Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:
Se tutte l'acque fossono terra ferma, e l'una e l'altra fossono molto abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono, fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere; che gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più assai; chè la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte le stelle vedere. Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato dalle stelle, si risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare, l'uomo nolle puote vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra monta, all'ore e a' punti dello giorno e della notte, così come Idio l'à comandato; che già non posano e non cessano, e fanno loro torno per lo movimento del fermamento.
(849) in uno numero C. R. 2.
(850) la viste de l'home chi est si trenchant C. F. R. — Non trovo es. nell'ant. fr. di trenchant agg. a vista; come neppure di tagliente in ital. — Il T. F. P. ha: sì penetrative.
(851) Manca al C. L.: l'uomo nolle puote vedere tutte. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:
Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e lodo a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una parte, per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come la metà della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno e che sono nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli nove ordini saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo finirà, e sarà alla volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli che sono nati e nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma monteranno quelli che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di Dio faranno, e quelli che per lo loro servigio lo serviranno. Gloria e gioia e allegrezza non fallirà loro.
(852) la moitie des gens dou monde C. F. R.
Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o' pesci? Sidrac risponde:
Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna bestia che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno uccello, àe mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti più di nulla creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo comandamento.
Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature che vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:
Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che egli fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e alla bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse fatto corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì del giudicio, altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra, diventano nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là ove il cuore istàe, e à volontà d'essere; che se uno fosse nella più bella piazza del mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse altro luogo, quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli avrebbe in altra parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se elli fosse la più brutta piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e' gli parrebbe il più dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che lo più dilettevole luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.
(853) et as oisiaus si fist cors de l'air C. F. R.
(854) Qui nel C. F. R. e nel T. F. P. comincia un altro Cap., intitolato: Le quel est le plus deletable leu de monde?
(855) leu C. F. R.
Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che va di giorno? Sidrac risponde:
Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male. Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.
(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant proesse C. F. R.
(857) boubansors C. F. R., per boubancier.
(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire sortir de la guise, se transformer. — Devisarsi è traduzione letterale del vb. fr.; ma può piacere, ad esprimere il cangiare di viso, di apparenza, di abito, invece di travisarsi.
Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de' boschi? Sidrac risponde:
Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente; e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di vino. E lo valente che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini dottano la signoria (861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della città, che spesse volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.
(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.
(860) Traduz. letterale del franc. esmeue, dal vb. esmaier, commosso, turbato, alterato.
(861) car tout home la doit douter C. F. R.
(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui stampita abbia da intendersi per vantazione, millanteria. Trovasi questa parola nel provenzale, ove ebbe anche il significato di disputa, rumore. E nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa chiasso, rumore, quando è in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia pericolo di trovarsi solo di fronte al proprio avversario. — Cf. Gachet, Gloss. du Chev. au Cygne, a Estampiez. Il Gherardini reca un esempio di stampita per chiacchierata; e questo pure potrebbe adattarsi al caso nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: estampida, che significa il rumore del colpo di un fucile o di un cannone.
Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac risponde:
L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863). E se tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che sapia che avenire gli dee.
(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet bien doner a toy C. F. R.
Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)? Sidrac risponde:
Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo prode e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro con tuo prode e con tuo onore; e si avrai grado dalle genti, e sarai amato e pregiato, e tenuto per buono tra la gente.
(864) doit l'om porter honor et faire a plaisir de toutes gens? C. F. R.
(865) A rettificare questa prima parte del presente cap., poichè non può giovare il C. R. 2., sarà utile riferire la lez. del T. F. P.: Ouy bien, qui le poutroit faire; mais nulle personne ne le pourroit faire que Dieu. A ceulx a qui tu en pourras bien faire plaisir en ton honneur, ja soit ce que tu leur donne du tien, fais le vouluntiers. Et ceulx que tu ne pourras servir du tien, sers les de belles paroles et beau semblant, ec.
Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore? Sidrac risponde:
Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo; a niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno àe, che lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli à fatto. E lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto, quello cotale (866) de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E però non dee l'uomo dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo giorno.
(866) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: dee l'uomo fare contra essere più gradito, ec.
Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà? Sidrac risponde: (867)
Sì, bene e legiermente, quando egli è di quella volontà. E egli dee pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente guardare, per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si dee pensare come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui ricevere tali guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o fia male, secondo le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa volontà. Si lo re desse a uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire per lo suo amore, sapiate che quello uomo la si vestirebbe a grande onore, e la guarderebe nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando egli la si vestisse. Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio guardare la somiglianza che Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e più caramente che una roba d'uno cotale uomo, chente noi siamo, tutto fosse egli re. Che se tu non pensi in quella volontà per lei medesima passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè di pensieri (868); ch'ella è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde; e per la sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E tanto quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo più l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia. Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è pericoloso fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo la dee amortare e ispegnere tuttavia.
