Benchè avessero guerra coi due imperi, non interrompevano i Normanni il corso delle loro conquiste, non trovandosi spesse volte a fronte nè armate, nè generali. Enrico IV di Germania non era per anco uscito dalla sua lunga minorità, quando gli attentati dei papi misero in pericolo la sua corona. In Grecia Costantino duca, Romano Diogene e Michele duca, trovandosi l'un dopo l'altro impegnati nella più pericolosa guerra col Turco, non poterono distrarre le loro forze per soccorrere le province occidentali, che in tempo d'alcuni brevissimi intervalli di tregua. E già del 1061 più non rimanevano al Greci in Italia che Bari, Gallipoli, Taranto, Brindisi, Otranto e poche castella. Ruggiero che comandava a nome di suo fratello in Reggio di Calabria, approfittando delle difficili circostanze in cui trovavasi l'impero greco, e delle intestine divisioni de' Saraceni, formò l'ardito progetto di conquistare la Sicilia occupata da questi ultimi, mentre Guiscardo terminerebbe di scacciare i Greci dalla Calabria e dalla Puglia.
I Saraceni, tanto temuti due secoli prima, erano a tale stato di languore e d'impotenza ridotti, da provare essi medesimi quel terrore, che in altri tempi spargevano tra i loro vicini. L'entusiasmo religioso gli aveva fatti soldati, il tranquillo possesso delle loro conquiste ne aveva spento lo spirito guerriero. Educati in una religione voluttuosa, privi di patria, quantunque dimorassero ne' più bei paesi del mondo, dissiparono le ricchezze acquistate colle armi nel procurarsi i più grossolani piaceri, e si resero effeminati al paro delle popolazioni asiatiche di cui avevano da principio trionfato. Non è però che qualche avanzo di valore non si conservasse ancora nelle ultime classi del popolo; onde i Normanni che non trovarono resistenza ne' Saraceni d'Italia, assoldarono tra costoro uomini valorosi che servirono Guiscardo utilmente in tutte le guerre; ma i capi de' Saraceni, privi di talenti e di coraggio, si governavano debolmente. La loro monarchia era divisa in principati quasi indipendenti. Ogni città aveva un piccolo principe, o emiro: e la discordia di due di loro Benhumena, e Ben Stammend, che consigliò l'ultimo a recarsi a Reggio per implorare la protezione di Ruggiero, agevolò ai Cristiani l'ingresso nella Sicilia[305].
Ruggiero non aveva che soldati di ventura, i quali lo seguivano spontaneamente per essere a parte delle sue conquiste: ma questi non essendo troppo numerosi, e restando breve tempo sotto le sue bandiere, vedevasi obbligato a ritirarsi dopo pochi mesi dall'isola, senza avervi fatto alcuno stabile acquisto. Per altro le sue imprese eseguite con centocinquanta, e talvolta con trecento cavalieri ebbero un'apparenza ancora più romanzesca, che le prime conquiste de' Normanni nella Puglia[306].
I Cristiani greci che abitavano nella città di Traina posta nella valle di Dèmone, ne aprirono le porte a Ruggiero, il quale vi si fissò colla giovinetta sua sposa e con trecento cavalieri, infestando i Saraceni del vicinato. Ma gli stessi Cristiani disgustati dell'arbitrario procedere de' loro ospiti, si rivoltarono, ed introdussero in città i Saraceni che ne occuparono una parte. Non avendo allora altro luogo fortificato che li coprisse, trovaronsi i Normanni esposti a continue battaglie contro forze assai superiori, e nell'impossibilità di procurarsi i viveri con lontane scorrerie. In così trista situazione soffersero ogni maniera di disagi, e talvolta la fame. La contessa, e due o tre donne del suo seguito dovevano preparare il vitto per Ruggiero, e per i suoi compagni d'armi, avendo ascritti alla milizia tutti i domestici: ed erano a tale carestia d'abiti ridotti, che il conte e la contessa non avendo che un solo manto, valevanse alternamente quando l'uno o l'altro doveva uscire in pubblico. Al conte, in un combattimento rimasto solo in mezzo ai nemici, fu ucciso il cavallo; ma egli si fece largo colla spada, e prendendo sulle spalle la sella, perchè non rimanesse in mano de' nemici testimonio della sua disfatta, ritornò, attraversando lentamente le file nemiche, al proprio alloggiamento. In tali miserie seppero i Normanni sostenersi quattro mesi, occupando la metà d'una città di cui il restante trovavasi in potere de' loro nemici. Il rigore dell'inverno fu la loro salvezza. La città di Traina, posta a' piedi dell'Etna in un suolo assai elevato, fu coperta di neve; onde i Saraceni ed i Greci, non avvezzi a così acuti freddi, rallentarono i loro attacchi, ed i Normanni giunsero una notte a sorprenderli, ed a scacciarli dall'altra parte della città. Padroni allora delle nuove fortificazioni, si risguardarono come in luogo d'intera sicurezza, quantunque in mezzo ad un'isola nemica[307].
