CAPITOLO IV.

I Greci, i Lombardi, i Normanni dal VII secolo fino al XII nell'Italia meridionale. — Repubbliche di Napoli, di Gaeta e d'Amalfi.

Le repubbliche che formeranno l'argomento del rimanente di quest'opera, appartengono tutte alla parte settentrionale, o all'interno dell'Italia; le quali tutte s'andarono lentamente e sordamente staccando dall'impero d'occidente, sotto il di cui favore erano nate; e tutte riconobbero i principj della loro libertà dagl'imperatori Tedeschi, che in appresso cercarono di annientare l'opera delle loro mani. Ma durante la prima metà de' mezzi tempi, benchè più ignorati, ebbero pur luogo gli stessi avvenimenti in quella parte dell'Italia meridionale che forma al presente il regno di Napoli. Le città di questa contrada, in allora soggette ai sovrani di Bisanzio, avevano senza rivoluzione e senza violenza scosso il giogo di quegl'imperatori, ed avevano ugualmente trovato nella libertà un nuovo principio di forza, e mezzi per resistere alle straniere invasioni; siccome nel reggime repubblicano quello spirito intraprendente e commerciale che le rese tanto ricche e potenti. Le scarse memorie che ci rimangono di quelle repubbliche, non permettono di darne perfetta conoscenza. Appena si vedono qua e là sorgere debolmente indicate in alcune cronache greche e latine, e le dense tenebre che le circondano, non ci permettono d'avvicinarle, di ben distinguerne le forme, d'illustrarne le azioni. Non pertanto importa assaissimo di conoscere il meglio che si possa le loro istituzioni, i loro prosperi ed infelici avvenimenti; da che l'esempio da queste repubbliche dato all'Italia, non andò perduto per le città settentrionali; da che i mercadanti di Pisa e di Genova, che vedremo ne' susseguenti capitoli istituire i primi governi liberi nella Toscana e nella Liguria, attinsero probabilmente a Napoli o in Amalfi quegli elevati sentimenti, quella repubblicana fierezza che comunicarono poi ai Milanesi, ai Fiorentini ed alle altre città del centro dell'Italia.

Lo stabilimento, la possanza, la divisione e la rovina del gran ducato lombardo di Benevento meritano altresì d'essere attentamente considerati. Questo ducato si conservò glorioso anche dopo la disfatta e la prigionia di Desiderio, re di Pavia: mantenendo ai Lombardi dopo spenta la loro monarchia pel corso di tre secoli i diritti di nazione sovrana; contribuendo colle relazioni che teneva coi Greci e cogli Arabi, ad introdurre in Occidente il commercio, le arti, le scienze: e per ultimo i suoi stretti rapporti con Napoli, Gaeta, ed Amalfi legano strettamente la sua alla storia di queste repubbliche.

Le romanzesche avventure, e le quasi incredibili conquiste dei Normanni nelle stesse province formano pure una parte assai interessante della storia de' mezzi tempi: tali avvenimenti appartengono per più ragioni al soggetto che noi trattiamo, e perchè operarono la distruzione delle repubbliche della Magna Grecia, e perchè fondarono la monarchia delle due Sicilie, la di cui sorte fu sempre legata a quella delle repubbliche lombarde e toscane. Procurerò adunque di far alla meglio conoscere in questo capitolo la storia dell'Italia meridionale nel corso di que' cinque secoli in cui le repubbliche Greche, i Greci di Bizanzo, i Saraceni, i Lombardi, i Normanni se ne disputavano il possedimento.

Quando del 568 i Lombardi conquistarono l'Italia sopra Giustino II, le province rimaste in potere de' Greci, a stento difese dagl'imperatori, separate le une dalle altre, deboli, scoraggiate, trovaronsi abbandonate a sè medesime. Autari terzo re de' Lombardi, dopo Arduino, conquistò Benevento, ed attraversando tutta l'Italia meridionale fino a Reggio, spinse entro l'onde il suo cavallo, e percotendo colla lancia una colonna innalzata in mare, gridò, essere quello il solo confine ch'egli dava alla monarchia lombarda[236]. Lasciò poi a Benevento Zottone uno dei suoi generali per governare la recente conquista. Questa spedizione eseguitasi del 589 è l'epoca probabile della fondazione del ducato di Benevento[237]; il quale trovandosi posto nel centro dell'attuale regno di Napoli, interrompeva la comunicazione tra le province possedute ancora dagl'imperatori. Un ufficial greco, nominato da questi, risiedeva in Ravenna col titolo di esarca, e faceva centro a tutti i governatori delle altre città d'Italia. Le città della Pentapoli e della Marca d'Ancona gli erano immediatamente subordinate; egli nominava i duchi di Roma, i maestri de' soldati di Napoli, ed i governatori della Calabria e della Lucania. Ma il ducato di Spoleti che pei Lombardi serviva alla comunicazione, talvolta interrotta, tra l'Italia settentrionale ed il ducato di Benevento, teneva separata Roma da Ravenna. Nello stesso modo il ducato di Benevento separava Roma e Ravenna dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria e da tutti i possedimenti marittimi dei Greci. Questi ultimi erano sparsi sulle coste, affatto divisi gli uni dagli altri.

Il mare era signoreggiato dai Greci, ed i Lombardi non avevano marina; ma i Greci erano timidi e deboli; bellicosi ed intraprendenti i Lombardi. Stavano i primi sulle difese, e cercavano di fortificare le loro terre. Rispetto all'Esarcato, credevanlo difeso dalle maremme di Ravenna, come affidavano la salvezza di Roma al credito dei papi ed all'antica gloria del nome romano: finalmente speravano che le mura e l'amore di libertà dei popoli chiamati a difenderle, salverebbero le città della Calabria[238]; imperocchè i sovrani di Costantinopoli, senza conoscere la libertà, la protessero presso i loro sudditi occidentali per risparmiarsi la pena di regnare sopra di loro.

Belisario aveva con debolissime armate conquistata l'Italia e l'Affrica. I tralignati figliuoli de' Romani e de' Greci fuggivano atterriti dalla milizia, e gl'imperatori non potendo assoldare le loro legioni, perdettero ben tosto le conquiste di Giustiniano perchè non avevano soldati che le difendessero. Fino all'istante in cui perdettero i loro possedimenti d'Italia, i Greci non mandaronvi mai sufficienti forze. Le poche truppe disponibili formavano la guarnigione di Ravenna, e si accantonavano dietro le paludi che la circondavano. Felicemente scelta era la loro posizione; perchè i re Lombardi non potevano senza pericolo avanzarsi verso il mezzogiorno d'Italia, lasciandosela alle spalle, tanto più che una nuova armata poteva dalle coste dell'Illirico sbarcare nel porto di Ravenna, e tagliare ogni comunicazione tra l'armata e gli stati lombardi. Le città della Campania e della Calabria non rimanevano dunque esposte che agli attacchi meno vigorosi dei duchi di Benevento.

O sia che il dolce clima e le delizie della Magna Grecia snervassero il vigore de' Lombardi Beneventani; o pure che i Campani, i Pugliesi, i Calabresi avessero con una vita laboriosa, e forzati a mettersi in salvo dalle frequenti aggressioni, ricuperato in parte il valore de' loro antenati; dopo due o tre generazioni non v'ebbe più una sensibile diversità tra il valor militare delle due nazioni. Per assicurare ai Greci le città marittime bastava interessare gli abitanti a difenderle, rendendo loro una patria: ciò avrebbe dovuto farsi dalla politica, e non fu che la conseguenza della debolezza dell'impero greco, e dell'azzardo. L'imperatore rinunciò a parte de' suoi diritti, e tanto bastò perchè le istituzioni municipali che non eransi mai abolite, e che tutte erano repubblicane, riprendessero l'antica loro forza.

La repubblica romana aveva formato i governi municipali e quelli delle colonie sul suo proprio modello, e soltanto in alcune città aveva conservate alcune istituzioni ancora più antiche, ma ugualmente repubblicane; nè gl'imperatori eransi adombrati di questo spirito e di queste impotenti forme che oscuramente sussistevano nelle piccole città. Due secoli dopo l'intera schiavitù della Grecia, sussistevano ancora nell'isola d'Eubea le assemblee del popolo, che giudicavano ed emanavano leggi, i demagoghi, gli agitatori, e tutte le apparenze d'un'assoluta democrazia[239]. Le costituzioni municipali, modellate su quella di Roma, conservaronsi ancora lungo tempo, perchè più consentanee alle leggi generali. Anzi è probabile che sopravvivessero all'impero d'occidente, poichè l'imperatore Majoriano, negli ultimi periodi di quest'impero, aveva ristabilita e rassodata l'amministrazione repubblicana delle città e dei municipj[240].