(867) Le roy demande: ce peut l'om tenir de luxurie, chant l'om est de volonte? C. F. R.
(868) Riferiremo prima la lez. del T. F. P.: Ainsi donc quant l'homme entre en ceste voulunte de luxure, et en luy mesmes il pensera les choses dessusdictes, bien legierement se passera y celle voulunte; mais qu'il la delaisse et qu'il ne la nourrisse point ne de faiet ne de pensee. — Ecco ora la lez. del C. F. R.: car se tu penses en celle volunte, elle passera par celle meesme volunte, se tu la laisses et ne la graees ne de faites ne de pencees. — Se tu la laisses (laisser ant. fr., quitter) è stato trad., come vedesi, se tu lasci. — Et ne la graees (graer ant. fr., gratiaer), è stato trad. nolla gratiare. — Il nostro periodo potrebbe intendersi così: se tu stabilisci, se sei fermo di non far grazie, di non fare concessione a quella volontà nè di fatti nè di pensieri.
(869) por ces soffraites. C. F. R. — Soffraite ant. franc., sofracha prov. ha, fra altri, il significato di mancanza; e qui pare che potrebbe appunto intendersi: e per la mancanza di materia che alimenti il fuoco, e per i buoni pensieri ec. — Potrebbe però anche interpetrarsi: e coll'essere tollerante (soffrir) e con i buoni pensieri ec. —
Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:
Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie e avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta vanità; che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno giorno e' gli falla, tutto quello che àe avuto gli pare nullo diletto (870). Lo spirituale, cioè a sapere di quelli che si dilettano in Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue opere, e quegli che ànno buona fede e buona isperanza d'avere la vita perdurabile nella conpagnia di Dio, sapiate che quelli ànno molto grande diletto; tanto quanto più travagliano e sofferano per Dio, si loro richieda a fare di quello travaglio e sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in gloria. E questo diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e di gioia in allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi che lo diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più durabile.
(870) car chant che l'home se puet delitier en C. ans, et un jor li faut tout et si resemble che riens n'en a este. C. F. R.
(871) si requirent plus a faire de cel travaile et soffrance. C. F. R.
Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:
Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si dee acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei a tale intendimento e intenzione, d'avere frutto di lei, che renda grazie al suo criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a lei, infino che partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando la femina è nel suo tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto ell'à quello; e sarà questo lo buono diletto spirituale. Lo diletto corporale del mondo si è in modo di bestia, che non si guarda quando s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte le volte che n'à volontà. Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e perdizione dell'anima e del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita di bestia; e fanno contra lo comandamento di Dio.
Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono conbattere? Sidrac risponde:
Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste che è incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi muovere vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se egli s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee tenere fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e baldanza; e fare grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere la sua gente, e venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e egli si deono difendere vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo fatto del meno forte, tosto la piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse volte n'aviene che le frali osti iscanpano dalle forti e possenti.
(872) esmer C. F. R. — Aesmer, esmer ha qui il significato di valutare, calcolare. L'avisare del n. t. ha il senso di guardare attentamente, o riconoscere, come nell'es. del Caro, citato dalla Crusca.
Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non potrebbe vivere? Sidrac risponde:
Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se egli avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè lingua, egli non potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla vivanda; di che le genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed aiuta; e sanza queste due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la lingua all'uomo, per adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per menare la vivanda a' denti; e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra tutti gli altri menbri del corpo; e fatti i denti di nerbi ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.
(873) fussent sains. C. F. R.
(874) de ners glacies C. F. R.
Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu fatto? Sidrac risponde:
Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua corrente nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra dà più alto il suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua bassezza (876). E anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il vento vi dà entro. E di tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo scandalio (877) di queste due cose, e per lo senno, che era molto savio e sottile. E tutto questo fue per la volonta di Dio.
(875) par deux hommes dont l'ung eut nom Tubal et l'autre Tubalcain. T. F. P.
(876) Il traduttore non ha inteso, ed ha quindi messo insieme parole senza senso. Ecco la lez. del C. F. R.: Et le trova premierement par le son de l'aigue corante, et per le son dou vent des arbres; car il temproit le son de l'aigue corante, de pierres, de haut et de bas, car l'une partie donoit plus grant son che l'autre par sa autesse et par sa basesse.