Malgrado la cavalleresca bravura de' guerrieri normanni, le loro conquiste furono assai lente, o perchè le armate erano troppo piccole, o perchè i soldati erano poco subordinati ai loro capi. Quando i primi avevano fatta una ragguardevole preda separavansi dai loro stendardi per andare a godersela tranquillamente, raggiungendo poi i loro compagni quando erano di nuovo ridotti in povertà. A Ruggiero abbisognarono trent'anni per conquistare la Sicilia, e poco meno a Roberto Guiscardo per occupare tutta la Puglia. Soltanto nel 1080 riuscì a quest'ultimo di scacciare per l'ultima volta dall'Italia i Greci, e di riunire ai suoi stati Taranto, Castaneto, Bari e Trani[308]. Ma poc'anni prima avevano i Normanni rivolte le loro armi contro i principi lombardi, che si dividevano il restante del gran ducato di Benevento, e gli avevano spogliati senza incontrar resistenza. Riccardo, conte d'Aversa, e discendente di Drengot, del 1062 impadronissi del principato di Capoa, di cui aveva preso il titolo[309]. Il principato di Benevento si estinse l'anno 1077 per la morte di Landolfo IV, e fu smembrato da Viscardo, il quale, tenendo per sè il territorio, ne cedette la città alla santa sede, la quale pretendeva di averne il supremo dominio in forza di una concessione dell'imperatore Enrico III. Finalmente Guiscardo attaccò Salerno, la capitale dell'altro principato lombardo, ov'erasi rinchiuso l'ultimo de' suoi principi Gisulfo. Per obbligarla più presto ad arrendersi, Guiscardo si alleò cogli Amalfitani, i quali si felicitarono dell'alleanza de' Normanni, e nominarono Guiscardo loro duca, obbligandosi ad assisterlo nell'impresa di Salerno colle loro flotte: ma non solamente si riservarono l'antica loro costituzione e la libertà, ma inoltre fu convenuto che le truppe di Guiscardo non entrerebbero giammai nella loro città e territorio, riservandosi esclusivamente la custodia di tutte le loro fortezze. Sussidiato dagli Amalfitani, Guiscardo chiuse Salerno dalla banda del mare, mentre colle sue truppe l'andava vigorosamente stringendo per terra; di modo che fu costretta di capitolare l'anno 1077. Gisulfo si ritirò nello stato di Roma, e Salerno accrebbe il territorio del duca normanno[310].
Così fu spenta l'ultima dinastia de' regnanti lombardi cinquecentonove anni dopo la prima loro discesa in Italia sotto il comando di Alboino, e trecentotre dopo la disfatta di Desiderio ultimo loro re. A tale epoca soltanto questa nazione, altra volta così potente, perdette il diritto d'avere i suoi proprj sovrani. Presso agli Occidentali il nome di Lombardia rimase a quella più settentrionale parte d'Italia ch'era immediatamente soggetta ai re di Pavia; ma i Greci, forse con più ragione, chiamarono Lombardia il regno di Napoli, di cui i Lombardi beneventani conservarono il pieno ed indipendente dominio più di cinque secoli.
