CAPITOLO VI.

Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti il dodicesimo secolo.

Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de' governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo; onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti; usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi, interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso costante di molte generazioni.

Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione, cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto isolato.

Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione, perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.

Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi, e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re, cui spettava la difesa del regno.

Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città, ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].

Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi militari talenti e col valore che non avevano occasione di far conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una profonda oscurità.

Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi lombarde schultheis, e dalle franche scabini; i quali formavano il consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della storia[400].

Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate, poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti, erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri. Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava l'host, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e comandavan loro nel campo.

Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di credenza, vale a dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo, composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto progetto[401].

Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.

I quartieri formavano altresì corpi militari con differenti stendardi. Ognuna sceglieva tra i suoi più ricchi cittadini, e quando i nobili si posero sotto la protezione delle repubbliche, sceglieva tra i nobili una o due compagnie di cavalieri armati da capo a' piedi. Lo stesso quartiere formava poi due altri corpi scelti, cadauno dei quali doveva essere il doppio numeroso dei precedenti; e questi erano i balestrai e l'infanteria pesante. Quest'ultima era armata del pavese, specie di scudo, della cervelliera o cuffia di ferro e della lancia. Gli altri cittadini divisi pure in compagnie, ed armati soltanto di spada, eran obbligati di trovarsi sulla piazza d'armi del proprio quartiere qualunque volta suonava campana a martello. Tutti gli uomini dal diciottesimo anno fino al settantesimo dovevano soddisfare a questo dovere. I consoli comandavano le armate, ed avevano sotto i loro ordini il capitano del quartiere, il suo gonfaloniere o portastendardo, ed il capitano d'ogni compagnia. Non conoscevasi allora quell'infinito numero d'ufficiali e di sottufficiali introdotti dalla tattica moderna. L'ordine era di combattere, l'unica regola di non iscostarsi dal gonfalone che restava sempre visibile. Per tutto il rimanente ogni soldato poteva agire di proprio impulso, e non era parte, come a' nostri tempi, d'una macchina complicata, i di cui movimenti sono tutti diretti da una superiore intelligenza; mentre ogni individuo, ridotto ad agire come una ruota di così gran macchina, ignora lo scopo della propria azione[402].

Siccome le città erano state erette in corporazioni per metterle in istato di difendersi, lo stesso atto che loro aveva permesso di fortificarsi permetteva ancora di agguerrire le loro milizie. Nè fu solamente per le guerre pubbliche dell'impero che facessero uso di questo stabilimento militare, ma riclamarono per sè medesime il diritto di cui erano in possesso i conti, i marchesi, i prelati e perfino i signori de' castelli, di vendicare coll'armi proprie le proprie ingiurie. Nel sistema feudale i tribunali terminavano le liti con una specie d'arbitramento: quando l'offesa era riconosciuta, dichiaravano quale era il legittimo compenso, coll'offerta del quale le due parti dovevano rinunciare al loro odio, alla loro faida; ma essi non obbligavano a dare o a ricevere il compenso. Quando il diritto era dubbioso, invitavano le parti a terminare la contesa col duello, in cui il giudizio di Dio facevasi palese come in una guerra sostenuta da tutte le forze dei due rivali, ma con minore effusione di sangue e con minor danno. In somma tutta la legislazione fondavasi sopra il diritto della naturale difesa, e su quello di farsi giustizia da sè medesimo; essendo autorizzato ogni membro dell'impero a rifiutare un giudice parziale e ad appellarsi al suo buon diritto, alla sua spada[403]. Le prime guerre fatte dalle città le une contro le altre, o contro i marchesi ed i conti che volevano opprimerle, non furono dunque risguardate quali atti di ribellione, ma come atti legittimi di giustizia o di naturale difesa conformi ai diritti degli altri membri dell'impero.

La rivalità tra comuni d'uguale potenza gelosi della grandezza loro e della rispettiva popolazione, rese più acerbe queste guerre private, dando loro un carattere più nazionale e meno giuridico. Le due metropoli della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi a quest'odio di vicinato. I re de' secoli di mezzo non avevano capitale propriamente detta, dimorando d'ordinario nei loro castelli, e visitando quando l'una e quando l'altra delle loro città. Pure Pavia e Milano disputavansi il primato tra le città italiane. Pavia perchè fu la favorita residenza de' più illustri sovrani lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo. Posta ad egual distanza dalle Alpi svizzere e dalle liguri, e padrona del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che stendonsi alla diritta ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso fino all'Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino ai laghi da cui le ricevono. Pavia nel centro delle terre della Lombardia era quasi la chiave di tutti i suoi fiumi, ed il suo territorio formato dalle più ricche loro deposizioni, irrigato dalle loro acque, non era ad alcuno inferiore in fertilità[404]. Profittando di tanti vantaggi Pavia era diventata una vasta e popolosa città, che pure non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perchè il lungo soggiorno e l'esempio della corte avessero snervata la sua energia, o perchè il denso aere che vi si respirava[405], e le nebbie frequentissime avessero resi gli abitanti meno proprj alla carriera dell'ambizione e della gloria.

