Cap. CCLXXXXV.

Lo re domanda: lo sospiro (1133) onde viene? Sidrac risponde:

Lo sospiro viene del coraggio (1134). Quando lo cuore dell'uomo è pieno di rinfabilimento del sangue, allora sospira, per sè iscaricare e votare di quello rinfabilimento. Chè quando lo sangue si muove per lo corpo, egli rinfabla, e rende al cuore uno aiere molto caldo, che molto la grava, e allora lo cuore sospira per discaricarsi di quello malvagio aiere. E altre volte lo cuore à cruccio, e gli omori si muovono per quello cruccio, e rendono al cuore loro rinfabilimento, e l'infiamano tanto che sofferire nol puote; e allora li conviene gittare molti grandi sospiri. E spesse volte aviene che lo cuore sospira sanza cruccio: questo è lo rinfabilimento del sangue che si discarica.

(1133) Nel C. L.: spirto. — Abb. corr. coi Codd. R. 2. e F. R.

(1134) Per cuore.

Cap. CCLXXXXVI.

Lo re domanda: la lena onde viene? Sidrac risponde:

La lena escie della rischiaratura (1135) degli omori, che sopra lo cuore vengono, che fendono lo cuore per lo mezzo, e l'uomo chiude gli suoi occhi per dormire; e di quella lordura ch'è d'intorno a lui (1136), escie una aire molta grieve per la sua bocca; e poi viene un altro aire puro e netto, che a lui va dirieto, e si lo iscarica di quella medesima lordura.

(1135) della rischiaratura e della schiuma C. R. 2.

(1136) Pare che abbia da intendersi intorno al cuore.

Cap. CCLXXXXVII.

Lo re domanda: lo starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo tenere? Sidrac risponde:

Lo starnutire viene di due cose: la prima del vento e della freddura del corpo, che egli escie di due vene del capo, e escie per lo più presso ispiraglio ch'egli truova, e ciò sono gli anari del naso. L'altra maniera si è di guardare lo sole: che se tu lo riguardi, tu istarnutirai. Lo calore del sole gli entra nelle vene del corpo, e caccia la freddura di là. E se tu ti vuogli tenere di starnutire, quando tu n'avrai talento, inmantenente ti cuopri la bocca, e alena: quello aire che dee disciendere per gli anari, si discienderà per gli pertugi della bocca, e così se ne partirà, che già nollo sentirai; che all'aprire che tu fai la bocca, la lena se ne va senza sentire.

Cap. CCLXXXXVIII.

Lo re domanda: lo menbro dell'uomo come si distende (1137) e onde escie e come ritorna dentro? Sidrac risponde:

Lo menbro dell'uomo crescie per tre cose: la prima pegli occhi, la seconda per lo cuore, la terza per lo ventre. Quando gli occhi vegono una bella femmina, egli si dilettano d'avella, e si l'anunziano al cuore, e allora si mette in quello pensiero (1138). E quello pensamento si muove gli quattro omori del corpo, e infiammano al menbro, ove la volontà della natura è; e si l'enfiano per diritta natura, chè il menbro si è fatto alla maniera della vescica. L'altra maniera si è molto pericolosa, ciò è la volontà che l'uomo àe in quello fatto, che fa gli omori tutti riscaldare e lo menbro ismuove. La terza si è lo riposo e la rienpitura, che li fanno avere quella volontà e cresciere lo menbro. Quando lo riscaldamento degli omori torna di dietro (1139), lo menbro si disenfia, e la volontà gli passa; altressì come uno otre, che è disenfiato del vento. E quando lo corpo si travaglia, quella enfiatura non si puote ronpere (1140). E quando gli occhi non guardano, lo cuore no' si diletta. E perciò l'uomo non dee nimica follemente riguardare, nè follemente pensare, nè troppo riposo dare al suo corpo. E quelli che in questa maniera lo farà, a pena lo suo menbro si distenderà.