Cacciati i Greci dalla Puglia e dalla Calabria, ed i principi lombardi da Salerno e da Benevento, e conquistata la Sicilia che Ruggiero governava come un feudo del ducato di Puglia col titolo di gran conte, Roberto Viscardo si trovò capo d'un vasto stato acquistato colle forze d'un semplice gentiluomo, il quale aveva egli stesso formata di avventurieri e di pellegrini l'armata che combatteva sotto i suoi ordini. La sua ambizione non era per altro ancora soddisfatta, essendosi proposto di conquistare l'impero d'Oriente; per colorire il quale ardito progetto, del 1081 attraversò il mare Adriatico, s'impadronì di Corfù e di Botronto, ed assediò Durazzo. Non terremo dietro a Roberto in questa spedizione estranea al nostro soggetto, e ci limiteremo ad osservare che nello spazio di tre anni questo principe ebbe la gloria di veder fuggitivi innanzi a lui i due imperatori d'Oriente e d'Occidente. In ottobre del 1081 disfece l'esercito dell'imperatore Alessio Comneno, venuto in persona per fargli levar l'assedio di Durazzo[311]. Chiamato in Italia da una ribellione scoppiata ne' suoi stati, accorse del 1084 a liberare Gregorio VII di cui erasi dichiarato protettore, quantunque lo avesse poco prima scomunicato. Allora fu ch'Enrico IV, levato l'assedio da Castel sant'Angelo ove trovavasi chiuso il papa, avanti che arrivassero i Normanni, ritirossi da Roma, di cui Guiscardo ne abbruciò la metà, abbandonandola al saccheggio de' Saraceni che formavano parte della sua armata. Furono queste probabilmente l'estreme imprese di Roberto Viscardo, che morì in Cefalonia il 17 luglio del 1085 mentre rinnovava i suoi tentativi contro il greco impero[312].
La storia degl'immediati suoi successori non merita d'essere così attentamente considerata. Suo figlio e suo nipote conservarono a stento una monarchia ch'egli solo aveva fondata. Le guerre civili resero inquieto il regno di Ruggiero I duca di Puglia. Ebbe costui un fratello maggiore, chiamato Boemondo, famoso nella storia delle Crociate, che fu poi principe d'Antiochia. Questo principe era stato spogliato de' suoi diritti ereditarj dal testamento paterno e da un giudizio della Chiesa. Guiscardo, volendo passare a seconde nozze, aveva fatto divorzio colla prima moglie, sotto pretesto di lontana parentela, e Boemondo suo figliuolo era stato ridotto al rango di figliuolo bastardo. Egli riclamò contro l'ingiustizia del testamento paterno, e cercò di far valere colle armi i suoi diritti, finchè la predicazione della crociata, aprendo una nuova carriera alla sua ambizione, lo strascinò in Asia colle armate cristiane. Partì del 1096 con suo cugino Tancredi, ed i Normanni spiegarono nell'Asia la stessa bravura, la stessa politica, la stessa avidità, la stessa ambizione che gli aveva già resi potenti e temuti nella Neustria, in Inghilterra, in Italia ed in Grecia[313].
La lontananza di Boemondo e de' suoi guerrieri ridonò la tranquillità a Ruggiero, duca di Puglia, che non aveva più rivale, ma d'altra parte indebolì i suoi stati, e s'oppose ai progetti d'ingrandimento e di conquista[314]. Guglielmo, figliuolo di Ruggiero, succedette al padre nel 1111, e regnò fino al 1127 in cui morì senza lasciar figliuoli, per cui tutta l'eredità dei figli di Tancredi Hauteville venne in dominio di Ruggiero II, gran conte di Sicilia e figliuolo di Ruggiero I. Il regno di Guglielmo non fu, come quello del padre, fecondo d'importanti avvenimenti, onde ci affretteremo d'arrivare a quello di Ruggiero, che terminò di consolidare la monarchia normanna, acquistandole il titolo di regno, ed unendo a' suoi dominj il principato di Capoa e le repubbliche della Campania, rimaste fino a tal epoca indipendenti. Quantunque il regno di Ruggiero sia posteriore alla pace di Worms ed al periodo di tempo compreso in questo volume, abbiamo creduto di doverci alquanto scostare dal metodo prescrittoci per non interrompere il racconto della fondazione d'una monarchia nelle due Sicilie, e per terminare la storia delle repubbliche greche della Campania, onde non essere in dovere di parlarne in avvenire.
