Lo re domanda: come dee l'uomo domandare quando vuole sapere alcuna cosa (1183)? Sidrac risponde:
L'uomo dee domandare ciò che dee (1184), cortesemente e di buona aria, una o due o dieci (1185); e s'egli nol puote avere, egli lo dee mostrare cortesemente, là ove egli crede avere ragione. E se tu dei dare alla gente alcuna cosa, pagagli cortesemente, perch'egli un'altra volta ti possano aiutare in tuoi bisogni; chè quelli che cortesemente pigliano e rendono, quelli ànno parte nell'altrui avere; e quelli che pigliano e malvolentieri rendono, quelli non avranno forza nè aiuto ne' loro bisogni.
(1183) Meglio nel C. R. 2.: in che modo de' l'omo domandare ragione?
(1184) ce che l'om li doit C. F. R.
(1185) una volta o due o tre o dieci C. R. 2.
Lo re domanda: perchè sono più savia gente quegli del ponente che quelli del levante? Sidrac risponde:
Quegli del ponente non ànno tanto del calore del sole come ànno quelli del levante. Quando lo sole si leva a levante egli è molto caldo e secco, e allora iscalda tutto lo levante, e quelli che vi sono. E quando egli è alto, egli non è tanto caldo in tali luoghi. E quando egli è a mezzo giorno, egli è caldo comunalmente per tutto lo mondo. Quando egli s'abassa per la notte aprossimare (1186), si piglia lo suo torno al ponente, e allora non è tanto caldo. Dunque non ànno quelli dal ponente tanto caldo, quando lo sole iscende, come n'à quelli del levante, quando egli si leva. Per questa ragione sono più savi quelli del ponente che quelli del levante, chè lo loro cervello non à tanto del calore come quelli del levante. E di questo vi potete voi avedere legiermente: chè chi fosse in uno luogo, che lo sole lo potesse iscaldare oltra a misura, in poco (1187) potrebe diventare folle e perdere il senno. E anche ci à altra ragione, che quelli del ponente possono mangiare calde vivande, tutte le stagioni dell'anno, che giamai male non faranno. Se quelli del levante le mangiassono, elle farebono loro grande male: che ciò è per la calda compressione della terra ove egli sono. Quelli del ponente le possono mangiare per la fredda compressione della terra dove sono.
(1186) Intendasi, per l'approssimarsi della notte. — Per la nuit aprochier C. F. R.
(1187) in poco di tempo C. R. 2.
Lo re domanda: quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la bella persona o lo bello volto? Sidrac risponde:
Uomo o femina che sieno conpiuti di loro menbri e sono interi, la bella cera istà loro meglio che il bello corpo; che se lo corpo è bianco o bruno, egli è coperto di vestimenti, e lo volto è scoperto tuttavia; e lo diletto non è se non nel volto. L'uomo non dee riguardare se non nel volto; e chi inanzi si mette a riguardare, egli pecca fortemente. E perciò diciamo noi che lo bello volto è più piacevole al corpo sano e conpiuto, che non è lo bello cuore saggio (1188).
(1188) Et por ce dions nos che la belle chiere est plus seant a la persone entiere et conplie che la belle charogne C. F. R.