(1137) ce dresse C. F. R.

(1138) Il C. R. 2. ha di più: ed egli riceve quello anunziamento con grande favore e dolzore, e allora si mette ec.

(1139) Intendasi: torna indietro, cessa.

(1140) coronpere C. R. 2.

Cap. CCLXXXXIX.

Lo re domanda: di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio sofferire (1141)? Sidrac risponde:

Nè d'uno nè d'altro non si puote l'uomo troppo sofferire, che lo corpo àe troppo grande bisognio dell'uno e dell'altro. E se l'uomo volesse dire che fosse (1142) in mare in una nave, e avesse co' lui ciò che mestieri gli facesse, e egli dicesse che egli si potesse sofferire della terra, io dico che della terra sofferire non si potrebbe, chè se la terra non fosse, la nave non potrebbe essere istata (1143). E s'egli dicesse ch'egli si potesse sofferire del fuoco, come mangierebbe le vivande cruda? Già però non si potrebe egli sofferire del fuoco, che se lo calore non fosse, niuno frutto di terra non nascierebe. E s'egli dicesse ch'egli non volesse giamai bere acqua, se non vino puro, anche di tutto questo dell'acqua sofferire non si potrebe, chè se l'acqua non fosse, la terra non potrebe rendere suo frutto. S'egli dicesse che giamai vento non fiatasse, e ch'egli potesse vivere sanza vento, con tutto ciò mestieri ne averebe, che se il vento non fosse, la terra lo suo frutto rendere non potrebbe. E per ciò diciamo noi che altressì poco si potrebbe sofferire dell'uno come dell'altro.

(1141) di quale alimento si potrà l'omo meglio passare, non avendolo? C. R. 2. — Intendi alimento per elemento, come gli antichi spesso scrivevano.

(1142) se il fust C. F. R.

(1143) istata fatta C. R. 2.

Cap. CCC.

Lo re domanda: la pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo vento (1144)? Sidrac risponde:

La pioggia viene inanzi lo vento in guisa (1145) di coverta, e non lo lascia passare. In quello che la piova dura, l'acque che intorneano lo mondo lievano lo vento inmantanente; e medesimamente per lo torno delle pianete al movimento del fermamento. E se lo vento viene da alto, egli passa la pioggia, e va oltre da lei; e se egli viene da basso egli no' la può passare, ch'egli la truova molto ispessa inanzi, e gli toglie la via.

(1144) chant il fait vent et la pluie vient por quoy la vent muert? C. F. R.

(1145) Nel C. L.: guida; errore manifesto che abb. corr. cogli altri codd.

Cap. CCCI.

Lo re domanda: perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre bestie? Sidrac risponde:

Se gli uccelli femine avessono natura come l'altre bestie, volare non potrebono, che i loro corpi s'empierebono dell'aria per la loro natura, e peserebbono sie che volare non potrebono. Idio per la sua pietà gli fece tali, come si convenia.

Cap. CCCII.

Lo re domanda: quale è più forte o 'l vento o l'acqua? Sidrac risponde:

Lo fondamento d'una torre è più forte che non è la cima; e similmente avviene dell'acqua; che se l'acqua non fosse, vento non sarebe. Bene potrebe avere fatto Idio, s'egli avesse voluto, vento senza acqua; ma egli non volle fare d'altra maniera se non tale come egli à fatto: che tutti i venti del mondo si muovono del corso dell'acqua. E per questa ragione l'acqua è più forte che lo vento.

Cap. CCCIII.

Lo re domanda: perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro? Sidrac risponde:

Niuna criatura può nasciere inanzi lo suo tornamento (1146) un solo punto, in niuna maniera di mondo; e tutto questo è per lo punto dello generamento: che alcuno punto è che se la criatura è generata in lui, si nascie in un altro punto, tosto o tardi, che più inanzi o più adrieto non può nasciere che al suo punto. E quando la femmina si travaglia del suo partorire, non è ancora venuto lo punto della natività della criatura; e sì tosto come lo punto viene, la criatura nascie.

