Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac risponde:
Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636); che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non vi sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza della madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo loro figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di tutti i suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia di quello medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la madre lo riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo piglia egli figura; e però conviene che la figura sia somigliata a lei (639). E l'altra maniera si è che se la femina è di calda conparazione (640), la creatura s'arde (641) nel suo ventre, e diviene bruna. L'altra cagione si è per cagione della terra e dell'aria, conviene che la criatura diventi nera o bruna.
(636) per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione, confermata dal C. F. R. e dal T. F. P., che hanno: semblance.
(637) bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal T. F. P.
(638) la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.
(639) sia sembiante a lei C. R. 1.
(640) compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.
(641) l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.
Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:
De' malvagi omori viene la fellonia; che alcuna volta rinflabisceno (642) al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo fa per lo loro inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella iscurità diventa pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al cervello, e 'l cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa, per diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa, e la scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la grossezza (646), e diventano gioiosi e allegri.
(642) remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. flamber, flambier, flamble, flambe; onde il remflabent ed il rinflabisceno del n. t., per rinfiammano, che leggesi nel C. R. 1. Meglio nel T. F. P.: reflambent.
(643) e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro iscaldamento C. R. 1.
(644) che per diritta forza C. R. 1.
(645) rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.
(646) gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da gourd, gonfiato per l'umidità. Cf. Dict. de l'Acad. Franc., Suppl.
Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac risponde:
Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle sieno di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde e secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza. E se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e se la magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e s'ella è umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e se le quattro nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e altrettanto quanto ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra, di quella averà più colore nella lana (649). Simigliantemente aviene delle bestie salvatiche, come delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua natura; e tutto è l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à egli fatto per lodo della sua gloria. Egli à fatto molte diverse erbe, e bestie e uccelli e pesci e gente, in quello modo che a lui pare, l'uno bello e l'altro laido, alla sua volontà.
(647) pregne C. R. 1.
(648) vaiolato C. R. 1.
(649) Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.
Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro, fanno male? Sidrac risponde:
Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in questo mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti farà, non farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che non à senno come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à fame; e per diritta natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo fa, si è più da biasimare che una bestia, che non à iscienza nè senno.
Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)? Sidrac risponde:
La lingua è lo migliore e lo pigiore menbro del corpo; che per la lingua puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio; altressì come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La lingua non à osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.
(650) Manca al n. t. cosa che sia — Abb. suppl. col C. R. 1.
(651) essaucement C. F. R., che propriamente significa esaltazione, da eshaucier, essaucier, innalzare, esaltare.
(652) Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e corr. col C. R. 2.
(653) Il solito errore per sebbene.
(654) ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue n'est pas d'os, mais elle fait rompre les reins et le dos. — Questo proverbio è sempre vivo sulla bocca del popolo.
(655) salvamente hanno tutti i Codd., ed è trad. di sauvement che vuol dire utilmente, sicuramente, senza pericolo.
Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le cose fredde? Sidrac risponde:
Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene, e iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più iscienzia la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le vene e lo cuore e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de' rei omori rinfredda lo cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore induriscie, e conviene ch'egli sia un poco grave (656).
(656) Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li nervi e le vene e 'l coraggio e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo di malvagi omori, et raffredda il quore e 'l corpo e 'l celabro e li menbri; et di quello freddore ène durezza del quore e del celabro. — Il C. R. 1. corrisponde letteralmente al T. F. P.
Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:
Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo altamente quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della morte ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e ricordarsi di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro corpi, e povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le buone ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così puote egli ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.
(657) et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri, et malati di loro corpi et povari C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a cui Deu a done mahain. — Mahain ant. fr. significa propriamente difetto corporale. Il prov. ha il verbo maganhar. Ved. quello che il Muratori (Antich. Ital., Diss. XXVI) scrive sulla etimologia della parola magagna; e ciò che ne dice il Burguy (Gramm. de la Lang. d'oïl).
Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac risponde:
La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e avanzalla (658) e tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina buona, l'uomo non puote avere se non bene e onore e avanzamento e buono pregio, ch'ella tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al suo podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male. L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua volontade (659); chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè l'uomo non puote avere da lei se non onta e vergogna tra la gente, perch'ella non tiene niuna lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la calcatrice (660) fa all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca de' vermini, e ella l'uccide. Calcatrice si è una bestia che sta nell'acqua, con grande testa e lunga; e due volte l'anno inverminiscono molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al sole, e apre la bocca. E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì gli rimonda la bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in capo, a modo di cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e mangiale tutti i vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare l'uccello che tanto bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio guiderdone che gli vuole rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo, nel palato della calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello, si apre la bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria femina all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue volontadi.
