Cap. CXIX.

Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:

Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di femina, e di frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie; e per la vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè che saranno, non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno, che degni ne saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.

Cap. CXX.

Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac risponde:

Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo, apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo; in quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa aria (751) è sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la sostengono; chè lo fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento dell'acqua si è lo fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua potenza fece il mondo a guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto intornea lo bianco dell'uovo, si è l'acqua, ch'è tra lo fermamento che intornea la terra (752). Lo giallo dell'uovo si è la terra, che è intorniata e siede sopra l'acqua; altressì come lo giallo dell'uovo che è intorniato di bianco. Lo giermo che è nel giallo, si è la gente in terra, cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì ritondo come una mela, che non à capo nè coda.

(751) Parrebbe che qui aria volesse significare mondo. Non trovo esempii nè in franc. nè in ital. di questa parola usata in un tal senso. Il quale però non sarebbe a reputarsi troppo strano, da chi consideri specialmente che aire in provenz. si usò per paese, ed il perchè di questo significato. — Il C. F. R. ed il T. F. P. hanno air.

(752) „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (Hist. Litt. de la France, XXIII, 306) dans les écrivains du XII siècle, que la représentation du monde sous la figure d'un oeuf, dont la terre occupe le centre.„ E reca i seguenti versi dell'Image du Monde:

Tot ensi come on voit l'uef

Que l'abuns enclot le moief.

Et enmi le moief s'abaisse

Une gotte ensi come graisse

Qui de nulle part ne se tient,

Et la graisse qui le soustient

Ne l'aproche de nulle part;

Ensi est, par itel esgart,

La terre enmi le ciel assise,

Et si ingalment enmi mise, etc.

Cap. CXXI.

Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole, altressì come noi qui? Sidrac risponde:

Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che vegono lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono contra i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il sole si leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza del mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra di quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già che il sole si mostri nè s'abassi punto (754). Una contrada è dove abitano genti, che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte. Un'altra v'è, che tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno luogo del mondo è istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la ragione del sole, che piglia altro cammino, per la volontà di Dio, ciascuno anno (756).

(753) chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et chant il s'abasse au ponent, il est nuit au levant, per la grandesse et la reondesse dou monde C. F. R.

(754) Questo periodo, che qui e nel C. R. 1. non ha senso, così sia scritto nel T. F. P.: N'entendez pas que le soleil se demonstre au lieu ou il se couche, rez a rez de la terre, ne pres de la terre; mais a grand haulteur de la terre, autant comme la longueur de la terre est de l'ung chief a l'aultre, et encore aultre tant plus.

(755) tout jors C. F. R.

(756) il prent chascun an aultre chemin, ne ne peult repaire en son lieu T. F. P. — Repaire, da reparier, revenir.

Cap. CXXII.

Lo re domanda: quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? Sidrac risponde:

Altrettanto è la sua larghezza come la sua lungheza e come la sua anpieza, che è tutto ritondo come una mela. Chi volesse andare dall'uno capo del mondo all'altro, diritto per lo mezo, e ciascuno giorno andasse bene comunalmente dalla mattina infino alla sera, e l'acqua (757) del mare, ch'è tra levante e 'l ponente, fosse tutta terra ferma, e tutto il mondo fosse piano come la palma della mano, non potrebbe andare dall'uno capo all'altro, in meno di mille giorni. E dalla largheza e grossezza (758) altrettanto.

(757) Il C. L. ha: il braghite. — Il C. R. 2.: e braghieri. — Nel C. F. R.: l'aigue. E secondo questa lezione, noi abbiamo corretto. Il nostro braghite sarebbe forse traduz. di brahic, brac, ant. fr., che vuol dire fango, melma? Veda un po' il lettore se la nostra congettura sta in gambe, e si ricordi che qui trattasi di un viaggio a traverso lo ispessore della terra, dove è facile supporre che al buon Sidrac avesse a parere che l'acqua fosse fangosa. — L'ital. ha brago, e il prov. brac. E l'ant. fr. ha l'agg. brageus.