Ruggiero II, conte, poi re di Sicilia, ai talenti ed alle virtù di Guiscardo univa maggior vanità e minor grandezza d'animo. Trovando il titolo di duca inferiore alla sua potenza, ambì il nome di re, ed abbracciò opportunamente, all'occasione d'uno scisma che divideva la Chiesa, il partito dell'antipapa Anacleto II, cui era più che mai necessaria la sua protezione, mentre tutta la cristianità riconosceva per legittimo papa Innocenzo II. Questi non poteva pagare a troppo caro prezzo la protezione dell'unico principe dichiaratosi a suo favore, d'un principe vicino a Roma, ed abbastanza potente per riporre il suo protetto sulla sede pontificia e per mantenervelo colle sue armi. In forza dell'alta signoria sulle due Sicilie che Leone IX aveva acquistata alla santa sede, Anacleto decorò il suo vassallo del titolo di re, ponendogli colle sue mani la corona in capo. In pari tempo per formare il nuovo regno unì alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia il principato di Capoa, che apparteneva ai Normanni d'Aversa, e la repubblica di Napoli, sui quali stati egli non aveva verun diritto[315].
Dopo l'incoronazione, Ruggiero si prese cura di ricompensare il pontefice scismatico che lo aveva fatto re, e spinta la sua armata verso Roma, ove Innocenzo II, ajutato dai Francipani suoi parenti, erasi posto in possesso del supremo pontificato, sconfisse le milizie della Chiesa, stabilì Anacleto in Roma, e costrinse Innocenzo a salvarsi a Pisa, di dove passò in Francia per implorare soccorso contro l'usurpatore.
Ruggiero, appena fatto re, pensò a limitare i privilegi de' suoi popoli. La libertà degli Amalfitani attrasse i primi sguardi di Ruggiero. Dopo il 1038 in cui que' repubblicani eransi sottomessi a Guaimaro, principe di Salerno, avevano sempre posti de' principi stranieri alla testa del loro governo. I Normanni succedettero ai Lombardi: Roberto Guiscardo e suo figliuolo Ruggiero avevano ottenuta quasi per forza la dignità ducale; e comunque ogni capitolazione assicurasse agli Amalfitani la conservazione della libertà e de' privilegi loro, andavano non pertanto perdendo sotto un capo straniero quel sentimento di assoluta indipendenza che prima formava la principale loro forza. Ma mentre la repubblica d'Amalfi piegava a men libero governo in Europa, alcuni suoi cittadini gittavano in Palestina i fondamenti d'un ordine, che doveva ereditare il suo potere sui mari, ed essere depositario della gloria cavalleresca d'Europa.
Alcuni mercanti d'Amalfi chiamati dagl'interessi di commercio in Oriente, ed in seguito condotti dalla divozione a Gerusalemme; l'anno 1020 ottennero dal Califfo d'Egitto la facoltà di costruire presso al santo Sepolcro un ospedale dedicato a s. Giovanni per alloggiarvi i viaggiatori della propria nazione, ed i Cristiani che venivano a visitare i luoghi santi. Nello stesso tempo fabbricarono una chiesa dedicata a santa Maria dei Latini, ed un convento per le femmine consacrato a santa Maria Maddalena. Questi edificj innalzati a spese degli Amalfitani, e da loro provveduti di sufficienti entrate, rimasero quasi un secolo esclusivamente in mano dei cittadini d'Amalfi, fino ai tempi in cui Goffredo Buglione pose alla testa de' crociati l'assedio a Gerusalemme. Gherardo della Scala, borgata del territorio d'Amalfi, era a tal epoca rettore del convento degli ospitalieri di s. Giovanni, il quale avendo armati i cenobiti in favore de' crociati, gli ajutò potentemente a sottomettere la città. La guerra sacra cambiò la natura di quest'ordine religioso; gli ospitalieri abbandonarono la cura degli ammalati per difendere la nuova patria, e combattere contro gl'infedeli, e l'ordine che il commercio aveva creato, non rimase più aperto che alla nobiltà militare. Pure i cavalieri di Malta, successori de' borghigiani d'Amalfi, riverberano ancora qualche gloria su la repubblica che li produsse[316].