Lo re domanda se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una maniera e natura o sono di più nature? Sidrac risponde (1189):
Ciascuna è per sè in ciascuno luogo, ed àe suo esaltamento e suo abbassamento. Mercurio dimora in ciascuno segno giorni XXIIII e più. Sua natura si è calda e umida, e si ama tutte le cose amare; si è di tutte sapienzie e di tutte arti e sottiglieze; ciò è a dire, quando egli è posto in buona inmagine; lo suo buono amico è Iupiter e Venus e Saturno. Lo suo asaltamento è a Virgo, e per la forza dell'esaltamento si è a tre gradi di Virgo. Lo suo abbassamento si è a Pisces; la forza dell'abassamento si è a tre gradi del Pesce. Luna si dimora in ciascuno segno due giorni e mezzo; e si è posta al sottano cielo (1190). Sua natura si è fredda e umida, e lo giorno di sua conbustione si è per fare tutte cose a la sua quintadecima. Altressì si ama colori d'argento o d'acque. Suo asaltamento si è a Tauro, e la forza dello abassamento è a Scorpio, a tre gradi di Scorpio. Saturno dimora in ciascuno segno due anni e mezzo, e si è posto nel settimo cielo. Sua natura si è fredda e secca, e si ama tutte cose amare e lo ferro e tutti i colori neri. Egli à grande nimistà con Mars, e' suoi amici sono Iuppiter, Sole, Luna. Lo suo asaltamento è Libra; e la forza dell'asaltamento si è a XXIIII gradi. Lo suo abassamento è in Aries; e la forza del suo abassamento si è a XXIIII gradi d'Aries. Iuppiter dimora in ciascuno segno uno anno, e si è posto al decimo cielo. Sua natura si è calda e umida; egli ama tutte cose umide, siccome burro, latte e mele e cera; e si s'ama con tutte l'altre pianete; se non se con Mars. Lo suo abassamento si è Cancer; e la forza dell'asaltamento si è a gradi XXIIII di Cancer; e l'abassamento si è in Capricornio. Mars dimora in ciascuno segno giorni XXX e più, insino al XLV; e si è posto al quinto cielo; e si è vago di sangue e di battaglie e di ruine, di tutti colori vermigli, e di tutte cose agre e forte alla bocca dell'uomo; e si è ria pianeta. La sua natura è calda. Ella s'ama con Venus, e con tutte l'altre pianete; si vuole grande male. Lo suo grande nimico si è Iuppiter. E ella ama città e reame e vino. E lo suo asaltamento si è a Capicornio. La forza del suo asaltamento è a gradi XXVIII di Cancer. Sol dimora in ciascuno segno giorni XXX; e è posta al quarto cielo. Sua natura è calda e secca, e è vago di tutte signorie, e di colori gialli e vermigli; ella ama tutti. Soli suoi nimici sono Mercurio e Luna. L'asaltamento è in Aries, a gradi XVIIII; l'abassamento in Libra, a gradi XVIIII. Venus dimora in ciascuno segno giorni XXX, e più e meno; e si è posto al terzo cielo. Sua natura si è friggida e umida; egli ama tutte cose umide, burro, latte e mele; egli è vago di signorie, di femine, e di sollazzi e di diletti; e si è buona pianeta; e si non à niuno nimico. Il suo asaltamento si è a gradi XVIII di Piscies. L'abassamento si è a gradi XVIII di Virgo. Testa di Dragone dimora in ciascuno segno uno anno e mezzo; ma ella non è nimica pianeta, e non va siccome pianeta; ma ella va siccome casa; o fae scurare lo Sole e la Luna, quando ella passa per la sua casa. Lo suo asaltamento si è Virgo, a uno grado. La coda di Dragone vae per quella medesima ragione, e è malvagia per tutte cose, e fa iscurare lo sole e la luna.
(1189) Questo cap. manca al C. F. R.
(1190) al cielo di sotto C. R. 2.
Lo re domanda: se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie (1191)? Sidrac risponde:
Se uno uomo trovasse un altro uomo che vituperasse la moglie, se elli si cruccia egli non è da biasimare; ma tuttavia egli si dee passare cortesemente e di buona aria. Le dee gastigare umilemente e amaestrare cortesemente, e lasci andare l'uomo, chè tutto il carico e il biasimo non è se non della femmina; chè niuno uomo del mondo potrebbe sforzare femina, se egli nolla volesse uccidere. E mai questo fatto nol dei mettere dinanzi, nè rimproverargli più, perchè le farebe peggio. E tu dei tôrre lo cruccio e la gelosia del cuore. E se tue pensi più in questo fatto, tu penserai follia. Che se ài trovato mogliata con uno uomo, tu non se' solo al mondo; e per questa follia che mogliata à fatta, tu non sarai però morto, e per ciò la terra non perde il suo frutto a rendere, nè l'acque non sono però secche, nè le genti nè l'altre criature del mondo non sono però morte, e già per ciò lo nostro Signore non distruggerà lo mondo. E per ciò si dee passare leggiermente, non si dee mettere in pensieri nè in tribulazioni, per uno cane che s'acosta a una cagnia; chè tutti gli uomini che colle moglie altrui giacciono, eglino sono cani, e peggio che cani; e tutte le femine che si danno altrui che al suo marito, elle sono simili alla cagnia e peggio; e per ciò per uno cane e per una cagnia tu non dei fare cosa per la quale tu sii distrutto e morto, e poi lo pentere no' gli vale nulla. Ma egli si dee passare brievemente e celatamente e di buona aria; e tu farai lo tuo profitto e lo tuo onore all'anima e al corpo, e farai piacere all'anima e al corpo (1192), e piacere a Dio, e duolo al diavolo.