(1146) avant son terme C. F. R.

Cap. CCCIIII.

Lo re domanda: perchè si travaglia la gente della morte più l'una che l'altra? Sidrac risponde:

Per due cose l'una persona pena più che l'altra: l'una per lo punto, l'altra per alcuno merito avere nell'altro secolo. Chè Idio àe istabilito tre maniere di pene, l'una è dello ingieneramento, l'altra del nascimento, la terza della morte. La prima che è dello ingeneramento si anuzia. Lo secondo punto risponde al primo della natura delle cose corporali, presenti e avenire. Lo terzo risponde al secondo della morte. Allora inmantenente muore, che in altro punto non può toccare più, per tutto l'avere del mondo. E forse per lo travaglio ch'egli fa, Idio gli consentirà alcuno allegramento all'anima nell'altro secolo, che Idio per la sua pietà consentì esser nato in questo punto. E non credete ch'egli possa morire sanza punto, e vivere non può più di quello punto, per tutto l'oro del mondo, se a Dio non piacesse.

Cap. CCCV.

Lo re domanda: chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo? Sidrac risponde:

Quattro cose sono al partimento dell'anima dal corpo: (1147) paura, tristizia, pena e dolore. L'anima à la paura e la trestizia, e lo corpo àe la pena e lo dolore. La paura dell'anima è sì grande, che niuno cuore d'uomo non lo potrebe pensare in questo secolo. La tristizia è più grandissima che niuno cuore d'uomo non potrebe pensare. Magiore trestizia e' li è che se una femina vedesse innanzi lei uccidere lo suo figliuolo. La pena del corpo è sì grandissima, come potesse essere unque pensato in niuna guisa. Che se uno uomo fosse battuto tanto d'uno martello in sulla ischiena, nè morire non potesse, e fosse tanto battuto ch'egli fosse sottile ch'egli potesse entrare per uno anello d'uno piccolo dito, egli non avrebe mica la decima parte di pena che il corpo sostiene, quand'egli si parte dall'anima, conciosia cosa ch'egli passi inmantenente, sanza niuno senbiante fare (1148). Lo dolore del corpo è sì grandissimo, come più potesse essere pensato, però ch'egli torna a infracitura (1149) e a nulla. Che se uno uomo fosse signore di tutto il mondo, e tutte le genti gli portassero reverenza, e le bestie tutte fossero al suo comandamento, e egli diventasse sì povero e sì al nulla (1150) ch'egli non avesse a mangiare uno solo giorno (1151), egli non avrebe mica la diecima parte del dolore che à lo corpo, quando egli si parte dall'anima.

(1147) a partire l'anima dal corpo C. R. 2.

(1148) Intenderei, senza mostrare nel volto quella pena ch'ei sente.

(1149) in fracidura C. R. 2.

(1150) da nulla C. R. 2.

(1151) ch'egli non avesse nulla da mangiare nè da bere uno solo giorno C. R. 2.

Cap. CCCVI.

Lo re domanda: perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire? Sidrac risponde:

Per due cose è che gli fanciulli non sono intendevoli e sono noiosi al nodrire. La prima si è per lo peccato che Adamo fece verso lo suo criatore, si sono ingonbrati quelli che di lui nascieranno, e sono meno intendevoli che bestia, per la sua grande ghiottornia, ch'egli desiderò quello che Idio gli avea difeso (1152). Se Adamo non avesse peccato, tutti quelli che sono nati e nascieranno sarebono così istati intendenti, piccoli come grandi. L'altra ragione perch'egli (1153) sono noiosi a nodrire, si è ch'egli sono di padre e di madre, e per lo diletto che Eva ebbe ch'Adamo lo suo conpagnone mangiasse lo pome che Iddio gli aveva difeso, ch'ella credette che fosse (1154) simigliante a l'altissimo (1155). E per quello diletto sono noiosi a nutricare i fanciulli, perciò ch'ella (1156) avesse pena a nutricargli. E anche sono in tenebre per lo diletto ch'ebono di mangiare lo pome che Idio avea loro vietato; e però ell'averà pene a partorire, e a notricare lo suo frutto.

