Siccome appariva da certe mosse dei provinciali, e principalmente dall'aver essi occupato alcune delle isolette poste nella cala di Boston, che assaltar volessero il castello Guglielmo situato nell'isola di questo nome, il che avrebbe impedito alle navi inglesi l'ingresso nel porto, e preservato dagli assalti loro la città, il generale Howe credette, opportuna cosa fosse lo smantellarlo ed arderlo; e così fece prima della sua partenza, quantunque non si portasser via le artiglierie, ma solo a molta fretta s'inchiodassero. Indugiò ben una settimana pei venti contrarj, o per la bonaccia l'armata britannica prima, che potesse uscire dalla cala, ed entrar nell'alto mare. Ma finalmente ciò ottenutosi non senza molta fatica, contro l'aspettazione di tutti, e fuori del solito della stagione ebbe il viaggio molto prospero, e se n'andò a golfo lanciato ad Halifax. L'ammiraglio Shuldam, il quale comandava a tutta l'armata, lasciò nelle acque di Boston con molte navi il comandante Banks, acciocchè restassero i mari aperti, e la navigazione sicura alle navi del Re, le quali ignorando l'abbandonamento della città, a quella via fossero incamminate. Il disegno riuscì in parte, ed in parte no; conciossiachè la cala essendo grande, ed interspersa di molte isolette con alcuni porti qua e là opportuni alle insidie, da questi saltavan fuori improvvisamente i corsali, e le navi non guardate e non guardantisi opprimevano ad un tratto. Tra gli altri il capitano Manly predò una nave da carico, che portava quattrocento botti di carne salata, di piselli, di tartuffi e d'altri camangiari in copia.
Ignorando Washington, quali fossero i consiglj di Howe, ed a qual parte fosse avviata l'armata britannica, stava in molto sospetto per la città della Nuova-Jork. Per la qual cosa ei scrisse tosto al brigadier generale lord Stirling, che vi era dentro, mandandogli, stesse avvisato, e che aveva spinto in suo aiuto alcune compagnie di corridori, e cinque battaglioni. Ma le genti del Re non erano a gran pezza in condizione di poter tentare alcuna cosa contro la città. Si recarono a gran ventura il poter arrivare sane e salve ad Halifax. Howe si era fermo, prima di procedere a nuovi fatti, a voler rinfrescare i suoi, e ad aspettare i rinforzi, che non dubitava, dovessero arrivare dall'Inghilterra.
Nè meno prosperamente procedevano le cose del congresso nella provincia della Carolina Settentrionale, che nel Massacciusset; nella quale però avevano incominciato a scoprirsi grandi e pericolosi movimenti. Il governatore Martin, quantunque si fosse rifuggito sulla nave del Re, non istava però ozioso, e non cessava notte e dì nell'inventar nuovi disegni per far risorgere la causa reale nella sua provincia. Tanto maggiore speranza aveva di poter fare qualche notabile effetto, che sapeva, che l'ammiraglio Peter-Parker, ed il conte Cornwallis erano partiti dai porti dell'Inghilterra per una spedizione contro le Caroline. Egli era anche informato, che il generale Clinton con alcune compagnie doveva venire a congiungersi seco lui al capo Fear, situato alle foci della riviera Fear per alla via di Wilmington. Non dubitava punto con queste genti riunite, e coi montanari scozzesi, ed i Regolatori, gli uni e gli altri uomini avvezzi all'armi, e molto temuti dagli altri Caroliniani, e che si dimostravano non solo fedeli, ma ardenti in favor dell'Inghilterra, di far rivoltar la provincia, e sotto le leggi del Re di nuovo ridurla. Indettatosi adunque con tutti costoro rizzò lo stendardo reale, e comandò, che tutti vi accorressero per difendere la patria e le legittime leggi contro i ribelli. Per render più efficaci gli aiuti dei montanari e dei Regolatori, siccome pure di tutti gli altri leali, creò il colonnello Macdonald, persona fedele e zelante molto, capitano generale di tutte le leve, acciò le riducesse sotto gli ordini, ed in ischiere regolari le informasse. Il disegno riuscì. S'ingrossavano ogni giorno a Cross-Creek, e facevano timore di qualche moto importante, se non vi si poneva un pronto rimedio. L'assemblea provinciale, conoscendo l'importanza della cosa, spedì con grandissima celerità contro quella testa di leali tutte le genti, che apparecchiate si trovavano, e da ogni parte ne raccoglieva delle nuove. Così in tutta la Carolina si erano levate in arme le parti leale e libertina, e l'una contro l'altra con grande ferocia procedevano. Fu eletto a condottiere dei libertini il generale Moore, il quale con alcune bocche da fuoco andò a pigliar posto presso i leali ad un luogo detto Rockfish-bridge, dove studiava ad