Milano, antica capitale degl'Insubri e di tutta la Gallia cisalpina, era pure stata la residenza di alcuni degli ultimi imperatori d'Occidente, e la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre è l'aere di questa città, fertili i campi che la circondano; pure come la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse assicurarle quella superiorità di cui ha costantemente goduto sulle altre città lombarde, convien supporre che la sua grandezza e la sua popolazione siansi conservate a traverso i secoli barbari, dopo i tempi dell'impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i Milanesi in principio del secolo undecimo più ricchi, più potenti, più agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse d'essere la prima città del regno. Fu in occasione della doppia elezione al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte d'Ottone III, che queste due capitali, dichiaratesi l'una per Arduino, l'altra per Enrico II, s'abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono colle loro rivalità l'attenzione degli storici.

Dopo che le milizie delle due città si furono lungo tempo esercitate nelle private loro guerre, e che incominciò a risvegliarsi ne' loro cittadini l'amore della patria e della indipendenza, confidando i Milanesi nelle proprie forze e mossi dalle istigazioni del loro arcivescovo, credendo di sostenere coi diritti nazionali la causa della Chiesa, osarono misurarsi contro un nemico più potente. Abbiamo parlato in un altro capitolo della loro guerra coll'imperator Corrado il Salico: nel corso della qual guerra l'arcivescovo Eriberto diede compimento al loro sistema militare con una invenzione adottata ben tosto da quasi tutte le città d'Italia. In sull'esempio dell'arca dell'alleanza delle tribù d'Israele, egli pose alla testa dell'armata uno stendardo d'un genere affatto nuovo che chiamò il carroccio.

Il carroccio era un carro a quattro ruote, cui si aggiogavano quattro paja di buoi. Dipingevasi di color rosso, e rossi tappeti coprivano fino ai piedi i buoi che lo tiravano; e di mezzo al carro alzavasi un'antenna ugualmente rossa, la di cui altissima sommità terminavasi in un globo dorato. Al di sotto, tra due bianche vele, spiegavasi lo stendardo del comune, e più sotto ancora verso la metà dell'antenna vedevasi un Cristo in croce che colle braccia stese pareva benedire l'armata. Una specie di piattaforma sul davanti del carro veniva occupata da alcuni valorosi soldati destinati a difenderlo, mentre sopra altra simile stavano sul di dietro i sonatori colle loro trombette. I sacri misterj celebravansi sul carroccio prima che sortisse dalla città, e spesse volte vi era addetto un cappellano che lo seguiva al campo di battaglia. La perdita del carroccio risguardavasi come l'estrema ignominia cui potesse esporsi una città; e perciò i più valorosi soldati, il nerbo dell'armata veniva destinato a custodire il sacro carro, onde il grosso della battaglia riducevasi d'ordinario intorno a lui[406].

Dovevasi rendere l'infanteria potente per opporla alla cavalleria dei gentiluomini, dovevasi darle unione e solidità ed ispirarle confidenza nella propria forza; e coll'invenzione del carroccio si supplì a tutto. Non potevano sperarsi rapidi movimenti da una truppa subordinata a quelli di un carro pesante tirato dai buoi; la ritirata doveva essere lenta e misurata; e la fuga, a meno che non fosse vergognosa, riusciva impossibile; le marcie della cavalleria trovavansi legate a quelle dell'infanteria; le milizie avvezzavansi a sostener l'urto della cavalleria senza aprir gli ordini, mentre l'urto dell'infanteria doveva riuscire alla cavalleria tanto più formidabile, quanto era più uniforme e meglio diretto verso un solo punto. Non sarà fuor di proposito il notare che i buoi d'Italia camminano più leggermente che i Francesi, sicchè la loro marcia si conviene meglio a quella dell'infanteria.

L'epoca dell'invenzione del carroccio fu altresì quella della prima celebre contesa fra i nobili ed il popolo; contesa suscitata, come abbiamo già detto, dall'arcivescovo Eriberto, il quale abusò del diritto di supremazia sui gentiluomini dipendenti dalla mensa arcivescovile di Milano. La gelosia manifestata in quest'occasione dai popoli contro la nobiltà, è una prova che allora le città non erano soltanto popolate di timidi e poveri artigiani, ma che i plebei avevano acquistato quel sentimento di dignità e d'indipendenza verso i signori, che nasce dall'uguaglianza di ricchezze e d'istruzione. I cittadini sentivano che tutta la fortuna dello stato non era in mano dei nobili, che questi più non potevano a voglia loro accollare o togliere la sussistenza alle classi inferiori della nazione; che l'educazione loro non li rendeva più atti de' borghesi al governo de' popoli, e che i cambiamenti operatisi nello stato dall'introduzione del commercio, dal miglioramento della coltivazione fatta dalla plebe, e dall'ignoranza de' gentiluomini, avevano ridotte le due classi ad un'eguaglianza di diritti.