(1191) Se l'omo trovasse uno altro uomo adosso alla moglie che de' fare? C. R. 2.
(1192) e farai lo tuo bene e lo tuo onore, e prode all'anima e al corpo C. R. 2.
Lo re domanda: de' l'uomo pensare per la gente (1193)? Sidrac risponde:
Spiritualmente l'uomo dee pensare al fatto della gente; ma corporalmente tu non dei pensare se non di te e de' tuoi. Che ài tu a fare degli altri strani? Tu non dei mica pensare di quelli che niuno pensiero ànno di te, se tu ài bene o male o santà o malizia; niuna menzione fanno di te, come quella (1194) cosa che non fue; anche lo simile dei tu fare di loro. Bene sarebbe tenuto stolto quelli che pensasse de' pesci del mare che non fossero presi nè mangiati; altressì è stolto quelli che pensa ne' fatti della gente; chè di quelli che non pensano di loro, egli non deono pensare di loro.
(1193) Correggasi col C. R. 2.: de' l'omo pensare de' fatti de le gienti e de la terra? — E meglio nel C. F. R.: porter pencer.
(1194) di quella C. R. 2.
Lo re domanda: de' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio ch'egli abbia? Sidrac risponde:
Iddio per la sua bontà non può essere biasimato, nè niuno biasimo non può giugnere a lui; ma lodo e ringrazia e onore. Se tu se' folle, e tu ti crucci per la tua follia, di che dei tu biasimare Dio? Se tu ài dannaggio per la tua negligenzia, però non dei tu biasimare Dio; biasima te medesimo e la tua negligenzia. E se tu non puoi guadagnare per la tua fraleza, tu non dei però biasimare Dio, ma te, per la tua fraleza. Biasimati, penati a travagliare (1195), e Idio t'aiuterà o consiglierà. E se tu non puoi per lo tuo travaglio guadagnare lo tuo vivere, e tu non vuogli per la tua fraleza, che colpa te n'à Iddio, che tu dimandi a Dio che egli ti mandi lo tuo vivere? Sappi che non te ne manderà punto, se tu non ti travagli; ma se tu t'aiuti con una mano, egli t'aiuterà con due. Se uno uomo fosse in una aqua, e fosse in pericolo d'annegare, e egli sapesse notare; e per la sua cattività non si volesse aiutare per diliberarsi di morte, se non che dicesse (1196): siri Iddio, aiutami; sapiate che Idio nollo aiuterebe nimica, se egli non si aiutasse; ma s'egli menasse i piedi e le mani, Idio l'aiuterebbe bene iscanpare di quello pericolo.
(1195) di travagliare C. R. 2.
(1196) e non faciesse altro se non ch'egli diciesse C. R. 2.
Lo re domanda: di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo o al povero? Sidrac risponde:
L'uomo puote avere magiore onore del ricco che del povero; chè lo ricco può fare magiore onore del suo e del suo corpo, che non può fare il povero; ma del povero può avere magiore grado che dello ricco. Al povero uomo non può dare l'uomo sì piccola cosa, ch'egli non abia di lui gran gioia; e terrallo a grande onore, e riconterà all'altra gente la cosa che l'uomo gli avrà donata. In tutt'i luoghi ch'egli sarà, vorrà ricontare lo dono che uno prode uomo gli avrà fatto, per farsi onore di quello dono, e per mostrare alla gente che quello prod'uomo l'ama, e gli donò del suo. E se il dono è per Dio, egli à lodo da Dio. E se tu donassi uno dono a uno ricco uomo, già per quello dono non ti vorrà lodare, nè metterti inanzi; chè per aventura egli àe altrettanto onore chente tu; e non vorrà mica portare lo tuo onore sopra lui. Onde l'uomo de' avere magiore lodo di dare lo dono al povero che allo ricco, e da Dio e dalle genti.
Lo re domanda: dee l'uomo servire a tutte genti? Sidrac risponde:
L'uomo dee servire a tutte genti, e non dee guardare a cui, povero o ricco. Se tu servi minore di te, tu lo fai per Dio e per tuo pro', e per onore di lui avere. Chi serve alla gente per onore o per pro' avere o per merito, non si dee mica anoiare, nè stare in gran dire; chè a tale giorno potrà venire, che quelli ch'egli averà servito lo guidardonerà, n'avrà per uno dieci. E però non si dee tenere niuno prode uomo del servire, chè tenpo verrà del guidardone.
