Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac risponde:
Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare; s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa (506). Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà più (507).
(502) regname C. R. 1.
(503) assettata in sedio di re C. R. 1.
(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo secolo la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento C. L. — Lo reame è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo reame si è el corpo e 'l ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait en ceste secle et la bone garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son comandement C. F. R. — Afait potrebbe essere errore per afaitié, afetié, poli, ajusté, da afaiter, orner, parer ec.
(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — Conciosiacosachè è traduz. erronea di ja soit ce que, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto magiormente ec.
(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di comandigia non reca che un esempio solo la Crusca.
Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:
La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.
(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.
(509) se li aviene C. R. 2.
(510) buone vivande e umide C. R. 2.
(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato rinfebiliscono perchè lo crediamo traduzione di afebloient (da afebloir). Il presente capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere quale fosse la parola francese corrispondente a rinfebiliscono. È noto che la Crusca registra infiebolire e infiebolito.
Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:
Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a' suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia (514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.
(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere istrolomia. — Il prov. ha: estrolomia; e più sotto strolomia ha il C. R. 2.
(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di ristabilire rettamente il senso, correggendo dello figliuolo di Dio, sull'autorità del testo francese: une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del C. R. 1.: che sarà apellata la magione di Dio.
(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.
Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac risponde:
Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e dall'uno a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo, contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i' loglio (521) tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne (525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.
(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra? E questo titolo è necessario tener presente alla memoria, per intendere ciò che segue.
(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece di Pietro, padre de' padri; e pere des peres ha il C. F. R., mentre Pietro ha pure il C. R. 2., come il L.
(519) Per accomandato. Comander franc. e comandar prov. hanno il senso il raccomandare.
(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.
(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che gramigna e gremigna.
(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra famato, nè risia.
(523) Così hanno tutti i Codd.
(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola amonesteors del testo francese, che vuol dire propriamente consigliere, da amonester (ad monitare) consigliare. — Il C. F. R. ha: amonesteors prechors. Prechor significa predicatore, da precher.
(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.
Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al peccato. Sidrac risponde:
Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.
(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.
(527) en soi C. P. R.
(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.
Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac risponde:
La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo fievole, e lo grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser fatte (531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua uopera (533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo merito (534).
(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.
(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.
(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.
(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: Roy Daniel.
(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.
(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa deserte avoir. — E siccome deserte avea il significato di merito e di ricompensa, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire, è degno di avere la sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la seconda volta.
Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac risponde:
Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.
(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.
Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:
Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre gentileze. L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate che quelli non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di buona aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni sono in lui, questi è gentile uomo.
(536) dibuonaire C. R. 1. — De bon aire si disse nell'ant. fr. per di buona indole; onde poi debonaire, per buono, dolce, affabile. Anche il prov. ha de bon ayre, ma non l'aggettivo debonnaire, rimasto esclusivamente al francese.
(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del vb. enseigner, enseigné, nel senso di dotto, sapiente. E il trad., avendo trovato enseigné ha voltato in ital. insegnato. Insegnato registra la Crusca per ammaestrato, e per accostumato, scienziato, dicendo di quest'ultimo significato, ch'è maniera antica che viene dal Provenzale.
Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac risponde:
Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538) isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo calore. E quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso alla terra, lo calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a sapere lo calore del sole si de' intendere che scalda la terra di notte, quando fa lo suo torno.
(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo notare che freidor è parola schiettamente provenzale. Il franc. ha froit, freit, froideur, froidour.
(539) Il C. L. ha: con travale (travail, franc.). — Abb. corr. col C. R. 2.
(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la lez. del nostro stranamente confusa ed errata.
Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi per neuno segno? Sidrac risponde (541):
Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro occhi sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li dolci coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi, per la ria coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e non possono essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono molti mordabili (547) e pieni di maltalento, e si vanno molto dismisurando (548); e ciò che ànno (549) in cuore dimostrano in loro faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro detti (550).
(541) Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi posto il titolo come sta nel C. R. 1.