(658) Intenderei: renderla superiore agli altri.
(659) Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col C. R. 1. che è conforme al C. F. R.
(660) Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore, che possiamo correggere mercè il testo fr., dove leggesi coquatrix, sapendo che cocatrice nell'ant. fr. significò coccodrillo. Cf. anche Du Cange, Gloss. a Cocatrix. — Brunetto Latini fa del Cocodrille e del Cocatris due animali distinti. „Or avient que quant li oisiaus qui a non strophilos vuet avoir charoigne por mangier, il boute la bouche dou cocodrille, et li grate tout belement, tant que il oevre toute sa gorge pour le grant delit dou grater. Lors vient . i . autres poissons qui a nom ydre, ce est cocatris, et li entre dedanz le cors, et s'en ist de l'autre part, brisant et derompant son oste, en tel maniere que il l'ocist„ Li Tresors, p. 185.
(661) e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.
(662) uno brocco C. R. 1.
Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:
Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le mani sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando il cuore ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote sapere se non per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e allegra; tutti i suoi menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e li suoi aversari sono isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano cosa di cruccio, della ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i suoi menbri sono crucciati e paurosi, e del suo cruccio triemano altressì come fa egli. Gli suoi aversari ànno grande allegreza, e sì si muovono contro di lui, e rinfiamano come egli fae (665). Se lo cuore è savio e provedente, e ama il suo castello e li suoi uomini, egli riceve tutto lo biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene fermo e costante, e gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E se lo cuore è fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè egli non à podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che sono altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si muovono a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore soffera, il corpo non si muterà (667).
(663) Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et ciò che piace al quore si piace al corpo C. R. 1.
(664) guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.
(665) e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.
(666) e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.
(667) che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.
Lo re domanda se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo sanza biasimo. Sidrac risponde:
L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à fatti conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E per questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale, secondo lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo mondo, per molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e per la sua bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e per lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che tali costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo il mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera, se elli l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee amare l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per biltà e per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo senno. Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non abia in lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare, se ella l'ama, chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che odia la femina, e la femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume in loro, sappiate ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.
(668) A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez. del T. F. P.: L'home qui ayme femme qui sesdictes choses a en soy, ou aulcune de ycelles, il n'est mie a blasmer, selon ce monde, et s'elle n'a nulle aultre mauvaise coustume en soy, qui esteigne la bonte, car il l'ayme pour les bones coustumes qui sont en elle.
Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:
La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso, elle sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono la carne e sì s'aconpagniano colle fleme gialle; e le gialle si spandono poi per li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno diventa magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli escono, la carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo dell'uscire, che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna secca e minuta, che apena ne guariscie mai.
(669) La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che si espande per lo corpo, et amorta il calore dell'altre collare; e in tale maniera signoreggia il corpo e si lo ingrassa C. R. 1.
(670) et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient la chair noire la par ou ilz yssent T. F. P.
Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella, quand'ella falla? Sidrac risponde:
Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella si pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella à mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671). La ria femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica e si vanta e si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e quando l'uomo la batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella peggio fa. L'uomo la dee gastigare con belle parole e con promessa e con doni due volte o tre o cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672), l'uomo la dee fuggire e lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria femina ch'è della volontà del diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si dee dilungare da lei e dalle sue volontadi.
(671) Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.
(672) et se a tanto non si amenda C. R. 1.
Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo. Sidrac risponde:
Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua fede (673). Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e non puote essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono essere molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso per lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore, puro e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il cuore e la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei pensieri; allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e di mangiare e di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma legiermente ne può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un poco in sè medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo travaglio non gli vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a non calere (677), e gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli si dee guardare al meglio sè medesimo che un altro uomo; e non gratti (678) più la gelosia, che chi più la gratta, più la prende e più arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al mondo, e in questo mondo e in poco tenpo puote essere dilibero. E se la cosa ch'egli ama non è propia sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande follia, e è diritto folle e stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per perdere lo suo tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come quelli che non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone contra lo vento.
