Sidrac, ebe Idio mai cominciamento? E Sidrac rispuose (Qui diciamo capitolo primo, ma gli altri cinque sono nella storia adietro):

E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece cielo e terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare questo e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e quale morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere salvi e che doveano essere perduti (193), e gli loro pensieri e gli loro fatti e li loro detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo, stato egli non sarebe Idio (194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo e le cose che sono nel mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli noll'avesse fatto, egli non potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu sanza cominciamento e sarà sanza fine (195). La sua potenza sa tutto, e si è per tutto. E si è la sua sustanza in tre (196) cieli; l'uno corporale, e questo è quello che noi veggiamo; e l'altro è spirituale, e questo è quello che noi non vegiamo (197), ove gli angioli sono; lo terzo è quello ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i giusti visibilmente.

(193) dampnati C. R. 1.

(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.

(195) finiminto C. R. 1.

(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(197) veggiano C. R. 2.

Cap. II.

Lo re domanda: puote Idio essere veduto? Sidrac risponde:

Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo spirito vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere ch'egli vedrà Idio, secondo (198) le sue opere. Ma questo averrà apresso  (199) lo tenpo che 'l figliuolo di Dio sarà venuto  (200) in terra; che sarà (201) lo spirito di Dio che si aonberrà  (202) in una vergine, e lo nome della vergine sarà apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà veduto e udito (203); e farà (204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza peccato; e sarà Idio medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e in terra. E la vergine Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà vergine inanzi il parto e dopo il parto (205). E se egli non pigliasse corpo nella Vergine, niuna corporale cosa lo potrebbe vedere.

(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.

(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de l'avenimento di Dio C. R. 1.

(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in ambedue; nè col C. R. 1. e col C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del discorso ci fa credere che abbia da legg. sarà.

(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — S'aombrer, s'anombrer nell'ant. fr. significa divenire uomo nel seno della Vergine. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li rois des Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ Du Cange, Gloss. Gall. — In provenzale ha lo stesso significato solumbrar. Il Raynouard ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del Sydrac: „Apres l'avenimen del filh de Dieu qui solombrara en la Virgis„; e traduce qui s'ombragera, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi obumbrabit tibi.„ S. Luca, I, 35.

(203) manca al C. L. e sarà. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.

(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo spirito sancto l'averà vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo il parto.

Cap. III.

Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac risponde:

Iddio è in tutti luoghi e per tutti i tenpi. Egli è potente in ogni luogo come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra e in ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella ora che governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose che sono in occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto giorno tutte le cose.

Cap. IV.

Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:

Idio non fece unque (206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo (207) sanza anima mortale (208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo sente, quando, per lo suo comandamento, non fina (209) di volgersi il sole, la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano  (210) nello loro luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo frutto; i venti lo sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna, ritorna in bonaccia per la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle corrono allo luogo là ond'elle escono; i morti lo sentono, che risucitano alla sua volontà, quando a lui piace; la notte e lo giorno lo sente, ch'egli guardano bene quella legge che Idio à loro donata; le bestie lo sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.

(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. onkes, unkes, unques, unc, onc.

(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos semblent C. F. R.

(208) animale mortale C. R. 2.

(209) finono C. R. 2. — Da finare, ant. franc. finer, prov. finar. „Finar, madre, non volemo„ B. Iacopone. „Per mostrar alla gente. — Che loco sia finata. — La terra e terminata.„ B. Latini, Tesoretto.

(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. V.

Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:

Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato regno di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio à egli eletto uno grande ordine de' suoi amici (211): onde egli non usciranno giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli fare d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli agnoli adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito sancto.

(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici C. R. 2. — mais ycel palais ailes leupor un grant nombre de ses amis C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec. E uno lecto credo che debba intendersi per una eletta.

Cap. VI.

Lo re domanda: quando (212) furono fatti gli angioli? Sidrac risponde:

Allora che Idio disse, sia fatto lucerna (213), e tutti gli agnoli e arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle essere pari del suo (214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non gli avea dato; e si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli fu incontanente del paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in carcere. Siccom'egli era prima bello e splendiente (215), così fu poi laido (216) e scuro e nero, ch'egli cadde incontanente. E si dimorò una ora in gloria (217); che, si tosto com'egli fu fatto, si cadde; che diritto non era (218) ch'egli gustasse di quella gloria, poi che così fatto argoglio avea incominciato contro lo suo criatore. Gli altri che peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò che a loro piacque lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra montare. E egli erano simigliantemente alti sopra gli altri, e gli più mastri di loro con esso lui furono gettati in ninferno (219), e gli altri furono cacciati nella più ispessa aria (220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in uno fuoco (221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano adomandare (222).