(1152) vietato C. R. 2.

(1153) Manca al C. L.: l'altra ragione perch'egli — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1154) ch'il seroit C. F. R.

(1155) a Dio altissimo C. R. 2.

(1156) perch'ella C. R. 2.

Cap. CCCVII.

Lo re domanda: come dee l'uomo vivere in questo mondo? Sidrac risponde:

L'uomo dee vivere in una maniera, e in un'altra morire, e in un'altra àe a risucitare. L'uomo dee vivere lealmente e di suo travaglio e di suo leale guadagno, e avere pace, e amore a Dio e a tutte le genti, e Idio primieramente laudare e innorare, e fugire la cupidizia (1157) di questo secolo. Uomini che questo fanno, vivono innoratamente. L'altra si è che l'uomo dee morire pietosamente; cioè quelli che credono in Dio e che lo conoscono e adorallo e lodano e ànno pazienzia e astinenzia e sofferenzia, quelli che per Dio morranno, quellino faranno preciosa morte, e quellino risusciteranno gloriosamente, quando a Dio piacerà.

(1157) concupiscenza C. R. 2.

Cap. CCCVIII.

Lo re domanda: come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? Sidrac risponde:

Se lo tuo nimico è forte o frale, tu non ti dei mica ispaventare nè troppo asicurare, che tale è oggi vinto, che domane vincerà. Chi non dotta non sarà ridottato, e lo troppo dottare fa troppo avilire, e la troppa fretta fa troppo dannaggio. E chi la paura porta tuttavia co' lui, egli porta grande pena e grande fascio sopra lui. Quelli che porta la sicurtà sopra lui, si porta lo suo danno e la morte sopra lui. E però quando è tenpo e stagione da dottare, si dotti; e però quando è tenpo e stagione di sicurare, si s'asicuri.

Cap. CCCVIIII.

Lo re domanda: dee l'uomo giucare col suo amico (1158)? Sidrac risponde:

Guardati di non giucare col tuo amico nè con altrui colle mani, nè beffare; chè de' giuochi delle mani ingienera micidio e grande cruccio, conciosia cosa che (1159) sia tuo amico o tuo fratello; o tu lo magagni, o li tocchi di mani (1160), o lo metta a terra, o lo fiere d'altro modo, elli gli sarà grande vergogna (1161), conciosia ch'egli sia piccolo o frale; che ciascuno si tiene in sè forte e ardito e fiero, e pochi sono quelli che dispregino sè medesimo, se non fosse già vile o codardo (1162). Se tu lo beffi, tu gli fai gran male al cuore, che crede in sè medesimo che le beffe che tu gli fai, il facci per ispregiarlo; che di beffe viene cruccio e odio (1163), conciosia cosa che sia tuo fratello o tuo amico. Ma tu dei giucare (1164) colla gente con belle parole; e a ragione e a utilità di te mostrare e traggere (1165); e di cotale giuoco viene cortesia e allegrezza.

(1158) Meglio nel C. R. 2.: de' l'omo essere vago di scherzare colle mani?

(1159) benchè C. R. 2.

(1160) o li torci le mani C. R. 2.

(1161) egli lo avrà a grande noia C. R. 2.

(1162) benchè sia codardo C. R. 2.

(1163) Nel C. L.: che beffe a cruccio e odio. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1164) usare C. R. 2.

(1165) Nel C. F. R.: Mais tu dois iuer o la gent de belles paroles, et di e raisons, et de biaus proverbes dire et retraire.

Cap. CCCX.

