Lo re domanda: è peccato di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di manicare e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo servigio. E per questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à donata sopra tutte l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di manicare e di comandare quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di buono cuore, egli ci è buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o altra ria bestia del mondo, o uccello o paone, è questo buono mangiare. E se non ci piacesse, e nollo mangiassimo di buona volontà, sapiate che quello buono mangiare, non è buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo mangia di buono cuore e di buona volontade, egli è buono e diritto e leale; e ciò che l'uomo mangia sopra cuore (893) e di mala volontade, egli no gli è buono nè diritto nè leale.
(893) sor cuer. C. F. R. — Sor ebbe il significato di contre.
Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac risponde:
Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu se' nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo farai, tu farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo tuo amico nel cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute dee essere cotale secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che in prima saluta à l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li dei cortesemente rispondere, a chi che si sia.
Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac risponde:
Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno e iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano aiutare, se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera, nè lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto magiormente anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo dee fare di suo figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che l'uomo la può piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella è secca, e l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa nulla per lui. E altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in prima gli gastiga perchè al di drieto (894) facciano la tua volontade; e che se alla prima no gli gastighi, al dirieto non faranno nulla per te.
(894) au derain. C. F. R.
Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? Sidrac risponde:
L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che sia, apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta della sua testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che due fossono uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece della sua costola diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e che egli fosse signore e ella donna; e che 'l mondo non si potrebbe moltiplicare sanza loro. E perciò diciamo noi che l'uomo dee amare, apresso al suo criatore, sè medesimo, sopra tutte le cose del mondo; e altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la tua buona moglie, e' ti manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non dei avere altra moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che quello che averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che ordineranno la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale carne, se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.
(895) moglie. C. R. 2. — feme. C. F. R.
(896) Per salute; usato al masc., come in ant. franc. e in prov.
Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come saremo istati (897)? Sidrac risponde:
E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea egli bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente che nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e fatti, e la loro perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie e de' pesci e degli uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo, egli non sarebe istato Idio. La sua misericordia e la sua potenzia sapeva bene che noi dovevamo nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e la tua madre non fossono istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e da un'altra femmina.
(897) come saremmo nati C. R. 1.
Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:
Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo frale seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono sofferire lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo garzone ch'è nel ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal suo rimutare lo garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone cade fuori; e poi per lo podere di Dio ella si richiude.
(898) Nel C. L. si legge: Lo re domanda se le criature che sono formate e vi crescono e non vengono a bene. — Abb. posto il titolo quale si legge nel C. R. 2.
(899) de quoy li enfans est formes. C. F. R.
(900) si remue la mere. C. F. R. — Intenderei: si muove la matrice.
(901) se verse. C. F. R. — Verser, ant. fr., ha, fra altri, il significato di rovesciare.
Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:
Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e di fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma di menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della femina, tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare alla femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è migliore che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è più dolce che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà della femina, e bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta più co lei che con quella che è brutta e laidamente vestita; l'altra cosa che passa l'altre due, si è quando l'uomo ama la femina di cuore e di volontà; e egli si diletta più in lei, che con quella che non ama; e altressì fanno le femine degli uomini.
(902) et si ent unes entrailles. C. F. R. — Entrailles qui pare che, oltre le parti interne del corpo, stia a significare anche le esterne. — Anche il T. F. P. ha: et si ont telles entrailles l'une comme l'aultre, dehors et dedans.
Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della sua moglie? Sidrac risponde:
Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito, e dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare a sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se tu gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo danno, e metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu non gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo suo puote malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a sapere della sua masinada (904).
(903) vuogli gliele. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(904) masnada. C. R. 2. — maisnee. C. F. R. — Pare che voglia intendere: tu devi fargli sapere ciò che accade nella sua famiglia.
Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:
Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e tu lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu l'avrai fatto, e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala volontà che tu ài a fare lo male, si passerà (906), e lo tuo cuore raffredderà della mala volontade, e avrai poi allegreza che tu non l'avrai facto. E però l'uomo non si dee tropo afrettare di fare lo male, ma lo bene sì.
(905) meglio assai nel C. R. 2.: quando l'omo de' fare alcuna cosa desi afrettare?
(906) Et se tu ne te hastes, la male volente che tu auras a faire te passera. C. F. R.
Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:
Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti ricoglierebe di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui, egli t'aiuterebe volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e guardare (909). E se tu andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non vi ti lascierebe entrare; e se tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti darebe nimica. Cotale uomo non dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti da lui.
