Lo re domanda: perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna? Sidrac risponde:
Vergine è assai più degna che pulcella. Vergine vuol dire pura e netta del suo corpo e del suo pensiero e della sua volontà e cogitazione e della sua bocca e degli occhi e degli orecchi e de' piedi e delle mani e di tutto il suo corpo dentro e di fuori, comunalmente, sanza niuna corrottura di fatti nè di pensieri. Questa è vergine. Pulcella vale a dire che non è corrotta del suo corpo, ma ella può essere corrotta, di molte maniere pericolose, di suoi menbri e de' suoi occhi e de' suoi piedi. E non però molto è degna cosa chi guarda lo suo pulcellatico (1081) per Dio, perch'ella sarà tra gli agnoli posta a sedere.
(1081) Per pulzellaggio.
Lo re domanda: qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la pulcella o quella che sia corrotta? Sidrac risponde:
Quella si dee meglio sofferire delle cose che non à provate, che quella che l'à fatte; e più leggiermente si tiene l'acqua meglio là, ove ella non esciè unque, che là ov'ella si tiene per forza, e là ov'ella si può legiermente uscire. La corrotta si à tutto aperto lo cammino (1082); la pulcella si à lo camino tutto chiuso. E perciò diciamo noi che la pulcella si dee meglio tenere che la corrotta, ch'ella non sente cotale fatto, e non sa che ciò è, come la pulcella che non cognoscie unque (1083).
(1082) àe aperta la camera C. R. 2.
(1083) Correggasi colla lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: perciò ch'ella non sente cotale fatto, nè non sa che sia la corrottura; e quella che l'ha sentito sì si diletta de la fraile carne; e perciò non si può così tenere nè soferire la corrotta, come la pulcella che non conosce quello affare.
Lo re domanda: quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o la femina? Sidrac risponde:
La femmina si può meglio sofferire di quello fatto, che non puote l'uomo, che è di più calda conparisione che non è la femina. La più calda femina del mondo è più fredda che 'l più freddo uomo del mondo, e per una volta che la femina si corronpa, si può l'uomo corronpere XXVII volte. E questo potete voi vedere chiaramente, che ciascuna volta che l'uomo s'acosta alla femina carnalmente, poco si falla che non si corronpa; e in molte altre maniere si può corrompere. La femine non si può nimica sì tosto corronpere: apena si corronpe, delle dieci volte (1084) che l'uomo si corronpe. Ma la femina è più calda di volontà e di coragio in quello fatto, che l'uomo non è, e più si diletta in vista in pensieri e in toccare, che l'uomo. Ma lo corrompere della femina gli dura molto, inanzi ched elli passi. E anche v'àe altro pericolo nella femina che nell'uomo (1085): che incontanene ch'uomo èe corrotto, quella volontà è passata, come il fuoco arde (1086), e l'uomo vi gitta suso l'acqua, incontanente è spento e si fa freddo; ma la femina, che spesso non si può corrompere, sì si iscalda, e arde più che il fuoco che arde, e l'uomo vi gitta entro le legne, e egli più arde. E per questa ragione la femina à calda volontà, e più si diletta in quello fatto che l'uomo, per ciò ch'ella non si puote corronpere sì tosto nè sì ispesso come l'uomo.
(1084) delle dieci volte l'una C. R. 2.
(1085) che non è nell'omo C. R. 2.
(1086) come lo fuoco che arde C. R. 2.
Lo re domanda: la femmina gravida come puote ella notricare la criatura nel suo ventre? Sidrac risponde:
Lo garzone si nodriscie del sangue della femina, cioè di quello del suo tempo; e del fiato dell'aria che la femina fiata (1087), e della vivanda ch'ella mangia, e dell'acqua ch'ella bee. Ma quando ciò aviene, non intendere nimica che lo figliuolo mangi di quella vivanda nè bea di quella acqua della femina. Ma quando la femina mangia, si gli cola di quello olore e del savore per lo latte, inanzi al volto del figliuolo (1088), e di quello si nodriscie e si pascie e si diletta. Ma la sua diritta nudricatura si è del sangue della femina, che lo figliuolo bee per lo bellico; e questo potete vedere chiaramente della femina grassa, che, quando ella non è gravida, ciascuno mese le viene lo suo tempo, se malizia no' gli toglie.
(1087) et de l'air che la feme flaire C. F. R.
(1088) a la chiere de l'enfant C. F. R. — s'en vont en la bouche de l'enfant T. F. P.