In sul finire del sesto secolo i Greci possedevano tuttavia alcune città nella Lucania, o Basilicata, l'antica Calabria, o terra d'Otranto, e il Bruzio, o la nuova Calabria ulteriore[241]. Riconquistarono più tardi sui Lombardi le terre di Bari, e la Capitanata, di cui le più forti città erano Otranto, Gallipoli, Rossano[242], Reggio, Girace, Santaseverina e Crotone[243]. Avevano inoltre conservate nella Campania, o Terra di Lavoro, due piccole province marittime, chiuse tra una catena di montagne ed il mare, e fortificate dalla natura, le quali formavano i ducati di Gaeta e di Napoli. Il primo ducato, posto tra il Cecubo ed il Massico, montagne rese famose da Orazio, stendevasi lungo una spiaggia privilegiata, ove il viaggiatore partendo da Roma vede i primi aranci, gli aloè, i cacti pendenti dalle rupi, e tutti i prodotti del mezzodì[244]. La città di Gaeta fabbricata sopra sterile e scoscesa montagna che sorge di mezzo alle acque, ed è unita al continente da una striscia di terra assai bassa, era stata facilmente fortificata in modo da renderla presso che inespugnabile. A questa fortezza appoggiati i Greci, difendevano le gole d'Itri e di Fondi, e la fertile pianura del Garigliano. Il ducato di Napoli propriamente detto, lontano un giorno da Gaeta, non comprendeva che la spiaggia infestata dai fuochi sotterranei da Cuma fino a Pompea, e separata dal rimanente della Terra di Lavoro dallo spento vulcano della Solfatara e dal nuovo del Vesuvio. Ma pel corso d'alcuni secoli si riguardò come parte del ducato di Napoli tutto il promontorio di Sorrento, il quale è una penisola che divide i golfi di Salerno e di Napoli, o piuttosto un mucchio di montagne affatto impraticabili. Veggonsi come sospesi sopra il mare sul pendio di queste montagne molti ricchi villaggi, e le città di Sorrento e di Amalfi occupano una a ponente e l'altra a levante, il fondo de' due angusti seni, talmente chiusi da scoscese montagne, che non vi si può quasi giugnere che dalla banda del mare[245]. Questi due ducati, siccome i più separati dall'impero e dai suoi ufficiali, han più agevolmente potuto darsi un governo repubblicano. Ogni città aveva un municipio, o formato in sull'esempio della costituzione romana, o conservato fino dai tempi delle repubbliche della Magna Grecia. I magistrati venivano eletti dai cittadini in un'assemblea annuale, ed il popolo suppliva colle tasse, ch'egli medesimo s'imponeva, alle spese che non avevano altro scopo che il proprio vantaggio; mentre quasi tutto il prodotto delle pubbliche imposte veniva trasportato a Costantinopoli.

Le città erano state assai ben fortificate dagl'imperatori; ma perchè i cittadini le difendessero, rendevasi necessario di ordinare la milizia. Eransi già riuniti per gli uffici civili, si assoggettarono ancora alle leggi della milizia, eleggendo i loro capitani, sotto i quali difendere le loro persone e proprietà: ed in tal modo si fecero veramente cittadini.

Nel settimo secolo, ed in principio dell'ottavo, l'esarca di Ravenna nominava il primo magistrato o duca delle principali città marittime[246]. Ma poichè Ravenna cadde in potere de' Lombardi, il governo delle città greche fu diviso fra il duca, o maestro de' soldati di Napoli, ed il patrizio di Sicilia, i quali fino al decimo secolo vennero eletti dall'imperatore[247]. Dopo tal epoca, il maestro dei soldati di Napoli veniva nominato dai suffragi de' suoi concittadini.

Nel periodo dei cinque secoli che racchiude la durata delle repubbliche della Campania, furono queste frequentemente chiamate a guerreggiare contro i Lombardi padroni del ducato di Benevento. Ma, per il corso di tre secoli, tali guerre ci vengono appena indicate da pochi monumenti storici, ed assai confusamente, non avendo verun istorico antico delle città greche, e non incominciando le cronache degli scrittori lombardi beneventani che col regno di Carlo Magno. Per altro, poco dobbiamo dolerci di non avere di quelle guerre più circostanziati racconti; perciò che la debolezza dei due popoli nemici, e la natura del paese, li forzavano a limitare le loro imprese all'attacco di qualche castello o villaggio posto su le montagne; e quando non accadeva loro d'impadronirsene nel primo impeto, non avendo modo di formarne regolare assedio, i principali guerrieri, approfittavano di qualche opportunità per dar prove del loro valore battendosi in singolar duello, o tentando qualche ardita scorreria nel cuore del paese nemico; poi si ritiravano. I Lombardi s'avanzarono più volte fin sotto le mura di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, ed allora i Greci, in cambio d'impedire al nemico lo stendersi nelle loro campagne, riparavansi, fossero cittadini o villani, entro le mura dei loro castelli. E perchè avanti che s'inventassero le artiglierie, i mezzi d'attaccar le piazze erano affatto sproporzionati ai mezzi di difesa, non potendosi ridurre che per fame o per viltà, tutti gli attacchi de' Lombardi tornarono vani.

Erano omai cento cinquant'anni passati da che i ducati di Napoli e di Gaeta. mantenevansi indipendenti in mezzo ai Lombardi Beneventani, allorchè Leone l'Isaurico, coll'abolire ne' suoi stati il culto delle imagini, disgustò i suoi sudditi d'Italia, e perdette parte delle province che possedeva in questa contrada. Esilarato, duca di Napoli, volendo obbligare quegli abitanti, fortemente attaccati al culto delle imagini, all'osservanza delle ordinanze imperiali, li rese ribelli. In pari tempo papa Gregorio II, avendo accusato il loro duca d'aver preso parte in una trama per assassinarlo, essi massacrarono il duca e suo figlio; rimandarono il duca Pietro destinato suo successore a Costantinopoli; forzarono il patrizio Eutichio a giurare di nulla intraprendere contro il papa, e convennero coi Romani e col re Lombardo di difendere contro chiunque si fosse il successore di s. Pietro[248]. Non perciò lasciarono di riconoscere la supremazia degl'imperatori orientali; e perchè questi, per lo stesso motivo delle imagini, avevano già perduto l'Esarcato di Ravenna, trovarono conveniente di non s'opporre apertamente al culto delle imagini: onde i Napoletani accolsero il nuovo duca loro mandato da Costantinopoli. Intanto questo scisma indebolì sempre più i legami che univano le città Campane all'impero, e lo spirito d'indipendenza vi fece rapidissimi progressi.

Quando del 774 fu da Carlo Magno distrutta la monarchia lombarda, era duca di Benevento Arichis, genero dell'ultimo re Desiderio; il quale non volendo riconoscere il nuovo sovrano d'Italia, fu il primo de' principi beneventani a dichiararsi indipendente, facendosi coronare ed ungere dai vescovi del suo principato. In pari tempo si pacificava coi Napoletani, ond'essere in istato di difendersi contro Pipino, figliuolo di Carlo Magno, allora re d'Italia, il quale si disponeva ad inseguire i Lombardi nel ducato di Benevento. Ad ogni modo, dopo una guerra disgraziata, vedevasi costretto di cedere, riconoscendosi tributario dell'impero d'Occidente, e dando il figliuolo Grimoaldo in ostaggio a Carlo Magno[249]. Da che i Lombardi furono oppressi, l'imperatore d'Oriente prese a proteggerli, ed accolse in corte Adelgiso figliuolo dell'ultimo re. Onde il duca di Benevento per facilitarsi i soccorsi di Costantinopoli fortificò Salerno, il solo porto di mare ch'egli avesse ne' suoi stati, e vi fissò stabilmente la sua residenza[250].

(787) Al duca di Benevento, suo padre, succedeva Grimoaldo, cui Carlo Magno permetteva di regnare in Benevento a condizione però che i Lombardi suoi sudditi si raderebbero la barba, che in testa agli atti, e sulle monete del ducato s'iscriverebbe il nome di Carlo Magno, e finalmente che sarebbero distrutte le fortificazioni di Salerno, d'Acerenza e di Consa[251]. Ma questo trattato ebbe breve durata. Grimoaldo e Pipino, figlio di Carlo Magno, erano pari d'età, egualmente avidi di gloria, e perciò rivali. Grimoaldo seppe affezionarsi il suo popolo, e, quantunque privo d'ogni forza straniera, seppe con tanta destrezza approfittare dell'asprezza del paese che doveva difendere, delle fortificazioni delle città, del clima meridionale nocivo alle armate francesi, che respinse sempre le armate dell'imperatore d'Occidente, e non fu sottomesso[252].

