Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena nel suo corpo? Sidrac risponde:
La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à elli podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la femina vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano l'una dall'altra, salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una matera di pasta. E si tosto com'egli (567) averà l'aria, per la virtù di Dio, l'ossa gl'induriscono e diventano come noi siamo; e la femmina si richiude sanza niuna mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo tirasse lo dito dentro una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si lorderebbe, e dietro non si lordasse, nè più nè meno come se non fosse toccato (569); simigliantemente si richiude la femmina dopo il partorire, siccome ella non avesse partorito, nè fosse stata aperta.
(565) giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che spezzate averian ritorte e strambe.„ Dante, Inf., 19.
(566) Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma mento ha pure il C. R. 2., e menton il C. F. R.
(567) Intendi: il figliuolo.
(568) bleseure C. F. R.
(569) A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del C. R. 2.: simigliantemente così se l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una scudella di mèle, inanzi al suo dito si lorderebbe, nè più nè meno come se non fosse toccato. — Nè chiaro è il C. F. R.: — ensement si com l'om traist son doy en une escuele pleine de mel, devant, son doit au tirer, s'ouvriroit, et après se recloiroit, come se il ne fust onques touche. — Ma, messo il testo francese della Riccardiana a confronto col francese della edizione Palatina, e corretto, il senso esce fuori abbastanza chiaro: tout ainsi come ung homme tiroit son doy parmy une escuele plaine de miel, devant, son doy au traire, il ouvriroit, et dessus se clorroit, comme s'il n'y eust pas bouté. — Che vuol dire: come un uomo che traesse il suo dito da una scudella piena di miele, il miele, nel trarre il dito, prima s'aprirebbe e poi si richiuderebbe, come se non fosse stato toccato. — Non sapremmo spiegare come il trad. abbia confuso lordare con aprire.
Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno corpo? Sidrac risponde:
La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570) della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo s'acosta altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo secondo giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si ferma (572) la creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro, quant'egli à penato a ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella possa pigliare; chè conviene che l'uomo e la femina sieno di buona tenperanza. Chè se l'uomo è luxurioso, e giace volentieri colla femmina, lo seme cade nella camera fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o forza, quella (574) non si puote pigliare per la sua fralezza (575). E se l'uomo è stato grande tenpo ch'egli non sia giaciuto con femina, e lo seme cade nella camera, quello seme è sì caldo e sì ardente ched e' la consuma e arde, e non si puote apigliare. E se l'uomo e la femina sono tenperati, e la femina sia di calda volontà, e' s'apiglia, perchè lo loro seme si è di buona tenpera; e conciepino (576) a quello acostamento lo figliuolo; e quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di bello modo. E se egli s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo sarà d'altrettale maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso, simigliantemente lo loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta gioioso. E se l'uomo e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro, quello che più vi pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà quella persona ove egli pensano (578).
(570) matrice C. R. 1.
(571) camarelle C. R. 1.
(572) forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.
(573) Fraile è parola dell'ant. fr. che significa frale, debole. — Il C. R. 1. ha: fievole e aguto; per uno strano equivoco del trad., il quale leggendo nel testo fr. foible et aigue ha volgarizzata quest'ultima parola per acuto, mentre invece aigue vuol dire acqua, e qui dev'essere stata usata per acquoso.
(574) Intendi: lo seme o la semenza (semence), come hanno i Codd. R. 1. e F. R.
(575) frailezza C. R. 2.
(576) concepono C. R. 2.
(577) corrucciosamente C. R. 1.
(578) Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una persona, overo l'uno di loro pensasse ad altra persona, dico che quelli a cui ellino più pensano, lo fanciullo rasembrarà quella persona C. R. 1.
Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac risponde:
Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più ama. Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli altri, che furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè dal (579) diluvio; e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione. Per lealtà la buona gente che nascieranno, profetezeranno (580) l'avenimento del figliuolo di Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo veracie figliuolo di Dio (581), che si lascierà morire per diliberare Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo. E per lealtà i buoni che saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi martiri (582), per lo suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e netta come il sole, che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio l'à istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio trapassare (583).
(579) per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(580) profetaranno C. R. 1.
(581) la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(582) si 'l merranno in diverse maniere C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., sull'autorità del C. F. R. che ha: se livreront a divers martires por s'amor.
(583) ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio C. R. 2. — che non trapassa neente il comandamento di Dio C. R. 1.
Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè. Sidrac risponde:
In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo possa avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo diluvio (585) coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano inanzi noi, che erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola della invidia, che di lei disciende; e per invidia e cupideza molti ne perdono i loro corpi, e la grazia che Idio à loro donata. Tre grandi città nascieranno al mondo: le due saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo di Dio, distrutte per cupideza di malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra sarà per acqua; l'altra sarà distrutta, dopo la venuta del figliuolo di Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare e per invidia molti mali avengono.