(758) Nel C. L.: ispesta. — Abb. corr. col C. R. 2. — Supponiamo che invece di ispesta volesse scriversi ispessezza. — Il T. F. P.: espesseur.

Cap. CXXIII.

Lo re domanda: perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto? Sidrac risponde:

Per lo meglio di lui. Se uno uomo avesse uno bello palagio, grande e nobile, e in un'altra parte avesse una bella casa piccola, e una parte del bello palagio fosse caduta; e bisognasse che delle pietre di quello piccolo albergo si riconciasse lo suo grande palagio, certo egli disfarebe lo piccolo albergo, e non guarderebe altro se non che lo suo bello palagio fosse racconcio e conpiuto. Altressì è di Dio: egli non vuole se non che lo novero  (759) del cielo sia conpiuto; e di questo mondo non à cura.

(759) nombre C. F. R. e T. F. P. — Forse per armonia?

Cap. CXXIV.

Lo re domanda: come volano gli uccelli per aria? Sidrac risponde:

Gli uccelli volano per aria per la sua spessità, che l'aria è molto ispessa e umida; e per questa ragione sostiene gli uccelli volando. E per ciò viviamo noi dell'aria, per grande ispessità e umidore che è in lei. E di questo vi potrete voi avedere legiermente, con una verga: che se voi tosto e forte la menate, ella piegherà; e se l'aria non fosse, ella non piegherebe. E per questa ragione gli uccelli volano per l'aria.

Cap. CXXV.

Lo re domanda: la piova di che viene? Sidrac risponde:

La piova viene d'acqua di mare; e per uno cannone  (760) di vento monta nell'aria, e 'l calore del sole la tira; chè lo vento tira e bee l'acqua; e lo sole, che è caldo di natura, lo tira, per lo suo calore, alto nell'aria. E di questo si puote l'uomo avedere leggiermente: che altressì la bee, com'egli bee la rugiada, e tirala in alto. E tanto e tanto tira a monte (761) dell'acqua, ch'ella diventa nuvolo. E si ingrossano e enfiano, e lo vento poi la ronpe, e l'acqua si sparge sopra molta terra (762), e a noi toglie lo chiarore del sole. Quando i nuvoli sono bene pieni, si comincia a piovere; e quando tutta l'acqua è isparta, lo nuvolo rimane bianco, ch'escie del fredore dell'aria (763). E lo calore del sole lo spinge e caccia e consuma (764); e allora apare l'aria chiara e pura. In molti luoghi sono, che i nuvoli e la piova nascono di terra, e montano nell'aria, come lo fummo (765) che si chiama brina; e chi vi tenesse la mano entro, la troverrebbe bagniata; e questo è per lo spiramento (766) della terra.

(760) canon C. F. R. — tourbillon T. F. P. — Il Raynouard (Lex. Rom.) cita appunto questo passo del testo provenzale del Sidrac: La plueia ven de la mar e per un cano de ven monta en l'aire. — E spiega la parola cano per tourbillon. Sarebbe il nostro turbine, forse detto canon, per somiglianza di forma colla canna.

(761) amont C. F. R. — Questo avverbio, dell'ant. fr., significa en haut — La Crusca registra a monte per in alto, ad alto, citando due esempii della traduz. del Tesoro di Brunetto Latini. Ma ciò anzi conferma ch'ell'è parola schiettamente francese, non usata dagli italiani.

(762) sur une grand partie de la terre C. F. R.

(763) chi est de le freidor de l'air C. F. R.

(764) et la calor au solail si l'eschaufe et la consume C. F. R.

(765) come une fumée C. F. R. — Fumée, meglio vapore che fumo.

(766) sospirement C. F. R. e T. F. P.

Cap. CXXVI.