Un secondo Grimoaldo mantenne l'indipendenza di Benevento fino alla morte di Carlo Magno[253]. Ma allorchè, mancato questo principe, i duchi di Benevento avrebber potuto approfittare della debolezza de' suoi successori per dilatare lo stato con nuove conquiste, comportandosi tirannicamente, perdettero l'affetto del popolo, e con questo le loro forze. Grimoaldo II fu ucciso da' suoi sudditi ammutinati, che dell'817 gli sostituirono un rifugiato di Spoleti, chiamato Sicone, il quale a' tempi della conquista di Carlo Magno aveva chiesto asilo al duca di Benevento, e da Grimoaldo II fatto poi conte d'Acerenza[254].

Questo nuovo principe, alleato di Teodoro, in allora duca di Napoli, erasi giovato de' suoi ajuti per conseguire il principato. Ma il popolo di Napoli, scontento del suo primo magistrato, lo scacciò dalla città, sostituendogli uno de' suoi compatriotti chiamato Stefano[255]. Teodoro rifuggiatosi presso Sicone, lo persuase ad assediare Napoli, con tutte le sue forze. I Napoletani, non avendo che le milizie del ducato contro nemici infinitamente più numerosi, non potevano sperar salvezza che dal proprio coraggio e dalle mura: ma queste furono ben tosto scosse dal montone in modo, che una larga breccia apriva la città agli assedianti; per cui i Napoletani disperati conobbero la difficoltà di difendersi più a lungo. Avvicinavasi la notte apportatrice del massacro, del saccheggio e di tutti gli orrori cui si danno in preda le città occupate d'assalto. Il loro duca Stefano aveva una madre e due figli degni di più felice repubblica: questi si presentano a lui pregandolo, come capo della famiglia e dello stato, a mostrarsi il padre de' loro concittadini, anzi che il loro, sacrificandoli al ben pubblico. Una deputazione, mandata al duca di Benevento, gli espone che la città trovatasi ormai in sua balìa; che s'egli la risparmia, sarà la miglior gemma della sua corona; che se per l'opposto le dà un nuovo assalto in sul cadere del giorno, egli non potrà nè contenere i suoi soldati, ne salvar Napoli dal massacro, dal saccheggio e dall'incendio che gli assediati provocheranno con una disperata difesa: gli rappresenta la sua gloria medesima interessata ad aspettare che il sole rischiari il suo trionfo; lo prega di risparmiare tanti infelici che non domandano per arrendersi che il brevissimo spazio d'una notte; e come pegno della vicina loro sommissione, gli viene presentato tutto quanto il duca Stefano aveva di più caro, la madre ed i due figli. Sicone riceve gli ostaggi, e fa suonare la ritirata, aspettando d'entrare in città allo spuntare del giorno[256].

Frattanto Stefano riunisce a parlamento i suoi soldati e concittadini. «Io non sono più maestro dei soldati, dice loro; ho perduto questo glorioso titolo nell'istante in cui ho acconsentito di sottomettere la vostra patria al giogo de' Beneventani. Voi siete liberi, sceglietevi un capo il quale più di me fortunato rialzi le mura e vi conduca alla vittoria.» Stefano dopo questo discorso sortì da Napoli, offrendo il suo capo alla vendetta del nemico. Egli fu ucciso dai soldati di Sicone innanzi alla chiesa di santa Stefania[257].

I Napoletani, attenendosi ai suoi consigli, avevano dato il titolo di maestro dei soldati ad un loro capitano, chiamato Bon, il quale ordinò subito che le donne, i fanciulli ed i vecchi, unendosi ai soldati travagliassero con ardore tutta notte a rialzare le mura, ed a cuoprirle di larga fossa. Fu ubbidito, ed allorchè, fatto giorno, Sicone presentossi alla testa dello sue truppe, conobbe l'impossibilità d'occupare la breccia d'assalto.

I Napoletani, abbandonati dai Greci, avevano in tanto pericolo chiesto soccorso a Luigi il buono, imperatore d'Occidente, che loro spediva alcuni rinforzi, che arrivarono opportunamente per sostenere ancora un lungo assedio; e quando Sicone incominciava a scoraggiarsi, chiesero di entrare in trattati di pace, che da lui ottennero a condizione di pagargli un tributo, e cedergli il corpo di s. Gennaro, il quale fu levato dalla basilica di Napoli, e con solenne pompa trasferito a Benevento[258].

Poc'anni dopo, anche Sorrento, una delle principali città del ducato di Napoli, fu, per quanto assicura una leggenda, liberato per l'intercessione del santo suo patrono da formidabile assedio. Ma, convien confessarlo, l'espediente adoperato dal celeste patrono fu assai meno nobile e generoso di quello del duca cittadino. A suo padre Sicone era succeduto nel principato di Benevento Sicardo, il quale, o perchè i Napoletani si rifiutassero dal pagare il pattuito tributo, o che il suo umore inquieto lo determinasse alla guerra, fatto è che invase e devastò le terre del ducato di Napoli, riunendo infine le sue truppe avanti Sorrento, che ridusse alle ultime estremità. Una notte, mentre pensava al modo di occupare l'assediata città, gli apparì l'ombra di s. Antonino, un tempo abbate di Sorrento. Il sant'uomo teneva la mano un nodoso bastone, con cui percosse cinque o sei volte le larghe spalle del duca, soggiungendo con terribile voce: «Soffri il debito castigo de' tormenti che tu procuri al mio gregge, e ti sottometti, incredulo, al poter del cielo e de' suoi santi.» Allora rialzava di nuovo il bastone, disposto a ricominciare; ma Sicardo, prostrandosi ai piedi dell'ombra veramente rispettabile, giurò di non molestar più oltre i suoi fedeli. Nè mancò alla promessa, perchè in sul far del giorno si affrettò di ritirarsi colla sua armata[259]. Qualunque siasi la credenza che si vuol accordare a tale leggenda, certo è intanto che nell'836 Sicardo stipulò un trattato di pace col vescovo, col maestro de' soldati e collo stato di Napoli, che vien chiamato in quell'atto repubblica, all'opposto dei paesi di dominio lombardo intitolati stati del principe[260].

Per ridurre Sicardo a trattar di pace, Andrea, maestro dei soldati di Napoli, s'appigliò ad un partito assai pericoloso, il di cui esempio riuscì funesto a tutta l'Italia meridionale. Privo dell'appoggio degl'imperatori d'Oriente, si rivolse ai barbari, chiamando in suo soccorso i Saraceni di Sicilia[261], che da pochi anni avevano in quell'isola fondata una colonia militare. Un Greco, chiamato Eufemio, perseguitato dal patrizio di Sicilia per aver rapita una religiosa, di cui erasi perdutamente innamorato, si rifugiò in Affrica, ove indicò ai Saraceni i mezzi d'impadronirsi della Sicilia. Di fatti era ritornato in Sicilia dell'828 con un'armata di Saraceni, che ne aveva intrapresa la conquista[262]. E per coraggio e per talenti militari erano a quest'epoca i Saraceni di lunga mano superiori ai Greci, ai quali avevano già tolta quasi tutta l'Asia, l'Egitto e l'Affrica, ed alcun tempo dopo l'isola di Creta, ed altre isole dell'Arcipelago. Avevano in oltre conquistata la Spagna sui Visigoti; e quello spirito religioso e militare che incominciava a raffreddarsi nell'Arabia e nella Siria, infiammava sempre i Musulmani alle frontiere del loro impero, e li spingeva a nuove imprese. Da che i Saraceni ebbero posto piede in Sicilia, acquistarono un'assoluta preponderanza sulle truppe dell'imperatore Michele che allora regnava a Costantinopoli, e su quella di Teofilo, suo figlio e successore. Dell'831 fu ucciso in battaglia il patrizio Teodoto, e presa dagli Arabi Messina, i quali nel susseguente anno, impadronitisi di Palermo, incominciarono ad infestare colle loro piraterie le coste d'Italia: pure, finchè visse Sicardo, non venne lor fatto di occupare veruna terra nelle sue province.