(212) come C. R. 2.

(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ Dante.

(214) al suo C. R. 2.

(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.

(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. Lasco può essere il lasche, lasque, nel senso di vile.

(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.

(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole ora in gloria che si tosto.

(219) onferno C. R. 1.

(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.

(221) in onferno C. R. 1.

(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. VII.

Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:

Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in gloria. Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che anunziano (223) agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli v'à, che anunziano (224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le piccole cose. Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che comandano agli maligni spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane cose. Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano principi (225), che ànno signoria sopra i buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a conpiere lo comandamento di Dio (226). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano dominazioni, che sormontano gli detti grandi angioli (227), che gli altri son loro subbietti per ubidenzia. Altra generazione d'angioli v'à, che si chiamano troni, sopra gli quali è la sedia (228) di Dio, per gli quali egli giudica i suoi giudicamenti (229). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano cherubin, in cui tutte le scienzie e molte altre creature umane sono subbiette e ubidienti (230), e servono; in quello ch'egli guardano lo specchio del chiarore  (231) di Dio, perfettamente egli ricevono gli segreti del creatore (232). Altre generazioni d'angieli v'à, che si chiamano serafin; quelli sono ardenti e più presso dell'amor di Dio che nulla criatura; e sormontano (233) ogni criatura d'onore, chè tra loro e Dio non è nullo altro spirito.

(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb. avancer in franc., che è di annunziare.

(224) avanzano C. R. 2.

(225) principati C. R. 2.

(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.

(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(228) el sedio C. R. 1.

(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.

(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e subiecti C. R. 1.

(231) della chiarità C. R. 1.

(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.

(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha: surmontent. Nel C. R. 2.: soctomecteno ogni creatura d'onore.

Cap. VIII.

Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac risponde:

Di quello ch' (234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro natura (235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono eglino più (236) savi di tutto ingiegnio (237); le cose che sono a venire non sanno egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le cogitationi (238) e le voluntadi non sa se non Iddio, e colui a cui egli lo vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo bene egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal fare, e non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli lassano (239) fare.

(234) Dal franc. de ce che (que).

(235) Invece di natura legg. nel C. L. ma. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(236) più manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.

(237) di tucti ingegni C. R. 1.

(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. IX.

Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac risponde:

In una maniera (240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente  (241) fece la somiglianza (242) del nostro signore in loro, in tale maniera, ch'egli sono lucenti (243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E nella natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono  (244) tutti Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono (245) fare senza niuna graveza. E perciò che lo numero degli angioli (246) fosse conpiuto, si fu fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale sustanzia. Lo corporale (247) fu fatto di quattro elimenti (248); che l'uomo à carne della terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à l'anima, e del fuoco si à lo calore. Lo capo (249) dell'uomo si è ritondo, come lo fermamento, e si à due occhi altressì come lo cielo à due lucenti (250), cioè lo sole e la luna; e simigliantemente, come lo cielo àe in sè sette pianete, simigliantemente àe in sè l'uomo sette pertugi (251) nel capo; e simigliantemente come l'aria  (252) à in sè gli tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene (253) e le grande scosse (254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così riceve l'uomo nel suo ventre tutto enpitume (255); altressì come la terra sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi (256) dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à l'ardore, e dal più basso à el soffiamento del naso (257); e dell'acqua lo gustare (258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa; lo verdore (259) degli alberi è (260) negli occhi; della spirituale substanzia à egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la simiglianza di Dio (261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e la simiglianza si è la qualità, la grandeza; la divinità si è nella trinità (262). L'anima tiene la sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella si ricordi delle cose che sono passate; e si à intendimento, perch'ella intenda le cose che sono udite (263); e si à volontà, perch'ella dispregia (264) lo male e fa il bene. In Dio sono (265) tutte le cose e tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non puote essere tenuto dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella conprende tutte le cose, el cielo no la puote mica contastare (266), ch'ella non sappia assai delle cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che questa è la spirituale sustanzia (267).

(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. maniere, meniere; prov. maneira, manieira, maniera, manera.

(241) insiememente C. R. 1.

(242) sembianza C. R. 1.

(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.

(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il possono, che non trovasi in nessuno degli altri Codd., e che toglierebbe senso al discorso.

