Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:
L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza di fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li può l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non disiderano l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei pensano le genti ingannare per le loro parole. E però può l'uomo conosciere i buoni da' rei.
Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac risponde:
In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo sole e la luna e l'altre cose; e fece carità muovere con misericordia (946); male nè peccato non fece unque; anzi lo fa colui che l'aopera, e non per Dio (947); chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì gli donò senno e sapere di conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che per fare lo bene averà bene, e per male avrà male e le pene di ninferno. Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, certo bene lo potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto. Ma egli avrebbe fatto torto e oltragio al diavolo, che, per una sola cogitazione di peccato, lo traboccòe di cielo in terra. E se l'uomo non disservisse (948) quella gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene che l'uomo farebbe non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo bene per le sue buone opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò senno di conosciere l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio e volontà potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo cogli angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono omo (950) in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e valente di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi, per lo suo travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera caro (951). E però niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado, e facesse lo bene per lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse la gloria di Dio, perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con tutto il peccato in cielo, dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima. Chè, tardasse quanto volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino andassono amendue in cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe diletto del secolo e la gloria di cielo (952). E se Idio avesse facto che l'anima avesse la gloria di cielo per tutti i tenpi, e lo corpo diventasse terra tuttavia, dunque non sarebe istato bisognio ch'egli avesse criato l'uomo di terra, ma che l'avesse criato solamente, l'avesse messo in gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e lo mondo non sarebe istato bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per l'anima. Certo Idio non volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione ciò ch'egli fece, l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente governare e salvare l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di sua generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo per lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo suo peccato, ch'egli fecie.
(946) Intenderei: e fece che si muovesse per noi carità e misericordia. — Forse potrebbe intendersi: che nascesse per noi, che prendesse vita; secondo il senso che ha nell'ant. fr. movoir. Cf. Burguy, Gloss. — Nel C. F. R.: et fist moveir carite et misericorde et piete.
(947) Così ha pure il C. R. 2.; ma è senza dubbio lezione errata. — Nel C. F. R.: ains fait par celui chi l'uevre, non pas par Deus. — E nel T. F. P.: mais le mal est faict par celui qui en fait l'oeuvre, et non pas par Dieu. — E pare da intendere: il male lo fa colui che lo commette, e non Iddio.
(948) deservist. C. F. R. — Desservir ant. fr., meritare. — Anche in prov. desservir ha il significato di meritare, guadagnare, secondo un es. del Sydrac, citato dal Renouard (Lex. Rom., a Serv): „Negus gazerdo non agra desservit, quar lo be non agra fah de sa voluntat.„ — In ital. si usò servire in questo medesimo senso da alcuni antichi scrittori.
(949) par son gre. C. F. R. — Il trad. non ha inteso il testo.
(950) Manca al C. L. e lo buono omo. — Abb. suppl. col C. R. 2., che concorda col C. F. R.
(951) Così ha pure il C. R. 2. — Ma pare che manchi qualche cosa, almeno stando alla lez. del C. F. R.: Cors viaut travail et aime repos; et par le delit dou cors l'arme l'achate chier. — E nel T. F. P.: Corps c'est travail et ame c'est repos; les quelz deux Dieu a donne a l'homme; et l'ung doibt salver et garder l'aultre sans le travailler. Et pour ce si le corps, qui est travail, prent son delict en ce monde, l'ame si l'achatera en l'aultre bien cher.
(952) Nel C. F. R.: Car, che che tarde, l'arme resevera son cors, etc. — La lez. del C. R. 2. è diversa, e concorda col T. F. P.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:
L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male; chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per ch'ella facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.
Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac risponde:
Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito come (954) uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli fece giorno e scuro, siccome noi abiamo altra volta detto; e fece lo sole e la luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del suo torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del sole; e la notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre genti sopra loro, per la volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose non fallano giammai al mondo; che, quando il sole falla a noi, egli allumina altra gente al mondo e la loro scurità. E quando elli falla a loro, e elli viene a noi, chè lo fermamento non fina di torniare; e ciò viene per la ritondeza del mondo. Gente sono al mondo, tali come noi siamo; e vegono apertamente il chiarore del sole e della luna e delle stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono contra i nostri; e vanno sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi facciamo; e tutto questo è per la ritondità del mondo.
(953) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se era luce innanzi che fosse fatto lo sole e la luna.
(954) era come C. R. 2.
(955) nel suo torno C. R. 2.
Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:
Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto insieme si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal maniera, per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere ch'elle sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più alto che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono alcuna volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci paiono piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per l'altezza elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.