Sicardo ci viene rappresentato qual uomo che a molta bravura accoppiò moltissimi vizj che lo resero odioso a' suoi sudditi. Egli fu il primo de' principi lombardi, che obbligò la città d'Amalfi a riconoscerlo suo signore. Solo motivo della guerra tra i Lombardi e gli Amalfitani furono le reliquie di santa Trifomene, patrona d'Amalfi. Benchè le dissolutezze, la crudeltà, i sacrilegi di Sicardo potessero difficilmente associarsi a tanto zelo religioso, egli cercava ad ogni modo di radunar reliquie per ornare la cattedrale di Benevento, e come aveva già costretti i Napoletani a cedergli quelle di s. Gennaro, e rubate quelle di s. Bartolomeo alle isole di Lipari, così mosse guerra agli Amalfitani per quelle di s. Trifomene. La piccola repubblica d'Amalfi, ancora dipendente da Napoli, era allora divisa da fazioni che l'avevano in modo snervata, da non poter opporsi vigorosamente alle armi di Sicardo; il quale, essendosene impadronito, dopo avere spogliato il santuario delle casse che formavano l'argomento de' suoi ambiziosi desiderj, forzò tutti gli abitanti a seguirlo a Salerno, dove volendoli stabilmente unire al suo popolo, fece che contraessero matrimonio co' suoi sudditi, e gli ammise a partecipare di tutti i diritti de' Lombardi[263].

Intanto Sicardo erasi reso co' suoi sacrilegj odioso al clero; alla nobiltà, da prima colla galanteria, poscia coll'insopportabile alterigia della moglie; a tutto il popolo, colle sanguinose esecuzioni. Ingelositosi di Siconolfo suo fratello (839), lo aveva chiuso in una prigione a Taranto: onde ridotto a non avere presso di sè che segreti nemici, fu ucciso alla caccia presso di Benevento; e quegli abitanti destinarongli successore Redalchiso suo tesoriere[264].

Quando la notizia della morte di Sicardo giunse a Salerno, gli abitanti d'Amalfi, che trovavansi quasi soli in città, perchè i Salernitani facevano allora il raccolto, corsero al porto, e caricando i vascelli delle spoglie delle chiese e delle case, per compensarsi del saccheggio sofferto poc'anni prima, tornarono trionfanti all'antica loro patria, e ne rialzarono all'istante le mura. Da quest'epoca gli Amalfitani si emanciparono affatto dalla supremazia del maestro de' soldati di Napoli, ed incominciarono a governarsi come repubblica indipendente[265].

Dal canto loro i Salernitani rifiutaronsi di riconoscere per loro principe Radelchiso eletto dai Beneventani; e riconciliatisi cogli abitanti d'Amalfi, condonarono loro la fresca ingiuria, a condizione che gli aiutassero colle loro navi a liberare il legittimo erede del principato, Siconolfo fratello dell'estinto Sicardo, che sapevano custodito in prigione a Taranto.

Alcuni vascelli mercantili equipaggiati dai cittadini di Salerno e d'Amalfi fecero vela alla volta di Taranto. I mercanti si sparsero la sera per le strade di questa città, chiedendo ad alta voce, come costumavasi a que' tempi, ospitalità; ed alcuni di loro, siccome avevanlo sperato, furono ricevuti dai carcerieri di Siconolfo. «Noi abbiamo una camera ben disposta, dissero costoro; alloggiate presso di noi, e se domani vorrete donarci alcuna cosa, ve ne saremo grati.» Questa è press'a poco l'usanza con cui in quelle province s'alloggiano anche ai dì nostri i viaggiatori. I Salernitani incaricarono i loro ospiti di provveder vino ed altre cose; e gl'incoraggiarono poi a darsi buon tempo; ma quando li videro ubbriachi e in preda ad un profondo sonno, liberato subito Siconolfo, lo condussero a Salerno sulla loro flotta[266].

La simultanea elezione di due principi, Radelchiso a Benevento, e Siconolfo a Salerno, diede origine a lunghe guerre civili, a divisione, a debolezza, e finalmente, dopo due secoli, alla total rovina della nazione lombarda nel mezzogiorno d'Italia. I Saraceni, venuti di Sicilia in soccorso di Radelchisio, incominciarono dall'occupare, a danno del loro alleato, la città di Bari. Siconolfo, autorizzato dall'esempio del suo nemico, chiamò di Spagna altri Saraceni della setta degli Aglabiti e nemici de' Saraceni affricani; i quali, secondo la più probabile opinione, s'impadronirono di Taranto e saccheggiarono le Calabrie[267].

Questi sconsigliati principi si fecero una guerra tanto più crudele, in quanto che le loro armate composte essendo di Lombardi e di Musulmani, questi rovinavano le campagne e saccheggiavano le città, senza che i sovrani che gli avevano assoldati osassero di metter freno alla feroce loro barbarie; come non ottennero verun vantaggio dal loro ajuto nell'andamento della guerra. Era in allora duca di Spoleti il vecchio Guido, d'origine francese, e secondo le costumanze della sua nazione chiamato Erchemperto, il quale ajutando prima Siconolfo, poi Radelchiso, s'arricchì a danno de' due principi, cui vendette la sterile sua protezione[268]. Finalmente l'anno 851 colla mediazione di Guido, e sotto la protezione dell'imperatore Luigi II fu diviso tra i due competitori il ducato di Benevento. Taranto, Cosenza, Capoa, Sora coi loro territorj, e la metà del contado d'Acerenza; ossia tutte le province dell'attuale regno di Napoli poste sul mediterraneo, tranne i ducati di Napoli e di Gaeta, furono ceduti al principe di Salerno: ebbe quello di Benevento l'altra metà del principato, cioè il rimanente del regno di Napoli verso l'Adriatico. Il confine dei due stati venne fissato ad ugual distanza tra Benevento e Salerno, e Benevento e Capoa. In conseguenza di questo trattato s'obbligarono i due principi a scacciare di concerto i Saraceni dai loro stati[269].

Ma così poco sopravvissero ambedue a questo trattato, che non ebbero tempo di riparare i danni cagionati ai popoli dalla guerra civile. I Lombardi che, nel ducato di Benevento, eransi, come in Pavia, riservato il diritto di eleggere i loro sovrani, non permisero che la sovranità si perpetuasse nelle famiglie di Radelchisio e di Siconolfo, ed i principati s'andarono indebolendo con nuove divisioni. Landolfo, conte di Capoa, si rese indipendente, ed il suo esempio fu imitato da molti altri conti; di modo che i principi lombardi, ridotti al dominio d'una sola città, ed indeboliti dalle piccole guerre e dai piccoli intrighi, si ridussero a così oscura condizione, da cui difficilmente e con pochissimo vantaggio si richiamerebbero in vita.

Nè le repubbliche greche sfuggirono alle calamità che la discordia de' principi lombardi procurò all'Italia meridionale. Una colonia militare di Saraceni si stabilì presso alla foce del Garigliano in una fertile pianura, che ancora a' nostri giorni par che conservi le impronte della barbarie musulmana; mentre altri Saraceni si resero padroni di Cuma, colonia Greca fondata dagli Eubei, e la più occidentale città del ducato di Napoli. Il soggiorno de' Saraceni in così illustre città la ridusse in pessimo stato, e due secoli dopo venne interamente distrutta quando ne furono scacciati. I Saraceni eransi pur resi padroni di Acropoli, o capo della Licosa e di Misene. Dell'846 assediarono ancora Gaeta; ma i cittadini di Napoli, d'Amalfi e di Sorrento riunitisi sotto Andrea, maestro de' soldati, o console di Napoli, e di Cesario suo figliuolo, costrinsero gli Affricani a levar l'assedio[270]. La flotta di Gaeta rinforzò allora quelle delle altre repubbliche greche, e si presentò innanzi ad Ostia per soccorrere contro gli stessi nemici papa Leone IV[271].