Lo re domanda: quale è la più saporita cosa che sia? Sidrac risponde:
La più saporita cosa che sia si è lo dormire; chè quando tu ài talento grande di dormire, mangiare nè bere, neuno altro diletto è nulla incontro lo diletto del dormire (1197); chè lo corpo non può vivere sanza il dormire, altressì come tutte criature vivono di vento; che se il vento non fosse, niuna criatura vivere non potrebe. Idio per la sua pietà vide che l'uomo, ch'è fatto di terra, volea avere riposo per frale natura in che egli è fatto; si stabilio giorno e notte, per lo riposo dell'uomo. E se non fosse per lo dormire, Idio che è tutto potente avrebe tutto fatto giorno (1198); ma per lo dormire fece egli il dì e la notte. E similmente si dilettano le bestie e gli uccelli al dormire, come le genti. Niuna bestia è, sì piccolo (1199) vermine, che non si diletti in dormire. Lo dormire è spirituale, simigliante all'udire (1200), che si sente e non si vede. Nè niuna persona nè niuna criatura movibile (1201) che l'aria sente, non potrebe vivere sanza il dormire.
(1197) tu lassi mangiare e bere e ogni altro diletto C. R. 2.
(1198) tuttavia fatto giorno C. R. 2.
(1199) nè sì piccol C. R.
(1200) Così ha pure il C. R. 2.; ma l'errore è corretto dal C. F. R. dove leggesi: le dormir si est espirituel, et ensemblant a l'air che il ce sent et ne se voit.
(1201) mobile C. R. .
Lo re domanda: gli re e gli signori deono essere leali e larghi? Sidrac risponde:
Li re e le signorie (1202) debono essere in prima leali di loro corpi, e di loro parole e di loro giudicamenti; apresso deono essere savi e proveduti e cortesi e di buona aria; apresso deono essere a' malvagi e a' rei e a' traditori duri e fieri, e dare a ciascuno secondo che serve, a diritto e a ragione. E se li signori sono leali di loro corpi e di loro parole, egli fanno piacere a Dio, e onore alla loro signoria; e s'egli sono savi e proveduti, egli deono essere (1203), perchè molte genti ànno a governare per lo loro senno. E s'egli sono cortesi e di buona aria e di grande bontà e di grande umilitade, a Dio fanno onore (1204). E se sono arditi e pro' e valenti di loro corpi, elli deono bene essere, perchè la gente piglino asenpro di loro. E s'egli sono larghi e donanti, egli debono bene essere, chè per doni e per larghezza manterranno egli la loro signoria. E s'egli sono di leale giudicamento e fieri e duri a' rei, a' ma' fattori, cotali deono egli essere, per mantenere giustizia e lealtade a' poveri e a' ricchi. E così faranno gli comandamenti che Iddio à comandati e comanderà in terra. E altrimenti i re e i signori non deono essere.
(1202) li signori C. R. 2.
(1203) come denno essere C. R. 2.
(1204) Nel C. L.: a Dio lo fanno. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Lo re domanda: gli re deono andare in battaglia? Sidrac risponde:
Li re e le signorie (1205) deono prima uscire della cittade e degli alberghi, perchè la loro gente esca apresso di loro; e quando egli sono venuti alla battaglia, egli deono tenere una buona parte della loro gente in loro conpagnia; e dee muovere al dirieto di tutte le battaglie, vigorosamente. E se la loro gente dinanzi è sconfitta, e egli vegano ch'egli non (1206) abiano forza e potere contra gli loro nimici, egli deono muovere a loro (1207) vigorosamente e coragiosamente. E s'egli vegono ch'egli sieno più frali di loro, egli si debono ricogliere bellamente e saviamente al (1208) loro onore; chè meglio vale un buono fugire che uno male stallo. E se i loro nimici gli seguitano troppo, e gravano, egli deono rivolgersi a loro vigorosamente e di grande coraggio, e difendere i loro corpi contro ai loro nimici, come prodi uomini. Nè niuno re nè niuno signore giammai non dee venire alla prima battaglia, ma pure alla deretana, perchè tutta l'oste prende il loro (1209). Se la battaglia del signore è sconfitta, tutte l'altre sono isconfitte, chè lo corpo del signore è per tutti gli altri. E se l'oste è perduta, e lo signore scanpa, egli ricoverrà in altra oste (1210), per aventura. E se lo signore è perduto, tutto è perduto.
(1205) li signori C. R. 2.
(1206) Manca non al C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1207) contra di loro C. R. 2.
(1208) col C. R. 2.
