Lo re domanda se tutti quelli che nascieranno morranno. Sidrac risponde:
Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o vegniamo; e tardi quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola ora (1226). Lo figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella vergine, si gli converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono nati sono morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno morranno. E di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno altrettale secolo (1227) come questo.
(1226) et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.
(1227) mondo C. R. 2.
Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri? Sidrac risponde:
Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e le loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire di quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di questo mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre delle loro madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e sentono l'aria del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel ventre delle loro madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo dimenticano lo ventre di loro madre, sicchè giammai non se ne ricordano.
Lo re domanda: puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? Sidrac risponde:
Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se tu ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare, insino a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto come tu l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò ch'ella è presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.
Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:
Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la dei mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la dici brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno giudicare come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri l'ascoltano, e meglio sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio, tu non ti puoi isperdere nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono il loro diritto in un punto, per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano e si spaventano, conciosia cosa ch'egli abbiano lo diritto.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente? Sidrac risponde:
Quegli che mostrano lo loro senno tra li stolti sono (1228) simiglianti a loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere, egli avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li stolti; che non intendono se non come le bestie, anzi per la loro stoltia (1229) e follia contastano lo detto del savio. Tra gli stolti l'uomo dee passare brievemente, sanza niuna pena e sanza niuno travaglio. Tra gli savi l'uomo dee mostrare lo suo senno e la sua memoria, ch'egli sarà ascoltato e udito.
(1228) Manca al C. L.: tra li stolti sono. — Abb. suppl. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
(1229) Anche il C. R. 2. ha: stoltia.
Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac risponde:
Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio, della pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò vermiglio; e quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco. E tutto questo fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più caldo che lo bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più che l'altro.
(1230) rimase C. R. 2.
Lo re domanda: le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? Sidrac risponde:
Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231) bestia o uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi lo fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo 'ntendono l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo 'ntende simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza niuno intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.
(1231) quando una C. R. 2.
(1232) è usanza C. R. 2.
Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:
L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno pro' nè l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a sua vita, egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la sua morte; ch'è similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta inanzi uno lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene, portano il lume di dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi, perchè possano in alcuna cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo fa per loro, alleggia molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non sono dannati allo 'nferno.
(1233) o quello che gli è fatto quando è morto? C. R. 2.
(1234) in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte o lui une lumiere, et la clarite li vait devant C. F. R.
(1235) Per nondimeno, non per quanto dei nostri antichi, che corrisponde al ne porquant franc.
Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non però chi pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X volte o più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre più savi uomini del mondo.
(1236) e la notte altresì.
Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:
La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o tre, e poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia, e più sana al corpo.
Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:
Niuna anima del mondo non potrebe sapere nè vedere quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel paradiso celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno chiaramente tutto il mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si fa di bene e di male, ched e' vedranno (1238) della natura degli angioli. E quando lo peccato si farà, egli n'avranno grande duolo, non già delle loro persone, che non possono avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore ch'egli avranno si è altressì come una vergogna e pietà per coloro che peccano contro il loro criatore; e quella pietà è perchè non siano dannati.
(1237) istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.
(1238) veront C. F. R.
Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:
Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè niuno uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E quando elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a mangiare l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.
(1239) Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. funno dal C. R. 2.
Lo re domanda: perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi? Sidrac risponde:
Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non vegiono le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e poi menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.
(1240) Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a chiarir meglio questo passo degli altri Codd., perchè mancano queste parole nel C. F. R.; e nel C. R. 2. la lezione è evidentemente errata, leggendosi: stanno in vistato.
(1241) et tote verdour rent bone clarte C. F. R.
(1242) non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.
Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:
Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali che sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in terra, e fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello aviene per l'aria ch'eglino fiatano.
(1243) Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au fons de l'aigue ou entre II aigues C. F. R. — Cf. C. Plinii Sec., Nat. Hist., IX, 6.
Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac risponde:
Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì leggieri e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in capo (1245), che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E ciascuno pescie à la pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à pietra in capo, non puote andare al fondo come quelli che l'ànno.
(1244) e vivono nell'aqua C. R. 2.
(1245) L'aspide, nel Tesoro, porta in capo una pietra preziosa che ha nome carbonchio. — E in Plinio hanno una pietra nel capo i lupi, i chromes, le sciaenae, i pagri. — IX, 24.
Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:
Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare tropo vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di persone; altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo d'uccelli; e altri lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti colori; e di tante maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.
(1246) che chi C. R. 2.
(1247) noia C. R. 2.
Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:
Di diverse maniere sono le bestie. Chè bestie àe sopra terra, che sono molte pericolose. Una maniera di bestie sono, che sono fatte a maniera d'uomo maschio e di femmina; e si è molto grande e molta pilosa e molta pericolosa. Anche ci à bestie che ànno quattro piedi e due teste. Anche ci à bestie che sono sì grandi, che ciascuna potrebe portare X uomini adosso e più. Anche ci à bestie ch'ànno coda di lione e volto e unghia di leone, e sono molte pericolose. Anche ci à bestie a modo di serpente, e si ànno volto d'uomo e capegli di femina (1248). Anche ci à bestie che della cima della coda à uno osso lungo d'uno palmo, molto tagliente, come uno rasoio (1249). Anche v'àe altre bestie diverse assai, che troppo vi parebbe (1250). E queste pericolose bestie sono ne' grandi deserti. Per paura di loro molte provincie saranno disabitate. Ma uno re nascierà che le caccierà indietro nel grande diserto, là ove l'uomo non vede punto; e là istaranno tuttavia.
(1248) Vedi Tesoro, Lib. V., cap. 59. — Curioso a leggersi, e non privo di importanza, è il capitolo dove parlasi delle bestie d'India nel poema Ymage du monde.
(1249) Il C. R. 2. ha questo di più: Anche ci àe altre bestie che ànno uno corno nella fronte, e altre che n'ànno due, l'uno torto verso la fronte, e l'altro verso lo collo. E altre bestie sono in guisa di serpenti, e ànno viso d'uomo, e sono pericolosi, che s'eglino vegono la persona prima che la persona loro, inmantenente muore; e lo simile aviene se la persona vede prima loro, cioè la bestia. Anche ci àe altre bestie, che vanno in due piedi, e ànno mani e piedi a modo di scimia, e non ànno se non uno occhio in della fronte, e tutt'i denti della bocca sono due passi: eglino li ànno sì forti che romperebero gli ossi; e sono molti isnelli.
(1250) troppo vi parebono a udire contare C. R. 2.
Lo re domanda: di quante maniere sono gli uccelli? Sidrac risponde:
Li uccelli sono di molte maniere, che lunga cosa sarebe a contalle. Ma una maniera d'uccelli sono, che sono magiori che bufole, e più forti, e sono vaiati; e non vivono se non di carne, e non possono fare lo dì se non tre voli, e ciascuno volo è di due miglia, o di IIII al più. È un'altra maniera di uccielli, che sono fatti a modo di bestie (1251); e sono grandi e forti molto e pericolosi. E questo due maniere d'uccelli abitano nell'isole del mare d'India. E uccelli sono che ànno due teste e quattro piedi, e non vivono se non d'una gente che sono nell'isola d'India, che pigliano la gente, e mangialla; e quella gente à tuttavia co' loro briga e guerra (1252). Un'altra maniera sono d'uccelli che covano al fuoco, e al fuoco fanno i loro pulcini, e la loro piuma non si puote ardere; e quando egli vogliono covare, egli ragunano legne, e entranvi dentro, e battono tanto dell'alie, che lo fuoco sale e s'aprende a quelle legne. Altre maniere ci à d'uccelli, che ànno il collo lungo come una lancia; e altri ch'ànno i piedi a modo di cavallo; e altri che cantano dolcemente inanzi la loro morte, due giorni o quattro. Altri v'à che non covano i loro pulcini se non collo sguardare, e fanno due figliuoli maschi; e quando ànno XXX giorni, egli montano nell'aria, e combattono tanto che l'uno cade morto. Altra maniera v'à d'uccelli assai, alli quali noi faremo fine (1253).
(1251) ch'ànno il corpo come uciello, il capo come bestia C. R. 2.
(1252) Anche al Cap. LXXIX è parlato della gente che ha guerra cogli uccelli, favola negli antichi scrittori spesso ripetuta. Ved. Leopardi, Err. degli Ant. — Nell'Ymage du Monde:
Iluec sont unes gens menues
. . . . . . . . . . .
Qui soventes fois se bataillent
Contre les grues que les assallent
. . . . . . . .
Teles gens ont nom pigmen
Et sunt petit comme naien.
Intorno ai pigmei, cf. Berger de Xivrey, Trad. Teratolog., pag. 101.
(1253) Veda il lettore come alcune di queste favole sugli uccelli sembrino tolte dai racconti del Polo.
Lo re domanda: quale è lo più bello uccello del mondo? Sidrac risponde:
Lo più bello uccello del mondo si è lo gallo; ch'egli à molto di bellezza e di bontà in lui, le quali uomo non truova in altri uccelli. Lo gallo à primamente corona; secondo, porta speroni; terzo, Idio gli à donato di sapere conosciere l'ore del dì e della notte. Il gallo è geloso della moglie, più che niuno uomo della sua, e si è sì largo ch'egli soffera fame, per dare alla sua moglie a mangiare. Gallo fa asalto e battaglia l'uno contra l'altro. E se lo gallo fosse di caccia, tutti gli altri gli farebono onore e riverenzia e lo doterebono (1254). Di biltà è egli lo più bello uccello del mondo, di sua grandezza.
