Lo re domanda (371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:
Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo suo figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli era (372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo entrare alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per lo padre; e l'angelo gli diede tre granella (373), e disse: portale allo tuo padre, e mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste granella lo diliberrà della grande infermitade: e lo comandamento si è a cinque giorni e mezo. E egli si partì e ritornò a Adamo (374), e missegli le granella in bocca, e contogli quello che l'angelo gli avea detto. E disse, padre, non ti isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a cinque giorni e mezo tu guarresti (375). E Adamo sospirò, e disse: sappi che lo giorno di Dio è mille anni; e poco stante e egli trapassò di questo secolo. E i diavoli presono l'anima sua con grande allegreza, e misserla nella sponda del ninferno. I novecento anni che Adamo vivette significano quello ch'egli fece disubidienzia verso Iddio, e dispectò la (376) conpagnia de' nove (377) ordini degli angioli (378). Le tre granella significano che nascieranno di loro albori, de' quali legni fia fatta la croce, sopra la quale fia crocificato e morto lo figliuolo di Dio. E Adam guarirà della sua infertà (379), per quella (380) morte che lo figliuolo di Dio farà, sarà diliberato dello inferno, e tutti gli amici di Dio con lui. I cinque giorni e mezo significano cinquemilia cinquecento anni (381).
(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. e disse, stando alla lez. del C. R. 2.
(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.
(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.
(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. a.
(375) guariresti.
(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(378) les CIX ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist desobedience vers Deu, et si despita la compagnie des IX ordens des angles C. F. R.
(379) sincope d'infermità.
(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa del C. R. 2. e del C. F. R.
Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono? Sidrac risponde:
Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo pome che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di natura (382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura (383), siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la morte (384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una generazione apresso l'altra per la vita, simigliantemente saremmo (385) mutati allora di volto in volto (386), e alla fine saremmo stati tutti simiglianti agli angioli.
(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno matura, ma a noi è parso meglio corregg. di natura.
(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto siccome, essendo evidente che è stato scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è naturale.
(384) Crediamo questa ripetizione la morte un errore dell'amanuense.
(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a mont T. F. R. Tre varianti che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che abbia da leggersi di volta in volta.
Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano? Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno (387) medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno. E questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado (388), o ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in fuoco o anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli sieno morti per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo loro ben fare non puote essere perduto (389). Questa maniera di morte non nuoce loro niente. Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna cosa, per fragilitade della fievole carne, si è loro tutto perdonato, per la grazia dell'aspera morte. Che della (390) morte de' malvagi uomini, che non credono in Dio, e non fanno lo suo comandamento, egli non ànno grande proficto (391), quando egli giacciono lungamente in infermità, anzi ch'egli muoiano. La loro morte è ria, ch'egli non sono mica morti in Dio (392), nè solamente (393) nollo vogliono pensare; e però la loro morte è molta pessima. Non credono mica quelli che viveranno lungo tenpo dopo noi, Idio del cielo mandi loro buona ley (394) e li X comandamenti (395), già sia cosa ch' (396) egli siano credenti in Dio, se egli non servano i dieci comandamenti, che Iddio loro averà mandati, egli morranno in quell'aspra morte, nè loro profitterà niente (397). Anche non credono gli altri, che viveranno dopo loro grande tenpo, che lo figliuolo di Dio si scienderà (398) in terra, e loro comanderà una buona legge e giusta, e crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli che non faranno i suoi comandamenti, che a loro saranno comandati per li suoi ministri, già l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto (399), anzi loro nuocie.
(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e C. F. R.
(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre perdus C. F. R.
(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.
(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il volgarizzatore non seppe come tradurla. L'ant. fr. ha loy, ley, legge.
(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo comandamenti il C. L. ha: che Idio; ed essendo chiaro l'errore da ciò che segue, abbiano soppresse queste parole.
(396) Intendasi avvegna che, come ha il C. R. 1. Già sia cosa che è trad. lett. del franc. ja soit ce que, che significa appunto quoique, bien que.