Gli Amalfitani, come abbiamo osservato, erano, in forza de' loro trattati, rimasti in possesso dell'interna amministrazione delle loro magistrature repubblicane e della guardia delle fortificazioni delle città e de' castelli del territorio. Allorchè Ruggiero fu coronato re, li richiese di rinunciare a tutti i privilegi che erano, secondo ch'egli diceva, contrarj alle prerogative di un monarca. Irritato dal rifiuto degli Amalfitani, riunendo le flotte siciliane e le truppe normanne attaccò con tutte le sue forze questa piccola repubblica, e dopo avere con regolari assedj sottomesse l'una dopo l'altra tutte le sue fortezze, le costrinse a conformarsi ai suoi voleri[317]. I gentiluomini che militarono per Ruggiero contro Amalfi, caddero anch'essi vittima della sua immoderata ambizione. Tanto è vero, che quando uomini liberi congiurano contro l'altrui libertà, non devono lusingarsi di conservare lungo tempo la propria.
In fatti Ruggiero intraprese di sottomettere i principali baroni del suo regno, i quali non avendo fino allora combattuto che in qualità di volontarj, godevano d'un'assoluta indipendenza. Roberto, principe di Capoa, era il primo de' gentiluomini normanni. Discendente da Drengot, fondatore della colonia normanna d'Aversa, non era unito di parentela alla famiglia di Hauteville; era capo d'uno stato conquistato dai suoi antenati, e rimasto quasi indipendente. Pure il principe di Capoa non si era rifiutato di rendere omaggio al nuovo re quando fu coronato a Palermo; e solo quando il re volle forzare i suoi baroni a far guerra al legittimo papa, il principe di Capoa non volle marciare, e s'alleò con Sergio, maestro dei soldati di Napoli, e con molti baroni normanni ugualmente disposti a difendere la loro libertà civile e religiosa.
La guerra de' baroni contro il re non ebbe felice fine, perchè essendo stati battuti l'un dopo l'altro, e presa la città di Capoa, la città di Napoli restò sola indipendente, circondata da ogni lato dagli stati di Ruggiero, che comprendevano tutta l'Italia meridionale. Colà riparossi il principe Roberto di Capoa, ma vedendo che sarebbe tosto inseguito dalle armate del re Ruggiero, convenne col maestro de' soldati della repubblica sul modo di difendere quest'ultimo asilo della libertà.
Fu Roberto dai Napoletani mandato a Pisa, repubblica già fatta potente, ch'era già succeduta nel commercio marittimo alle città di Napoli e d'Amalfi. Egli invocò per sè e per la repubblica di Napoli i soccorsi de' Pisani contro un re che tentava di distruggere nel mezzogiorno d'Italia la libertà delle antiche loro alleate, e che inoltre teneva la Chiesa nell'oppressione, mantenendo sulla cattedra pontificia l'antipapa invece del legittimo pontefice[318]. I Pisani ch'eransi già caldamente dichiarati a favore d'Innocenzo II, allestirono una flotta sulla quale imbarcarono circa otto mila uomini per soccorrer Napoli, chiedendo per le spese dell'armamento ai Napoletani tre mila libbre d'argento. Questi sacrificarono di buon grado gli argenti delle loro Chiese alla difesa della libertà[319].