Le repubbliche greche della Campania erano i soli stati cristiani che avessero una marina sul mediterraneo. Le loro flotte da guerra e mercantili difendevano ugualmente il territorio ed accrescevano ogni anno le ricchezze di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi. Quest'ultima, dopo ricuperata la libertà sotto il regno di Siconolfo, andava crescendo in popolazione ed in ricchezze, impadronendosi a poco a poco del commercio d'Oriente. Gli Amalfitani credevansi discesi da una colonia romana; dicevano che i loro antenati, mandati dal gran Costantino a Bisanzio, erano naufragati a Ragusi, e rimasti lungo tempo nell'Illirico; che in appresso attraversato l'Adriatico, e stabilitisi a Melfi nella Puglia, vi soggiornarono parecchi anni; che finalmente, abbandonata questa provincia, per cercar un paese in cui, avessero intera libertà, fabbricarono una città sul Golfo di Salerno, cui diedero il nome dell'ultima loro stazione[272]. Era il loro piccolo stato formato di quindici in sedici villaggi e castelli posti intorno alla capitale sul pendio delle montagne che chiudono dalla banda d'Occidente il golfo di Salerno. Alcuni, trovandosi rinserrati tra il mare e le rupi, danno opportunità agli abitanti di occuparsi della pesca e del commercio; ma altri vedonsi come sospesi a metà della china del monte che signoreggia il mare, quasi nascosti dagli oliveti che coprono tutto questo distretto. I dorati rami degli aranci che fanno corona alle bianche abitazioni, richiamano i lontani sguardi dei passeggieri, che ammirano le case de' ricchi ed industri proprietarj; mentre dall'altro lato di questo magnifico golfo i maestosi avanzi de' templi di Pesto s'innalzano solitarj in mezzo ad un deserto e desolato piano, che da oltre due mila anni non fu più visitato dalla libertà.

Prima della conquista di Sicardo, gli Amalfitani ricevevano il loro governatore dal duca, console o maestro dei soldati di Napoli: ma poichè nell'839 si posero in libertà, si sottomisero ad un magistrato annuale eletto dai suffragj del popolo, che chiamarono prima prefetto, poi conte, maestro de' soldati, o duca[273]. Sotto questi capi la repubblica d'Amalfi coprì il mare di navi, sparse in tutto l'Oriente le sue monete conosciute col nome di tari[274], acquistò fama di saviezza, di coraggio, di virtù; e diede all'Europa tre leggi ben degne di perpetuarne la memoria. Flavio Gisia o Gioja, cittadino d'Amalfi, inventò la bussola; in Amalfi si trovò l'esemplare delle Pandette, che fece rinascere in tutto l'Occidente lo studio e la pratica della giurisprudenza di Giustiniano; finalmente le leggi d'Amalfi intorno al commercio servirono di commentario al diritto delle genti, e furono la base della giurisprudenza commerciale e marittima. Le leggi d'Amalfi ottennero nel mediterraneo quell'opinione, che negli antichi tempi eransi acquistata ne' mari medesimi quelle di Rodi, e che due secoli dopo fu accordata nell'Oceano a quelle d'Oleron[275].

Ecco quanto fra le tenebre della storia ci fu dato di raccogliere intorno all'origine ed ai progressi delle repubbliche greche dell'Italia meridionale. Tre secoli più tardi le vedremo invase dai Normanni, e cancellate dal numero delle nazioni; di modo che con poche cose che ci rimangono a dire intorno a questa seconda epoca, sarà compiuta la storia della loro lunga esistenza. Della loro popolazione, delle ricchezze, dell'estensione del commercio non abbiamo che poche ed incerte memorie. I sepolcri che racchiudono le ceneri de' generosi cittadini d'Amalfi, di Napoli, di Gaeta, avvolgono nelle loro tenebre ancora la rimembranza delle loro imprese e delle loro virtù. E quel nobile amore di libertà che gl'infiammava, e quella patria cui tutto sacrificavano, e quelle leggi dettate dalla sapienza, i duchi, i magistrati di cui ne temevano le usurpazioni, i nemici che li circondavano, e contro i quali combattevano con tanta gloria, tutto è perito. Tante generose imprese loro ispirate dall'amor della gloria, tanti richiami alla posterità imparziale, le avversità sostenute con eroico coraggio, sperando che le future generazioni vendicherebbero le ingiurie de' contemporanei; tante belle speranze tornarono vane, e la razza degli eroi si spense, senza che l'ingrata posterità abbia mai soddisfatto a ciò che loro doveva.

Gl'infelici Lombardi crudelmente maltrattati dai Saraceni chiamarono l'anno 866 a Benevento Luigi II imperatore e re d'Italia. Gli ultimi possedevano in tutte le parti d'Italia diverse montagne di cui avevano afforzati i passaggi, castella ed anche città di dove facevano frequenti sortite per saccheggiare i paesi cristiani. Luigi II attaccò successivamente le fortezze degli Arabi, s'impadronì di Matera, di Venosa, di Canossa, ed intraprese l'assedio di Bari, la miglior piazza che i Saraceni possedessero sul golfo Adriatico; ma conoscendo di non poterla occupare senza l'ajuto d'una flotta, si alleò coll'imperator greco Basilio, il quale aveva allora liberata Ragusi e le altre città dell'Illirico dalla incursione de' Saraceni medesimi[276]. Bari dovette succumbere alle forze riunite dei due imperatori: per la qual cosa i Greci riacquistarono ancora qualche influenza sull'Italia meridionale, la quale si rese maggiore poichè Lodovico disgustò i Lombardi che l'avevano chiamato in loro soccorso. Il principe di Salerno arrestò per sorpresa l'imperatore d'Occidente, e lo tenne alcun tempo prigioniero nel suo palazzo; per la qual mortale ingiuria, dovendo il principe di Salerno temere i risentimenti di Luigi II, quand'anche un trattato di pace gliene assicurasse il perdono, si gettò fra le braccia di Basilio, e gli giurò fedeltà per assicurarsi della sua protezione.

La rovina della famiglia di Carlo Magno, ed i burrascosi regni di Berengario, di Ugo, di Berengario II, nell'Italia settentrionale, pel corso quasi d'un secolo, agevolarono ai Greci le conquiste che fecero nella provincia ch'essi chiamavano Lombardia, perchè rimasta assai più tempo delle altre in potere de' Lombardi. L'impero d'Oriente riparò talvolta le sue perdite, non perchè acquistasse maggior vigore, ma perchè sopravvisse al decadimento dei popoli nemici[277]. I Lombardi, i Franchi, i Saraceni, che tutti ebbero impero in queste province, erano affatto tralignati. Resi orgogliosi dalle passate prosperità, si abbandonarono al lusso ed alla mollezza; oltre che i loro dominj, trovandosi divisi in piccoli principati, non potevano resistere nè meno ad un debole nemico, quali erano i Greci. Questi s'impadronirono di quasi tutte le città e fortezze che i Saraceni avevano nella Puglia, ed in tal modo formarono il loro nuovo Thême di Lombardia[278]. I principi lombardi trovandosi alle frontiere dei due imperi d'Oriente e d'Occidente, attaccavansi a vicenda or all'uno, or all'altro; e secondo che lo richiedevano le private loro viste, trasferivano il loro vassallaggio ed il giuramento dal successore di Carlo Magno al successore di Costantino.

Ma poichè le corone d'Italia e dell'impero passarono nella casa di Sassonia, gli Ottoni si posero in dovere di difendere o di ricuperare le antiche province dell'impero d'Occidente; di fare che i principi lombardi riconoscessero la loro signoria, e di scacciare dall'Italia i Greci ed i Saraceni. Lunga fu la guerra che Ottone I sostenne in Italia contro Niceforo Foca, terminata soltanto del 970, quando Niceforo fu assassinato. Il suo successore Giovanni Zimisco ambì l'alleanza d'Ottone, ed un matrimonio unì le due famiglie imperiali[279].

Ottone II mise in campo le pretensioni paterne sulla sovranità dell'Italia meridionale, cui gli dava un nuovo diritto il suo matrimonio con Teofania: chiedeva agl'imperatori d'Oriente per dote della consorte le province della Lucania e della Calabria, e l'alta signoria sopra le repubbliche di Venezia[280], di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, che nascondevano la loro indipendenza sotto il velo d'una pretesa fedeltà verso l'impero d'Oriente.

Gl'imperatori Costantino e Basilio, dopo avere inutilmente cercato di allontanare il turbine che minacciava i loro dominj d'Italia, chiesero ajuto ai Saraceni di Sicilia e d'Affrica. Intanto Ottone entrava in Italia (980) con una potente armata, resa più forte dall'alleanza di Pandolfo testa di ferro, che possedeva quasi tutto il ducato di Benevento qual era anticamente. Occupata dell'892 la città di Taranto, Ottone avanzavasi nella Calabria ulteriore fino alla borgata di Basentello posta in riva al mare. Era colà aspettato dall'armata combinata greca e saracena. Al primo vigoroso attacco de' Tedeschi, gli Orientali si disordinarono; ma una colonna di Saraceni, che formava la riserva, piombò sui vincitori nell'istante che questi, inseguendo il nemico, avevan rotte le loro linee, e ne fece un miserabile massacro. Pandolfo testa di ferro, e parecchi altri conti e prelati guerrieri, perdettero la vita in quest'incontro.