(1254) Nel C. L.: terebono. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Lo re domanda: qual'è la più bella bestia del mondo? Sidrac risponde:
La più bella bestia e la più forte e la più valente si è lo cavallo, perchè i cavalli si mantengono signorie, e si guadagna onore e terre e provincie. Non à niuna bestia al mondo che, s'ella fosse caricata com'è il cavallo covertato, e collo cavaliere con tutta l'arma, ch'ella potesse andare più che nel passo (1255). Lo cavallo non sa essere sì carico, che con sia più isnello che un'altra iscaricata (1256). Cavallo si dee amare e innorare e pregiare sopra tutte l'altre bestie del mondo.
(1255) di passo C. R. 2.
(1256) non sia isnello come niuna altra bestia scarica C. R. 2.
Lo re domanda: qual'è lo più degno uccello del mondo? Sidrac risponde:
Lo più degno uccello del mondo si è la lape, che procaccia la sanità al corpo dell'uomo. Ella ci aducie i buoni fiori per la volontà di Dio (1257), e si fa lo mele, lo quale si fa prode al corpo dell'uomo e delle bestie, per molte maniere; e si fa cera, della quale noi facciamo bella luminaria, e di medicine e unguenti (1258).
(1257) Così anche nel C. R. 2.; ma nel C. F. R.: abeille vait maniant des bones flores.
(1258) e si aopera la ciera e lo mele a medicine C. R. 2.
Lo re domanda: quali sono gli più begli cavagli che siano? Sidrac risponde:
Assai sono di belli cavalli per lo mondo. Ma lo cavallo dee avere in sè IIII cose lunghe, e IIII cose larghe, e IIII cose corte. In prima dee avere in sè lo bello cavallo lungo collo e lunghe gambe e lunga ischiena e lunga coda. E si dee avere in lui largo petto e larga groppa e larga bocca e larghi anari. E si dee avere corto pasterone (1259) e corto dosso e corti orecchi e corta coda, non mica, le setole, ma lo canone della coda (1260). E sopratutto questi dee avere grandi occhi aperti. E s'egli à in sè tutto questo, e egli è sano e bello e di buona costuma, quelli è buono cavallo e bello e bene da pregiare.
(1259) Forse per panzerone, panzirone?
(1260) Nel C. L. sta scritto: e corta coda nello pelo ma la proprietà della carne e dell'osso. — Noi abb. adottata la lez. del C. R. 2. — A spiegar poi l'errore del n. t. giova riferire il C. F. R.: et corte coe, non pas le pel, mais la propriete de la car et de l'os.
Lo re domanda: quale è la più benignia bestia che sia? Sidrac risponde:
La più benignia bestia che sia si è l'agnello e il bue. Agnello viene a dire benedetto e umile; bue viene a dire umile cosa e semplice. Il bue si travaglia per la vita dell'uomo e per la sua, e per la vita di molte altre bestie. Bue non à altro officio se non della terra arare, per lo frutto della terra guadagniare.
Lo re domanda: quale è la più bella cosa che Idio abia fatto al mondo? Sidrac risponde:
Iddio per la misericordia fece tutte le cose e tutti i beni, e non maledisse se non il diavolo solamente, perciò ch'egli volle essere simigliante a lui. L'altre criature non maledisse egli mica, chè le bestie velenose e pericolose non maledisse egli già per lo veleno; chè, con tutto loro pericolo, si tengono elli bene la legie che Idio diede loro, e lodano e ringraziano lo loro criatore.
Lo re domanda: perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli grandi alberi portano piccoli frutti? Sidrac risponde:
Li grandi alberi portano piccoli frutti. La ragione è per l'umidore che disciende di sua grandezza e nelle sue branche, e perciò nascono i frutti piccoli. E quando l'albore è piccolo, i frutti per natura diventano grandi, chè tutto l'umido vae in lui. E per questa ragione lo piccolo albore porta grande frutto, e lo grande albore porta piccolo frutto.
Lo re domanda: quali sono le più intendevoli bestie che sieno? Sidrac risponde:
Le più intendevoli bestie del mondo sono iscimmie, orsi e cani. Queste sono le più conoscienti bestie del mondo, chè Idio à loro donato cotale natura, d'intendere alcuna cosa dell'uomo. Quando Noè fue nell'arca per lo diluvio, queste tre bestie stettono più presso a lui che niuna altra; e quand'egli uscirono dell'arca, elle furono le sezaie che si dipartirono da lui, chè per lo loro intendimento aveano paura che lo diluvio non tornasse adietro.