Presso i popoli più oppressi e più barbari, il commercio non può essere affatto distrutto: l'uomo cercherà sempre di provvedere col cambio ai suoi bisogni, e coloro che s'incaricheranno di facilitarlo, vi troveranno sempre il proprio vantaggio. Perciò le repubbliche di Venezia, di Napoli e d'Amalfi, che fino al decimo secolo ebbero un governo che proteggeva ed animava l'industria, ottennero sulle vicine popolazioni un immenso vantaggio, esercitandone esse sole tutto il commercio. I Veneziani erano i mediatori dei due imperi: accolti ed accarezzati dai Greci portavano agli Occidentali i prodotti delle manifatture che prosperavano in Costantinopoli e nella Morea, e le merci indiane ch'essi acquistavano indistintamente dai Greci e dai Musulmani. Rimontavano poi colle loro barche leggieri i fiumi dell'Italia, e provvedevano le città fluviali di tappeti e stoffe dell'Asia, di spezierie delle Indie, e del sale delle proprie saline di cui erano gli esclusivi provveditori di Lombardia. Ricevevano in cambio grani, cuoi, lane ed altri prodotti del suolo; ma nelle città loro coltivavano in oltre le arti meccaniche, e la prima fonderia di campane si stabilì in Venezia, onde introdussero l'uso delle campane nella Grecia e nell'Occidente quando le regalarono ai monarchi di Costantinopoli ed a quelli d'Europa[407]. Lo storico Luitprando che fu spedito ambasciatore da Ottone il grande all'imperatore Niceforo Foca, nulla vide nel lusso di Costantinopoli che lo sorprendesse o gli riuscisse nuovo; perchè, com'egli disse ai Greci medesimi, i magazzini di Venezia gli avevano già mostrate tutte quelle ricchezze[408].

La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale: i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà, tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i loro mercati.

La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse classi della società.

È cosa veramente singolare che non siasi conservato verun documento del linguaggio adoperato dal popolo d'Italia fino alla fine del decimo secolo. Il dottissimo Muratori ricercò con infaticabile pazienza tutti i vecchi archivj, tutti i depositi d'antiche scritture di famiglie e di comunità, senza che siasi abbattuto a scoprirne una sola dettata in quell'idioma che chiamavasi volgare, diverso dal latino riservato ai dotti, dal romano che parlavasi nelle Gallie, e dal tedesco dei popoli venuti dal Settentrione. Pare per altro che la lingua volgare avrebbe dovuto essere non solo quella del comune conversare, ma ancora quella delle lettere famigliari e del commercio. È dunque a credersi che gl'Italiani fino ad dodicesimo secolo non sospettassero nè meno che il loro dialetto potesse scriversi. Per la stessa ragione non si troverebbero forse dell'età nostra atti o lettere scritte ne' dialetti limosino, piccardo, normanno, piuttosto che in francese, o ne' dialetti bolognese e genovese piuttosto che italiano[409].

Sembra probabile che ne' tempi della potenza romana i provinciali avessero una viziosa maniera d'esprimersi in latino, e che s'avvicinassero fin da que' tempi al moderno italiano. La mescolanza delle nazioni barbare contribuì non poco a corrompere ancor più questo linguaggio provinciale, introducendovi gli articoli ed i verbi ausiliarj adoperati nel Settentrione per tener luogo delle declinazioni e delle conjugazioni latine che rendevano la grammatica troppo complicata[410]. Il sermone volgare, che così chiamavasi, dovette essere il dialetto abituale de' campagnuoli e de' cittadini, ma non dei nobili, i quali, comecchè d'ordinario niente meglio educati de' loro inferiori, essendo quasi tutti di razza allemanna, oltre la lingua volgare che dovevano necessariamente parlare, avevano pure conservato l'uso della tedesca. Abbiamo veduto che nel secolo nono i Lombardi Beneventani davano ancora ai loro principi il soprannome tedesco; ma abbiamo una prova che andavano a poco a poco perdendo l'uso del linguaggio materno nella pratica tenuta dagli storici del susseguente secolo, che, riferendo questi soprannomi, vi aggiungevano la spiegazione[411]. Gl'imperatori francesi e tedeschi portarono in Italia il costume della lingua tedesca, perchè tutti i Franchi la parlavano, come lo mostra la lettura delle leggi salica, ripuaria e bavara, ed anche i capitolari di Carlo Magno, ove tutte le parole non latine derivano dal tedesco. E per tal modo due lingue, una per la nobiltà, l'altra per il popolo, parevano dividere questi due ordini, e rammentando ad ogni istante la loro differente origine, rinnovare tra di loro l'avversione e la gelosia.