(245) Qui manca possono nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde è chiaro che l'amanuense traspose erroneamente questa parola, ponendola sopra, dove non poteva stare, e omettendola qui dov'era necessaria.

(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.

(247) Le corpora C. R. 2.

(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.

(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.

(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di lucente sost. reca un esempio la Crusca. Invece di luminire crediamo abbia da leggersi luminiere. Si hanno esempi di luminiera per luce. L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse luminario. L'ant. franc. ha lumiere, luminaire; il prov. lumeira, lumneyra, lhumnieyra, luminaria. „Foron fachas luminarias, so es lo solelh e la luna.„ Rayn., Lex. IV, 104. „E troverai de' buon, la cui lumiera. — Non dà nullo splendore.„ Dante, Canz. O patria degna, ecc. pag. 297., ed. Barbèra.

(251) pertusi C. R. 1. — Pertuis, ant. franc., da pertusiare, pertusium.

(252) airie C. R. 1.

(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. anheler e per trasposizione dell'n e dell'l, aleiner, onde aleine, alainne, alaine; ed il prov. ale, alen, hale, halena.

(254) le grande cose. C. R. 2. — le gran cosse. C. R. 1. — les grans tous C. F. R. — les grans corps T. F. P. — Tous e corps ci sembrano errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece cous e cops, colps, colpi, forse nel senso che ha coup in franc. di fatto, azione, al che risponderebbe in certo modo le cose de' Codd. Ricc. Se pure non volesse intendersi che l'uomo riceve al petto i grandi colpi; ed allora il senso sarebbe renduto meglio da le scosse del Cod. Laurenz. E noi preferiamo quest'ultima interpretazione.

(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia intendersi de' cibi. La Crusca registra empitura, ma non empitumeempizione per empimento.

(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha poix, pois, peiz; il prov. pens, pes: da pensum. Cf. Diez, Etym. Wört.

(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma è da avvertire che esso C. R. 1. ha, invece di soffiamento, sofocamento; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno soffiamento; il C. F. R. souflement, e il T. F. P. soufflement.

(258) el gustamento C. R. 1.

(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(260) àe C. R. 2.

(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per lui, ke n'è scripto in lui l'imagine a la sembianza di Dio C. R. 1.

(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i Codd. ugualmente confuso. Nel C. R. 1. si legge: la imagine si dia intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la divinità fie ne la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la divinite si est le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la sainte trinite.

(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.

(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite C. F. R. — Forse invece di dispera è da leggere despira, che potrebbe derivare dall'ant. fr. despire, despirer, che ha appunto il senso di dispregiare.

(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(266) Per contrastare.

(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel francese. Al T. F. P. manca questo tratto.

Cap. X.

Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:

L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò possiamo noi intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile cosa (268), per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse vergogna (269), che così cattiva cosa montasse nella gloria, unde elli era caduto per suo orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli  (270) era facto di quattro elementi, donde (271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle quattro parti (272) del mondo (273), satachano carboncini tramas robras amefin; e lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe l'uomo simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come lo nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le cose fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì fece l'altre cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero (274). E sì fece le mosche e le formiche e le pulci e le zanzare (275) e gli altri vermini, per l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono, egli si pensa che molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e vili cose (276). Le formiche e li ragni, che si travagliano (277) nella loro opera, ne danno asenplo (278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi guardiamo (279) bene tutto ciò che Idio fece (280), si ci è uno grande diletto: chè gli fiori ànno biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti della terra si ci pascono, gli venti e lo sole e la luna si ci portono significanza (281); e tutte quelle cose che ci sono buone, e furono fatte per l'uomo, e si furono fatte alla gloria dell'uomo (282).

(268) Il C. R. 2. aggiunge: cioè di bellecta di terra; lo che non leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2., onde è a crederlo un glossema dell'amanuense. Belletta è il limus de' latini. „Or ci attristiam nella belletta negra„. Dante.

(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.

(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e suppl. col C. R. 1.

(271) unde C. R. 1.

(272) partite C. R. 1.

(273) secolo C. R. 1.

(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.

(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.

(276) a si picciola cosa C. R. 1.

(277) che si fadicano C. R. 1.

(278) essempro C. R. 2.

(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. esgarder, esguarder.

(280) fane C. R. 1.

(281) portent significations C. F. R.

(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de Deu C. F. R. — Loenge, louenge vuol dire permesso, approvazione, onde fu mal tradotto per lodo. Invece di alla gloria dell'uomo, com'è nel C. L., crediamo si abbia a leggere alla gloria di Dio.