(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor profitera neent. Il C. L. ha: nè loro perfettamente; il C. R. 2.: nè loro profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente. Proferà supporrebbe un infinito profare, forse fare pro recare utile, non volendo crederlo errore per profitterà. Tutto questo periodo, assai confuso, ci pare da intendere così: Quelli che viveranno dopo noi e avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da ciò alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci comandamenti.
(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha: già fia l'aspra morte non loro perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le lezioni degli altri codd. ital.
Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac risponde:
L'anime vanno nell'altro secolo simigliantemente come lo malfattore (400) si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti; non gli fanno altro (401) se non la giustizia; e simigliantemente, come l'anima si dee partire del corpo morto (402), se ella è (403) ria, si ragunano grande quantità di demoni, e si la portano in ninferno (404), e se l'anima è stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la (405) conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e lo (406) diliberrà (407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo suo creatore, ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai (408). Ma al tenpo della credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre modi: quelli che avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza, e avranno fatto lo suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà dal corpo, si raunerà (409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia dell'angelo che l'averà guardato nelle percussioni (410) e nelle tribolazioni; elli lo porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la meneranno nel paradiso celestiale. La seconda maniera, di quelli che muoiono e ànno facto assai male e poco bene, e poi si confidano (411) nella fede, la quale lo figliuolo di Dio àe loro donata e comandata, e s'amendano (412) inanzi la loro morte, quando l'anima loro escie del mortale corpo, si viene l'angiolo di Dio, e si la piglia, e dalla al malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo dello 'nferno che si chiama lavatorio (413), cioè purgatorio, di vizii di questo secolo; egli la mette in quello luogo, e no le puote poi più malfare (414), se non quello che lo buono agnolo averà comandato. E quando ella è lavata e purgata quello ch'ella dee (415), e viene lo buono agnolo, e pigliala, e mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri buoni (416). La terza maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo avrà mal fatto, e stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e del comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e piglialla, e portalla a grande onta (417) e a grande vergogna, e mettolla al fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non avrà.
(400) li mali factori C. R. 1.
(401) altro male C. R. 2.
(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.
(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(404) in onferno C. R. 1.
(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.
(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(407) quando el figliuolo di Dio discendarà ad inferno e strugiarà el diavolo e delibarà e' suoi amici C. R. 1.
(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: tos jors, tos dis, tos tans, ma non trovo esempi ne' quali a questo avverbio sia aggiunto mais, conforme al nostro sempre mai. — Sarà radice di ninferno ci pare da intendere: avrà radice nell'inferno, sarà abbarbicata all'inferno.
(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano persecutioni, non ci pare di poter tenere per errore percussioni.
(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R. leggesi: se porpencent; da porpenser, che vuol dire meditare, riflettere, pensare; onde se porpencent de la foy, significherebbe meditano, pensano della fede.
(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori ambedue. Il C. R. 2. ha: lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata dall'Amyot. Cf. Dict. de l'Acad. Franc. — Lavatorio manca alla Crusca.
(414) molestare C. R. 2.
(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.
(416) le buone anime C. R. 2.
(417) ontia C. R. 1.
Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac risponde:
Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che saranno fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una, d'allegreza e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli non disiderano di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli che Iddio veggono.
Lo re domanda: chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? Sidrac risponde:
Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco e di terra; e sì à quattro complessioni (418) in sè. E poi ch'egli fu formato, Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita, e gli donò la signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli fosse signore in terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva la sua parecchia (419), e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome voi avete udito inanzi. E ella (420) si uscì fuori de' suoi comandamenti, e incontanente fu ispogliato de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del paradiso.
(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano comparazioni e comperazioni, noi abbiamo creduto di correggere complessioni, stando al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions; parendoci che dalla lez. de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il presente cap. manca al C. R. 1.
(419) I due codd. fior. hanno parrocchia, errore manifesto, che noi abb. corr. in parecchia, nel significato di pari, simile, come in quel verso di Dante: „Salendo su per lo modo parecchio — A quel che scende„ (Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre cattiva, che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e questo pure crediamo errore per pareille. In provenzale parelha vuol dire compagna, femmina, ed altri potrebbe forse supporre che il volgarizzatore toscano abbia voluto dare a parecchia questo significato, come già lo ebbe par nel basso latino e per nell'ant. francese, i quali si trovano usati per isposa, compagna.
