Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:
Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si chiama nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui, perch'egli perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue parole, e non è bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa codardo e vile; da tutta gente èe disonorato. Il povero, quand'egli diventa ricco, egli diventa savio e cortese, conciosia cosa ch' (690) egli sia folle o villano; e si diventa prode e valente; e la sua parola è ascoltata e udita; e tosto truova amici e benevoglienti e servidori; e ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno gli fa onore e reverenzia; e si è ispesso a consiglio chiamato. Lo ricco si è altressì come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino oro e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze acattate, diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo non è già di coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno mercatante che signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello se non quello ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo vuole pigliare lo suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto àe, ch'egli è bene vivuto di quello avere. Altressì sono le genti di questo secolo, se non tanto come egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la loro volontade; quando egli muoiono, altressì poveri vanno come egli vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più gentile che quelli che non ebe unque nulla.
(690) Anche qui per sebbene.
Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac risponde:
Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore, che tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare lo buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè, bene non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla gente, nè bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal fare, e si è tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa lo suo tenpo a mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente per uno piano con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande montagne, e fa gran camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di quelli che fa la ria costuma e lascia la buona.
Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:
Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio (691) in questo mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo, tanto come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi così duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca delli stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro dureranno infino alla fine del mondo.
(691) di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.
(692) Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son angle. — Meglio nel C. R. 1.: Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li disse, ecc.
(693) Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent ec. — Ostil, ant. fr. significa utensile, strumento dell'uso domestico. — Nel C. R. 1. si legge: e quando venne il diluvio, Noè mise le dette ferramenta nell'arca, e duraranno sempre, infino alla fine del mondo.
Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac risponde:
Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche sapesse elli ch'egli fosse malvagio, e si spergiurano (696), per falsare la gente, e ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla gente. Quelli che non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti fra la gente, di cosa ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio che una bestia; nè affidare (697) nè asicurare non si dee uomo in loro; chè quando il loro Idio falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.
(694) Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.
(695) tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(696) spergiurassero C. R. 1.
(697) di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier; che spiega l'errore del n. c.
Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac risponde:
L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare male, nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in male, nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di molte altre cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla sua figura (698). Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare tutto questo; e se egli lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua conpagnia, quando tenpo sarà.
(698) sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.
Lo re domanda: con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare. Sidrac risponde:
L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee l'uomo schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada e sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire: l'uomo dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non potrà andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra la rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e lodo dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta e vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E però de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è povero o ricco; e odiare i rei, e schifagli.
(699) benchè C. R. 2.
Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:
Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo, che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito, chè l'onore vae al vento, che è spirito (701). Egli non è si bene tenente come lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che povero onorato.
(700) È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si poterà molto adagiare. — Adagiare per prendere i suoi agi; come aiser del C. F. R., per mettre à l'aise. L'ital. ha anche: agiare.
(701) ène uno vento C. R. 1.
Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in giustizia? Sidrac risponde:
Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco. E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.
Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella sua ricchezza. Sidrac risponde:
Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.
Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:
L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa, egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti (703); e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de' peccati (704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.
(702) Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha buffoi, bufoie per vanità, ostentazione. Ma tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. leggesi invece bourdes (dal vb. bohorder), che significa moquerie, raillerie. Cf. Burguy, Gramm., a Horde. — In provenzale si ha il vb. bordir, che vuol dire joûter, folatrer.
(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.
(705) Manca senno al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac risponde:
I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore, quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette l'uno sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno gli cani.
(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: come li cani s'apiccano insieme.
(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia in essa, e non si puote sì tosto partire da essa. Che s'elli discende dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.
Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine fanno male? Sidrac risponde:
Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli fanno grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui. Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine; che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose, povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.
(708) Pare da intendersi compagni del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri del diavolo. — Nel T. F. P. e nel C. F. R.: gracieux au deable.
(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(710) Meglio sarebbe lui. E qui deve essere stato usato colui, come traduzione letterale di celui.
Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:
La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una ora, morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non vada (711); e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che niuno nolla puote fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè s'egli andasse al nabisso della terra o al fondo del mare, o s'agrappasse (713) all'aria, della morte non potrebe fugire; chè, in qualunque luogo egli sia, o alto o basso o grande o piccolo, la morte va tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia; anzi lo porta sopra a sè, come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi menbri potrebe l'uomo tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere del mondo e tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una sola ora più che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri, vecchi e giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne puote scanpare.
(711) Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge l'errore: ja ne peut estre soute terre cosse che de l'air vivent.
(712) che non moia C. R. 2.
(713) Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente aggrappasse fu, nell'intenzione del traduttore, volgarizzamento di campast.
(714) rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una quarta ora più, se a Dio ec. C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare vivere una sola ora più, che a Dio ec. C. R. 2.
Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac risponde:
A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se le sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente; e lo folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si cruccia e si infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli parole; e si ingenerano molte follie, e in pensieri e in ragioni e in grandi pianti (716). E lo tacere vale meglio che lo rispondere a cotali gente.
(715) per cui C. R. 2.
(716) et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de grans plaitz T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto plaitz per pianti, mentre vuol dire disputa, litigio. Infatti il C. R. 2., che concorda nel resto col C. L., ha, invece di pianti, piati.
Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:
La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e (719) nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720); chè quelli che iscrive, travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote pensare nè parlare altro, nè ridere nè guardare nè cantare, se non solamente gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento allo scrivano (721).
(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi arte, abbiamo creduto di poter fare questa correzione.
(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.
(719) ma C. R. 1.
(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.
(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal povero amanuense fiorentino. Esse non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.
Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722), perchè non fanno eglino? Sidrac risponde:
Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere. L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo, ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.