(956) si regono C. R. 2.
(957) li incontramenti C. R. 2.
Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della notte? Sidrac risponde:
L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in qualunque terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto del giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte, sia o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li punti conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si è XXIV ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu potessi istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia noia (959), si conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono CLX (961) movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete voi provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto d'altre cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno, quando lo sole si parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori e gli venti e l'acque si spargono sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tenpesta e tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene dell'altre terre, quando il sole si parte da loro. Non intendere mica che il sole si volge per sè medesimo; ma lo fermamento si dichina presso a una parte, tanto, quanto è uno palmo, là ove lo sole piglia nel verno altro camino, per la sua grandezza, e poi ritorna nel suo luogo.
(958) defaut C. F. R. — Da defaillir, mancare. — «Così li ciechi a cui la roba falla» etc. Dante, Purg., XIII.
(959) e ciascuno punto si è tanto quanto tu potessi stendere lo braccio e tirare a te; e se tu lo braccio non puoi stendere, si conta etc. C. R. 2.
(960) una, due C. R. 2.
(961) sono due milia ciento sessanta momenti C. R. 2.
(962) e per lo rivo dell'acqua C. R. 2. — Nel T. F. R.: et ce poies esprover par le stendal de l'aigue et dou solail. — Nel T. F. P: et ce tu peule prouver par lestandail du soleil et de l'eaue, et par moult daultres manieres. — Sarebbe forse da leggere, invece di stendal e standail, scandalh, per misura? L'orivolo è difatti una misura; e l'idea di acqua, potrebbe aver fatto nascere quella di scandaglio.
(963) E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, quante sono, o sia grande o sia piccola; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, che prende altro camino e altro torno, per altra contrada a scaldare: per che noi abiamo verno e state. Quando lo sole s'alunga da noi, lo suo calore si parte; allora sopra la terra, là ove la terra sospira lo suo freddore, le folgore li venti e l'acqua si spargeranno sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tempesta e tuona e fa lo verno C. R. 2. — La forza del sole non escie è trad. di la force dou solail neniest (C. F. R.), che intenderei neniest, non vi è.
Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac risponde:
Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta, cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è posta in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come la chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si volgie d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la chiavichia; e si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare piccola. Ma allo dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno, forsi uno palmo; e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che vanno per mare e per terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se non si guardano, ellino potrebono smarire la via, e essere a condizione (966). E quel movimento, che a noi pare uno palmo, è al fermamento ben due milia miglia conpiute.
(964) al per con il. — Nel C. F. R.: o le firmament. — O, ant. fr., ebbe anche il significato di avec.
(965) Per cavicchia.
(966) Per essere in pericolo. — La Crusca registra due es. di mettere a condizione per mettere a risico, a pericolo. — Il C. F. R. ha: estre en condicion. — Ma non trovo ne' lessici francesi questa parola con questo significato. Il quale non manca all'ant. spagn., poter, tener en condicion.
Lo re domanda se sarà continuamente guerra nel mondo. Sidrac risponde:
Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli ci avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe chiamato paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo non fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la quale è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una gente coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.
(967) Crediamo da leggere piuttosto chè. — Infatti il C. F. R. ha: car.
(968) ce est a savoir les gens les uns encontra les autres C. F. R.
Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:
Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che l'omo non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è oggi, non sarà domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li conviene, e andare in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine non avrà. Dio per la sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo non potesse andare nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in quello egli à lasciato questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che questo mondo è nullo, che tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de' essere disabitato come uno diserto.
(969) Intenderei: e se per amore di quello ha abbandonato etc. — Nel C. F. R. en celui a il guelpi (guerpi) cestui doutout.
Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte si faccino. Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che se tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli peserebe, come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci facesse noia, e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di questa vite nè dell'uva non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì adiviene a Dio, quando tutto 'l mondo fosse distrutto, come fue per lo diluvio, tutto fue perduto per lo peccato che feceno contra a Dio, e si ne fue lieto quando lo distrusse. Altresì li sarà buono quand'egli distrugierà quelli che sono a venire, per li loro peccati, e per molte maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi quanto vuole, se non meglioreranno.
Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac risponde:
Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno si fue la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e santificò l'omo, e lo fecie riposare di tutte cose fare della settimana. (971): ciò è lo sabbato, che fue lo primo degno die della settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, d'allora innanzi fie lo più degno giorno la domenica, perchè la resurresione del mondo che farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per questo si è lo die della settimana, la domenica (972).
(970) de la semaine C. F. R.