(420) elli C. R. 2.
Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac rispuose:
Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo mortale (421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e egli la mena ove egli vuole, et ella (422) lo porta, simigliantemente aviene del corpo e dell'anima: che cioè (423), che 'l corpo parla e fae si viene dall'anima, conciosia cosa che (424) 'l corpo abia volontà di fare alcuna cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che lo corpo: chè il corpo è fatto di terra; e in terra dee ritornare, e morire gli conviene. Perciò non à egli così forte natura, come l'anima, che morire non puote, nè niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore podere sopra lo corpo, che il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte volte delle cose vietare al corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima; e perciò dician noi che l'anima governa lo corpo, e fallo muovere a parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l corpo non puote fare all'anima. E questo potete voi vedere chiaramente: quando l'anima si parte dal corpo, lo corpo rimane la più laida carogna (425) che sia nel mondo, che parlare nè muovere non si puote. Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore nè mica, ma ella va a ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto in quello corpo ov'ella è stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in quello tempo (426) ch'ella sia istata in quello corpo (427), ella sarà pagata. E però de' avere l'anima magior colpa che lo corpo: che per lei fae lo corpo tutti gli argomenti (428) ch'egli fa. Che s'ella non fosse consentiente del male ch'egli fa, dunque non sareb'ella dannata; nè non sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo facesse, che 'l corpo avrebbe (429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli argomenti che lo cuor pensa (430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e dannata che 'l corpo.
(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale C. R. 2.
(422) Abb. agg. et dal C. R. 2.
(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(424) Qui come indietro ja soit ce que (avvegna che) è stato trad. per conciosiacosache.
(425) carogna (ant. fr. charoigne, carongne), dal nom. lat. caro, è la carne senza spirito, il cadavere.
(426) tempo manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.
(428) Qui argomento pare che abbia il significato di azione. Nel C. F. R.: argumens.
(429) manca al C. L. chè 'l corpo avrebbe. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.
Lo re domanda: l'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:
L'anima si è spirito (431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè morire non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime fossono in su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non avrebbe, e pigliare non si potrebe. E sì gusta (432) e sente l'anima grande gioia e grande pena e grande gloria e grande dolore: chè, quando la buona anima si parte di questo secolo, incontanente ricieve ella vestimento di gratia e di gloria, sente la gratia e la gloria di Dio, e stae (433) tra gli angioli, che mai non avrà fine (434). E la ria anima, quando ella si parte di questo secolo, incontanente riceve vestimento di pene e di dolore, e incontanente è menata allo 'nferno e al purgatorio, là ov'ella à servito (435) di stare. S'ella è in ninferno, ella vi sta sanza fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi incontanente monta in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di gloria; e questo sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà (436) in terra.
(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.
(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(433) Abb. agg. stae dal C. R. 2.
(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai non ànno fine C. R. 2.
(435) a deservi C. F. R. — Desservir nell'ant. fr. ha il senso di meritare, come in alcuni es. di ant. scritt. ital. ha servire.
(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres la venue dou fis de Deu en terre.
Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac risponde:
Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno cammino pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in sè medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro. Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i miei diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non mi cale che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia, e menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io arò pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale di tutte le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e l'anima è lo valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che del valente, per molte cose.
(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Al dirieto è trad. del franc. au derain.
Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:
L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo, dentro e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non abita giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi abiamo contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però dogliono elle; ma chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.
Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è tutto fuori? Sidrac risponde:
L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a poco, tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra terra, e conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e l'uno fa arostito e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli fieno buoni a mangiare. Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo perde lo suo sangue, di qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia infievolendo; e quando lo sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo pescie sanza acqua, che si truova in terra; e allora si parte di quello medesimo cuore, che non vi puote più dimorare, ch'ella à perduta la sua innodritura (440), simigliantemente come lo pescie l'acqua, e a ciò si conviene allora partire per forza. Lo pescatore dell'anime buone o malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo o diavolo, la piglia, e portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e governato in quello medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della conpagnia del figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.
(438) adiviene C. R. 2.
(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: de chelche maniere chi soit.
(440) notritura C. R. 2.
(441) e si la dae C. R. 2.