affortificarsi. Ebbe intanto rotto il ponte. Macdonald gli mandò, venisse a porsi sotto lo stendardo reale; e nel caso rifiutasse, lo tratterebbe da nemico. Fu la risposta di Moore, che sottoscrivesse egli stesso un giuramento di fedeltà al congresso, ponesse giù le armi, e sì facendo sarebbe ricevuto nel numero degli amici. Nel mentre che queste pratiche s'intertenevano tra l'uno, e l'altro Capo, le quali il Moore a bello studio andava tirando in lungo, e frapponendo tempo in mezzo, le genti sue s'ingrossavano, finchè divennero del tutto superiori a quelle del nemico. Si accorse finalmente Macdonald del pericolo in cui si trovava; e quantunque fosse già da ogni parte cinto dai provinciali, ciò non di meno con mirabile destrezza e coraggio se ne sbrigava. Camminando, senza mai posarsi, molto celeremente, mettendo spesso tra di lui ed i seguitatori fiumi, selve e passi difficili, dopo di aver corso lo spazio di ottanta miglia, malgrado la vigilanza del nemico, che cercava in ogni maniera di mozzargli la via, arrivò a Moore's-Creek, sedici miglia distante da Wilmington. Ivi sperava, che si sarebbero accozzate le genti del governatore Martin, e del generale Clinton, ch'erano di già l'uno, e l'altro arrivati al capo Fear. Ma i provinciali che non avevano mai intermesso di seguitarlo, non solo impedirono questa congiunzione, ma lo ridussero alla necessità di combattere. Assalì il nemico con una foga grandissima. Ma il capitano Macleod, e molti altri uffiziali de' suoi essendo rimasti uccisi sulla prima giunta, perdutisi di animo andarono in volta, abbandonando il generale loro in mezzo dei nemici. Fu fatto prigioniero con molti altri leali. Questa vittoria fu di molta importanza; imperciocchè, se i leali ne fossero iti colla migliore, che solo avessero potuto congiungersi colle genti del governatore, e del generale Clinton, e, stando in sul capo Fear, aspettato avessero gli aiuti che dovevano arrivare dall'Irlanda, certa cosa è, che gli affari del congresso sarebbero andati molto stretti nelle colonie meridionali. Oltreacciò i Caroliniani impararono a conoscere le proprie forze, e si levò via quella opinione, che generalmente aveva prevalso, della debolezza della Carolina Settentrionale; conciossiachè nella presente fazione non solo combattettero con prospero successo contro i Regolatori e gli Scozzesi, uomini europei, dei quali sino allora erano stati in gran terrore; ma ancora avevano in dieci giorni raccolti dieci migliaia di soldati, tutti buona e risoluta gente. Da un altro canto la fretta dei leali fu cagione della rovina loro. Poichè, se avessero temporeggiato sino all'arrivo delle genti d'Europa, ed allora solamente rizzate le insegne del Re, avrebbero certamente fatto qualche egregia pruova in suo prò, e forse fatto inclinare del tutto a favor suo le cose nelle province meridionali.
Ritornando ora a parlare del lord Dunmore, ei continuò ancora per lungo tempo a stanziare colle sue navi nelle acque della Virginia. Ma essendo tutti i luoghi, e tutte le coste diligentemente guardate dai provinciali, non solo non poteva fare impressione nissuna, ma neanco procacciarsi le cose necessarie al vivere di tanta moltitudine. Perciò essendo i calori grandi, le acque guaste, streme le vettovaglie, le genti stivate nelle navi, nacque pell'orribil puzzo e tanfo delle sentine, e pel sucidume dei corpi, in questi una pestilenziosa e mortalissima infermità, della quale morirono, e Bianchi, e Neri in grandissima copia; ma molti più di questi, che di quelli. In questo stato il navilio di Dunmore andava errando qua e là da questa isola a quell'altra, da questa piaggia a quella; ma quando ei voleva accostarsi alla terra, trovava le popolazioni nemiche, che il ributtavano, e per la debolezza delle sue genti non poteva far frutto. Per sopra mercato dei mali, i venti spinsero una parte delle navi sulle spiagge virginiane, dove i miseri sbanditi divenuti cattivi in mano dei proprj concittadini cambiarono le stanze delle puzzolenti corsie in oscure ed orribili prigioni. Finalmente per non morir di certa morte su quelle fatali spiagge, arse prima le navi meno preziose, andarono questi miseri avanzi di soldati e di cittadini sbattuti dalle tempeste, afflitti dalla fame, dalla sete e da mortalissime malattie a cercar rifugio, parte nelle Floride, parte nelle Bermude e parte nell'Antille. Così, discacciato del tutto il nemico, rimase assicurata la provincia. Cotal fine ebbe l'impresa di Dunmore contro la Virginia, e cotal esito sortì il disegno di aver voluto gli schiavi contro i proprj padroni loro rivoltare.