(971) Nel C. F. R.: et le fist reposer de toutes chosses.
(972) le plus digne ior de la semaine le dimenche C. F. R.
Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:
Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte l'altre menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì come uno signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è d'intorno, al suo servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la sua masnada si riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo vegiare viene e risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi, e gli occhi rendono a tutti li altri menbri, si dormeno e si riposano (973). E quello dormire e riposo si è per la forza del corpo, perch'egli possa essere forte di travagliare, e di guadagnare la sua vita, e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E per questa cosa fece lo dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non sarebbe stata.
(973) et les ieaus respendent a tous les membres et si dorment et reposent C. F. R.
Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare, e di male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè l'uomo non dee mica nella calda terra mangiare trope calde vivande, nè vestire tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974) può l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975) luoghi sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e del freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia in questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana con femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una volta l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà sano.
(974) l'uno caldo e dell'altro C. L. — del caldo dell'altro C. R. 2. — Abbiamo corr. sulla scorta del T. F. P.: car d'ung chault et de l'autre.
(975) Et neporchant C. F. R., per neporquant che vale nonostante.
(976) Per malsano, atto a indurre infermità.
Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac risponde:
Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima sono quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria, che mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo ricco, ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le mercie fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese all'altro. Se queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe mantenere.
(977) et poingnet de gaagner C. F. R. — Poigner qui ha il significato di procurare, sforzarsi, ingegnarsi. Non trovo che nell'ant. franc. siasi usato questo vb. — Si usò però nel prov. ponhar, poignar, che il Raynouard (L. R. IV., 598) spiega tâcher, s'efforcer, se hâter, s'empresser, se peiner.
(978) La quarta maniera sono quelli che mercantia fanno C. R. 2.
(979) Per necessarie.
Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac risponde:
La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire l'onore e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la degnità e la signoria e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta, che dirà per la bocca di Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale giustizia, e manterrannola tuttavia.
Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui? Sidrac risponde:
Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere in tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli farà bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte, giammai necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia, puote avere per la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è ricca, che lo suo Signore la porta seco, là ovunque elli vae.
Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima? Sidrac risponde:
Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che dinanzi come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo comincia ad innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in sè, e comincia a riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e più, per lo buono servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo giardino l'avesse lasciato di tutto in tutto, egli sarebe secco (982). Così aviene dell'uomo e della femmina, che si vogliono più bene che di prima; altressì come l'albore riverdiscie e riviene, quando egli è bene abeverato e servito dal giardino.
(980) s'entraiment C. F. R., che vale amarsi scambievolmente.
(981) puote C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R. che ha plus.
(982) Gioverà riferire la lezione del C. F. R., alla quale è conforme la lez. del C. R. 2.: com I arbre chi est en I iardin, et le iardinier le laist a nonchaleir, et ne le vodra laborer ni abeurer; cel arbre comencera a feblir et a sechier, et puis chant le iardinier le comence abeurer et laborer, l'arbre en I poi da iors revient a soi, et comence a reverdir, et devient si bon et si biau com davant et miaus par le bon servise et le bon garniment che il li met; et se le iardinier l'eust laisse de tout en tout, il fust gaste, con cosse obliee. — Notisi nel n. t. giardino per giardiniere, che è pure nel C. R. 2. — È noto come ant. siasi invece usato giardiniere per giardino.
Lo re domanda: come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo amansi? Sidrac risponde:
Quando l'uomo vede la femina e la femina l'uomo, e egli s'amano, sapiate che ciò aviene della volontà del cuore, che è di frale comparizione (983); e per la volontà del loro cuore, tengono lo diletto di quella vanità e di quello viso e della biltà, che in loro sarà somigliata a' loro cuori (984); e tali cuori mirano follemente, e tengono quella follia nel cervello, e poi risponde agli occhi del capo, e li fa follemente guardare a quella criatura, e sì gli diletta in quello pensiero (985). Ma lo savio cuore che è forte e fermo, quand'egli vede alcuna altra criatura bella, egli pensa in sè medesimo e dice: benedetto sia Iddio lo criatore, che così bella criatura à fatta; e rende grazie a Dio; nè giamai gli risoviene di quella criatura più, nè di biltade nè poco nè molto; e se pure gli soviene, no'gli farà niuna forza. Altresì aviene alla buona femmina.
(983) compressione C. R. 2.
(984) che in loro sarà simigliante al loro cuore C. R. 2.