Lo re domanda: gli uccelli di caccia perchè non beono? Sidrac risponde:
Gli uccelli di caccia non beono per lo loro volare, ch'egli volano più alto che tutti gli altri uccelli, e ànno tuttavia la frescura dell'aria. Iddio à loro donato natura che non possono bere spesso; e alcuna volta beono, quand'egli vogliono montare, s'egli truovano acqua.
Lo re domanda: le serpi sono istate tuttavia in questa forma? Sidrac risponde:
Lo serpente è stato tuttavia in forma tortigliata; e perciò lo diavolo entrò in lui, e si atortigliò (1261) nell'albero, e tentò Eva di manicare il pome, e Eva tentò lo suo compagnone. Ma allora era lo serpente di più bello colore ch'egli non è ora. Ma la forma à egli come allora.
(1261) Nel C. L.: conciliò. — Abb. corr. col C. R. 2.
Lo re domanda: a cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che ne potrebbe l'uomo fare? Sidrac risponde:
Naso che getta sangue e stagnare non si puote, per due cose lo può l'uomo istagnare. Piglia lo sterco del porco, caldo, e fa ricevere al naso lo fummo, inmantenente istagnerà. L'altra, piglia merda di cammello, secca, e pestala che la facci sottilmente (1262), e metti al naso quella polvere, e alenerà bene forte, sì ch'ella vada ben dentro, e inmantenente lo sangue istagnerà.
(1262) e pestala sottilmente C. R. 2.
Lo re domanda: la rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si può guarire? Sidrac risponde:
Ria lebbra che al corpo monta leggiermente si può guarire, chi pigliasse li scarafagi, e ardesseli come cenere, e pestasseli sottilmente, e poi bollisse lo lardo (1263) del porco vecchio, e mettesse quella polvere dentro, e altrettanto, come la metà, di biacca, e facessene unguento, e ugnessene la piaga; e poi vi mettesse una piastra di pionbo sottile, sopra la ganba, e pertugiata ispesso (1264), e mutassesi la mattina e la sera lo pionbo (1265), se rotto non fosse, si guarrebbe.
(1263) sangue di porco vecchio overo lardo C. R. 2.
(1264) e pertugiata in più luoghi C. R. 2.
(1265) e mutasseli la matina e la sera l'unguento, non mica lo piombo C. R. 2. — et changeroit matin et vespre l'ongiement et le plomb. C. F. R.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente è apresa nella carne? Sidrac risponde:
Volatica che s'apiglia alla carne, non (1266) si vuole partire, chi pigliasse porcar (1267) (cioè uno vermine bacarozolo, grande com'una fava, e si è biadetto e tenero, e à molti piedi sottili e bianchi, e lo ventre bianco; e quando l'uomo lo tocca egli diventa tondo com'uno bottone), chi fregasse lo vermine sopra la volatica, sì forte che lo vermine si spiccioli (1268) tutto, due volte o III o IIII, egli guarrebbe tosto.
(1266) e non C. R. 2.
(1267) pichaar C. F. R.
(1268) si disfacesse C. R. 2.
Lo re domanda: uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare? Sidrac risponde:
L'uomo che à rio stomaco pigli mele cotogne dolci, e cavane le granella, e falla com'uno bossolo, e enpila di mele di lape e di fiori, e la 'nvogli (1269) con pasta di grano, e mettila sopra la senplice brucia, e falla bollire e ispremare bene, e bere di quella acqua a digiuno IIII o V matine, e guarrà.
(1269) Così nel C. R. 2.: per la involgi. — Nel n. t.: lavogli. — Nel C. F. R.: et metre dehors tout en tout part, ec.
Lo re domanda: stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe aiutare? Sidrac risponde:
Lo stomaco ch'è scaldato e enfiato, piglia radice di serpillo, e mettila in buono vino dolcie o in altro buono vino, uno giorno e una notte, e poi lo cola, e usalo VIII giorni o X, a digiuno.
Lo re domanda: che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? Sidrac risponde:
Chi avesse calore al fegato e fosse di colore giallo, e anche fosse rognoso, pigliasse acqua di cicoria e acqua di cime di more salvatiche, e chi vuole avere queste acque, priemile insieme e pestile, e acque di lattuga; e piglia altrettanto zuchero; e fallo tanto bollire che diventi a modo di sciloppo; e poi metti entro uno peso e mezzo di ribarbero, e bealo la mattina e la sera con acqua fredda, una parte di scilopo e due parti d'acqua, e guarirà.