(907) Primamente tu dei amare Iddio, e tutte le genti, e pregare Iddio, ec. C. R. 2. — Esperfuelment en Dieu doit l'om amer toute gens, et prier, ec. C. F. R.
(908) È questo, invero, un precetto tutt'altro che cristiano, e non sappiamo come possa accordarsi coll'ascetismo ond'è pieno il libro di Sidrac. — Gli altri Codd. concordano perfettamente col nostro.
(909) Per conservare.
Lo re domanda: sono tutte le genti comunali in questo mondo e secolo? Sidrac risponde:
Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma non di corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè di cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi abiamo noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi non siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una parola della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai non uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole canbierà. E però quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno comunali, che gli buoni saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri saranno tormentati alle pene dello 'nferno, dove saranno grande pene e grande dolore, che giamai non avranno fine.
(910) Manca al C. L.: assai sono — L'abb. agg. dal C. R. 2.
(911) natività. C. R. 2.
Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a' poveri (912)? Sidrac risponde:
In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del figliuolo di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli angeli di Dio verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno loro grande onore, e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno: questo onore e gloria che noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste nell'altro secolo. E gli cattivi poveri, quando gli angeli gli vedranno, si fugiranno da loro, per la loro povertà; e non sofferranno ch'egli stieno tra loro, per la loro puzza. E allora i diavoli gli piglieranno, e faranno loro grande onta e villania, e gli metteranno nella loro conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere che fa la richezza, e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può disdire (913), che non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli vuole. E se lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e prende la povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in inferno; e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se non egli medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare quella povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914): la riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che lascia lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di dolore e di bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e gioia e letizia; perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che male farà in questo secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e grande trestizia, quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e quella trestizia nè dolore non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza fine.
(912) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se nell'altro mondo si fa onore al ricco e al povero no, come in questo mondo.
(913) Intenderei: e non si può negare che ogni uomo del mondo non possa, s'egli vuole, prendere la ricchezza e lasciare la povertà.
(914) E non crediate che questa ricchezza sia podere d'avere ricchezza. C. R. 2.
(915) perchè. C. R. 2. — chant. C. F. R. — Di quant per perchè ved. un es. reg. dal Burguy, Gramm., II., 323.
Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del figliuolo? Sidrac risponde:
Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia una giusta anima (916) che non le convenga passare per uno fiume di fuoco, inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso Iddio. Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo suo peccato, a lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna pende per li suoi piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male, e gastigare lo puote, e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso lui, quando egli nol distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo può venire altrui; ma l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente può venire da figliuolo a padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E dunque viene (918) da una persona a un'altra, se egli la vede peccare e nolla gastiga, e gastigare la puote.
(916) una sì giusta anima. C. R. 2.
(917) Ausi com la beste che l'om a escorche, che cascune pent par son pie. C. F. R.
(918) E anco adiviene. C. R. 2.
Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato della vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:
Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de' suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati medesimi nell'altro secolo.
(919) Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso i peccati dei morti. C. R. 2.
(920) mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet. T. F. P.
Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che l'uomo ode? Sidrac risponde:
Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono, perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono servidori al cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e quelli che odono e non vegono, ispirituale.
(921) et si est chose corporelle. T. F. R.
(922) che la cose non sia stata. C. R. 2. — Non ci fermiamo sull'abia invece di sia, perchè veramente lo crediamo errore dell'amanuense.
(923) segnor. C. R. 2. — È copiata alla lettera la forma dell'ant. fr.
Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac risponde:
Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti ontosamente. Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni dell'altra gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo loro travaglio, e del sudore delle loro carni, di che loro conviene vivere, e passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male parole; e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.
(924) e gli fanno via all'altra gente. C. L. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: et les font blachmer as autres. — Blachmer, blahmer, blamer.
Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac risponde:
Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la forma che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che questo è molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che vivere dovea, e fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande peccato, che egli toglie lo travaglio altrui, e lo mette in angoscia e in necessitade: sapiate che questo è grande peccato. Baratto è molto grande peccato e molto pericoloso, che del baratto nascie micidio e furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a inbolare, e fare e dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo suo (925): molte gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto grande peccato e pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe guardare di barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di vizii ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e da femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono coloro che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle pene dello 'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che la folgore da cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e la inghiottiscie (928). E gli angeli di cielo triemano, quando quello peccato si fa, perch'egli ànno dottanza che Iddio non isconfonda tutto il mondo. Ma Iddio, per la sua sancta misericordia e pietade, gli lascia, acciò che egli si rimanghino di questo male e degli altri, e che vengano alla sua credenza e al suo comandamento.