(985) et por la vanite de lor cuer si retinent le delit de cel vice de la biaute de lor cors chi lor sere resenblee a luer cuer; et cel cuer tremue folement, et tient celle folie en la servelle, et respont as iaus de la chief, et les fait solement regarder a celle regardure de la creature; et le cuer chi est fol et vain pense folement en celle creature, et ce delite en celle pencee, et par cel delit convient che il l'aime. C. F. R.
Lo re domanda: chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è egli spergiuro per una volta? Sidrac risponde:
Chi fa uno sacramento falso del suo Idio, quand'elli sia buono o rio, per x cose falsare, e e' si conosce in sè medesimo che egli à fatto falsamente, sapiate che egli è spergiuro x volte. E se altro consente a quelle saramenta false, e egli gli pare buono e bello, sapiate che egli è altressì bene spergiuro, come quelli che fa lo falso saramento.
Lo re domanda: quelli che insegniano lo bene in questo secolo ànn'egli più guidarnone che gli altri? Sidrac risponde:
Quelli che insegnano lo bene in questo secolo alla gente, avranno doppia la grazia di Dio, quelli che lealmente la manteranno. Chè due maniere sono quelle che insegnano lo bene alla gente in questo secolo. L'una sono simigliante al sole (986), che tutto il mondo allumina, e non viene giamai meno, e tuttavia è in sua gloria. Questi sono i buoni, che tutto giorno insegnano il bene alla gente in questo secolo, e lo bene fanno. Questi sono quelli che la grazia di Dio avranno nell'altro secolo. Gli altri che il bene insegnano, e lo male fanno, certo diritto è e ragione ch'egli male abiano a quattro doppj, non a due, come a quelli che porta alcuna cosa e può dare buona parte a ciascuno e pigliare buona parte altressì per lui (987); bene è diritto e ragione che lo male sia suo, poi che egli lo piglia per la sua buona volontà, più che se altri li avesse donato.
(986) alla gloria C. R. 2.
(987) Così ha pure il C. R. 2. — Ma è chiaro che manca qualche cosa. Nel C. F. R.: et laisse la bone et prent la mauvaise. — Il T. F. P. è di diversa lez., ed ha solamente: telz gens sont ressemblans a la chandelle, que les aultres enlumine et soy mesmes degaste.
Lo re domanda: di che viene lo magiore odio del mondo? Sidrac risponde:
Di fatto di legge e di fatto di signoria e di femina. Chè l'uomo tiene la legge e la fede, buona e giusta, conciosia cosa che ella sia malvagia; e un altro la spregia; sapiate che molto gli è a noia fortemente, e molto odia colui che lo suo Idio dispregia. Egli disidera tutto giorno tutto male e tutto odio, come quelli che dispregia la cosa ch'egli più ama e più tiene cara. L'altra maniera si è di fatto di signoria e di possessione, che l'uomo li toglie e vuole torre. Quelli l'odia fortemente, e li disidera tutto male. La terza maniera si è di fatto di femina, o d'alcuna cosa ch'egli ama. Altro uomo la vuole torre e spregiare (988) da lui; elli n'è molto geloso e molto odia quelli che ciò gli vuole fare. E di molte altre maniere muovono gli odii e le male voglienze.
(988) fortraire. C. F. R., che qui ha il significato di sedurre.
Lo re domanda: lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? (989) Sidrac risponde:
Lo pensiero che gli uomini pensano escie della scienzia, e la scienzia è di puro coraggio; chè se lo cuore è buono, egli pensa tutte cose sottilmente, di ciò ch'egli vuole e di ciò ch'egli non vuole, bene e male. E tutto aviene della scienzia, che viene di puro coraggio. Sapiate che questo muove di grande scienzia, chè quelli ch'è di puro coraggio è savio. Lo puro coraggio che egli ànno si è del loro puro sangue, che intorno allo loro cuore corre, e per la purità del cuore e del sangue rischiariscie lo cervello; e quello cervello, per lo suo rischiarimento, mostra chiareza agli occhi e allegreza a' menbri. Perchè l'uomo sia savio e sottile non dee adoperare la sua iscienzia in male, anzi in bene, e in tutta dirittura e in tutta lealtade; e se egli altrimenti lo fae (990), sapiate che la scienzia è perduta in lui. Questi sono chiamati bestie, e peggio che bestie; che la bestia pensa alcuna volta di sua vivanda trovare, e dell'acqua a bere. Perciò diciamo noi che quelli che non à niuno pensiero al cuore, sono pegio che bestie che eglino lo dovrebono avere, e in Dio credere sopra tutte le cose.
(989) Meglio nel C. R. 2.: da che viene lo pensare?
(990) fae. C. R. 2.