Lo re domanda: dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del suo corpo? Sidrac risponde:
Se la tua moglie o la tua filiuola o la tua nipote fanno follia di loro corpi, tu no' le dei nimica adontare; e se tu l'adonti, tu farai peccato, ed onta a te medesimo. Che se la tua moglie è tenuta per buona femina, le genti le porteranno onore e reverenzia, e l'onore e il lodo è tuo più che suo. E sapiate che se tu discuopri lo suo male e la sua follia, sapiate ch'ella sarà adontata, e lo fascio del disonore sarà tutto vostro, chè, chi isputa in alto, nel viso gli torna. E perciò tu nolla dei nimica adontare, perchè a noi non tocca questo fatto (1089); e se tu lo fai, tu farai peccato e male. E non ti caglia del suo fatto, chè ciascuno renderà ragione delle sue opere a Dio.
(1089) a noi non tocca del suo fatto C. R. 2.
Lo re domanda: dee l'uomo essere geloso della sua moglie (1090)? Sidrac risponde:
Tu non dei essere geloso della tua donna in niuna guisa del mondo; che, se la tua moglie è buona femina e leale, e tu la gelosi (1091), tu la fai diventare ria femina; e s'ella è ria, e tu ti farai geloso, tu la farai diventare più ria ch'ella non è. La femina buona per niuna cosa del mondo l'uomo nolla puote conperare, nè oro nè argento nè niuna pietra preziosa non vale. È più assai a pregiare la buona femina che il buono uomo, per molte ragioni; altressì come uno sparviere, s'egli pigliasse una gru, sarebe più da pregiare, che s'egli pigliasse uno falcone. E simigliante è della femina e dell'uomo: chè la buona femina è più da pregiare che il buono uomo, per ciò ch'ella non à mica tanto di senno in lei, quanto l'uomo, e per la sua grande bontà ella è buona; e però ella è più da pregiare che il buono uomo. Due cose potranno avenire nella buona femina per gelosia: che se tu la tieni in gelosia, ella si potrà tanto istare in gelosia, ch'ella potrà venire in grande infermitade; o ella sarà per lo tuo dispetto ria femina. Se tu tieni in gelosia la ria femina, sarà peggio per lo tuo dispetto: o ella farà cosa per te uccidere, o ella ti farà uccidere ad altro uomo, chè di rio àlbore non puote uscire che rio frutto. Per ciò diciamo noi che l'uomo non dee istare in gelosia della sua moglie, in niuna guisa del mondo, nè rinproverare la sua follia ch'ella averà fatto. E per ciò se tu lo fai, tu l'accendi lo fuoco al cuore da capo a mal fare. E similmente non faccia all'uomo la femina, ch'egli è peggio di lei.
(1090) est il bon de geluzer la feme? C. F. R. — Il prov. ha engelozir.
(1091) ingielosisci C. R. 2. — et tu l'agelouses — Il prov. ha il vb. agelosir, per ingelosirsi.
Lo re domanda se l'omo de' (1092) avere gelosia di sua moglie. Sidrac risponde:
Certo a diritto e a ragione, si, e grande (1093). Se la tua moglie è folle, e tu nolla dei coprire nè mottegiare, che tu potresti pigiorare di discoprire la tua onta; e le genti che l'udisono, te ne potrebono tenere a vile, e per più cattivo. Ma gli savi cuoprono tutta via la loro moglie.
(1092) Manca al C. L.: se l'omo de'. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1093) Non sappiamo come mettere d'accordo questo col cap. precedente. Al n. t. corrisponde tanto il C. R. 2., che il C. F. R., il quale ha: Certes, oil, a droit et a raison, se la fame etc. — Diversa però è la lez. del T. F. P., dove questo cap. è intitolato: se doit on courroucer ou estre ialoux quant sa femme parle a ung aultre homme?
Lo re domanda: debbono tutte le genti bere vino? Sidrac risponde:
Lo vino è una preciosa cosa e degna, e si è salute del corpo e dell'anima; chè per lo vino puote l'uomo sanare lo suo corpo di molte infermitadi. Lo vino, per la gente che il beono temperatamente e a ragione, non fa niuno dannaggio. A cotali gente vale meglio bere il vino che l'acqua. E a' folli che beono il vino follemente, e beono lo senno, e uccidono le genti e rubagli, si lasciano uccidere, e fanno mischie e battaglie di bere il vino, quelli non deono già bere lo vino, anzi varrebbe loro meglio ch'egli bevessono acqua di mare. E a quella gente lo bere lo vino non è diritto e leale, e per loro egli non è già fatto, anzi loro è molto difeso. Lo vino fa a' savi lo corpo sano e netto, e puro cuore e umile; lo vino fa a' malvagi rio cuore, e di rio, vituperoso. E per ciò diciamo noi che a' buoni è migliore lo vino che l'acqua; a' malvagi è meglio bere l'acqua, chè il vino è loro molto difeso (1094).