(584) Manca al nostro invidia è la. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(585) diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo francese che ha: le deluge.
Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:
Leale puote essere l'uomo legiermente, per molti modi: primieramente credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando suo piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le cose del mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e puro; e ch'egli non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e tuttavia si è, fue, e tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e lascierà lo scuro per andare al chiarore; e lascierà la puzza (587) e andrà al buono odore; cioè a intendere, lascierà lo peccato e farà lo bene, e lascierà la 'nvidia e la cupidizia, e piglierà pazienzia e astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè queste tre cose, egli è leale, e per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli angioli, innanzi a Dio a faccia a faccia.
(586) Per distruggere; come dire, disdire; fare, disfare; così formare (creare), disformare. La Crusca registra disformare nel senso di difformare, render deforme, e per esser differente. Il Gherardini (Supplimento ec.) disformare, mutar la forma di che che sia. „Ma così morte l'essenza disforma.„ Zenon. Piet. font., p. LXXX.
(587) putidore C. R. 1.
Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:
La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per loro; e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove di tutte cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo freddo non vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e molle e pauroso, e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere e lo sangue sono quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando egli ànno podere sopra gli altri omori innanzi detti (591).
(588) Che se 'l corpo dell'uomo ène di buona natura, compressionato di quattro compressioni, non è ardito nè codardo C. R. 1.
(589) et se il caldo vince il freddo C. R. 1.
(590) manca lo cuore al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(591) che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito et il quore, quando sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremma sono quelli che fanno il quore codardo, quando sormontano l'altre sopra dette C. R. 1.
Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:
La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina avesse lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo si nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno di buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo. Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo tenpo (594). E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale intenzione e con tale volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare. Quando egli sentirà che la femina sia pregna, non si dee più acostare a lei nè toccalla carnalmente, infino che ella non abia partorito; e dopo lo partorire quaranta giorni. Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò a Noè, per lo suo angelo benedetto.
(592) Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia C. R. 1.
(593) Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il C. R. 1. ha: fiore, e il C. F. R.: flors.
(594) Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.
Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento del mondo? Sidrac risponde:
Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come sono asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo sudore dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida. Furono dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre cose, che molto sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio gli à fatti; per la sua volontà sono creati.
(595) La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel C. R. 1. manca questo Cap. Non resta dunque che a consultare il C. F. R., e l'ediz. Palat. Ma questa se la sbriga senza parlare d'asini nè di giumenti. E nel C. F. R. sta scritto così: Dieu fist toutes cosses dou monde; mais aucunes ya que nefurent pas faites dou comencement dou monde; mais par le consentement Deu et per sa volente, et per latemprement des natures sunt depuis faites M. et M. furent depuis crees por la volente de Deu dame. Et poils furent puis fait de la suor de l'omo. — Io suppongo quindi che per errore sia stato scritto Deu dame in luogo di dame Deu, che trovasi usato nell'antico francese, e che è conforme al nostro domene Dio; e che il traduttore abbia letto, invece di dame, dane, d'âne, onde gli sieno usciti dalla penna gli asini e le giumente. Notisi ancora l'errore di avere volgarizzato poils (peli) per pelli.
Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac risponde:
Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per lui servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli nodriscie e gli sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597); lo sole gli scalda e gli crescie. Simigliantemente le continue (598) vivande, che l'uomo vuole cuocere, vi conviene di quattro elimenti: vasello e acqua e fuoco e aria; nè altrimenti non si potrebe cuocere (599).
(596) l'esveile C. F. R.
(597) rinverdisce C. R. 2.
(598) comuni C. R. 2.
(599) Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire, si convient IIII cosses: vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet cuire.
Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:
Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di giugno, che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello giorno o in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua arabbiano; e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà arrabbiata, o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che nol tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia facto (604); nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la rabbia s'apressa sì forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena, e dannaggia l'altre genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee pigliare uno suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la metta in sulla bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di quella pena. Le genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli potrebe molte genti e bestie damangiare (607), per la sua morsura rabbiosa.
(600) manca alli al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(601) manca che al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(602) pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi pissace nell'ant. fr., pure credo che siasi potuto usare, vedendo pisser registrato dal Du Cange (a pissare).
(603) se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.
(604) ove levame sia stato C. R. 2. — Levame è trad. di levain (lievito).
(605) perchè non faccia danno a niuna altra persona C. R. 2.
(606) uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel C. F. R.: I. sayas. — L'ant. fr. ha séas, saas (staccio); séel (sigillo).
(607) danneggiare C. R. 2. — Damangiare è trad. del franc. damagier.
Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac risponde:
L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia vola e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto giorno fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno gli nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e quando egli à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone. Non è già che tutti i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che tanto vivono; che l'uno muore, e gli altri sono uccisi; gli altri, divorati da uccelli e da bestie, in questo modo sono consumati.