Richiedevasi veramente che i gentiluomini, i cherici, e sopra tutto i legisti, intendessero il latino; ma il modo con cui lo scrivevano ci somministra una poco vantaggiosa idea dello stile della loro conversazione, se pure valevansi di questa lingua. Abbiamo infinite carte scritte in questo preteso latino. Vedesi quanto poco scrupolosi fossero i notaj nell'ammettere nei loro atti i più grossolani barbarismi, e come a fronte di tanta licenziosità esprimevano a stento i loro concetti. Soffresi, leggendoli, doppia fatica; ci stanchiamo d'occuparci di così fastidiose cose, ma più ancora ci stanchiamo sentendo la fatica che sostennero coloro che le scrissero[412].

Durante il regno della casa Sassone una nuova mescolanza di gentiluomini allemanni colla nobiltà italiana, rimise in vigore per la terza volta il linguaggio teutonico, che era quello della corte e del governo; ma tale linguaggio così difficile, ed affatto straniero agli organi italiani, si manteneva vivo con difficoltà, ed alla seconda, o al più nella terza generazione veniva trascurato. I fanciulli imparavano naturalmente il linguaggio del popolo; e nelle scuole gli ecclesiastici non insegnavano che il latino: nè sembra che un orgoglio nazionale si prendesse cura di conservare nelle famiglie la lingua tedesca, perchè i Tedeschi conobbero assai tardi il prezzo della propria lingua. Intanto in ragione dell'importanza maggiore che andavano acquistando i borghesi, le città crescevano pure in popolazione ed in ricchezze, e la volgar lingua che si era adottata s'avvantaggiava pure sul latino e sul tedesco, ed approssimavasi ad essere la lingua nazionale. Di fatti nel secolo dodicesimo si rese compiutamente dominante, ed in allora incominciò a formarsi, ad ingentilirsi, ed a prendere regole generali, di modo che nel secolo susseguente la vedremo finalmente adottata, e resa bella dagli storici e dai poeti.

In quell'epoca in cui gl'Italiani, forniti di tre idiomi, non ne possedevano un solo, ed in mezzo all'ignoranza del decimo secolo, Luitprando compose una storia de' suoi tempi, che ancora al presente leggesi con interesse e piacere. Quest'opera è quasi il solo documento letterario dell'Italia settentrionale nel decimo secolo. Si ripassano con estrema noja le cronache de' suoi coetanei per ritrovare qualche fatto storico; ci alletta invece l'opera di Luitprando, e si lascia con rincrescimento. Vero è che non devesene incominciar la lettura subito dopo quella degli scrittori dell'età d'Augusto, perocchè allora ci offenderebbe la durezza del suo stile; ma quando si paragona al suo secolo, ci sorprende il suo stile conciso ed energico, e di quando in quando qualche profondo pensiere, e più d'ogni altra cosa certa aggradevole varietà che seppe dare alla sua narrazione. Egli manca di ordine, e pecca di parzialità, ma pure alletta: provveduto di non ispregevole erudizione cita a proposito gli autori romani, e frequentemente fa pompa della sua conoscenza della lingua greca, e non poche volte con ridicola vanità; si vede che gli era ugualmente familiare la lingua allemanna; e per ultimo qualunque volta la sua fantasia viene riscaldata dal soggetto, passa dalla prosa alla poesia, ed i suoi versi non sono affatto privi di lepore.

Luitprando era canonico di Pavia, e segretario di Berengario II, dal quale nel 946 fu mandato ambasciatore a Costantinopoli presso Costantino Porfirogeneta. Ritornato in patria, ebbe qualche motivo di disgusto con Berengario, e passò in Germania alla corte d'Ottone il grande, che accompagnò in Italia quando venne a conquistarla. Ebbe dall'imperatore il vescovado di Cremona, e fu suo ambasciatore a Roma ed a Costantinopoli. Scrisse una curiosa relazione della sua andata in quest'ultima città presso l'imperatore Niceforo Foca[413]. Alcuni troppo liberi racconti che Luitprando innestò nelle sue scritture non ci permettono di formarci una troppo favorevole idea della gentilezza dei grandi di que' tempi, e di quella che allora chiamavasi buona compagnia; soprattutto quando rammentiamo il rango che aveva alla corte e le funzioni ecclesiastiche di questo storico.