(1094) molto contradio C. R. 2.
Lo re domanda: dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? Sidrac risponde:
In niuno luogo del mondo niuno si dee dilettare, chè lo diletto, qualunque egli è, se non quello di Dio, si è avarizia e invidia e fornicazione. E fontana del diavolo è ciò che voi dilettate, se non quello di Dio. Si farete la volontà del diavolo. E perciò vi dico in verità che niuno uomo si dee dilettare in niuno diletto, se non in quello di Dio, chè tutti gli altri sono vani e mutoli e nulla.
Lo re domanda: dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere colla gente? Sidrac risponde:
Quando l'uomo è ardente di tenzone (1095) e di conbattere con alcuna persona, egli dee pensare in Dio e nella sua anima, e ch'egli non faccia cosa che torni dannaggio nè perdimento all'anima. E si dee pensare altro, e conbattere nel suo cuore, e di torre (1096) di lui quelle pensiero. E se questo non si puote raffreddare, egli si dee trarre fuori della gente, e tencionare in sè medesimo e conbattere, sicchè quella arsura, la quale enfia lo cuore, disenfierà, e in tale maniera si conserva (1097) di quella arsura.
(1095) Nel C. L.: tentazione — La correzione era evidente.
(1096) de' traere C. R. 2.
(1097) si ritrae C. R. 2.
Lo re domanda se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli l'à fatto. Sidrac risponde:
Quegli che del loro peccato si vantano sono chiamati ministri del diavolo; chè tutto il male aviene per lo tentamento del diavolo; e quelli che si vanta di quello che il diavolo à fatto, questi è diritto ch'elli sia chiamato ministro del diavolo, ch'egli avezza la gente all'opere del diavolo. Quelli fae grande peccato e male molto forte, che tale peccato avrà per aventura fatto; chè altri, quando l'udirà, lo farà. E nello anunziare (1098) farà peccato quelli che l'avrà ricordato, perch'egli l'avrà insegniato per lo suo vantamento.
(1098) nello dinunziare C. R. 2.
Lo re domanda: nel male puossi trovare niuna iscienzia (1099)? Sidrac risponde:
Nel male si truova (1100) grande iscienzia; ma questa non è chiamata perfetta iscienzia, per ciò che il vasello onde escie è orbo e non vede punto; chè s'elli vedesse, ellino non farebono nimica il male. E quelli che 'l conoscono, quelli sono malvagi. Similemente come se voi vedeste una carognia laida e putente, e in quella carognia vede (1101) una bella cosa, certo quella cosa sarebe molto innorata e male posta (1102); altresì aviene della iscienzia, ch'ella è male posta, quando ella è posta in corpo peccatrice (1103); chè il peccatore è più laido a vedere che la più puzzolente carognia del mondo. Perciò diciamo noi che la scienzia del peccatore, che non la cura in Dio nè ne' suoi comandamenti, non è perfetta iscienzia. Quattro iscienzie sono: l'una è quella di colui che in Dio crede, e ne' suoi comandamenti la cura (1104). La seconda si è quella del peccatore, che il comandamento di Dio non volle (1105) fare, ma in male e in peccato l'usa; quella è (1106) corporale iscienzia, perfetta in diavolo. La terza è del gaio uomo, ch'è bene di grande iscienzia; per la sua gaieza è a nulla tenuta, poco pregiata (1107); e si è come quelli che fa ardere dinanzi al sole uno bello candelo, che quello chiarore è nulla pregiato, per lo chiarore del sole; altresì è la scienzia del gaio folle, e nulla pregiata per la sua gaiezza e per la sua follia. La quarta iscienzia si è del povero uomo, ch'è tenuto a nulla fra la gente, e si era (1108) molto savio, e si era come uno ispecchio, che mostra in tutte le maniere che l'uomo lo mostra; altressì il povero uomo in tutte le maniere che l'uomo il domanderà, egli risponderà di quello che l'uomo l'avrà richiesto. E però l'uomo non dee ispregiare iscienzia di niuno uomo, conciosia cosa ch'egli sia grande o povero o piccolo, chè di piccola fontana puote uscire grande acqua e buona; e però l'uomo non dee dispregiare nulla persona (1109).