Già l'armata d'Ottone era interamente distrutta, nè v'era più alcun corpo che sostenesse l'impeto de' nemici; e l'imperatore medesimo fuggiva lungo la spiaggia temendo d'essere preso dai Saraceni e massacrato. Una galera greca erasi ancorata su quella riva, onde l'imperatore preferì di darsi nelle mani di nemici inciviliti, piuttosto che rimanere vittima d'un'orda di barbari. Si fece conoscere al capitano della galera, ed a lui s'arrendette, cercando asilo a bordo della nave. Non tardò Ottone ad avvedersi che quest'ufficiale subalterno, sorpreso da tanta fortuna, sagrificherebbe i vantaggi del suo paese al proprio; perchè gli offerse immense somme d'oro qualora volesse condurlo a Rossano, ov'era chiusa l'imperatrice Adelaide sua madre. La galera fece tosto vela verso Rossano, essendosi conchiuso un segreto trattato tra il capitano, Ottone, e l'imperatrice; per cui quando giunsero in faccia a quella città, varj muli assai carichi furono condotti verso la riva. Alcune guardie imperiali comandate da Teodoro, vescovo di Metz, s'avvicinarono in una barca alla galera per accertarsi se il personaggio coperto di porpora, che loro mostravasi sul banco era veramente Ottone; e mentre i Greci distratti dalle trattative, ed avvezzi a non veder camminare i loro imperatori senza appoggiarsi agli eunuchi, non si prendevan cura del prigioniere, Ottone slanciossi in mare, e guadagnata a nuoto la barca delle sue guardie, fece voltar bordo, e prendendo anch'egli un remo, giunse in porto avanti che la galera potesse raggiungerlo. Il Greco stordito vide ritornare in città dietro all'imperatore i muli ch'eransi fatti sortire per ingannarlo, e dovette allontanarsi dalla rada di Rossano senza poter vendicarsi dell'inganno[281].

Benchè i Greci si lasciassero uscir di mano così importante preda, non perdettero però i frutti di tanta vittoria. Durante il regno d'Ottone II, e la minorità di suo figliuolo, dilatarono in Italia i confini del loro impero[282], e stabilirono in Bari un governatore col titolo di Catapane[283]. In pari tempo fabbricarono in Puglia la città di Troja, e molti castelli, onde rimaner coperti da nuovi attacchi. Non perchè tranquillamente abbiano potuto intraprendere e condurre a termine tali opere, doveva credersi che Ottone fosse disposto a lasciar loro il pacifico possesso de' paesi conquistati. Egli aveva convocata a Verona una dieta degli stati di Lombardia e d'Allemagna, fatte passare molte truppe nell'Italia meridionale, ed egli stesso erasi portato a Roma per terminare i preparativi dell'impresa che meditava, non solo contro la Calabria, ma ancora contro la Sicilia; quando sorpreso da una infermità cagionatagli dall'avvilimento e dal dispetto, lo condusse al sepolcro nel fior dell'età. Le repubbliche di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, di Gaeta, comprese nel progetto di vendetta, che Ottone andava maturando contro gl'imperatori d'Oriente, furono da quest'immatura morte liberate da una disastrosa guerra.

Alla battaglia di Basentello, ed alla morte di Pandolfo testa di ferro tenne dietro la divisione del ducato di Benevento, ripartito in piccoli principati, ch'egli aveva avuto la destrezza di unire in un solo. Durante la minorità d'Ottone III, i Greci continuarono le loro conquiste, ed i Saraceni i loro saccheggi. Quantunque questi ultimi avessero molto perduto di quello spirito di attività che li rendeva valorosi ed intraprendenti, non lasciavano ancora d'essere superiori ai popoli effeminati da cui erano circondati; ed i loro saccheggi avevan gettate tutte le province poste al mezzogiorno del Tevere in quello stato di debolezza e di spossamento, che solo può spiegare la strana rivoluzione che doveva ben tosto eseguirsi. Vent'anni dopo la disfatta d'Ottone a Basentello, alcuni avventurieri settentrionali, approfittando della debolezza di queste province, posero al confine dei due imperi i fondamenti di una potenza, che in meno d'un secolo assorbì tutta l'Italia meridionale, soggiogò le antiche repubbliche, e fece dagl'Italiani chiamare regno quella Magna Grecia, che due volte era stata la patria primogenita della libertà[284].

I Normanni o Danesi, dopo avere lungo tempo saccheggiate le coste della Francia, del 900 ottennero uno stabilimento nella Neustria, che dal loro nome fu poi chiamata Normandia. La lunga permanenza d'un secolo in questa provincia non iscemò nel cuor loro l'antica passione per le strane e difficili intraprese. Avevano abbracciata la religione cristiana, ma come i Greci avevano introdotte nella religione le sottigliezze scolastiche, gli Egizj e gli Assirj il carattere contemplativo e la loro morale ascetica; così i popoli settentrionali la resero cupa e sanguinaria com'era quella del loro Odino; insegnando il disprezzo della morte, eccitando il valore, e promettendo alle azioni gloriose una compensa nell'altro mondo.

Popoli coraggiosi ed intraprendenti essendosi fatti cristiani credettero, o si compiacquero di credere, che non potevano salvarsi senza visitare i sacri luoghi illustrati dalla presenza dei fondatori e dei martiri della religione. Una lodevole curiosità, una sensibilità virtuosa, e quell'amore, per così dire, innato dell'uomo per tutto ciò che gli richiama simbolicamente l'antichità, erano sufficienti motivi per condurre molti Cristiani in terra santa, quand'anche la Chiesa non avesse risguardate quelle fatiche come un mezzo di eterna salute; ma il numero de' divoti viaggiatori crebbe all'infinito quando in compenso di questo pellegrinaggio, pericoloso è vero, ma interessante, variato e sempre nuovo, promise la remissione di tutti i peccati e l'ingresso del cielo.

I Normanni furono di tutti i popoli settentrionali i più caldi pellegrini. Per portarsi in terra santa non vollero esporsi alla troppo lunga monotonia d'un viaggio marittimo, tanto più che non incontravano nel mediterraneo quelle impetuose borrasche che sconvolgono i mari del Nord, le triste e cupe nebbie, i galleggianti scogli di ghiaccio, e tutti i pericoli ch'eransi avvezzati a disprezzare nella loro patria. Attraversavano perciò la Francia e l'Italia, lasciando alla loro spada la cura di provederli del danaro necessario alle spese del viaggio, ove non bastassero le elemosine de' fedeli. Floridissimo era il commercio che Napoli, Amalfi, Gaeta e Bari mantenevano sulle coste della Siria: onde i pellegrini vi trovavano facilmente imbarco. Di più, su la strada delle prime città eravi Monte Cassino; il monte Gargano o degli Angeli su la strada dell'ultima: ambedue resi illustri, dicevasi, da frequenti miracoli. Per queste ragioni i devoti pellegrini visitavano passando i monasteri fabbricati su quelle montagne, e quasi tutti, andando o ritornando di terra santa, prendevano la strada della Magna Grecia.

In sul cominciare dell'undecimo secolo, circa quaranta religiosi viaggiatori, tornati da Terra santa sopra navi amalfitane, trovaronsi in Salerno nell'istante in cui una piccola flotta di Saraceni si presentò innanzi a questa città, chiedendo una contribuzione militare. Gli abitanti del mezzogiorno d'Italia, snervati dalle delizie di quel clima incantato, avviliti dall'esempio de' Greci, e fors'anco riputandosi stranieri agl'interessi ed alle contese de' loro principi, avevano perduto l'antico coraggio militare. L'insulto fatto dai Saraceni a Salerno offese i quaranta cavalieri normanni, i quali, avendo da Guaimaro III, allora principe di quello stato, ottenuto armi e cavalli, si fecero aprire le porte, e caricarono que' pirati così valorosamente, che ne ruppero tosto le file. I Salernitani, colpiti dalla bravura de' guerrieri normanni, ne imitarono l'esempio, ed in breve la campagna si vide coperta dei cadaveri de' Musulmani, salvandosi gli altri a precipizio sulle loro navi[285].

Guaimaro ricompensò largamente i valorosi stranieri che lo avevano difeso e condotti i suoi sudditi alla vittoria; e desiderando di approfittare della loro bravura, nulla trascurò di quanto poteva allettarli a rimanere alla sua corte. Ma vedendo che volevano ad ogni modo ripatriare, li pregò a voler almeno mandare in loro vece altri guerrieri della loro nazione a cogliere sugl'infedeli i frutti del proprio valore.