Alcuni scrittori dell'Italia meridionale che fiorirono nel decimo e nell'undecimo secolo, meritano pure distinta ricordanza. L'anonimo di Salerno, Gaufrido Malaterra, Alessandro di Telesa e Falco di Benevento si fanno tutti leggere con interesse. Gli storici dell'attuale regno di Napoli conservarono per lo spazio di più secoli una notabile superiorità sul resto dell'Italia; la quale si fa pure sentire quando confrontasi il poema di Guglielmo il Pugliese intorno alle conquiste de' Normanni cogli altri poemi storici di cui abbonda quest'età più d'ogn'altra[414]. I poemi storici d'un secolo barbaro sono i più nojosi e ributtanti documenti che ci è forza di leggere per pescarvi i fatti storici. Lo scrittore incapace di porre ne' suoi scritti vera poesia, pare che non siasi presa la cura di dare un ordine simmetrico alle sue parole, che per ispogliare d'ogni armonia il suo stile e togliere la libertà ai suoi pensieri. Giammai dice quello che vorrebbe dire, nè mai soddisfa con quello che dice: e siccome pare aver presa cura d'escludere i numeri ed i nomi proprj da' suoi versi, o d'esprimere gli uni e gli altri in un modo classico, non parla che con enigmi, e fa tanto penare per intenderlo, quanto è il dispetto che si prova del pochissimo che s'impara quando si è inteso.

Tutti i primi storici dell'Italia erano o prelati o monaci. Soltanto nell'undecimo secolo alcuni laici cominciarono altresì a scrivere la storia, quando i progressi dell'agiatezza nelle città diedero opportunità d'applicarsi agli studj, quando l'influenza che i cittadini andavano acquistando nel governo dello stato fece loro prendere maggiore interessamento ai pubblici affari. I due primi storici delle città sono Arnolfo e Landolfo il vecchio di Milano, che ambedue vissero verso la metà del secolo XI, quando vi s'agitavano le dispute intorno al matrimonio dei preti. O sia per conto dell'esattezza, o per l'interesse della loro narrazione, non meritano troppo onorevole ricordanza; ma la natura medesima della loro storia è una prova della crescente importanza delle città, comprendendo i tempi delle prime contese tra la nobiltà ed il popolo; contese che modificarono la costituzione delle nuove repubbliche.

Abbiam già parlato nel secondo capitolo della lite de' valvassori, o gentiluomini coll'arcivescovo Eriberto e la plebe milanese, ed abbiamo detto che terminò del 1039 all'epoca della morte di Corrado, in forza delle nuove leggi promulgate da questo imperatore intorno ai feudi. Le città lombarde approfittarono assai di questa pace, perchè molti gentiluomini, e specialmente i meno potenti, domandarono ed ottennero la cittadinanza delle più vicine città, ponendosi essi ed i loro feudi sotto la protezione di queste recenti comuni, le quali meglio d'ogni altro membro dello stato sapevano far rispettare i loro amici. I gentiluomini con tali adozioni acquistaronsi una patria, che il regno lombardo, nella sua attuale dissoluzione, non poteva loro offrire; ed in ricompensa le città ebbero distinti cittadini, ne' quali il valore sembrava ereditario, e che collo splendore della loro nascita, e col loro desiderio della gloria resero illustri gli altri cittadini divenuti loro eguali.

Merita d'essere considerata la condotta delle nuove repubbliche verso i conti rurali, ed i gentiluomini del loro territorio. Molti di questi non avevano voluto seco allearsi, o ricevere il diritto di cittadinanza. I poderi delle città erano chiusi entro queste piccole sovranità; e siccome la loro popolazione andava crescendo, se non avessero potuto liberamente commerciare in campagna coi vassalli del conti rurali sarebbero ben tosto rimasti esposti alla fame. Conveniva perciò che si guardassero d'indisporre con soverchia alterigia, o troppo alte pretese i signori, perchè se questi si fossero collegati contro le città, le avrebbero esposte ai più grandi pericoli, tanto più che per la loro posizione potevano temporeggiare e tirar la guerra in lungo. Dai loro castelli piombavano sui viaggiatori ed i mercanti per ispogliarli; o pure guastavano le diocesi delle città fin presso alle porte, mentre i borghesi, quantunque più forti, erano dal bisogno richiamati alle loro giornaliere occupazioni, e non potevano tenersi lungo tempo in campagna. Non era per anco abbastanza perfezionata l'arte degli assedj perchè potessero forzare i gentiluomini ne' loro castelli; ed i signori, chiusi nelle torri fabbricate sopra scoscese rupi e circondati soltanto dalla loro famiglia, e da un piccolo numero di scudieri al loro soldo, sfidavano tutta la ferocia delle più potenti armate.

Le repubbliche cercavano perciò di conciliarsi l'affetto dei conti rurali ammettendoli alla loro cittadinanza, ed affidando loro i principali impieghi dello stato. Pure qualunque volta i signori abusavano de' loro vantaggi, ed i cittadini avevano cagione di lagnarsi delle loro esazioni, la repubblica abbracciava caldamente la causa d'ogni suo membro, nè deponeva le armi finchè il gentiluomo, che l'aveva offeso, non fosse umiliato.