Lo re domanda: di che vengono le neve (767)? Sidrac risponde:

Dell'acqua e del freddore dell'aria che molto è fredda. Tanto come lo sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto, che lo grosso; e quanto ella è più grossa, ella scaufa (768) piùe, e non si può gelare; altressì come uno grosso ferro scalfa più che uno sottile. Che di tanto come la cosa è più dura, s'aprende più forte. Altressì è dell'aria: quando ella è più grossa, si scalfa più, e non si puote gielare; e quando ella è sottile, egli è più freddo, e giela più; e poi lo freddo vento la ronpe, e falla venire in terra, e questa è la gragnuola (769).

(767) gresles T. F. P. — Ed infatti il C. R. 2. ha: gragnuola.

(768) Traduzione litterale di ele eschaufe. Notisi più sotto lo scalfa. — Migliore è la lezione del C. R. 2.: Tanto come lo sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto che lo grosso; e quanto egli pare più grosso, egli è più caldo e non si può gelare.

(769) Autretel est de l'air: chant il est plus gros, il eschaufe plus, et ne ce puet geler; et chant il est soutil, il est plus fort et froit, et gele plus; et apres le vent les presse, et les fait a terre venir C. F. R.

Cap. CXXVII.

Lo re domanda: la tempesta di che aviene? Sidrac risponde:

L'anno (770) che nella state nascono i tremuoti, nell'aria nascie uno grande umidore, che col freddore si raguna e apiglia; e poi lo calore del sole la speza, e falla venire in terra (771); e più grossa nascie ch'ella non cade. E la terra criepa in molti luoghi; e' venti escono fuori e ispandonsi per l'aria; e vengono grandi tenpeste, in quello anno, in più luogora.

(770) Il C. L. ha: Lo vento. — Il C. R. 2.: Lo verno. — Il C. F. R.: L'an. — Abbiamo corretto secondo questa ultima lez., parendoci che da essa sola potesse venire qualche senso al discorso.

(771) L'an que en l'iste vienent les troles, une grant froidure naist, la quele moillor che en l'air naist, et s'asemble en l'air et s'amace, depuis la chalor au solail la depesse, et la fait en terre venir C. F. R. — En la nuee que en l'este viennent les gresles et les tempestes, une froidure se naist, et sort icelle nuee: et la moiteur qui en l'air naist ensemble a l'air et s'amasse; et apres vient la chaleur du soleil qui les deffait, et les fait a terre venir T. F. P. — Troles per terremoti è senza dubbio errore. L'ant. fr. ha terremoete. „E terremoete co i ad veirement„ ec. (Chans. de Rol., Ch. II., v. 767., ed. Génin). — Così non trovo registrato moillor, ma non credo che sia errore. Il prov. ha il vb. moillar, molhar; ed il mod. franc. mouiller, mouillure. Errore deve essere moiteur, del T. F. P., per moileur; come al foglio CCXXXIX del medesimo testo, moyte per moyle: „l'iver... est froit et moyte„ — Riguardo poi a troles, potrebbe forse leggersi trones (tron, tro, prov.; tuono ital.). Infatti il C. F. R. ha più sotto: tonitres, tonieres e tron: „si naist le tron„. O più probabilmente croles, crollo, che trovasi usato nell'ant. fr. per tremblement.

Cap. CXXVIII.

Lo re domanda: li tuoni e li lanpi che sono? Sidrac risponde:

Li tuoni e li lanpi escono dell'aria, e della forza de' venti che s'incontrano in altri, nell'aria, molto fortemente, e si feriscono; e nello loro fedire escono i tuoni di grandi colpi; e di percosse escie uno grande chiarore, come fuoco; e lo splendore apare inanzi in terra; che lo tuono è inanzi che lo lanpare (772); altressì come d'uno fucile che l'uomo volesse trarre fuoco, e lo colpo è inanzi, e lo fuoco escie poi. Non intendere nimica che lo incontramento de' venti sieno sotto i nuvoli, ma sono sopra di loro; e quando egli (773) non sono, sì sono nell'aria in alto.