(1099) puet nul mauvais home avoir grant science en lui? C. F. R.
(1100) en les mauvais C. F. R.
(1101) vedessi C. R. 2.
(1102) certes celle belle chosse seroit laide a veir en celle carogne. C. F. R.
(1103) peccatore C. R. 2.
(1104) Cioè l'adopera. — Nel C. F. R.: la euvrent.
(1105) vuole C. R. 2.
(1106) è chiamata C. R. 2.
(1107) La tierce si est de jolif home, que de lui ist grant science, et par sa volente si est neent tenue ne prisie C. F. R. — Non si lasci qui di notare questa allusione alla gaia scienza, il gai saber de' Provenzali.
(1108) sarà C. R. 2.
(1109) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: in nullo.
Lo re domanda: perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del secolo (1110)? Sidrac risponde:
Le femine ànno la gioia e lo duolo di questo secolo, perciò ch'elle lo debono avere, per ragione, più che gli uomini, ch'elle ànno lo sangue e la curata (1111) più legiere che gli uomini; e sono altressì come le cime d'uno àlbore ch'è inchinato dal vento, da qualunque parte egli viene. Le femina si piccola cosa non puote udire, ch'elle non triemino tutte; e questo aviene per la fraleza del corpo ch'elle ànno (1112); e così aviene loro della gioia. Che s'elle fossero così savie come gli uomini, elle sarebono balie (1113) e giudicatrici e signori; e comanderebero a giudicare, come gli uomini fanno. E perciò ch'elle non sono guari savie, e sono volatiche (1114), ànno elle tosto la gioia e lo dolore, chè imantanente credono e discredono ciò ch'elle odono; e perciò si sentono elleno gioia e dolore del mondo. E piutosto potrebono essere ingannate LXX femine che uno savio uomo; e questo è per lo povero senno ch'elle ànno.
(1110) Questo titolo è conforme a quello del C. F. R. Nel C. R. 2. leggesi invece: Chi à in questo mondo più gioia o più duolo, o la femina o l'omo?
(1111) le sanc et la cervelle C. F. R. — Al C. R. 2. manca questo periodo, e il seguente.
(1112) ce est por le poi de sens ch'eles ont; et lor feiblese dou sens lor fait tost avoire ioie et tost duel C. F. R.
(1113) baile C. R. 2. — bailies C. F. R.
(1114) voltanti C. R. 2. — volages C. F. R.
Lo re domanda: dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo amico? Sidrac risponde:
Tu non dei andare nimica ispesse volte a casa del tuo amico, ma tu lo dei andare a vedere a ora e punto, e non troppo ispesso, chè tutti i troppi sono male. Chè per aventura egli avrà a fare nel suo albergo e nella sua masnada, e se tu gli vieni sopra, tu gli farai grande noia. E poni mente a te medesimo: se tu fossi nella tua casa, e avessi a fare colla tua famiglia, tu non vorresti che niuna anima venisse sopra te; e molto ti farebe grande noia chi sopra te venisse, eziandio se fosse tuo figliuolo o tuo fratello; altrettale noia sarebe a lui, se tu andassi sopra lui. Ma se tu ài voglia d'andare all'albergo del tuo amico, fagli inanzi asapere la tua venuta; sì gli farai cortesia, e allora sarai molto bene insegnato (1115).
(1115) Intenderei: bene educato o saggio. — In prov. essenhadamens vale saggiamente.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? Sidrac risponde:
Se tu se' nella tua casa colla tua famiglia, e il tuo amico viene sopra te, tu non dei però mostrare laida cera, nè crucciare, conciosia cosa che (1116) tu ti crucci in fra te. Ma tu gli dei mostrare bella cera e bello senbiante, e fagli onore e piacere al tuo podere. Che se tu gli mostri rio sembiante, tu lo cruccierai, e avrai mala volontà in lui (1117).
(1116) benchè C. R. 2.
(1117) e farai la mala volontà verso te di lui venire C. R. 2.