Il popolo milanese dividevasi in sei tribù, ognuna delle quali prendeva il nome da una delle porte della città; e poichè i nobili vennero ammessi a partecipare dei diritti di cittadinanza, eransi posti nell'esclusivo possesso dell'ufficio di capitani delle porte, di consoli e di capi delle milizie. Quei medesimi che pure non erano rivestiti d'alcun impiego, assicurati della protezione de' magistrati, che tutti appartenevano alla loro casta, trattarono con insultante arroganza gli artigiani e le inferiori classi del popolo. Nel 1041 un gentiluomo osò di bel mezzogiorno bastonare in istrada un plebeo; e la causa di questo oscuro plebeo diventò all'istante quella di tutto il popolo. Un altro nobile, chiamato Lanzone, forse popolare per ambizione, s'offerse capo ai cittadini irritati; e la sua offerta fu ricevuta a piene mani da coloro che desideravano d'umiliare la nobiltà, orgogliosi d'avere un nobile alla loro testa: tanta forza ha sullo spirito umano il pregiudizio favorevole alla nascita! Lanzone fu fatto capo del consiglio di credenza; nuovi consoli si elessero nella classe de' plebei, e le milizie sotto i loro ordini attaccarono successivamente le torri e le fortezze che i gentiluomini avevano alzate entro le mura della città, e di dove ridevansi del potere de' tribunali: molte di queste fortezze sostennero un regolare assedio prima d'essere spianate; furonvi nelle strade molti sanguinosi incontri per difenderle; ma finalmente i nobili troppo inferiori di forze, e sempre battuti, furono forzati a sortire assieme dalla città colle loro famiglie, ed a lasciare in mano del popolo le loro torri e case fortificate, che vennero distrutte lo stesso giorno[415].

I nobili, circondati dai campagnuoli loro vassalli, trovarono fuori delle mura il vantaggio del numero, ed intrapresero il blocco della città che continuarono pel corso di alcuni anni. Lanzone, sempre alla testa del partito del popolo, risolvette alla fine di portarsi in Germania per ottenere la protezione di Enrico III. Quel monarca che non vedeva senza inquietudine rendersi le città indipendenti, accolse con piacere quest'occasione per ristabilire la propria autorità in Milano. Offerse perciò a Lanzone quattromila cavalli, e chiese caldamente che fossero ricevuti in città. Lanzone, tornato a Milano, annunciò questo soccorso al popolo onde rilevarne il coraggio abbattuto dalla fame; ma il popolo s'accorse che la vendetta d'una fazione riduceva la sua patria nell'antica dipendenza. Entrò in trattative coi capi della nobiltà, e facendo loro sentire il comune pericolo, li ridusse finalmente a segnare una pace che loro lasciava una parte del governo della città senza escluderne affatto il popolo[416].

Dopo questa guerra fino a quella di Como, che formerà l'argomento del susseguente capitolo, ci si presenta un vuoto nella storia delle repubbliche lombarde e di tutte le città dell'alta Italia. È questo uno spazio di settant'anni, ne' quali questa infelice contrada fu il teatro delle più strane rivoluzioni e delle più accanite guerre; duranti le quali tutti gli scrittori contemporanei non fanno verun cenno intorno allo stato politico delle città. La guerra delle investiture e delle vicende degl'imperatori e dei papi venne ampiamente descritta, ma da autori quasi tutti tedeschi. Questi grandi avvenimenti fissavano soli la loro attenzione, e mancando a quest'epoca le città di storici, ci è forza di raccogliere con avidità la sterile e faticosa narrazione del giovane Landolfo[417], scrittore milanese, gli è vero e contemporaneo, ma che invece di scrivere la storia della sua patria, ne dà quelle delle vessazioni da lui sofferte pel godimento d'un miserabile beneficio, delle dispute cogli eretici nicolaiti e de' fastidiosi intrighi del clero milanese. I nostri lettori ci sapranno buon grado d'aver abbandonata così nojosa guida, per trasportarli d'un salto fino al secolo XII, ad un tempo in cui gli autori contemporanei incominciando ad essere meno sterili, potremo noi medesimi scrivere la storia, invece d'essere costretti a scorrerla sommariamente.