Intanto il re Ruggiero che aveva già fatto abbruciare i sobborghi di Napoli, e fortificare Aversa, armava una flotta in Sicilia per attaccare la città dalla banda del mare, mentre la guarnigione d'Aversa, ed i varj posti che avea stabiliti nella Campania, toglievano ai Napoletani ogni comunicazione colla terra. Egli aveva per questo servigio richieste le migliori milizie degli Amalfitani costretti di favorire la causa di Ruggiero e degli scismatici. Le galere d'Amalfi dovettero pure unirsi alla flotta di Sicilia; ed Amalfi, avendo le sue milizie accantonate in Aversa ed in Salerno, rimase senza difesa[320]. N'ebbero avviso i consoli di Pisa Alzopardo e Cane, che avevano il comando della flotta forte di quarantasei vele, e con un colpo di mano presero Amalfi, che fu saccheggiata. In tale occasione i Pisani acquistarono il famoso esemplare delle Pandette di Giustiniano, di cui arricchirono la loro patria[321]. Ma il re ch'era entrato in Aversa, di cui faceva riparare le fortificazioni, non tardò ad esserne vendicato. Fece sfilare le sue truppe per sentieri creduti impraticabili a traverso le montagne, e piombò addosso ai Pisani che assediavano il castello di Fratta, uccidendo, o facendone prigionieri mille cinquecento, tra i quali uno de' loro consoli, sforzando gli altri a rimbarcarsi a precipizio[322].
Nel susseguente inverno il principe di Capoa tornò a Pisa accompagnato da Sergio medesimo, maestro de' soldati di Napoli. Ma questo rispettabile magistrato, che già da trentadue anni governava la sua patria, rappresentò invano ai Pisani riuniti a Parlamento su la pubblica piazza, che l'ultima delle repubbliche che ancora sostiene la causa della libertà nel mezzogiorno d'Italia era vicina a succumbere; che Ruggiero, il quale aveva preso il titolo di re, non tarderebbe di attentare alla libertà di tutta l'Italia[323]; che l'interesse dell'indipendenza e della comune salvezza trovavasi unito a quello della religione e della Chiesa: ma i Pisani, spossati da una lunga guerra coi Genovesi e dalla rotta avuta alla Fratta, ricusarono di sostenere essi soli il peso d'una guerra cui erano stranieri. Roberto volle fare altre pratiche; e recatosi in Germania implorò a nome d'Innocenzo II, della repubblica di Napoli e de' baroni normanni oppressi da Ruggiero, i soccorsi dell'imperatore; mentre Sergio tornò a Napoli ad annunciare a' suoi concittadini, che omai non dovevano sperare d'essere liberati che dal proprio valore.
Le pratiche di Roberto presso l'imperatore Lotario furono più felici che non credeva. Il celebre abbate di Chiaravalle s. Bernardo che aveva abbracciato il partito d'Innocenzo II, mal soffriva di vedere Anacleto pacificamente in Roma; e perchè Ruggiero era il solo sovrano che lo proteggeva, scrisse a Lotario caldissime lettere per animarlo a punire il siciliano protettore del pontefice scismatico[324]. L'imperatore cedette alle istanze del santo, e prima che terminasse l'inverno s'incamminò alla volta d'Italia; ma siccome doveva fermarsi in ogni provincia per riformarne l'amministrazione e ricuperare i diritti dell'impero, Roberto lo prevenne, e, recatosi a Pisa, equipaggiò col soccorso de' Pisani cinque navi ch'ebbe la fortuna di condurre cariche di viveri nel porto di Napoli, sfuggendo alla vigilanza delle galere reali, che lo tenevano strettamente bloccato. Le provvisioni della città erano terminate; ma quelle portate da Roberto, e l'avviso di un prossimo soccorso rianimarono il coraggio degli abbattuti cittadini.
Poi ch'ebbe vittovagliata la città, l'instancabile Roberto tornò presso l'imperatore onde affrettarne la marcia. Lo trovò accampato in vicinanza di Cremona, e scegliendo l'istante in cui questo monarca, circondato dai suoi generali, faceva la rassegna del suo esercito, si prostrò a' suoi piedi, e coprendosi di polvere, supplicava Lotario a rendergli la paterna eredità, ed a soccorrere gl'infelici suoi alleati, che, abbandonati da lui, perirebbero in breve di fame. Di fatti Napoli trovavasi ridotta agli estremi; le donne, i fanciulli, i vecchi cadevano sulle piazze vittima della fame; «ma Sergio (mi valgo delle espressioni d'un autore contemporaneo[325] che partecipò di tante sofferenze); ma Sergio il maestro de' soldati, ed i fedeli cittadini che avevan cura della libertà della patria, e che non avevano tralignato dagli antichi costumi de' loro padri, preferivano morir di fame alla perdita della libertà, ed al giogo di così detestato nemico.»
