parti d'Italia si parlano. Io reputo inutile il ripeter quì ciò che acutamente si è disputato nei libri testè allegati. Ricorderò solamente, che la pura lingua, nella quale si scrive, è quella stessa, che favellando si usa in Toscana dalle colte persone. Qualche non grave differenza in poche cose della conjugazione de' verbi, non è ciò che forma la diversità d'una lingua, come è stato detto, ed io ripeto. Oltre a ciò io domando, quando si formò questa lingua che dicono scritta? Quali sono gli antichi documenti, che facciano testimonianza di questo fatto? Come avvenne ciò? Forse molti uomini dotti si unirono in un congresso? Ma niuna cronica o storia ce ne parla. Forse gli Italiani dispersi determinarono questa lingua? Ma questo parmi impossibile: nè veruna nazione antica o moderna ci offre un esempio di così singolare avvenimento. E se gli uomini dispersi per l'Italia crearono questa lingua tanto diversa dalle natìe par che dovessero esser solleciti di scriverne le regole, cioè una grammatica: ma le prime grammatiche Italiane sono del cinquecento come ognun sa, per opera del Fortunio e del Bembo. E questi primi grammatici non sepper nulla di quel primo accordo, ma i precetti ne cercarono negli antichi autori Toscani. E per qual motivo fu creata questa lingua? Gli uomini dotti sdegnavano di scrivere intorno alle scienze, fuorchè in latino. Il volgare era destinato a cose, che riputavansi di poco momento, versi d'amore, croniche, libri spirituali, qualche laude spirituale, romanzi, novelle, libri di mascalcia, ed altrettali cose per gl'inletterati. I frammenti di storia impressi dal Muratori nelle Antichità Italiane sono scritti nel dialetto Napoletano, o molto simile al Napoletano. I Veneziani autori di croniche citati dal Foscarini hanno usato il lor volgare: e fecero così i lor viaggiatori. A me parrebbe, che questi scrittori avrebbero adoperato altrimenti se stata vi fosse una lingua comune a tutta l'Italia, per universale consentimento destinata per le produzioni letterarie. La Toscana incomparabilmente più d'ogni altra parte di Italia somministra autori delle cose testè indicate, e questi scrissero nel lor volgare, il qual volgare presto si condusse a quella perfezione, che vediamo nel trecento per opera d'alcuni, che seppero scegliere le forme migliori fra quelle usate dal volgo. I forestieri invaghiti di quello stile lo imitarono, e più felicemente forse i Bolognesi. Ciò può ripetersi forse da due ragioni. La prima è l'università, che richiamando colà alcuni Professori, e parecchi scolari Toscani essi avranno parlato la loro lingua, ed avranno portato con loro le rime di fra Guittone, di Guido Cavalcanti, e degli altri poeti di quell'età, e storie, e volgarizzamenti dal Latino, e libri ascetici. La seconda è la vicinanza, e il commercio con Firenze, che dovea produrre lo stesso effetto. Si aggiunga a questo, che gli antichi rimatori Bolognesi si veggono quasi tutti usciti di riguardevoli parentadi, come osserva il Dottor Gaetano Monti parlando d'Onesto degli Onesti,[59] e le loro ricchezze forse, agevolarono ad essi il modo di conversare cogli uomini dotti, e di comprar le opere de' nuovi Autori Toscani. La lingua, che alcuni chiamano comune altro non è, che la lingua Toscana spogliata, come ragion vuole dalle irregolarità del volgo, e dai riboboli. Le sue regole sono esposte nella Grammatica, e il Vocabolario della Crusca comprende una parte grandissima delle sue voci unita ad altre molte, che son poste là per giovar alla storia della lingua, e all'intelligenza degli antichi scrittori; altrimenti sarebbe già avvenuto delle opere loro ciò che de' versi saliari avvenne in Roma, i quali col volger de' secoli più non si intendevano. Lo stesso dotto scrittore testè citato per quell'amore della gloria d'Italia, che lo anima, vorrebbe, che i Principi tutti d'Italia adoperassero favellando questa lingua da lui chiamata comune, e mostrassero desiderio, che tutti quelli, che li attorniano facessero lo stesso, ed ordinassero, che in questa lingua s'insegnasse ogni scienza nelle università, e nelle accademie, ed egli ha speranza, che le gentili persone non terrebbero altro linguaggio familiarmente, ed i dialetti rimarrebbero solamente alla Plebe. Ma io dubito forte che, ove ancora ciò si eseguisse, non per questo si avrebbe una lingua comune, regolata, stabile, e per tutta l'Italia diffusa. Fin da principio quel linguaggio usato alla Corte non potrebbe essere scevro affatto da ogni tinta del dialetto nazionale, e il linguaggio della Corte di Torino non sarebbe lo stesso, che quello praticato alle Corti di Milano, e di Firenze, e di Napoli; e questa diversità anderebbe sempre crescendo, talchè dopo forse cinquant'anni ogni paese avrebbe due dialetti diversi, uno cioè delle gentili persone, l'altro della plebe.