(772) e lo sprendore appare innanzi in terra che lo tuono venga; ma bene sapiate che lo tuono viene inanzi che lo sprendore C. R. 2. — E questa lez. concorda con quella del testo provenzale: la resplandors pareis avans en terra que lo tonedres sia: mas lo tonedres es abans que lh'esluciada.

(773) li nuvoli C. R. 2.

Cap. CXXIX.

Lo re domanda: onde vengono gli venti? Sidrac risponde:

Li venti escono del mare che intornea la terra, e s'incontrano fortemente d'una parte e d'altra. I venti escono all'incontro del loro incontro (774); e sì si spandono nell'aria per lo mondo, e confortano le genti e l'erbe e l'altre criature. L'anno che vento viene più che l'altro, in quella contrada ove quello vento regnia, l'acque di mare s'incontrano più che in altre contrade (775).

(774) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: yssent contremont de lor encontrer. — Contremont significa in alto; onde intenderei: escono in alto ad incontrarsi. Il trad., non conoscendo il valore dell'avverbio contremont, lo ha volgarizzato all'incontro.

(775) En l'an que l'ung vent en une contree vente plus fort que les aultres, en celle contree de ce vent, les eaues de le mer se rencontrent plus la que en ung autre part; et pour ce le vent est plus en celle contree que en une autre part T. F. P. — Incontrarsi pare che qui abbia il significato di darsi di cozzo, ad esprimere le acque del mare in burrasca, le quali veramente si cozzano tra loro. Anche in franc. encontrement trovasi usato per choc.

Cap. CXXX.

Lo re domanda: come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? Sidrac risponde:

La terra à molte vene, siccome il corpo à molte vene; e si viene per la testa in alto, e per tutto va lo suo sangue. E se uno uomo si segnasse (776) nel capo, lo sangue n'uscirebe per le vene; altressì aviene dell'acqua nella terra; l'acqua va per mezo della terra, di lungo e per traverso e in alto e per lato, là ove ella truova vene tenere e frali (777); ella la criepa (778), e sciende d'alto e di basso (779).

(776) se seignast C. F. R. — Saigner, seigner, tirer du sang.

(777) terre vaine et feible C. F. R. — Il Roquefort (Gloss.) tra i varii significati che attribuisce alla parola vain, registra anche quello di vide; che a noi pare meglio degli altri adattarsi al nostro esempio.

(778) ella le fa crepare C. R. 2. — elle la crieve C. F. R.

(779) et ist soit de haut soit de bas C. F. R.

(780) Questo capitolo manca al C. R. 2.

Cap. CXXXI. (780)

Lo re domanda: l'acque onde escono e vanno? Sidrac risponde:

Tutte l'acque del mondo escono del mare, e nel mare ritornano; e vanno per la terra in diverse maniere, e si ritornano in più luogora, che l'una va qua e l'altra là; vengono altressì, come voi vedete che le formiche  (781) fanno nel loro andare. L'acque che entrano nella terra inverso i' levante, elle escono verso il ponente; e quelle che entrano verso ponente, escono verso il levante; altressì aviene del traverso del mondo (782). Non intender mica ch'elle entrino per tane nè per buchi; anzi la bee la terra e ricoglie, altressì come fa la spugna l'acqua; e poi si ragunano di molti luoghi, e diventano grandi fiumi, e la terra sì li sospira (783) di fuori, dall'altra parte, a quella medesima (784) ragione, come ella la bee.

(781) Il C. L. ha: i fiumi. — Ma poichè tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno formies, formis, e poichè stando alla lezione del n. c. il discorso non avrebbe senso, noi abbiamo corretto le formiche. Gioverà poi riferire la lezione del T. F. P.: ainsi comme vos voyez les formis aller en leur lieu, les ungz vont et les aultres viennent.