Le offerte del principe di Salerno accompagnate dalla vaghezza degli aranci e degli altri ricchi frutti di quel clima beato[286], il racconto di quanto era accaduto ai quaranta guerrieri, e la facilità della vittoria, riscaldarono la fantasia della gioventù normanna. Un cavaliere, per nome Drengot, trovandosi, a cagione d'una lite con un suo rivale, disgustato del soggiorno della sua patria, risolvette di trasferirsi con tutta la sua famiglia in questa terra così favorita dal cielo. Gli si associarono quattro suoi fratelli coi loro figli e nipoti, e pochi altri concittadini; di modo che quando giunsero questi pellegrini al monte Gargano, termine apparente del loro viaggio, trovaronsi in numero di cento. Furono colà incontrati da certo Melo, cittadino di Bari, poc'anzi uno de' più ricchi e potenti signori della Puglia, il quale dopo avere inutilmente tentato di liberare i suoi concittadini dal giogo de' Greci e dall'autorità vessatoria de' catapani, era stato costretto ad abbandonare la patria. Melo aveva saputo guadagnarsi il favore de' principi lombardi, e specialmente di Guaimaro di Salerno; dai quali avendo ottenuti alcuni soccorsi, potè offrire un grosso stipendio ai Normanni che volessero abbracciar la sua causa, oltre le larghe promesse di magnifica ricompensa quando fossero vittoriosi[287].

La guerra che Drengot co' suoi Normanni intraprese contro i Greci, ebbe incominciamento l'anno 1016, ma le sue armi non furono costantemente felici; e Melo dopo tre consecutive vittorie fu battuto a Canne l'anno 1019[288], ove rimasero sul campo la maggior parte de' Normanni. Melo andò in Germania per impegnare nella sua causa l'imperatore Enrico II, facendogli sentire la necessità di metter freno alle usurpazioni dei Greci; ma terminò colà i suoi giorni avanti che potesse veder l'esito delle sue pratiche, che non furono senza effetto. I pochi Normanni, salvatisi dalla rotta di Canne, abbandonarono la Puglia, e si posero ai servigi dei principi di Salerno e di Capoa; e la perdita fatta a Canne, quantunque grandissima, rispetto al loro piccolo numero, fu ben tosto riparata coll'arrolamento di nuovi avventurieri che ogni giorno pellegrinando giungevano a Capoa e Salerno.

Finalmente Enrico II del 1021 entrò nella Puglia con un'armata. Le trattative di Melo erano state continuate da papa Benedetto VIII; ma l'impresa d'Enrico si terminò coll'acquisto di Troja nella Puglia[289]; perchè una malattia epidemica che faceva strage della gente tedesca, l'obbligò a ritirarsi. Intanto questa spedizione riuscì utilissima ai Normanni, i quali, militando tutti sotto gli stendardi d'Enrico, trovaronsi, allorchè ritirossi l'armata tedesca, riuniti tutti assieme sotto Rainolfo sopravvissuto al fratello Drengot. Dietro i consigli di Rainolfo essi abbandonarono per la seconda volta la Puglia, e s'impadronirono d'Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli sulla strada di Capoa, e vi si stabilirono e fortificarono, volendone formare una seconda patria. Eransi da poco tempo stabiliti in questo castello, quando Pandolfo IV, principe di Capoa, sorprese Napoli, che fino a tal epoca aveva resi inutili gli attacchi de' Lombardi. Sergio, maestro de' soldati e capo di quella repubblica, mal soffrendo di rimanere in una città caduta in potere d'uno straniero, sortì coi principali cittadini, e si riparò in Aversa: di dove, poi ch'ebbe coi soccorsi de' Greci e de' cittadini rimasti fedeli alla patria, accumulato quanto danaro bastava per saziare la cupidigia normanna, venne alla loro testa ad attaccare la guarnigione del principe di Capoa, e battutala, rientrò in Napoli. Allora confermò ai Normanni il possesso di Aversa e del suo territorio, erigendolo in contea, di cui investì Rainolfo: di modo che i primi Normanni ch'ebbero stabile dimora in Italia, furono feudatarj della repubblica di Napoli[290].

Pure nè la famiglia di Rainolfo, nè la colonia d'Aversa erano destinate a fondare il regno di Napoli, ma bensì una delle principali famiglie di Normandia, quella di Tancredi d'Auteville. Aveva questo signore dodici figli, i più attempati de' quali, udendo i prosperi successi de' loro compatriotti, s'invogliarono di correre la stessa sorte, e giunsero in Italia l'anno 1035, accompagnati da molti guerrieri vestiti da pellegrino[291].

Il giovane Guaimaro, principe di Salerno[292], non si mostrò meno pronto ad accogliere questa seconda colonia, di quel che lo fosse stato suo padre verso la prima; ed approfittando delle loro braccia per dilatare i suoi dominj, assediò subito Sorrento, indi Amalfi, ch'espugnò l'una appresso l'altra[293]. Amalfi per altro non s'arrese che in virtù d'una capitolazione che assicurava ai cittadini la libertà loro ed i privilegi; onde quella piccola repubblica non fu incorporata al principato di Salerno, ma soltanto ne fu dai suffragi del popolo dichiarato duca Guaimaro in aprile del 1039. La moderazione di Guaimaro non ebbe lunga durata; ma tosto che gli Amalfitani videro violati i loro privilegi, congiurarono contro il principe di Salerno, che, ferito da trentasei colpi di pugnale, perì su la spiaggia che divide Salerno da Amalfi[294].

Dai servigi di Guaimaro passarono i Normanni sotto le insegne di Michele Paflagone, imperatore di Costantinopoli. Il greco Patrizio Meniace che faceva in Calabria grandi apparecchi per riprendere la Sicilia agli Arabi, allora divisi da una guerra civile, assoldò i tre figli maggiori di Tancredi, Guglielmo braccio di ferro, Dragone, ed Umfredo con trecento Normanni[295]. Questa spedizione che doveva riconciliare i Normanni coi Greci, fu invece cagione dell'intera loro separazione; perciocchè i Normanni conobbero più da vicino la viltà, la venale cupidigia e la dissimulazione de' Greci. Poco dopo essi s'unirono al lombardo Ardoino, il quale servendo con loro nell'armata di Maniace, e mostrandosi valoroso soldato, fu non pertanto da quel generale di vilissimi schiavi che più non avevano sentimento d'onore, percosso col bastone in presenza delle sue truppe per cagione di un cavallo che gli si voleva rapire. I Normanni non fecero travedere la loro indignazione finchè non furono dai vascelli greci portati al di qua dello stretto: ma poichè trovaronsi sulle coste d'Italia, convennero di riunirsi in Aversa il giorno di Natale del 1041, chiamandovi ancora il lombardo Ardoino; il quale, soffiando nel cuor de' Normanni l'implacabile suo odio, li determinò ad attaccare le province dell'impero d'Oriente ed a conquistare per sè medesimi ciò che i Greci possedevano ancora nella Puglia e nella Calabria. Così ardita intrapresa veniva resa meno difficile da una rivoluzione, che avendo posto sul trono di Costantinopoli un nemico di Maniace, forzò questi a ribellarsi, e per tal modo a lasciar le province greche quasi senza difesa. I Normanni si assoggettarono a dodici capi scelti da loro, cui diedero il titolo di conti; affidando ad Ardoino il supremo comando della piccola loro armata, accresciuta di trecento uomini che gli diede Rainolfo conte d'Aversa. Avanzatisi nell'interno della Paglia, occuparono Melfi, che gli aprì le porte senza opporre veruna resistenza; presero in seguito Venosa, Ascoli e Lavello, ed in tre successive battaglie trionfarono tre volte dei Greci. Rinforzaronsi poi con nuove alleanze, e per ricompensarli de' ricevuti soccorsi, accordarono l'onore del comando a due altri capi Atenolfo ed Argiro; il primo de' quali, essendo fratello del duca di Benevento, gli aveva procurato il soccorso de' Lombardi, mentre Argiro, ricchissimo cittadino di Bari e figliuolo dell'illustre Melo, li favoreggiò col suo credito presso i Pugliesi e presso i partigiani che aveva suo padre nelle greche città. In questa guerra il valore e l'intrepidezza spesso appoggiate dall'astuzia e dall'intrigo stavano dal lato de' Normanni: i Greci all'opposto erano vili, disuniti, scoraggiati. Quasi tutta la Puglia fu conquistata in due anni, e nel 1042 divisa tra i conquistatori. Melfi dichiarata capitale dei loro stati, rimase proprietà comune d'Ardoino e di Guglielmo braccio di ferro, capo dei Normanni: i loro dodici conti ebbero altrettante città, Siponto, Ascoli, Venosa, Lavello, Monopoli, Trani, Cannes, Montepiloto, Trigento, Aceranza, Sant'Arcangelo e Minerbino. E per tal modo si formò nella Puglia una specie di repubblica militare ed oligarchica[296].