Ma prima di procedere più avanti fermiamoci un istante ad osservare lo spazio già percorso. La rivoluzione creatrice di nuove nazioni e di uomini nuovi era compiuta. Come la terra, riscaldata dopo il diluvio dai raggi del sole, s'agitava per un ignoto principio di vita fino nelle profonde sue viscere[418]: così gl'Italiani posti in movimento, ed animati dai primi successi, sorgevano dall'inerzia; e l'intera nazione, lasciata l'antica rozzezza, s'ingentiliva col commercio, colle arti, colle liberali istituzioni d'ogni maniera e con una forma di governo più conforme al presente suo stato. Perduti in mezzo ad un ammasso di fatti troppo imperfettamente conosciuti, abbiam forse lasciato sfuggire quello spirito intollerante d'ogni freno che animava la massa della popolazione, quando ogni marchese, ogni prelato, facendosi giudice del proprio principe, pesava al tribunale della propria coscienza i diritti dell'Impero e della Chiesa, e si determinava per il partito de' papi o de' Cesari; quando ogni gentiluomo, ogni cavaliere, disprezzando una subalterna esistenza, cercava nelle sue fortezze, ne' suoi vassalli, nel proprio coraggio una sicurezza di cui si sdegnava di andar debitore ai superiori o alle leggi: quando ogni città, fidata alle sole sue forze, al reciproco sussidio, bastava a sè medesima, e sfidava il rimanente dell'universo. Pareva che una mano invisibile, una mano benefica avesse sparsi nello stesso tempo in tutti i cuori i sentimenti della dignità dell'uomo e della sua naturale indipendenza. Nè questi semi erano sparsi sulla sola Italia, ma su tutta l'Europa: i principj liberali avanzavansi lentamente bensì, ma con moto uniforme dal mezzogiorno al settentrione. L'Italia e la Spagna ne diedero l'esempio, e le seguirono ben tosto la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Inghilterra.

Le prime istituzioni liberali furono portate dal Nord ai tralignati Romani. Questo movimento retrogrado dal Mezzogiorno al Nord nello sviluppo del sistema repubblicano è un fenomeno costante ed assai notabile. Abbiamo veduto in Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e la stessa Roma, precedere tutte le altre città; nella Spagna fino dal secolo nono, i valorosi guerrieri, che fondarono il regno di Soprarbia, avevano stabilito tra il re ed il popolo un giudice intermedio, il primo modello del giustiziere degli Aragonesi[419]; e nel 1115 Alfonso I, il conquistatore di Saragozza, aveva accordato ai borghesi della sua capitale i diritti e la libertà dei gentiluomini, ossia infançone[420]. Le città della Svizzera e della Germania non incominciarono a conoscere la libertà che negli ultimi anni del dodicesimo secolo; e quelle della Francia e dell'Inghilterra acquistarono ancora più tardi i diritti di comunità.

La forza individuale e la forza sociale devono precedere le altre qualità necessarie all'acquisto della libertà. Queste due qualità hanno una diversa origine, anzi sembrano derivare da opposti principj; pochissime nazioni furono abbastanza fortunate per possederle equilibrate. La forza individuale, quella confidenza nei proprj mezzi, quella costanza che fa disprezzare i pericoli personali, e la forza straniera quando è ingiusta; quella determinazione di non seguire che i dettami della propria coscienza e de' proprj lumi, sono qualità e virtù del selvaggio. Con questa gli abitanti della Germania e della Scandinavia si stabilirono ne' paesi meridionali; recarono seco l'indipendenza; e quando costituirono nazioni, non seppero mai ridursi a dar loro legami abbastanza forti per tenerli uniti. I loro stessi principj dovevano naturalmente produrre gli effetti che produssero, la libera fierezza di tutti i cavalieri, ma in pari tempo la disunione loro, e l'opinione de' conquistatori, che per essere liberi era d'uopo essere principi.

Per l'opposto la forza sociale non poteva nascere che nelle città, e le città che sono l'opera de' popoli civilizzati non esistevano che ne' paesi meridionali. Credendo gli Scandinavi che non potessero gli uomini vivere riuniti senza diventare schiavi, facevansi un dovere di distruggere le città; e quelle che diedero in Italia l'esempio di quella forza sociale, di cui i barbari non ne conoscevano l'esistenza, eransi quasi prodigiosamente sottratte alle loro devastazioni, o s'erano rialzate dalle proprie ruine.

La forza sociale è riposta nel totale sacrificio dell'individuo alla società di cui è membro. Quest'abrogazione di sè medesimo, è fondata, non v'ha dubbio, sul pieno convincimento che il bene comune è quello degl'individui; ma il solo calcolo non condurrà mai il cittadino all'intero sacrificio che da lui domanda la patria: invano gli si dimostrerà che mille volte l'utile della patria è stato anco il suo; nell'istante del suo pericolo personale l'utile patrio cessa d'influire sulla sua prosperità. V'ebbe dunque nell'unione sociale alcun più nobile motivo d'un contratto tra i privati interessi: è la virtù, non l'egoismo, che riunisce l'uomo alla patria: è la riconoscenza de' ricevuti beneficj che ci lega agli amici, ai fratelli; la filiale e religiosa riverenza che ci lega alla patria, a quell'essere sovrumano che la nostra imaginazione pone tra Dio e gli uomini; la tendenza dell'anima all'immortalità che associa la nostra esistenza ai secoli passati, ed ai secoli futuri, e ci costituisce depositarj della gloria dei nostri antenati e dalla prosperità dei nostri discendenti.