(608) Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce qu'il renovele et despoille sa viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha: et l'air et le vent le refroide et le tient freschement, et pour ceste raison il doibt plus viure.
(609) Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel T. F. P.: — Le serpent demeure tousiours soubz terre et soubz les pierres et boit la froidure de la terre, et est tousiours fraiz et nouveau.
(610) Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che l'aquile.
(611) Manca tacca al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice del basilisco che ha: „tacche bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni); „blanches taches„ nell'orig. franc.
Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose del mondo, e si le partì alle genti, (613) e gli diede iscienzia di travagliare e di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre creature diede che si mangiassono bestie con bestie, e uccelli con uccelli, e pescie con pescie; mangia l'uno l'altro; e a loro à dato iscienzia di mangiare lo frutto della terra; in quello modo passano loro tenpo.
(612) Nel C. L. questo cap. è intit.: Lo re domanda le cose che Iddio fece pensò egli? — Abb. corr. col C. R. 2., che è conforme al testo franc.
(613) Manca al nostro alle genti. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac risponde:
Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore dignità che lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che à lo signore, dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre criature movevoli che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno alena movibile (614). E quando elli sono morti, si diventa quella lena neente. Simigliante (615) tutte l'altre criature, salvo l'uomo e la femmina.
(614) Il nostro testo ha: innabile. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R.: aleine mouable; e dell'ediz. Palatina: alaines mouvables.
(615) Simigliante sono C. R. 2.
Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto noi facciamo? Sidrac risponde:
Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno, simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo suo frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo, sarà più forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora non sarà; l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi più vivere per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in quello tenpo, chi viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà menomando di loro vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo insieme e in vizii. E simigliantemente l'altre criature andranno menomando di loro vita e di loro corpo e di loro forza.
Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:
Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe sapere, se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e che voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro amico. Quelli avrà uno buono amico, cui elli amarà (617) molto; e quelli richiederà di sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà savio e provedente, e penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e perciò m'à egli detto lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io diciessi al mio amico lo suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico, e perch'egli sappia che lo re ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele dirò un poco iscuramente, perch'egli non possa intendere come nè quando. Similmente è del segreto di Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono amico e suo figliuolo, cioè a intendere lo verace profeta, che verrà nella Vergine. Quelli saprà tutto lo segreto di Dio, che egli medesimo sarà (618); e sarà intra 'l popolo come uomo; e farà tutto quello che farà uomo sanza peccato. Anche fiano altri, sapranno lo segreto di Dio, cioè fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli che profeteranno la venuta del figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619) già tutto lo segreto di Dio, ma tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro per lo suo sancto spirito manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tutto, come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo di Dio sarà domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli risponderà che sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente; perchè niuno sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè sapere lo quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può essere uno giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma bene troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti, farà poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo mondo, e lo suo podere lo governa (623).
(616) basterà C. R. 2.
(617) quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(618) Sottintendi Dio.
(619) Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(620) Anche qui pare da sottintendere Dio.
(621) Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tucto, si come che saprà elli medesimo e che saprà tucto, quando lo figliuolo di Dio sarà domandato in terra e detto: lo mondo durerà egli mVII. anni? E egli risponderà che si. E detto anco li fie più volte, risponderà oscuramente, perchè nullo nollo sappia, nè sapere possa lo segreto del padre. — Ed ecco ora la lez. del C. F. R.: — Mais le fis de Deu, chi est seignor et tout puissant cil meysmes, saura tout. Au fis de Deu sera domande en terre: durera le monde mVII. ans? Il respondera: oil ou plus, et le dira oscurement.
(622) a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(623) Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.
Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? Sidrac risponde:
Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i capelli infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola, presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie. Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627), che non vivono se non di pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito (628); e non possono sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande uccello (629); e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli n'ànno grande dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro piuma non si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro corpo. E sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento uomini o più. E quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a' nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande abondanzia (635); e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre maniere di gente v'àe che non le conto.
(624) mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.
(625) Al C. R. 1. e al C. F. R. manca molta grande: onde in essi corre meglio il senso.
(626) infino C. R. 1.
(627) gente cornute in guisa di montone C. R. 1.
(628) gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso d'uno palmo, della grossezza d'uno dito C. R. 1.
(629) con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione d'uccelli C. R. 1.
(630) Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il quale uccello cova nel fuoco, o fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.
(631) Plumee fr. deve essere stato usato nel senso di plumail che significava ogni specie di animale che avesse piume. Infatti nel T. F. P. si legge: et font pigeons au feu, et leurs pigeons ne ardent point.
(632) Terra ferma hanno altri Codd.
(633) au deable C. F. R.
(634) che vi capiono C. R. 2.
(635) et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche C. R. 1.