Benchè i Normanni avessero scelto a loro capo Guglielmo braccio di ferro, degnavansi poche volte di eseguirne gli ordini; viveano essi coi soli prodotti del saccheggio, e non essendo legati da veruna convenzione, piuttosto che la guerra, esercitavano il ladroneccio alla testa de' loro satelliti. I conventi, le chiese, e quegli stessi luoghi santi che furono poc'anzi l'oggetto dei loro pellegrinaggi, non isfuggivano alle loro rapine[297]: di modo che tanti replicati insulti riunirono finalmente contro di loro i vicini potentati.

Leone IX formò la lega dei due imperi contro gli avventurieri normanni. Essendo anch'esso tedesco, riclamò i soccorsi dovuti da Enrico III, imperatore di Germania, ai popoli ed alla Chiesa, e n'ebbe cinquecento uomini d'arme che furono il nervo della sua armata. Pubblicò intanto come sacra la guerra che intraprendeva per la sicurezza dei popoli e delle chiese; e che sarebb'egli capo dell'armata, onde combattere piuttosto col soccorso del cielo, che coi mezzi umani. I Pugliesi, i Campani, gli Anconitani e quelli dello stato della Chiesa si riunirono sotto le sue insegne; e lo stesso fecero i Greci. Allora il santo pontefice con un'armata assai numerosa, ma priva di generale, diede principio alla sua spedizione con un pellegrinaggio a Monte Cassino per ottenere sulla sacra armata la benedizione del cielo[298].

I Normanni opposero alla sacra armata truppe meglio agguerrite. Era già morto Guglielmo braccio di ferro, e Dragone a lui succeduto era stato di fresco ucciso dai rivoltosi[299]; ma Unfredo il terzo de' fratelli, e Roberto Guiscardo l'ultimo figliuolo del secondo letto di Manfredi di Hauteville potevano riguardarsi e principalmente l'ultimo siccome i più destri e più valorosi guerrieri d'Europa. Roberto Guiscardo giungeva allora dalla Puglia con un ragguardevole rinforzo di Normanni, e Riccardo conte d'Aversa della famiglia Drengot s'unì con tutte le forze di cui poteva disporre ai suoi patrioti, per dividerne i pericoli e la gloria. Benchè meno numerosi assai che le truppe del papa, i soldati normanni erano uomini costantemente esercitati nel mestiere della guerra, che quantunque divoti, erano per altro inaccessibili agli scrupoli[300].

Ad ogni modo prima d'intraprendere le ostilità tentarono i Normanni di placare il pontefice, lasciando in suo arbitrio le condizioni, con cui potessero ottenere perdono. Ma Leone IX, che trovavasi spalleggiato dall'alleanza dei due imperi, e sicuro dei soccorsi del cielo, negava di venire a trattative prima che i Normanni sgombrassero per sempre l'Italia. Si venne dunque a battaglia presso di Civitella il giorno 18 giugno del 1053, e la vittoria rimase assai breve tempo dubbiosa; imperciocchè tutta quella timida plebaglia riunita sotto le insegne papali dalle prediche dei monaci, e di cui il papa aveva torto di credere d'aver fatto un'armata, fuggì al primo incontro. Rimasero fermi i Tedeschi, ma non essendo più di cinquecento, o come altri vogliono, settecento uomini d'arme; avviluppati dai Normanni, perirono quasi tutti sul campo di battaglia. Il papa che all'istante della disfatta erasi riparato in Civitella, dovette uscirne e rimanere senza difesa fuori delle porte, perchè gli abitanti non vollero esporsi al risentimento dell'armata vittoriosa.

I Normanni s'avanzarono verso di lui, e quando gli furono vicini si gittarono in ginocchio, e coprironsi di polvere implorando il suo perdono e la sua benedizione. Lo condussero nel loro campo, trattandolo sempre col più profondo rispetto: ma in mezzo a tante dimostrazioni di religiosa umiltà lo tennero alcun tempo prigioniero, sicchè potè persuadersi che ad un pontefice non si convengono le funzioni di generale d'armata. E come aveva prima creduto che il cielo lo avrebbe soccorso, credette allora che il cielo si fosse apertamente dichiarato contro di lui, e fece egli stesso i primi passi per riconciliarsi con quegli stessi uomini, contro i quali aveva predicato una specie di crociata. Per soddisfare alla loro domanda, e riporsi in libertà, accordò ai Normanni l'investitura in nome di s. Pietro, e come feudo della Chiesa, di tutto quanto avevano conquistato, e di quanto potessero ancora conquistare nella Puglia, nella Calabria e nella Sicilia[301].

E per tal modo una disfatta diede alla santa sede ciò che ottenuto mai non avrebbe con una vittoria, e la debolezza d'un pontefice pio ed affatto ignaro della politica del mondo, conquistò quello che i più arditi suoi predecessori non avevano pur osato di tentare. Infeudando ai Normanni le province già possedute dai Greci e dai Lombardi, il papa se ne attribuiva la proprietà, comecchè niun diritto potesse allegare su le medesime, o formarne la più remota pretensione. Pure i Normanni chiesero tale investitura, perchè così credevano di sanzionare in faccia ai popoli superstiziosi i diritti meno sacri della forza e della conquista; ma infiniti vantaggi derivarono da questo trattato alla Chiesa; poichè dopo questa fatale investitura, il regno di Napoli rimase feudo di s. Pietro, non con altro fondamento che di un dono strappato colla forza ad un prete, che non sapeva pur egli d'avere alcun diritto sopra ciò che donava.

I Normanni approfittarono della vittoria per estendere il loro dominio a tutte le province comprese nell'infeudazione del papa. Unfredo soggiogò la Puglia: Roberto Guiscardo con pochi compagni andò in Calabria, ove fortificatosi nel castello di san Marco, faceva frequenti scorrerie nel territorio greco, più degne di un assassino, che di un conquistatore. Gli abitanti avevano abbandonati tutti i vicini villaggi; ed il maestro di casa di Guiscardo gli dava talvolta avviso che mancavano le provvisioni per l'indomani, nè aveva danaro per comperarne, e che, quand'anche ne avesse, non troverebbe a molte leghe di distanza chi gli vendesse alcuna cosa. Allora Guiscardo usciva dal suo forte, alcuna volta coi Normanni, altre volte con degli Schiavoni banditi ch'erano a lui accorsi da ogni banda, ed andava a saccheggiare i più lontani villaggi[302].

Moriva Unfredo del 1057, onde Guiscardo lasciava il ladroneccio per impossessarsi del contado di Puglia. Chiamò allora di Lombardia Ruggero l'ultimo de' suoi fratelli, che stabilì in Calabria col titolo di conte perchè vi continuasse le sue conquiste: ma sia per avarizia, sia per gelosia, lo lasciò più ancora sprovveduto di danaro di quel che fosse stato egli medesimo; onde il giovane conte, che doveva pur essere il conquistatore della Sicilia, ed il padre de' suoi re, non avendo ricevuto da Roberto che un solo cavallo in premio de' suoi lunghi servigi, tornò in Puglia, e si fece a rubar cavalli, ed a spogliare i mercanti nelle vicinanze di Melfi. Egli stesso, poichè pervenne alla sovranità, ordinò al suo storico Gaufrido Malaterra di conservare la memoria di tali avventure, onde la posterità conoscesse da quale stato di miseria si fosse innalzato a così alto grado[303]. Ruggiero danneggiò pure i possedimenti di Guiscardo, e v'ebbe tra i Normanni una specie di guerra civile; se pure gl'insulti del giovane guerriero non debbono piuttosto risguardarsi quali attentati d'un capo d'assassini in guerra con tutta la società.

Intanto Guiscardo, dopo aver soggiogata quasi tutta la Puglia, volendo estendere le sue conquiste alla Calabria, fu costretto di pacificarsi con suo fratello, cui nel 1060 affidò pure il comando di parte del suo esercito. Attaccarono di conserva e s'impadronirono di Reggio, poi di molte città della stessa provincia; per cui Roberto Guiscardo, trovando il titolo di conte inferiore alla presente sua condizione, s'intitolò di propria autorità duca di Puglia e di Calabria, titolo che gli fu alcun tempo dopo riconfermato da papa Niccolò II[304].