Lo re domanda: se l'uomo dee dottare del suo nimico. Sidrac risponde:

Tu ti dei tenere vigorosamente e fieramente contra lo tuo nimico, conciosia cosa che tu lo dotti, e sia codardo (1166). Se tu lo fai, lo tu nimico ti pregerà, e ti dotterà, e non ti oserà asalire; che s'egli lo pensasse fare, egli crederebe essere vinto da te. E se tu ti cansi da lui, e non ài fierezza contra lui, tu se' vinto, che egli ti dispregierà, e non ti dotterà, che in cotale maniera che tu ti sconterrai co' lui, in cotale sarai tenuto. Se tu se' prode uomo e valente, tienti lo tuo onore, e tu sarai più pregiato e più onorato; e se tu se' vile e codardo, tienti a onore, e cortese (1167) vieni tra la gente, e in questo crederanno che tu sii prode e valente. E se la tua codardia si scuopre una volta, tuttavia sarai ontoso e vile tenuto in fra la gente. E se alcuno ti riscalda d'arme, e tu non v'abbi ardire nè cuore inverso lui, confortati e piglia asenpro dal leone (1168), e torna a lui, e così lo potrai viliare e te inalzare. Lo cane, quando fugge, altri cani lo cacciano; e egli piglia vigore e torna indietro loro (1169); inmantenente si tragono gli altri indietro, e non osano conbattere co' lui, chè lo volto dotta lo volto (1170).

(1166) e che tu sia codardo C. R. 2.

(1167) cortesemente C. R. 2.

(1168) de chien C. F. R.: e che non leone ma cane abbia da leggersi è chiaro da ciò che segue. — Il C. R. 2. ha pure: leone.

(1169) verso loro C. R. 2.

(1170) la chiere ne doute mie le dos, mais la chiere doute bien la chiere C. F. R.

Cap. CCCXI.

Lo re domanda: qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo? Sidrac risponde:

Ispiritualmente quelli che amano Iddio più vagliono. Corporalmente i ricchi più che li poveri, che altrettanto quanto tu averai, tanto varrai. Lo verace profeta, lo figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra, e' dirà colla sua santa bocca: tanto quanto tu avrai tanto varrai; ma egli nollo dirà mica per gli corpi, anzi lo dirà per l'anima; che tanto quanto l'anima avrà fatto in questo secolo, tanto averà nell'altro. Similemente aviene del corpo, che altrettanto quanto egli à di podere in questo secolo, altrettanto vale egli in questo mondo.

Cap. CCCXII.

Lo re domanda: quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo secolo? Sidrac risponde:

Li ricchi sono più ad agio che i poveri; ma i poveri sono più al sicuro. Lo ricco à ciò che egli è mestieri, e può fare lo suo agio; ma egli è inpeso di paura del suo reame perdere (1171), e della sua ricchezza, e non puote andare ove vuole, se non à grande conpagnia con seco. Lo povero vae e viene sicuramente, e non dotta nulla per lo suo (1172); e quando egli àe lo ventre pieno (1173), egli è ad agio, altresì come lo ricco è ad agio de' grandi mangiari ch'egli mangia.

(1171) mais il est plus souent en paour et en dote d'estre enpoisone ou abeure por son royaume perdre C. F. R. — È da credere che l'inpeso del n. t. e del C. R. 2. sia derivato da non avere inteso l'enpoisone del testo francese.

(1172) Così anche nel C. R. 2., e pare da intendere per le cose sue. — Nel C. F. R.: ne doute nului ne le beurage ne l'entoschement, por convetise de lui ne por le sien.

(1173) de pain et d'aigue C. F. R.; aggiunta che chiarisce meglio ciò che segue.

Cap. CCCXIII.