Fortunatamente l'imperatore s'avanzò alla fine per far cessare i lamenti, e prevenire lo scoraggiamento. I messaggieri di Napoli, che avevano accompagnato Roberto, rientrarono in città, dichiarando con giuramento innanzi al maestro de' soldati ed al popolo adunato in assemblea, che avevano veduto l'imperatore a Spoleti colla sua armata. Pochi giorni dopo entrarono pure in Napoli alcuni messaggieri di Lotario, dichiarando ch'era giunto in riva al fiume di Pescara; e finalmente l'arcivescovo di Napoli, ed alcuni principali cittadini, mandati a Lotario, riportarono ai Napoletani la sicura notizia del suo imminente arrivo; perchè, sostenuti da tale speranza, continuarono a soffrir la fame, rigettando le offerte del nemico, quantunque ridotti a soli trecento uomini in istato di portare le armi[326].
(1137) La loro costanza non rimase lungo tempo senza premio. L'imperatore, dopo avere staccati dall'esercito tre mila uomini che sotto il comando d'Enrico di Baviera, suo genero, dovevano accompagnare Innocenzo II e metterlo in possesso del ducato di Roma e della Campania[327], passò il fiume di Pescara nel giorno di Pasqua. La città di Termoli e tutti i signori degli Abruzzi si affrettarono di sottomettersi all'imperatore, che, entrato nella Puglia, s'impadronì di Siponto e del monte s. Angelo, e sparse tanto terrore tra i sudditi di Ruggiero, che tutte le città, non eccettuata Bari, prevennero le sue armi e gli s'arresero. Il papa intanto avanzavasi per la strada di s. Germano alla volta di Capoa, ove ristabilì il principe Roberto. I Normanni, battuti ovunque tentarono d'opporsi alle armate imperiali, non fecero più resistenza, di modo che in una sola campagna Ruggiero perdette tutte le province al di qua del Faro.
I Pisani avevano, per la libertà di Napoli, fatto uno sforzo ancora superiore a quello de' potenti loro alleati. Avevano armata una flotta di cento navi con cui entrando vittoriosamente nel porto vi ristabilirono ben tosto l'abbondanza[328]. Rivolsero in seguito le loro armi contro di Amalfi onde rivendicare l'affronto soffertovi due anni prima. La città s'affrettò di capitolare, ma i castelli di Scala e di Scalella che ne dipendevano avendo voluto resistere, furono presi a viva forza, ed abbandonati al saccheggio. Questo secondo disastro compì la rovina della repubblica d'Amalfi, che d'allora in poi andò sempre decadendo. A quest'epoca la sola città aveva cinquanta mila abitanti; e Brencman assicura che quand'egli v'andò in principio del secolo decimottavo ne contava appena mille[329]. Oggi ne ha sei in otto mila. Questa repubblica ebbe banchi di commercio in tutti i porti della Sicilia, dell'Egitto, della Siria, della Grecia, i quali furono tutti abbandonati, tosto che verso il 1350 i re di Napoli abolirono le forme repubblicane dell'interna sua amministrazione. Non pertanto due uomini nati in Amalfi illustrarono ancora questa città dopo perduta l'antica sua potenza; cioè Flavio Gioja che del 1320 inventò, o perfezionò la bussola, e Masagnello celebre capo della sedizione di Napoli l'anno 1647. Questo pescivendolo, giunto senza educazione al governo di un potente stato, si mostrò ancora superiore all'elevato rango in cui lo aveva posto l'azzardo, e meritò d'essere risguardato come padre di un popolo di cui aveva saputo calmare i furori.