(925) Lo barattieri fa et dice male e pensa male, e a onta e a male perdere lo suo. C. R. 2.
(926) più che di furto o di micidiale C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: plus che de murtrissor ni ne laron.
(927) Molto migliore la lez. del C. F. R.: mais il y a un autre mauvais vice, li ques passe ces trois, et si est mout encontre le comandement de Dieu; ce est a entendre herezie et sodometerie: ce sont il chi s'aprocent as mahles carnelment, et home a feme d'autre guise ch'il ne doit.
(928) che la terra non s'apra e inghiottiscali. C. R. 2.
Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:
Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e delle bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il diecimo della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la madre (930) di MC migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse agiunto (931) carnalmente, e poi si lasciasse quello male, e tornasse a Dio di buon cuore e con pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e torrebelo (932) per suo. E quelli che a Dio convertire non si vogliono, niuno cuore d'uomo non potrebe pensare i martiri che egli avranno nell'altro secolo. Al tenpo del figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli peccatori che di quelli peccati vorranno essere diliberi, loro converrà dire i loro peccati, a quelli che ordinati saranno sopra ciò, e con netteza e con isperanza di non mai ritornare in su quello peccato. E quelli che così faranno, si manteranno, è saranno sicuri della vita perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati, come l'acqua lava la bruttura.
(929) gocciole. C. R. 2.
(930) Manca al C. L. se uno uomo avesse lo padre e la madre. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(931) e con tutte fosse giaciuto. C. R. 2.
(932) terrebelo. C. R. 2.
Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac risponde:
Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote avere bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non può essere; chè l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state per avere che vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo, e travagliare per atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e caritade a quelli che sono poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno è (935). L'uomo non dee dire mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè, se i figliuoli sono buoni, egli si guadagneranno (936), siccome egli guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu farai per la tua anima, ti varrà più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una carità che tu farai di buono cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli, nè che cento limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina, tue la dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio, dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì picciola, che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande gloria (939) per te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per la tua volontade, che tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940) portare teco alla fossa, anzi lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu fai la limosina a tua vita, tu la fai per due cose: l'una per buona conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella limosina troverrai bene nell'altro secolo, per le preghiere che fanno per te quelle limosine; e Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per li suoi figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la sua anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere l'anima, egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo puote bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee egli volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che l'anima. L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così degna e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e incontro alle cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo diluvio venne sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua cresceva, egli pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi, perchè l'acqua no gli annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli vidono la paura della morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra capo, anzi sotto i piedi, per soprastare all'acqua. Quando l'uomo dubita (945) di perdere lo corpo, magiormente dee dubitare di perdere l'anima, che è la più degnia cosa del mondo.
(933) Manca chè l'anima al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(934) Manca al C. L. quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(935) Altresì de' fare l'omo in questo secolo, travagliare si de', et aiutare li suoi prossimi, se fa mestieri loro. C. R. 2.
(936) se ne guadagneranno. C. R. 2.
(937) Nel C. L. dopo la tua vita. — Ci è parso un errore evidente, e abb. corr. col C. R. 2.
(938) la porta ispiritualmente dinanzi a Dio. C. R. 2.
(939) loenge. C. F. R., che vuol dire lode.
(940) nol puoi. C. R. 2.
(941) coscienza. C. R. 2.; e concorda col C. F. R.
(942) anco per quella lemosina troverai bene nell'altro secolo. L'altra si è per le preghiere che di te faranno quelli che limosine da te riceveranno. C. R. 2.
(943) Il T. F. R. ha un altro senso: L'om puet bien perdre le cors por ces amis et por ces anfans et por leiaute: cil chi le pert en tel maniere, le fait por la vie rachater.
(944) rachater. C. F. R., ricomprare, riscattare.
(945) Meglio nel C. F. R., per legare il senso di questo col precedente periodo: Or pies veoir com l'om doute la perte, ecc. — Notisi come sia stato trad. doute (teme) per dubita. La Crusca registra molti es. di dubitare per temere; in varii de' quali però sembra a noi che essa non abbia sufficentemente considerato se piuttosto non fosse da interpetrare questo verbo per stare in dubbio, stare in forse, essere incerto.