Lo re domanda: quali sono le più ricche genti del mondo? Sidrac risponde:

Le più ricche genti del mondo spiritualmente sono coloro di cui Iddio s'apaga più di loro, per le buone opere. Corporalmente a questo tenpo sono gl'indiani. Ma egli nascieranno una gloriosa gente (1174), che prima si convertiranno al verace profeta, e quella sarà la più ricca gente del mondo; ma per la loro malvagità e per gli loro agi, perderanno tutto, e diventeranno dispregiati in fra le genti; ch'egli crederanno essere migliori che l'altre genti, ma egli non saranno. Ma dopo loro la ricchezza del mondo sarà d'altre genti franche, gli quali saranno più onorati a Dio (1175), che niuna altra gente del mondo.

(1174) une gente grezoise C. F. R. — Anche il C. R. 2.: ha: groliosa. — Che il traduttore non intendesse la parola grezoise?

(1175) plus humelians a Dieu C. F. R.

Cap. CCCXIIII.

Lo re domanda: quali sono li più onorati uomini del mondo? Sidrac risponde:

Le più onorate genti di questo mondo sono a questi tenpi i persiani. Ma tenpo verrà che quelli del ponente saranno la più innorata gente del mondo, e gli più savi e gli più valenti e gli più pregiati, e la migliore gente a Dio e al mondo; e saranno credenti fortemente alla fede del figliuolo di Dio. E sarà tenpo ch'egli giustizieranno (1176) le tre parti del mondo; e gli loro onori andranno per tutto il mondo, e la loro signoria tuttavia rinforzerà. Ispesso sarà tra loro guerra, e quando Idio vorrà distrugere l'altre nazioni, quelle genti andranno ne' loro paesi.

(1176) Forse per rendere giustizia, e quindi signoreggiare. Non si hanno esempi di giustiziare in questo significato.

Cap. CCCXV.

Lo re domanda: quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per migliore cercare? Sidrac risponde:

Quando tu se' in buono luogo, tu ài lo tuo vivere, tielloti in pacie, e non ti intramettere in cupidizia di migliore avere. Ma quando Idio il ti (1177) manderae, si lo piglia, e statti in pace; chè chi troppo cupita (1178) tutto perde, e tanto gratta capra che male giace (1179), e tal crede trovare il pane fatto, che non truova il grano nel canpo. E per ciò è buono, quando l'uomo è in buono luogo, che non si parta per altro cercare, che tosto potrà perdere l'uno pell'altro.

(1177) tel C. R. 2.

(1178) cupidità àe C. R. 2. — Forse da cupere, invece di cupe, fecesi cupita.

(1179) et tant grate chieure che mal gist C. F. R.

Cap. CCCXVI.

Lo re domanda: dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano? Sidrac risponde:

Certo tu farai come senplice, se tu crederai tutti i consigli che l'uomo ti dà. Tu dei udire lo consiglio della gente, e intendere uno e altro; e quello che non ti parrà buono e leale, lasciarlo e fugirlo. E se tu se' savio, non dei però dispregiare nè biasimare lo consiglio dell'altra gente, ma lodare e innorare, che allora sarà (1180) egli tenuto per savio e per provedente.

(1180) sarai C. R. 2.

Cap. CCCXVII.

Lo re domanda: de' l'uomo amare i malidicenti? Sidrac risponde:

Certo chi maldicente ama, egli ama la conpagnia del diavolo, che maldicente vale tanto a dire come male aoperante e mal cercante; e cotale uomo non dei amare, ma odiare e fugire da lui: chè maldicente mette discordia tra' fratelli e gli amici, e fa generare micidio e perdizione di corpo e d'anima. E maldicente si è servente del diavolo, e si è altresì figliuolo del diavolo. E cotali genti deino fugire (1181), e odiare sopra tutte le cose, e non crederli di cosa ch'egli dicano, perch'egli non dicono se non male, come quelli che sono dati al diavolo. E tanto com'egli viveranno, non faranno altro che male, e disamore e discordanzia mettere infra la gente; e perciò l'uomo gli dee odiare sopra tutte le cose.