[60] Nè mai vi sarà la necessaria uniformità di lingua, se non si ha un canone uniforme per tutti, di cui sia custode un'accademia residente in quella parte, il dialetto della quale sia appunto quella lingua comune, o più d'ogni altro vi si accosti, cioè in Toscana.
Non nega il Sig. Cesarotti, che quell'accademia risieda in Toscana, anzi in Firenze: ma vuol che abbia altri accademici d'ogni nazione con parecchi cooperatori, i quali colgano il meglio di ogni dialetto per arricchirne la lingua comune. Ma ciascuno di questi accademici mandando parole, e modi di dire della sua patria vorrebbe poi, che i suoi scelti fossero a preferenza di quelli di altre nazioni; e quindi nascerebbono letterarie discordie interminabili, che farebbono perire la nuova accademia sul primo suo nascere. In fatti non so comprendere, come non volendo egli, che altri ubbidisca all'accademia della Crusca, speri poi che ognuno sia per esser ligio di questa sua, e che i Toscani, i Lombardi, i Piemontesi debbano accogliere facilmente le voci tolte dalla lingua Napoletana, Siciliana, e Genovese, mentre parecchie delle loro ne vedrebbono rigettate.
Ogni lingua aver deve certe regole altrimenti ne nascerebbe una confusione intollerabile, e presto se ne altererebbe l'indole e la natura. La Toscana ebbe nel secolo decimoquarto tre scrittori prestantissimi, cioè Dante, Petrarca, e Boccaccio, che destarono l'ammirazione universale colle opere loro, le quali andavano per le mani di tutti. Essi furono padri della lingua, perchè seppero scegliere le forme migliori energiche delicate piacevoli. Ma non furono i soli. Il B. Giovanni da Ripalta, Fra Bartolomeo da S. Concordio, Fr. Domenico Cavalca, Fr. Jacopo Passavanti, i tre Villani, Francesco Sacchetti, S. Caterina da Siena, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoja, e parecchi altri, oltre agli anonimi autori delle novelle antiche, del volgarizzamento delle vite de' SS. Padri, e più altri ebbero forza, grazia, e vaghezza. Da questi scrittori principalmente si trassero le regole di nostra lingua per opera del Fortunio e del Bembo, come ho detto. Nè si pretende con ciò, che tutto sia perfetto ciò che procede da quelle fonti, nè che ora sia disdetto d'aggiunger nulla alla nostra lingua. Il Salviati, contro al quale si fa da alcuni tanta guerra, reca alcune scorrezioni, che negli scritti degli antichi si trovano,[61] nè certamente le approva; e il Corticelli parlando di certa maniera irregolare usata da Fr. Giordano dice così. Non si vogliono imitare, essendo anzi errori che no. Lasciò scritto un valentuomo,(lo Scioppio) che queste figure sono pretesti inventati da' Grammatici per iscusare i fatti, ne' quali sono talvolta incorsi per umana fiacchezza anche i più celebri Autori.[62] Non si vogliono però condannare nè pure tutte le irregolarità, le quali quando sono adottate da parecchi sono veri vezzi di lingua. Non ammette i vezzi di lingua il Sig. Cesarotti;[63] ma ogni lingua li ha, e quelle principalmente, che vantano maggior numero d'eleganti scrittori: e se questi si tolgono dalle opere loro se ne torrà una gran parte della bellezza. Non è vietato, come ho detto pur ora, d'aggiunger nulla alla lingua. Chi può negare, dice il Sig. Cesarotti, che il Firenzuola, il Gelli, il Caro, il Castiglioni, e varj altri non avessero e castigatezza, e grazia? Ma i loro vocaboli, i loro modi erano gli unici? La lingua, lo stile eran fissati in perpetuo? Quì sta il torto della Crusca.[64] Qual torto? Quando è che la Crusca abbia detto, che quegli scrittori fossero gli unici, e la lingua, e lo stile fossero determinati in perpetuo? La Crusca ad ogni nuova edizione del Vocabolario ha fatto lo spoglio di nuovi autori, ed ha adottate nuove parole, e nuovi modi di dire. Nè mi si opponga la guerra ingiustamente mossa al Tasso; perchè quella non fu guerra della Crusca, ma dell'Infarinato, e dell'Inferrigno.