(782) Non possiamo correggere, mancandoci l'aiuto degli altri Codd. — Solo il T. F. P. ha questo passo: et ainsi est il du travers du monde. — Ma anch'esso si sembra errato. — Crediamo che abbia da intendersi che le acque traversano il mondo da una parte all'altra. — Forse, invece di est il, potrebbe leggersi issent, istrent; o al singolare, ist, eis; e nel n. c.: e così escono del traverso del mondo. O piuttosto: e così aviene (l'acqua) del traverso del mondo. — È noto che avvenire fu usato dagli antichi per venire.

(783) le sospire C. F. R. — les souspire T. F. P. — Due passi del testo prov. del Sidrac ci aiutano a intendere il significato di sospira: Las nivols que so, ieisso del sospir de la terra. — Aysso es per lo sospiramen de la terra. — È chiaro dunque che, come in prov. sospir si usò per esalazione, anche qui li sospira ha da significare (sebbene con poca proprietà di linguaggio) li esala, li manda fuori.

(784) par celle mesme T. F. P.

Cap. CXXXII.

Lo re domanda: perchè è il mare insalato? Sidrac risponde:

Lo salsume del mare si è inperciò che tuttavia (785) il sole e lo calore lo scalda e arde tutto giorno, e lo mare non può fuggire di quello calore (786). Nel mare è molte montagne insalate (787); e l'acque che sono a fondo, pigliano di quello salsume e amaritudine, e monta di sopra. Iddio l'à bene istabilito a ragione, come essere dee; che, se lo mare fosse dolce, e egli istesse tuttavia in un luogo, come egli fa, il puzo n'uscirebe sì grande, che niuno pescie vi potrebe vivere; e la terra infermerebbe molto, che niuno vi potrebe istare, per lo grande puzo che del mare uscirebe, perchè lo vento lo porterebe sopra la terra.

(785) tous iors C. F. R.

(786) „E l'acqua del mare è salsa, a cagione della virtude del sole, che no trae il sottile per vapore e rimane lo grosso.„ Ristoro d'Arezzo, Della composizione del mondo, VI, 5.

(787) montaignes de terre ameres et salces T. F. P.

Cap. CXXXIII.

Lo re domanda: onde vengono l'acque calde, che surgono (788) sopra terra? Sidrac risponde:

L'acqua calda che sopra la terra surge, ella passa sopra lo solfo, e lo grande calore del zolfo la scalda, e passa sopra terra calda. E chi la vuole bene aseccare, elli sentirebe lo secco del solfo in quella medesima acqua (789).

(788) sourt T. F. P. — Da sourdre, sortir, jaillir.

(789) Il testo francese è chiarissimo: et chi la voudroit bien flairer, il sentiroit la flairor dou souffre, en colle meime aigue. — Il C. R. 2., invece di aseccare e secco, ha asetare e seto. Onde sieno usciti tali errori non sapremmo. Certo è che bisogna correggere: e chi la vuole bene odorare, elli sentirebbe l'odore ec.

Cap. CXXXIV.

Lo re domanda: che cosa è zolfo? Sidrac risponde:

Lo zolfo si è di folgore, che cade sopra rocca viva, e l'arde e la scalda; e così si doentano (790) zolfo. Poi la gente lo piglia, e lo faranno (791) per loro senno, e fanno di lui molte medicine; chè il zolfo àe molte medicine, e molte utilitadi in lui.

(790) diventa C. R. 2.

(791) afaitent C. F. R.; erroneamente tradotto per faranno. — Nel C. R. 2.: conciano.

Cap. CXXXV.