Lo re domanda: come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia due uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? Sidrac risponde:
La battaglia si è simigliante a Dio; che quelli che loro pensiero ànno in Dio, non intendono ad altra cosa se non a Dio servire, e quivi ànno gli loro pensieri. Altressì dee fare quelli che battaglia fa: lo cuore e la volontà e lo suo podere dee mostrare di tutto in tutto alla sua battaglia fare; e dimenticare di tutto in tutto gli suoi figliuoli e la moglie e la sua ricchezza. E dee pensare che s'egli è valente e vigoroso, egli vincerà la sua battaglia, e s'egli è cattivo e ricredente (1118), egli sarà vinto e morto; e in cotale modo conquisterà egli la battaglia.
(1118) Vedasi intorno a questa parola ciò che, nello Spoglio degli Statuti Senesi, e nello Spoglio Lessicografico della Tavola Ritonda, scriveva il nostro carissimo Filippo Luigi Polidori, nel quale l'Italia ha perduto un altro di que' vecchi nostri, modestamente sapienti, che non conoscevano i superbi e prosuntuosi disprezzi si certa odierna gente dottissima.
Lo re domanda: è sanità di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio fece per mangiare sono buone e sane, che le cose che sono inferme, non sono se non della infermità del corpo. Quando il corpo è sano, ciò ch'egli mangia si è sano per lui; e quando egli è frale e malato, poco di cosa ch'egli mangi, si gli fa male. Che la 'nferma vivanda e la sana viene dal corpo; chi à sano corpo, no gli fa (1119) quello ch'egli mangia, che tutto gli è sano e buono; e al corpo infermo poca cosa gli fa male.
(1119) non li caglia C. R. 2.
Lo re domanda: quali sono quelli che si vantano più che gente del mondo? Sidrac risponde:
Quegli che più si vantano che gente del mondo sono tre maniere di gente: la prima sono vecchi folli, che si vantano di loro gioventudine, e pensano che le genti lo credano, e non credono mica che quelli a cui elli lo contano li gabbano e beffano. La seconda maniera si è lo folle istrano, che racconta le grandi follie ch'egli ànno fatte nel loro paese; e dicono, io era ricco e gentile; e si ne va ad uno che li crede, e beffallo (1120). La terza maniera si è lo folle ricco, che conterà le sue follie e le sue bugie; e quelli che l'odono lo gonfiano, e si gli confessano ciò ch'egli dice, per la sua ricchezza; chè per aventura egli ànno mestiere del suo servigio.
(1120) Così ha pure il C. R. 2.; ma certo qualche errore o qualche omissione è qui corsa nel testo; il quale può essere corretto col C. F. R., dove leggesi: par I qui le croit, X le moquent.
Lo re domanda: perchè sono (1121) gli nuvoli così di state come di verno? Sidrac risponde:
Li nuvoli sono altresì di state come di verno; e altressì pioventi di tutte le stagioni dell'anno; e s'elle non sono nelle nostre parti, si son elle negli altri paesi; e di tutte le stagioni dell'anno non fallano giamai al mondo, nè di verno nè di state. Che quando lo fermamento fa lo suo movimento, lo sole piglia lo suo alto corso, e così fa istate e a noi verno; e in questo modo non falla giammai istate e verno al mondo, di tutte istagioni dell'anno. E quello torno che il sole fa, non è mica la montanza d'uno palmo, ma per l'altezza del fermamento ci pare molto mutato (1122).
(1121) non sono C. R. 2.
(1122) Forse montato; ma anco il C. R. 2. ha: mutato; ed il C. F. R.: loins.
Lo re domanda: lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire tanta quantità di terra? Sidrac risponde:
Lo nuvolo ci pare piccolo alla vista, ma lo suo corpo (1123) è molto grande; nè la sua grandeza l'uomo nollo puote vedere, per la sua altezza. Lo nuvolo è simigliante alla vesica, che è piccola, e a poco a poco crescie e diventa grande, quando l'uomo vi soffia entro. Altresì è del piccolo nuvolo: quand'egli è piccolo molto, e l'uomo nol può vedere, se non quello ch'è di contro la terra, di verso noi. Nè la sua spessezza l'uomo nolla può vedere, nè la sua lunghezza, nè per lo traverso, per la sua altezza e per la sua iscurità. E a questo lo vento lo fiede, e enfialo, e fallo criesciere, e spandere sopra grande province, e spezare, e muovere, e ventare in terra (1124); e abeverano (1125) i beni che ci sono. Non intendere che quella aqua nascie in aria, ma ella viene del mare, e monta dello spiro che la terra getta (1126), e diventa nuvolo, e piove così come noi lo vegiamo.