I popoli settentrionali non conoscevano che una libertà senza patria; mentre quelli del Mezzogiorno avevano una patria senza libertà. Gli uni e gli altri dovevano rimanere stranieri alla più alta virtù umana, al sacrificio di sè medesimo: i primi non dovevano tale sacrificio a veruna persona: i secondi non possedevano tanta virtù per farlo. L'eroismo degli Scandinavi e quello degli eroi di Ossian era di uno strano carattere, perchè non aveva alcuno scopo: il guerriero affrontava la morte, senza sacrificarsi nè alla patria, nè alla memoria de' suoi padri, nè alla prosperità de' suoi figli[421]; la sua gloria era tutta personale. Al Mezzodì per lo contrario si conobbe lo scopo dei sacrificj prima che si avesse il coraggio di sacrificarsi: ogni cittadino sentiva ciò che doveva alla città natale, alla città in cui riposavano le ceneri de' suoi antenati, le di cui mura proteggerebbero la sua posterità. Così nella grande mescolanza delle nazioni il Settentrione ed il Mezzodì offrirono le virtù rispettive. I popoli conquistatori l'energia, i conquistati la sociabilità. Dovevano gli ultimi, caduti nell'estrema corruzione, essere rigenerati prima d'essere ammessi a dare alcun esempio, ad insegnare alcuna virtù. Intanto l'affetto loro per i luoghi che gli avevano veduti nascere, per il nome che portavano, per i compagni, i di cui padri erano stati associati ai loro padri, coi di cui figliuoli sarebbero associati i loro figliuoli, quest'affetto era un'antica eredità di Roma; e non mancava loro che la libertà per sentirne di nuovo tutto il prezzo. In mezzo alle calamità che affliggevano i popoli d'Italia, tutti gli avvenimenti osservati a certa distanza, parvero diretti allo stesso scopo, e preparar quel periodo di gloria e di libertà che doveva aprirsi agl'Italiani nel dodicesimo secolo.

La conquista dei Lombardi, trinciando l'Italia, e formando d'una sola provincia molte nuove nazioni, avvicinò la patria al cittadino; il Romano s'unì al Romano, il Greco al Greco, e diversi stati indipendenti da Napoli fino a Venezia acquistarono di quest'epoca la loro libertà.

Le conquiste di Carlo Magno, ed il regno de' suoi successori ritardarono la civiltà; ma distruggendo la monarchia lombarda, ed accrescendone la disorganizzazione, i Carlovingi resero più necessaria una nuova organizzazione, e fecero le città lombarde partecipi dei vantaggi che le buone istituzioni municipali procuravano da lungo tempo a Napoli, Amalfi e Venezia.

I guasti degli Ungari e de' Saraceni, e la desolazione che sparsero in tutte le province, resero necessaria l'istituzione delle milizie, l'innalzamento delle mura, ed il popolo nuovamente depositario della forza nazionale.

Prima che la distrutta monarchia facesse luogo ai governi municipali, l'anarchia era generale. Il grande Ottone scese dall'Allemagna in Italia per essere il legislatore d'una nazione, di cui avrebbe dovuto essere soltanto il padrone; e le nuove istituzioni da lui proclamate attestano la sua saggezza ed il suo perfetto disinteressamento.

Nè i disordini dei papi del X secolo, nè l'ambiziose mire di quelli dell'XI riuscirono inutili agl'Italiani; i primi rallentarono le catene della superstizione di que' tempi; i secondi colla sanguinosa lite sostenuta contro l'impero, diedero opportunità al popolo di far valere i suoi servigi, dichiarandosi per coloro che già furono suoi padroni, non come suddito, ma come zelante alleato.

E per tal modo nel piano generale della provvidenza di cui non è permesso all'uomo di comprendere l'economia, nasce spesse volte il bene dal male, e le disgrazie pubbliche possono essere forriere d'una[422] riforma universale. Non disperiamo dunque giammai dei principj e delle virtù che formano la nobile eredità dell'umana specie; e quand'ancora le vedessimo poste in dimenticanza, o furiosamente attaccate, confidiamo nel lento lavoro de' secoli, persuasi che l'eterne verità sopravvivendo ai loro nemici, rinasceranno nel cuore dell'uomo quand'anche non restasse sulla faccia della terra verun monumento per attestare l'antica loro esistenza, ed il culto che fu loro reso.

FINE DEL TOMO I.