Lo re domanda: la folgore di che viene e di che sono? Sidrac risponde:

La folgore viene di grandi incontramenti di venti; chè, allora che egli s'incontrano fortemente, schianta uno pericoloso fuoco. E questo è per li peccati della gente, chè molte genti e luoghi sono istati arsi per questi medesimi fuochi. Che innanzi al diluvio a cento anni, a belli tenpi e a bello cilestro (792), disciendeano di molte grandi e pericolose folgore sopra terra, e consumavano molte cose, per lo peccato della gente che allora erano, per la malvagità loro. E voi potete vedere chiaramente che ora disciendono in più luoghi, per la malvagia credenza che tengono. Ma tenpo sarà che folgore non iscienderanno così ispesso nè così pericolose; e questo averrà per la credenza di coloro che saranno a quello tenpo, che egli saranno credenti in Dio lo criatore. Quando le folgore disciendono dall'aria, e elle incontrano lo grosso nuvolato, si perdono una parte della loro forza, per l'acqua che le 'nfralia (793); e con tutto ciò sono pericolose.

(792) au bieu celestre C. F. R. — e l'aria bella e cilestra C. R. 2.

(793) Da infralire. — Nel C. R. 2.: infrailiscie.

Cap. CXXXVI.

Lo re domanda: le montagne e le rocche furono create dal cominciamento del mondo? Sidrac risponde:

Da Adamo infino al tempo del diluvio non ebe niuna montagnia, che tutto il mondo era piano, come la palma della mano; e non ebe unque piova nè tenpesta. E la terra rendea lo suo frutto, più che la nostra, ora. E la gente non mangiavano carne e non beveano vino. Ma i loro peccati erano molti grandi, chè a Dio non si voleano convertire; sicchè a Dio piacque per gli loro peccati di mandare il diluvio sopra la terra, per lavare la terra de' loro peccati. Lo diluvio durò sopra la terra XL giorni, e alto XL cubiti. Quando elli volle coprire la terra, per la volontà di Dio, l'angelo venne a Noè, e comandogli che facesse una arca, e entrassevi entro egli e la moglie e' figliuoli e le loro mogli, e di ciascuna criatura vi mettesse una coppia, cioè maschio e femmina. Noè fece lo suo comandamento; e di quelli che nell'arca furono, sono usciti quelli che oggi sono. Quando lo diluvio cominciò a venire, per la volontà di Dio, si fue sì grande la corrente, ch'ella cavava la terra e' sassi, e menavagli qua e là; e là ove la corrente rimanea, le pietre e le rocche si restavano, e facevano montagne. E d'allora in qua cominciò a piovere, e a essere gielo. Del freddore dell'aria e del calore del sole s'acostano insieme, e diventano vive rocche e montagne, come voi vedete (794).

(794) de la froidor de l'air et de la chalor au solail si asoderent, et devindrent roches vives et montaignes, tel com vos le vees C. F. R.

Cap. CXXXVII.

Lo re domanda: da quale parte viene lo diluvio? Sidrac risponde:

Lo diluvio venne del volto (795) del mondo, cioè a sapere del levante, chè quella è la più degna contrada del mondo; chè di là viene la grazia e la misericordia di Dio nel mondo e in terra, quando egli la vuol mandare. E quando egli vuole strugere alcuno uomo o alcuno luogo, per la loro follia, egli manda la sua ira diverso il levante. Ma per la ritondeza del mondo e per l'alteza del fermamento, ella (796) non puote conosciere di qual parte è il levante. E medesimamente gli angeli, che in terra vengono per le genti guardare e anuziare e amaestrare, di quella parte vengono.

(795) chiere C. F. R. — Chiere significa volto e capo, testa. — Come il capo è la parte più nobile del corpo, così è il levante la più degna contrada del mondo. — Nel T. F. P: chief du monde.

(796) l'on ne C. F. R.

Cap. CXXXVIII.

Lo re domanda: verrà altra volta lo diluvio in terra? Sidrac risponde:

Iddio per la sua potenzia à promesso che altra volta il diluvio non manderà in terra. Ma se le genti peccheranno contra lui, egli manderà lo suo fragello, che gli fragellerà. Lo suo fragello s'intende la sua ispada; che l'una generazione correrà sopra l'altra, e in questo modo si consumeranno.

Cap. CXXXIX.