(1123) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: corso, per erronea traduzione del cors franc.
(1124) Ventare forse per muovere il vento. — Nel C. F. R.: et pluire et vennir en terre.
(1125) abevera C. R. 1.
(1126) dou sospir che la terre zette C. F. R.
Lo re domanda: gli piccoli garzoni sono come bestie che non intendono? Sidrac risponde:
Li piccoli garzoni sono verdi e teneri, e non ànno gustato del diletto del mondo, nè del mangiare nè del bere nè d'andare nè di venire. E la loro natura si è per la volontà di Dio, che la loro anima è giovane e verde com'egli sono, e non possono parlare se non al tempo e alla stagione. E questa natura l'à fatta Idio per fare onta al diavolo, ch'è così piccola cosa, e meno intendevole che bestia quando ella è piccola. E poi diventa savio (1127), e piglia la sua ereditade, ch'elli per la sua superbia perdette. Che bestie sono assai che intendono più che uno piccolo garzone; e perciò àe il diavolo grande onta, che così piccola cosa conquista la sua eredità, ch'egli perdè per lo suo orgoglio. Altre maniere ci à, che gli garzoni non intendono quando egli son piccoli, perciò ch'egli è di frale natura e conparizione. (1128) Adamo mangiò inanzi che Idio gli donasse lo spirito; e perciò intendee egli in quello anno tutte le cose; e d'Eva avenne altrettale, perch'egli non furono fatti di schiatta, se non della lena di Dio solamente. Ma noi altri che poi siamo venuti, siamo nati di padre e di madre. E però non sono eglino così intendevoli, come quelli che non ebono padre, se non Idio e la sua volontà.
(1127) grant C. F. R. — Intendi: il fanciullo diventa grande, ec.
(1128) Pare che manchi qualche parola. Leggesi nel C. F. R.: por ce che il est de sclate d'Adam. — E così ad intendere quello che segue gioverà riferire il testo francese: Maintenant che Deus dona l'esperit a Adam, en l'ore entendi toutes chosses, et Eva autretel. Car il ne furent mie de la sclate, che tant soulement de laine de Deu.
Lo re domanda: com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo? Sidrac risponde:
Li grandi menbri e gli piccoli si sono d'una vena che tocca al suo bellico, cioè al suo budello; sed ella è troppo tortigliata al ventre della madre (1129), egli tira (1130) la vena che tocca al menbro, e diventa piccolo; e se il budello del bellico non è tortigliato, le vene istanno larghe, e li menbri istanno ritti e non tirati, e diventano grandi. E quando egli è nato, e egli gli tagliano assai del bellico, lo venbro diventa piccolo; e quando ne tagliano poco, lo venbro diventa grande. Altressì aviene della natura della femina.
(1129) si le nombril est trop etortile au ventre de la mere C. F. R.
(1130) ture C. F. R.
Lo re domanda: lo senno onde viene? Sidrac risponde:
Lo senno viene di puro coraggio e di puro sangue e di puro cervello. Quando le due di queste cose sono pure (1131), è altressì come quelli che non vede se non d'uno occhio, che non può vedere così chiaramente come quelli che vede di due. Se tu ài puro coraggio e puro cervello, e tu ài iscuro sangue, sapiate che egli è sopra il cuore, e a lo cervello non lascia avere senno naturale. E se tu ài puro sangue e puro cervello e iscuro cuore, egli ti sturba gli altri due, e non gli lascia avere buono senno naturale. Ma se tu ài i tre buoni e puri e netti, tu ài lo buono senno naturalmente, per diritto natura. E tutto questo aviene per lo corso delle pianete e per l'ordinamento di Dio.
(1131) Meglio nel C. R. 2.: Quando le due di queste cose sono pure e la terza non è pura, elli non à diritto senno nè naturale, altressì come quelli ec.
Lo re domanda: di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare vedere quello che non è? Sidrac risponde:
Li pensieri che l'uomo pensa alcuna volta di cosa che non è stata, e gli pare ch'ella sia, sapiate che ciò aviene del sangue ched egli aportò co' lui del ventre della sua madre che è gelato e vano. E alcuna volta si muove coll'altro, e rinfabilisce verso lo cuore, e fallo pensare in malvagità (1132), e credere cose che non furono, per la vanità del movimento di quello sangue.
(1132) in malvagie follie C. R. 2. — vanite et folie C. F. R.