Cap. XXIX.

Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore? Sidrac risponde: (442)

Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno conpiuto lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti, ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per necessità di cose corporali; altri per battaglia e per molti altri modi; chè niuna anima del mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine che Idio gli à dato. Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo termine, simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo e per la sua volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben fare, e sarebe dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo termine al suo signore e al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446) di mal fare, già arebe (447) bene fatto. E semigliante fanno le genti del bene e del male, per la loro volontade. E di qual maniera egli muoiono, della giustitia di Dio non possono fuggire, chè al suo giudicamento conviene passare (448) i buoni e i rei.

(442) Questa rubrica nel C. L. dice: Lo re domanda come vivono le genti ch'età muoiono tosto e quanta diede. Mancando il senso, nè potendo giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del C. F. R., abbiamo posto il titolo quale trovasi nel C. R. 1.

(443) Per malattie, come trovasi negli antichi. Il franc. malice non ha questo significato; trovasi però maligeux, agg., di debole salute, e maleza prov. per malattia.

(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(445) Da foris facere fecesi forfaire, e in ital. forfare. Alcuni credono che il prefisso for delle lingue romane, sebbene abbia relazione col lat. foris, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso germanico fair, far, for.

(446) fosse C. L. — Abb. agg. si dal C. R. 2., necessario in questo luogo, per il senso che ha sofferire di astenersi, conforme a' due es. citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il vb. sofferir, e in prov. sufferre, sufrir. Cf. Roquefort, Gloss.; Raynouard, Lex.

(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano sarebe, noi abbiamo corr. arebe, e perchè altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha: auroit.

(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.

Cap. XXX.

Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla sua similitudine? Sidrac risponde:

Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per quella parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza; che egli è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno uomo; e questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui simiglianza che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe inteso ch'egli non sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo figliuolo e lo sancto spirito venisse in terra, e (450) quello medesimo uomo dilibera (451) dal podere del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si disse egli anche: noi faremo uno uomo, però ch'egli volle che noi fossimo degni d'avere parte del suo regno, chi (452) servire lo vuole. Ancora ci diede pura iscienzia di sapere, che noi siamo la più degna criatura del mondo.

(449) e allo spirito santo C. R. 2.

(450) por C. F. R.

(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.

(452) a qui C. F. R.

Cap. XXXI.

Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:

Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature ch'egli fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento. E per quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e sono e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare al nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio fece, che non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo fare che noi facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo altressì savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere, ch'egli è possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto lo mondo. Egli è più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e saranno di lui muovono. Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non avrà. Però ch'egli volle enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo loro argoglio, ci à elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che siamo alla sua simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e altra simiglianza che la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua conpagnia. Ma noi v'enterremo, cioè quelli che degni saranno, e gli suoi comandamenti faranno.

(453) Per poichè; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato il quant, quand dei Francesi.

(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XXXII.

Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta? Sidrac risponde:

Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il corpo, ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra l'acqua; e allora, quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e diventa nulla. L'anima non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza l'anima al corpo.

(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el suo corpo.

(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci le boit com la terre reboit l'aigue; adonc le prent le cors et le boit et le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la scaglia dovrebbe essere trad. del fr. le chaille; ma mi pare evidentemente un errore. Sul modo di correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa significare il chaille fr., e non parendomi ch'e' possa corregg. in echaille. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli cambia et viene in niente.

Cap. XXXIII.

Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac risponde:

Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra si ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si parte; altressì il fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima regione del sole, cioè della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del mondo escono del sole e al sole ritornano.

Cap. XXXIV.

Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la metà del sangue e più? Sidrac risponde:

Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è nell'anima, che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco sangue che vi dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e l'anima sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457) corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima, altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che il sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non perde il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e diviene nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì diviene dell'anima e del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo comandamento; e per la lena che di bocca gli uscie (di quella lena gli donò l'anima), altressì si ritrae al suo comandamento; e ella aventa, secondo ch'ell'avrà servito in questo secolo (458).

(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.

(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per cel comandement elle aura, seguont ce che elle aura deservi en cest siecle.„ Notisi il seguont (segont, selon) di cui nota il Burguy trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime alla lingua d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo aggiunto il si sulla scorta del Francese. — Di aventare reca un solo esempio la Crusca, nel senso di crescere, allignare. Ma noi crediamo che il nostro aventa abbia piuttosto il significato dell'avantar provenzale, avvantaggiare, avere vantaggio (esse potiori conditione): l'anima si avvantaggia, si nobilita, secondo i proprii meriti. Nel C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà servito in questo mondo.

Cap. XXXV.

Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione? Sidrac risponde:

Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo sangue, e dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di terra, è fredda; lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima, ch'è fatta d'aria, si è calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il calore che è della lena di Dio, si è l'anima, che la lena si è di due cose: aria e calore (459). E quello calore che a l'anima (460) dà la lena di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura inforza (461) il sangue e lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono al corpo, e si fa gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.

(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è calda, kè alena si è due cose: aiere e calore C. R. 1.

(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha esforce, da esforcer, fortificare, rendere più forte. Isforzare, trad. letter. di esforcer, non ha in ital. questo significato.

(462) Abb. aggiunto et elli scalda, dal C. R. 1.

Cap. XXXVI.

Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:

Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del mondo a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che allora fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465) diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal cominciamento del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime fossero facte a una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente fue lo suo comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora furono conpiute tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino allora che 'l suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna criatura che nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento; anzi è il suo nascimento  (467) comandato dal cominciamento del mondo; chè 'l buono signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto, insiememente come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a tucti (468).

(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.

(464) a l'octa C. R. 1.

(465) in C. R. 1. e C. R. 2.

(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.

(467) sua nascenza C. R. 1.

(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza senso. Al C. F. R. manca. Noi abbiamo per conseguenza adottata la lez. del C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.

Cap. XXXVII.

Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:

Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471) nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono dannati, elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte chegiono perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non faranno, e in questa promessa attendono (474).

(469) Abb. agg. avere. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.

(470) Abb. agg. Dio dal C. R. 1.

(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per fede, nè per uopera. — La stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.

(472) suo comandamento C. R. 1.

(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.

(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1., che va daccordo col francese: s'elli sono dampnati non sono duramente tormentati; ma kelli ke bene conoscono e suoi comandamenti, e no li vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke muoiono non si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa manterano.

Cap. XXXVIII.

Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio? Sidrac risponde:

Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che Iddio fece, altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da noi, e che noi gli crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore in Dio lo creatore, e grande odio al diavolo.

(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso essere sulla scorta de' Codd. R. 2, e F. R.

Cap. XXXIX.

Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:

Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo secolo, anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo secolo, e pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo secolo nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del suo comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l figliuolo di Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno coll'anime in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli, che mai non averà fine.

(476) ma non muoiono C. R. 1.

(477) Abbiamo agg.: E quelli che; poichè altrimenti il senso non torna. — Il C. R. 2. concorda col C. L.

(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XL.

Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono? Sidrac risponde:

Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione d'Adamo monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le tenebre sono e lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e lo giorno e la notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e noi servono in questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e che noi tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro ventre e tutto consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono o rio (479).

(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons corporellemente; ce de quoy nous vivons en la terre, qui tout engloutte en nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond corporel.

Cap. XLI.

Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:

Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa, ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli suoi angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i buoni, quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col corpo e collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a liberragli, e per loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli suoi amici. Chi è quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo morire? Sapiate di verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate che ciò sarà, e sarà grande guidardone che Idio loro farà; che niuna anima potrebe pensare lo bene nè l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai buoni.

(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., che concorda perfettamente col C. F. R.

(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(482) Per onorerà, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.

(483) Per solamente, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato,„ ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.

Cap. XLII.

Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:

Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno avrà più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il figliuolo di Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello (487) che li suoi dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà comandato della sua bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in luogo di ministri (488), vedranno la fragilità della fievole carne della gente, e allora faranno uno comandamento più leggiero, ch'egli ànno il podere di ciò fare, dal podere di Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna delle nazioni crederà essere migliore l'una che l'altra, al loro parere; ma tutti saranno come in uno grande giardino, ove avrà molti albori, e l'albero che più renderà al giardino, lo giardiniero più l'ama e più lo 'nnacqua e tienlo più caro (489). Simigliantemente saranno tutte le nazioni e le generazioni che crederanno nel figliuolo di Dio vivo, e lo suo comandamento (490): quelli che più fermamente terrà sua fede e suo comandamento, quelli sarà più presso di lui in cielo e in gloria.

(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(485) ligniagi C. R. 2.

(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des autres.

(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.

(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del C. L. Dobbiamo però avvertire che in esso C. R. 2. si legge, invece di lo giardiniero, lo giardino, che a noi è parso errore da potersi senza esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha jardinier.

(490) ed al suo comandamento C. R. 2.

Cap. XLIII.

Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac risponde:

Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non faccia a niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in terra a morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio avrà in lui, si lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare nella sua compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per l'astinenzia, andranno egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono amore in Dio, egli à buono amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e la sofferenza e l'astinenzia in lui, egli à l'amore di Dio in lui.

(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e giustizia e astinenzia, e che l'omo non faccia a nullo quello che non volesse che fosse fatto a lui.

(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.

(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XLIV.

Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la più degna e la più bella? Sidrac risponde:

L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più benedetta; chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta della lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei isguardare (494); e si istà inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più sicura cosa (495) che Idio abia fatta; ch'ella è buona, e sicura ch'ella sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria, tra gli agnoli, e non avrà mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè dolore nè tristizia nè invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e letizia delle sue benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia fatta; chè egli benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì grandissima, che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà benedetta per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la seconda volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che giudicherà i buoni e' rei.

(494) Il C. F. R. ha garder, che noi crederemmo usato qui nel senso di proteggere. Potrebb'essere che il testo francese da cui fu tradotto il nostro avesse esgardeir, esguarder, che fu adoperato per consigliare.

(495) Abbiamo agg. cosa da' codd. R. 2 e F. R.

(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: mais tous iors ioie, ec.

Cap. XLV.

Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:

L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.

Cap. XLVI.

Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie anime? Sidrac risponde:

In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone (498) anime vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.

(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.

(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.

(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.

Cap. XLVII.

Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:

Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi; simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.

(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la compagnie Deu. Chi corr. ki. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità dell'anima; imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke s'apressi a lui, se di chel male non guarisse.

(501) simigliantemente è C. R. 2.