Ma ormai troppo a lungo mi sono trattenuto su ciò, e molto mi rimarrebbe a dire su quest'opera. Vorrei almeno parlare del Vocabolario Italiano da lui progettato; ma l'esporlo, ed esaminarlo accuratamente richiederebbe troppo lungo discorso. Dirò solo esser questo un lavoro immenso necessariamente difettoso per la stessa sua vastità, nè tale da poter mai conciliare le discordi opinioni dei Letterati.
Anche il Muratori nella perfetta poesia Lib. 3. Cap. 8. prese a sostenere, un solo essere il vero ed eccellente linguaggio d'Italia, che è proprio di tutti gl'Italiani, il quale per lui non è il Toscano, ma bensì comune a tutti, e da tutti usato scrivendo. Il Salvini, però gli si oppose con molta forza nelle annotazioni, e difese la causa della lingua Toscana. Più ampiamente la difese il P. Rosasco nell'opera testè citata,[65] e nel tempo medesimo combattè il Salvini, il quale nel calor della disputa lodando molto gli Scrittor del trecento deprime forse soverchiamente i moderni. Concede a quell'aureo secolo maggior purità ed una certa grazia, che altri poi nell'età posteriori non ha mai potuto perfettamente ritrarre, ma loda altresì gli scrittor più recenti, che di molte voci, e di molti modi l'hanno arricchita. Quindi parla appunto della facoltà d'aggiugnere voci nuove, e mostra quali sieno gli avvertimenti che debbonsi avere facendolo. Questa facoltà però egli concede ai Toscani, ed ai Fiorentini massimamente. Io confesso, che amerei d'essere alquanto meno severo. I termini, che appartengono alle arti, ed alle scienze, non solamente si possono, ma si devono adoperare: e sarebbe ridicolo quel Geometra, che ricusasse di dire coseno e cotangente, e quel Chimico che non volesse nominare l'idrogeno e l'ossigeno, perchè non sono nel vocabolario queste parole. Riguardo alle altre voci, se queste mancano per esprimere qualche concetto (il che avviene rade volte a quelli che sanno ben maneggiare la nostra lingua) credo, che ognuno possa usar nuove voci; l'adottarle però spetta all'Accademia della Crusca. Parecchi oppositori scrivono ciò che cade loro giù dalla penna senza riflessione riguardo alla lingua, e poi vorrebbero, che le cose per essi scritte fossero in ogni parte perfette, e chiaman pedanti chi ardisce trovarvi alcun difetto. Non sarebbe però difficile il dimostrare, come essendo più castigati sarebbero stati più eleganti. Ma chi ha data a quell'Accademia la facoltà di seder giudice nel fatto della lingua? Gliele han data la necessità d'avere un giudice per conservarne la purità, la convenienza, che questo giudice sia in Firenze, il possesso d'oltre a due secoli, il consenso di molti ottimi scrittori, le gloriose fatiche da essa sostenute a pro della medesima.