(1209) L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in loro. — Ed è al solito una parola del testo francese che il traduttore non ha saputo intendere: car tout l'ost pent en yaus C. F. R.
(1210) ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.
Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac risponde:
Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo frale e vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e sano, e' non dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono sangue non fa al corpo se non bene.
Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:
Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e si dà a quello che lo veste grande impresa di coraggio (1211); e si è simigliante al sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è vestimento d'agnoli; e fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e amoroso; e si li fae bene allo cervello; e si è simigliante alla luna. E lo vestimento verde si è prezioso vestimento, che egli à colore della nostra vita, e di tutte l'altre criature, che Dio le veste al frutto della terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che sostiene lo corpo e fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso colore. Bene potrebe avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a così preziosa cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento biadetto si è vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare quelli che lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri colori non sono nomati principali come questi.
(1211) grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors C. F. R.
(1212) Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la verdour de lor vestiment devenir larges et iolif, et penser tous biens.
Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:
La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie; che se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono nella montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella abevera le loro cime.
Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:
La più grassa cosa che sia si è la terra, che a noi rende il frutto per la volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la più verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al mondo è la terra.
(1213) Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de sa gracesse. — Il traduttore non ha inteso gracesse, ed ha scritto grazia.
Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac risponde:
Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte; e la grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se uno uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto colla madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì grande che gli perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in quella isperanza, sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie del pentimento.
(1214) Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:
L'uomo dee piangere gli morti, e fare gioia e duolo per li buoni che in Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo ne dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della perdurabile vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i suoi comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande trestizia della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.
Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di paradiso e di ninferno? Sidrac risponde:
Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per le scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi scrissero, e mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro dato, la gioia di paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel figliuolo d'Adamo e Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che vennero dell'altro secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero per la volontà di Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti grandi profeti, che lo comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono quelli e seranno che lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai non falleranno (1215).
(1215) E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio faranno, che la vita perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.
Lo re domanda: che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si corica? Sidrac risponde:
Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione: Signore Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle tue mani raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace Idio; difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al mattino, quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo volto del mondo; e la grazia di Dio viene di là.
Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:
Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì bene come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la piccola è la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio colla grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che stabilisse l'uomo, stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che mestiero era a lui; e tutto fece a diritto e a ragione.
(1216) Nel C. R. 2.: perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione che l'altro? E chi no' n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?
Lo re domanda: gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano, e le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:
Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello fatto, nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando egli sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono altressì come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare; e quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è così grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della persona. Lo primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli in tutte cose che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre nè la loro madre non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in grandezza, però diventa lo frutto loro medesimo simigliante di loro.
(1217) li primi figliuoli C. R. 2.
(1218) loro dona C. R. 2.
Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac risponde:
Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena, che sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù nello 'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono in grande pena. E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco ardente. E quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si radopierà nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi, sanza fine.
Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac risponde:
La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta fallano e s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta l'uomo tuttavia co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e l'uomo nol puote vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni pensieri in Dio lo criatore, e per rimenbranza della morte e per sofferenza. E perciò diciamo noi che la battaglia del nimico è la più forte che sia, ch'ella è corporale e spirituale; e l'altre battaglie sono pure corporali.
(1219) Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i digiuni sieno diventati noia nella mente del traduttore.
Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:
L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio coragio e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro, eglino dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che Dio non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello ch'egli facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno compiuti. E cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano sono pieni di misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare male, e la misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare male; e perciò non ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo dottare (1222).
(1220) Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.
(1221) Manca gli uomini al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1222) E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.
Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac risponde (1223):
Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco ritorna al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui, quella stella lo berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada. Niuna (1224) pietra ci à che sia della comparazione di quella stella. E quando lo ferro la sente, che è di quella medesima conparazione, si apiglia a lei. E quando quella pietra si parte dal ferro, la conparazione di quella medesima stella ch'e' nel ferro, conviene per diritta natura che il ferro ritorni a quella medesima stella, per lo toccamento di quella stella; che è di quella comparazione, altressì come lo sole, che tutto il fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe toccare una cotale pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa toccare un'altra stella (1225).
(1223) par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre (sic) ce est tremontane? C. F. R.
(1224) Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte calamite, chi est ec.
(1225) A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del C. R. 2., più spropositato del laurenziano; e poco dal C. F. R., dove leggesi: et chi soutilment voroit sercher une tiel piere, si troveroit che elle a 1. leuc en elle chi fait le fer torner, et autre estoile.