(877) scandail. C. F. R. — exemple T. F. P. — scandaglio è usato per esperimento, esempio. La Crusca non ne registra che un esempio del Berni.
Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:
L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio del suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come uno omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli piantasse, quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello ond'egli fosse stato (879); e farebe il frutto di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle volte che l'uomo piantasse di quelli noccioli, nascierebono albori e frutti di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E chi pigliasse di quello albore, e lo nestasse cogli altri frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di quello onde furono nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio d'Adamo, primo nostro padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che chi pigliasse uno garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè intendere, e che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna persona parlare, e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e fosse sanza parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non parlerebe altro linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la natura dell'albero che ritorna a sua natura.
(878) en son cuer. C. F. R.
(879) manca al n. c. da là ond'egli fino a ond'egli fosse stato. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? Sidrac risponde:
Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del sole lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le stelle; e per questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi. L'altra ragione si è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo e per lo calore del sole elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo lume della luna gli passa (883); e perciò sono elli bianchi. Quelli che sono neri elli toccano l'aria di largo (884), e sono ispessi e grossi; e lo chiarore del sole nè de la luna nolli possono passare; e però sono elli neri.
(880) sunt assises dou lonc de l'air. C. F. R. — Assises da seoir. asseoir, être placé, situé.
(881) risplendono.
(882) vaines. C. F. R., leggeri.
(883) les perce. C. F. R.
(884) de travers. T. F. P.
Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde vengono? Sidrac risponde:
Quando lo tenpo è così chiaro come voi vedete, gli nuvoli che sono, eglino iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande caldo, ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.
(885) issent. C. F. R.
Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la volontà della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:
Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto una candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno. La volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo e la terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi tarda, nè niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e sapranno la volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro lo manda a sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio abia facta non può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per lui non lo sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo del mare.
(886) une goute de la mer. C. F. R.
(887) chalonger C. F. R. Chalonge, chalenge, ant. franc. vuol dire calunnia e insieme disputa, rifiuto; come chalonger, disputare, rifiutare, calunniare. E così in prov. calonja significa rifiuto e disputa. — In lingua vallona calengi vuol dire mettre en contravention, à l'amende; adresser un défi, un cartel. — Abbiasi a mente, per ispiegar ciò, i varii significati che ebbe calumnia nel basso latino (Du-Cange Gloss.). — In ital. calognare non vuol dir altro che calunniare, secondo ciò che registra la Crusca. Ma qui è chiaro che deve intendersi per porre ostacolo, proibire, impedire, disputare.
(888) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L. mancano molte parole.
Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:
Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore; e travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e podere al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E quando egli viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di buona intenzione; e tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire umilemente e perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la volontade a Dio e alla sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare ch'egli non conpia la sua orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio giustamente e perfettamente e intendevolemente; chi altrimenti, egli non adora siccome egli dee.
Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac risponde:
Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e dalla purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per travaglio e per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena puote l'uomo male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di quattro conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza del cuore. Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al cuore; che per le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo calore del cuore. Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro aviene, per la grande dureza, ch'egli ànno al cuore della grande fellonia. Cotale cuore apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra gente (889); e quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene già per lui, ma per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la sua dureza e la sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.
(889) Car tel cuer apeines puet penser que a malice et a engigner ec. C. F. R. — Engigner, ingannare.
Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in questo mondo? Sidrac risponde:
Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli donò a Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo in tutte l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il padre e la matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere lealmente. E apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é figliuoli é fratelli é parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare lealmente.
(890) debono orare. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:
In questo secolo non v'à nullo largo uomo; e nullo è che donare possa; che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo creatore, e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe tanto avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in questo secolo danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per aministrare a' poveri in questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio è largo; e ch'elli dona il dono (891) in questo secolo a quelli che vegnono ignudi, e non portano nulle co loro. E Idio dice: donate del mio medesimo, a quegli che non ànno, e io vi darò nell'altro secolo a cento doppi.
(891) chi done les dons. C. F. R.
Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco (892)? Sidrac risponde:
Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso. Lo povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro migliore di lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo non è già luogo per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco in una battaglia, là si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e mettere inanzi al ricco, e conbattere, e se difendere vigorosamente e forzevolemente.
(892) Le roi demande: se doit l'om poure en chemin ou en place metre soi devant le riche? C. F. R. — E concorda col T. F. P.