(542) Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno conoscenza. Ma oltre il senso, ci fa avvisati dell'errore il testo francese che ha: conscience; ed il C. R. 1. che più sotto ha: coscientia. Onde noi abbiamo corretto secondo quest'ultima lezione.
(543) permanevole C. R. 1.
(544) mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di saggio, ragionevole, moderato, come mesure di saggezza, ragione. Anche il C. R. 2. ha misurevoli.
(545) Per cuore, secondo l'ant. significato di questa parola, sia in ital. che in franc. ed in prov.
(546) conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(547) mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa parola, come non ha mordabili l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.
(548) desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. desmesure ha il significato di disordine, ingiustizia; e desmesurer, disordinare. Qui dunque è da intendere vanno molto disordinando, commettendo disordine. La Crusca ha dismisura, dismisuranza e dismisurare, di cui reca l'es.: Se uom dismisura, Conservando leanza, Non fa dismisuranza. Rim. ant. P. N.
(549) ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(550) Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et il veleno ched ène in loro coraggi si e' dimostrano in loro detti et in loro fatti.
Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:
Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una torre di XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del mondo del suo tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo padre, e comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.
(551) creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso creire (credere) con crier (gridare). Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee correggersi crederanno.
(552) estages C. F. R.
Lo re domanda: perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac risponde:
La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così fatto, che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi che fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto, se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete nè freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli non avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli diede il nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando egli fosse costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea perduto, che per pene e per travaglio gli conviene ricoverare.
(553) Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice: Perchè non tolse Iddio all'uomo, quand'egli avesse mangiato una volta, ch'e' se ne potesse sofferire una settimana?
Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac risponde:
Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco, e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi. Ma lo povero àe più forte compressione (556) che lo ricco, per lo travaglio che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo potrebbe canpare uno solo punto.
(554) Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R. 1. e F. R. Noi crediamo che abbia da correggersi complessione, perchè più sotto, dove il nostro ripete comparisione, il C. F. R. ha: complecion; e il C. R. 1.: compressione.
(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra famulento, ma non famuloso.
(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac risponde:
L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare (558). Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona (559) più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.
(557) rigorosa, severa.
(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure, car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche comme le poure.
(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.
Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:
L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui, se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo; perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.
(560) Il solito errore già notato indietro. Corregg. sebbene (ja soit ce che).
Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono? Sidrac risponde:
Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente (561) come il buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del buono, perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562). Simigliantemente colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à magiore allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come una gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento sospigne tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si ronpe, e tutta la gente n'escie fuori in una piccola piazza (564); e truovano due fiumi molti correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno de' ponti è molto fermo, e l'altro è molto debole, che non potrebe sostenere uno uccello. Di là dal forte ponte si à uno ricco uomo, e tiene molti vestimenti intorno di lui, e è in uno bello giardino. Egli chiama quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e dicie loro: venite a me, e passate sicuramente su per quello ponte, e io vi menerò in questo giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte, perchè egli è molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà sostenere; anche v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi uncini, che, così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi piglieranno cogli uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e vedono l'altro ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco. Quelli che passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e messi nel bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo debole ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini, e metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la ira di Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra significa la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono uomo che siede in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è Iddio; gli vestimenti, di che egli vuole vestire la sua gente, si è la grazia; lo giardino si è lo paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino di Dio; lo rio ponte si è lo cammino dello 'nferno; i gioganti e gli uncini si sono i diavoli e gli loro ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi vuole avere l'amore di Dio si passi al sicuro sopra il forte ponte, e sarà vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico; e chi passerà sopra il debole ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del diavolo, e sarà messo nel fuoco dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee odiare l'amistà del diavolo, perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel fuoco dello 'nferno. Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale amico?
(561) Per facilmente.
(562) Nel Codice pare che debba leggersi perdure; corretto da noi in perduto, sull'autorità del C. R. 2. e del C. F. R.
(563) Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare quello che avea perduto, che non à di quello che àe in suo podere.
(564) en une petite place de terre C. F. R.