(673) Sottintendi: quella che. — Nel C. R. 2. si ripete: la gelosia che ec.
(674) Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto significare. — Il C. R. 2. concorda col n. t. Forse qualche lume a questo oscuro periodo potrebbe venire dal C. F. R.: la gelousie che l'om a de Deu et de sa foy, chant l'om la despite et parle d'une cosse qui non est ni ne puet estre, et dit mal de sa foy et de sa loy; saches la doit l'om estre mout durement gelous et de grant cuer.
(675) Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo francese: saisissent le cuer; essendo, se non erriamo, evidente che il traduttore, non conoscendo il significato del vb. saisir, lo ha voltato per s'asettano.
(676) reflambent C. F. R.
(677) il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. mettre à nonchaloir significava obliare, disprezzare. È chiaro che qui pure il traduttore non intese il testo, e credè di volgarizzare alla lettera.
(678) Anche il C. R. 2. ha qui gratti e più giù gratta. — Nel C. R. 1. e nel T. F. P. manca questo periodo; il C. F. R. ha grater e grate. Potrebbe questo essere un modo proverbiale, quasi a dire: non istuzzichi di più la gelosia. Ma noi crederemmo piuttosto che nel testo fr., invece di grater, avesse a leggersi guarder (serbare, conservare); e che l'errore del cod. fr. sia stato copiato dal volgarizzatore.
Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:
L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e fargli piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa è che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare gli mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli gli dà, o sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna, ma ch'egli possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie; e quelli pensa in sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi è suo grande nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di bere, e di più maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non trovarrebbe niente quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si dovrebe molto guardare.
(679) car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.
(680) Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si troverebbe nulla di tale.
Lo re domanda: può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? Sidrac risponde:
Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio, che inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che possa suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si travagli di suo corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano alcuna volta; altressì conviene travagliare lo ricco come il povero, che meglio vale che lo travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì come due uomini andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi 'l metterà a cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe; domane troverrà al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo terzo giorno troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto giorno troverrà una gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per la gola. Sapiate che quello onore e quello agio è stato molto rio, che tale fine avrà fatta. L'altro uomo che va per l'altro camino, lo primo giorno troverà una gente che lo battesse molto forte e noll'albergasse, e l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e 'l quarto e 'l quinto andasse più pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una grande conpagnia di gente che venisse contra lui con grande allegreza, e coronerebbollo re, e darebogli grande podere. Sapiate che quello travaglio e quello disagio sarebe istato buono, che a tale fine è venuto. Altressì come aviene in questo secolo: chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene ch'egli si travagli per Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si travaglia in questo mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla chi si fida: e' non è durabile (682).
(681) Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que les poures si travaillent pour leur prouffit, et les riches travaillent de pensees et aulcunes fois de corps.
(682) Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a nome falla chi si fida e non è durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P. mancano di questo periodo. Nel C. F. R. si legge: por cel poi de profit che nos avons; et por ce est fol chi se en fie; car il nen est neent durable. — Noi, sulla scorta di quest'ultima lez., correggiamo a nome in abbiamo; lasciando il resto quale è nel C. L.
Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac risponde:
Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto alla similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à donata non è a lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua anima, se egli vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma, altressì come egli venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli di quello bene ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo fa, lo dee fare umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e sanza niuno broncio (683).
(683) reproche C. F. R. e T. F. P.
Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac risponde:
Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione dell'altra gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che ciò è grande senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si dee l'uomo contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli sia gran signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più cortese e più umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e di buona aria (687). Quando egli à sua ragione a dire, egli dee pensare infra sè medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli sembianti e con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che molte volte l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente e vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando l'uomo è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e cortesemente, con suo pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede che dannaggio non gli venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua cortesia non gli vale nulla, egli si dee contenere follemente, inanzi che lo male gli venga: tra buoni, buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo suo senno non gli vale (689).
(684) misurevolmente C. R. 1.
(685) Per sebbene.
(686) c. s.
(687) debonaires C. F. R.
(688) E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.
(689) Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla lezione del C. R. 1.: si dia contenere follemente, siccome elli sono..... intra' buoni, buono, e intra' folli, folle. — Infatti anche il C. F. R. ha: entre les fol, fol.