(1181) de' l'omo fugire C. R. 2.

Cap. CCCXVIII.

Lo re domanda: se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala cera? Sidrac risponde:

Non certo, che se il tuo amico o il tuo fratello ti mostra malo senbiante alcuna volta, tu per ciò non ti dei crucciare, chè per aventura egli àe alcuno cruccio in sè, per ch'egli a voi nè altrui non può mostrare bello senbiante (1182).

(1182) Il C. R. 2. ha di più ciò che segue: E per ciò tu lo dei comportare, e pensare in te medesimo che, se tu fossi corucciato, non potresti fare bel senbiante nè a lui nè altrui. E se tu ài parole a piato con altrui, ed egli ti mostra malo sembiante, non ti dei per ciò corucciare, che per aventura egli è poco saputo, e poco senno regna in lui, che ciò li fa fare; chè tuttavia lo poco saputo mostra più di coruccio; che lo savio, bench'egli sia corucciato, egli mostra tutto lo più bello di fuori, e ciò adiviene per lo suo grande senno. E però de' l'uomo più temere lo coruccio del savio che del folle. E lo savio si sa meglio vendicare del suo nimico che lo folle.

Cap. CCCXVIIII.

Lo re domanda: può l'uomo dimenticare lo suo paese? Sidrac risponde:

L'uomo puote bene dimenticare lo suo paese, ove egli è stato povero e mendico, e poi tu vieni in altro paese ove tu truovi bene. Ben dei dunque dimenticare lo tuo paese, ove se' stato povero e mendico. E se tu fossi nel più bello luogo del mondo, e tu avessi parenti e amici assai, che tu làe non potessi istare per la tua povertà, e tu andassi in altra parte, là ove tu trovassi la tua vita, là è lo tuo paese. E quello paese dei tu amare, ove tu ài lo tuo vivere, e non là ove tu se' nato, che non avevi di che vivere. Che chi vuole porre mente al mondo, si troverrà che tutta la gente che furono e saranno sono istrani in questo secolo, che niuno à paese per sè, se non solamente albergo. La durata di questo secolo, se ella fosse cento milia anni e più, non sarebe albergheria una ora, alla lunghezza dell'altro secolo. Cento milia anni sono in questo secolo, a comparazione dell'altro, siccome uno uomo albergasse una ora in una strana albergheria. Per ciò siamo noi tutti istrani in questo secolo.

Cap. CCCXX.

Lo re domanda: quale è meglio o forza o ingiegnio? Sidrac risponde:

Forza è buona all'anima e alcuna volta al corpo, ma ingegno vale meglio al corpo. Quando tu ài alcuna cosa a fare per la tua forza, se tu la fai con alcuno ingegnio, tu la farai in tutte le cose del mondo. Ingegno vale meglio che forza al corpo. All'anima vale meglio forza che ingegnio.

Cap. CCCXXI.

Lo re domanda: se alcuno domanda ragione dègli l'uomo inmantanente rispondere? Sidrac risponde:

Se alcuno domanda ragione l'uno all'altro, e egli è savio e proveduto, ch'egli sapia rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli dee rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli dee rispondere inmantenente; e se ciò averà, egli vincerà lo piato e sarà tenuto per savio. E se ciò non sa fare, può pensarsi dinanzi quello ch'egli dee rispondere; e se così tosto non può pensare, egli dee pigliare termine. E poi vada alle scritture, e legga i libri, e riceva nel suo cuore ciò ch'egli vi troverà; e poi conbatta tutto giorno con quelli che lo contastano, e faccia sì che gli vinca e gli metta di sotto. E allora sarai tutto savio e filosafo, e porterai lodo sopra l'altra gente. Quelli che rispondono di ciò che l'uomo loro domanda, quelli sono chiamati filosafi, e gli filosafi sono i ministri del mondo corporalmente; che altra gente possono insegnare e inprendere.