La repubblica di Napoli non godette a lungo del suo trionfo sul re di Sicilia a cagione della discordia che si manifestò tra i suoi confederati nella presa di Salerno. Sdegnaronsi i Pisani che l'imperatore, senza il consentimento loro, segnasse la capitolazione di quella città, alla cui resa aveva contribuito la loro flotta quanto, o più dell'armata imperiale. Dal canto suo Innocenzo pretendeva, non si sa con quale fondamento, che Salerno fosse di spettanza della santa sede. Questa doppia contesa consigliò la ritirata de' confederati: i Pisani fecero vela per la Toscana, Corrado si mosse alla volta della Germania, ed il papa si stabilì in Roma. Ruggiero che non aveva omai in faccia che nemici vinti più volte, rientrò nel suo regno di qua del Faro. Salerno gli aprì le porte, sottomise Nocera, bruciò Capoa, e colla rapidità con cui le perdette, riebbe quasi tutte le province che gli furono tolte nella precedente campagna[330].
Innocenzo II, disgustato dell'imperatore, tentò di metter fine alla guerra ed allo scisma colle trattative. Tre cardinali del suo partito furono ammessi in presenza di Ruggiero a discutere contro tre altri del partito d'Anacleto i titoli della validità dell'elezione dei due competitori. Questa conferenza, come d'ordinario accade, lasciò tutti nella propria opinione; sicchè, quando fu terminata, i due papi si scomunicarono di nuovo perchè l'avversario non aveva voluto arrendersi all'evidenza delle proprie ragioni. Fortunatamente per la pace della Chiesa, Anacleto morì poco dopo; e quantunque i suoi partigiani si affrettassero di eleggere il successore, che prese il nome di Vittore III, Innocenzo con una grossa somma di danaro ne ottenne l'abdicazione e la cessazione dello scisma[331].
(1138) In un sinodo tenuto in Roma l'anno susseguente, Innocenzo rinnovò le censure fulminate prima contro Ruggiero ed i suoi aderenti, e per appoggiarle colla forza s'avanzò alla testa d'una piccola armata fino al castello di Galluzzo, di cui ne cominciò l'assedio, durante il quale fu sorpreso ed inviluppato dalle truppe di Ruggiero e di suo figlio, poste in fuga le sue truppe, ed egli, fatto prigioniero e condotto nel campo nemico.
La sorte di Napoli venne decisa da questa catastrofe. Innocenzo prigioniero sacrificò, senza difficoltà, i suoi antichi difensori al loro più caldo nemico; accordò a Ruggiero l'investitura di Capoa spogliandone lo sventurato suo amico Roberto; accordò pure al re di Sicilia l'onore di Napoli e delle sue dipendenze, vale a dire, la sovranità su questa repubblica, su cui i papi non avevano mai avuto verun diritto[332]. I Napoletani che avevano perduto il duca Sergio in una delle ultime battaglie[333], e che non sapevano a chi rivolgersi per ottenere soccorso, dovettero sottomettersi, cedendo alla necessità. Mandarono deputati a Benevento ad offrire la corona ducale al re Ruggiero, da cui furono uniti alla monarchia[334].
Il re che fin allora aveva trattati i paesi conquistati con estrema crudeltà, si mostrò più generoso verso i Napoletani. Confermò tutti i loro privilegi che non erano in opposizione col potere monarchico, e ne conservò l'amministrazione municipale, che mantennesi intatta quasi un secolo[335]. Intanto colla sommissione di Napoli a Ruggiero si spense affatto la libertà nell'Italia meridionale; e Napoli, perduta la sola prerogativa che possa rendere grandi le piccole nazioni, diventa straniera alla nostra storia. Quantunque crescesse in popolazione allorchè diventò la capitale del regno, le sue ricchezze ed il suo commercio diminuirono. Le leggi reali di Ruggiero, l'istituzione d'una nobiltà militare, l'introduzione d'una moneta falsificata posta in corso con infinito danno del commercio e dell'agricoltura, cavarono dagli occhi de' Napoletani amare lagrime sulla perdita della loro libertà[336].