Lo re domanda: quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia e uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di metterla nell'arca, i scorpioni e tarantole e altre ree bestie? Sidrac risponde:

Egli gli mise per due cose: l'una fue per lo comandamento che egli ebe da Dio, chè comandato gli fue che egli mettesse di ciascuna bestia due; egli non ardì di trapassare (797) lo suo comandamento, come del suo criatore. L'altra si è che, se le malvagie bestie velenose non fossono sopra la terra, la terra sarebbe sì invelenata, ch'ella invelenerebe lo suo frutto, sicchè niuno lo potrebe mangiare, ch'egli non morisse inmantenente. Chè la terra è in molte parti tropa velenosa; e le bestie che noi abiamo mentovate, non vivono se non del veleno della terra. E di questo si può l'uomo legiermente avedere: chi pigliasse lo più velenoso uccello (798) del mondo, e tenesselo in uno vasello, che fosse di terra, XV giorni; e dessegli a mangiare pane e carne o altra cosa che non fosse di terra, egli perderebe lo suo veleno, e non potrebe dannegiare niuno, se della terra non mangiasse.

(797) travalcare C. R. 1. — La Crusca non registra che travalicare.

(798) animale C. R. 2. — serpant C. F. R.

Cap. CXL.

Lo re domanda: l'oro onde viene? Sidrac risponde:

L'oro viene del levante della terra, e simigliantemente l'argento; che là ove la terra è pura e netta, ivi si truovano le vene dell'oro e dell'ariento. E la gente lo truova, e poi l'asettano (799) per lo loro senno. E ciò non è mica per tutta la terra; ma delle L. giornate o più, si truovano una di queste vene. Nelle parti del ponente si truova l'oro, come rena, alla riva del mare. Uno fiume à in India che mena di pagliuola (800).

(799) lo lavorano C. R. 2. — les affaictent T. F. R.

(800) oro di pagliuola C. R. 2.

Cap. CXLI.

Lo re domanda: le perle e gli carbonchi onde vengono? Sidrac risponde:

Uno mare è che si chiama lo mare nero. In quello mare si à molti nicchi (801), che si tengono a due a due, e sono aperti sopra l'acqua; e la piova si disciende dall'aria e entra ne' nicchi, per la volontà di Dio. Egli si chiudono, e vanno e vanno dentro dal mare, e ivi dimorano C. anni o più. E quegli che gli vogliono avere, sì si cuoprono i volti di vessiche di buoi, per allenare (802) sotto l'acqua, e per lo grande dimoro ch'eglino vi fanno; e sì s'ungono d'uno incenso (803) nero, perchè gli pesci si fughino, e non fanno loro male (804). E quando eglino tragono fuori i nicchi, egli gli aprono, e tragonne fuori le perle, che sono come carne bianca, ritonda. Quando elle sentono l'aria, elle induriscono, tali com'elle sono. E quando elle non sono di stagione, elle putono come carogna, e non vagliono nulla. I carbonchi si truovano simigliante ne' nicchi che sono nell'acque dolci; e sono di grandine che cade dall'aria in loro; e elli si chiudono, e vanno nel fondo, e quivi dimorano CC. o CCC. anni, in quello fondo, e le genti le truovano. E quando elli non sono di stagione, simigliantemente putono, come le perle, e non vagliono nulla. Non intendere che tutta la piova che cade ne' nicchi e la grandine, diventino perle o carbonchi, se non lo primo giorno della luna di giemini (805), quando la luna è nel suo segno; allora diventa la piova che vi cade entro, perle. E a' dì XII di giugno (806), quando la luna è in cancro, diventa la grandine che cade ne' nicchi, carbonchi; e ciòe aviene più tardi che quelle delle perle.

(801) molte coquilles C. R. 1.

(802) per alitare C. R. 1.

(803) unguento C. R. 1.

(804) laonde li pesci li dottano e fuggono. R. C. 1.

(805) genvier C. F. R. — il dì di calen di gennaio C. R. 1.

(806) a' XXIIII dì della luna del mese di dicenbre C. R. 1.