(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — Aiser significa tanto donner de l'aise, soulager, che aider, securir: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce bene aiser per adagiare, nel senso di prendere i suoi agi. — Questo adagiare, di cui la Crusca registra un solo esempio, pare che piaccia al nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi capitoli indietro.
Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:
Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici, come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore; altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro medesimi portano la loro pena (723).
(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.
Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al corpo quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:
Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi, quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli parte a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due isposi, che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo secolo, allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo torna a nulla. Eziandio, tutto che gli tardi (726), si conviene ch'egli sia colla sua isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati insieme, anche grava loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a guadagniare in una lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai guadagnato, egli verrebbe per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in bene (728). Quando l'anima si parte dal corpo, ella va come un uccello, là ove ella à servito; e il corpo rimane come uno albore, che è diradicato e gittato, che secca, e diventa quasi nulla.
(724) Molto e grandemente e forte C. R. 2.
(725) qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che entreament sia stato tradotto travagliano, non conoscendosi il significato di questo verbo, che è quello di amarsi reciprocamente. — Però potrebbe anche essere un errore del n. c., avvegnachè nel C. R. 2. si legga: che si amassero oltr'a misura.
(726) et quoy qu'il tarde T. F. P.
(727) lontaine C. F. R.
(728) et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui assembler ha il significato di reunir. Ed aggiugnersi ha pure in ital. il significato medesimo. „Con maritale legame meco si agiugnesse.„ Guid. G.
Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l giovane: Sidrac risponde:
L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è in lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno essere (731) giolivo (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello rinfabilimento cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che quella jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo folle vecchio, che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate che quelli è diritto folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli àe avuto tutto lo suo tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole mostrare la sua gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i calori, nè lo rinfabilimento, nè gli omori che gli dieno la giolività, anzi la pigliano in presto per diritta forza, come quelli che volesse cuocere carne al calore del sole. Altressì è del vecchio folle, che si vuole fare giolivo e allegro e giovane, che per forza essere vuole; e vuole mantenere la gioventudine colli suoi motti e con suoi vantamenti, e si fa lo prode, lo fiero e lo forte e l'ardito, e mantiene la sua follia; quelli dee l'uomo temere, che quelli è diritto folle.
(729) et mal enseignes C. F. R.
(730) reflambent C. F. R.
(731) manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(732) jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di joliard, cioè plaisant.
(733) jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.
Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac risponde:
In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per la volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno anno magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande danno in terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli piove assai. E quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato dinanzi, perchè non piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo calore che viene della state. Quando la terra è calda e arde e rinfiamma, ella gitta fuori lo suo veleno per l'acque e per li frutti; e perciò infermano le genti. Non intendere mica tutte le terre. Ma se l'anno non piove bene, al movimento de' segni e delle pianete e alla volontà di Dio, sono corrotti.
Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare? Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia di Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per Dio che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò che Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e per lo suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo, lo fece in tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo grado (738), e per lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere vergogna (739), che sì frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene e lasciasse il male per suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era caduto per lo suo orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al creatore. E altrettale (740), che, se l'uomo facesse lo male, che egli fosse dannato per quello medesimo male ch'egli avrà fatto, per lo suo grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno o l'altro, secondo ch'egli avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.
(734) deserviroit C. F. R. — Deservir, ant. fr., vale meriter.
(735) chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non meritarebbe d'avere gloria da Dio, ched elli none avrebbe fatto il bene per lui, ma per Dio, che Idio l'avrebbe fatto in tale natura di fare il bene tanto solamente C. R. 1.
(736) Il C. F. R. ha: deservist gueredon.
(737) Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust gaigner.
(738) par son gre C. F. R.
(739) et per quoy che le deable eust honte C. F. R.
(740) autretel C. F. R., mal tradotto per altrettale, mentre vuol dire parimente, similmente.
Lo re domanda: è buono di tramettersi di tutte cose con tutte genti? Sidrac risponde:
L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere del suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del sole (743), egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che i possenti si debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella loro povertà. Chè i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli fanno follia; e di ciò possono essere dannegiati, altressì come una foglia che si percuote in una pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de' possenti (746); ch'egli nollo pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio nollo chiama, nè di suo bene nè di suo male (747). Dunque perchè si dee inframettere del fatto del possente, quando così poco lo pregia? Lo povero si dee tenere cheto e di buona aria; e vivere nella sua povertà, come savio uomo; e non gli caglia del fatto del possente. E anche s'egli è chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non mettersi tra loro in nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli dee dare tal consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra di lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo povero è male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui. Altressì come montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro piedi, e iscasano, perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i poveri tra' possenti. Perciò non si dee il povero intramettere ne' fatti de' ricchi e de' possenti. Ciò che vogliono, facciano, bene o male sia loro.
(741) ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.
(742) onde C. R. 2.
(743) a la rais dou solail C. F. R. — Rais vuol dire raggio di luce.
(744) s'entremetent C. F. R. — Qui infrascarsi vale impacciarsi, intramettersi; ed in questo senso non è registrato nella Crusca.
(745) une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — Foglia qui forse è stato usato per significare in genere una cosa fragile, facile ad esser rotta. — Migliore però è la lezione del T. F. P.; une chenille qui se heurte a une pierre. — Chenille vale conchiglia.
(746) Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.
(747) de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo male e il suo bene gli è tutt'uno.
(748) lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.
(749) Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse malvenuto per male arrivato; se pure non è da correggere male veduto.
(750) Accozzo strano di errori. Ecco la lezione del C. F. R.: com les moutons, qui en l'aigue se hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur l'autre, por ce che elles sunt petites. — Come grenoilles (grenouilles) sia stato tradotte per unghie non sapremmo. Invece di iscasano (eschacent, chassent nel T. F. P.), il C. R. 2. ha: cascano.