Non aveva intanto il congresso rimesso la diligenza negli apparecchj della guerra marittima; al che lo induceva la necessità di difendere le proprie coste dagli insulti dei corsali nemici, e d'intraprendere con ogni migliore modo possibile le navi loro da carico. A ciò non mancavano nè le materie atte alla costruzione delle navi, le quali erano anzi molto abbondanti, nè la copia nei marinari eccellenti, la quale era grandissima; ed essendo in gran parte cessati il commercio e le pescagioni, era venuta meno ogni opera, e non sapevan più dove esercitar l'industria loro. Lavoravasi perciò instantemente negli arsenali del Mariland, di Filadelfia, e dell'isola di Rodi, dimodochè, in sull'entrar dell'anno, si trovarono allestite e fornite di tutto il bisognevole nell'acque della Delawara le navi, l'Alfredo di 32 cannoni, il Colombo pure di 32, l'Andrea Doria di 16, il Sebastiano Caboto di 14, e la Provvidenza di 12; ed inoltre tredici galee, alle quali diedero i nomi seguenti: il Washington, il Dickinson, il Chatam, il Cambden, il Burke, l'Effingham, il Bulldog, il Franklin, il Congresso, lo Sperimento, l'Hancock e Adams, ed il Warren. Oltre a queste aveva il congresso ordinato, che si fabbricassero con ogni speditezza tredici fregate di trentasei cannoni ciascuna. Perchè poi si esercitassero le ciurme nell'arte della guerra marittima, ed anche per far procaccio di armi e di munizioni, e massimamente di polvere, aveva comandato ad Ezechiele Hopkins, capitano generale dell'armata, di recarsi sulle isole di Bahama. Partì Hopkins verso la metà di febbraio, e nel principio di marzo dopo un prospero viaggio arrivò all'isola Abacco, una delle Bahame. Quivi avendo inteso esservi in quella della Provvidenza gran copia di munizioni da guerra, precipitati gl'indugi, vi arrivò all'improvvista, e se ne impadronì. Trovarono gli Americani molte artiglierie con bombe e palle, e centocinquanta bariglioni di polvere, la quale era stata il principale oggetto della spedizione. Ritornando, conflissero onoratamente con una fregata inglese, e predarono un brigantino. L'armata del congresso con tutte le prede faceva porto a Nuova-Londra. Seguivano similmente frequenti abbattimenti nella cala di Boston tra le navi del comandante inglese Banks, e quelle dei Massacciuttesi. Uno dei più notabili fu quello, in cui il capitano Mugford si fe' padrone di una nave da carico, che portava molte armi e munizioni da guerra. In tal modo gli affari del congresso non solo procedevano prosperamente sulle terre vicine al mare, ma anche, cosa maravigliosa e nuova, sul mare stesso. Dal che quelle genti già concitate ed insuperbite pigliarono nuovo ardire e nuove speranze; ed appoco appoco si avvezzarono ad adoperare, come sogliono le nazioni in propria balìa poste. In quella misura, in cui succedeva lor bene la resistenza, in molti nasceva, in parecchj cresceva il desiderio, ed in altri si confermava il proposito dell'independenza.
Ma non camminavano già con simil prosperità le cose degli Americani nel Canadà. Arnold, il quale aveva continuato con poche genti l'assedio di Quebec, si trovava oppresso da grandissime difficoltà. Gli ajuti, che il congresso aveva promesso all'esercito canadese non arrivavano, se non lentamente, ed a spilluzzico, sia perchè pel rigor della stagione eran diventate le strade quasi impraticabili, sia perchè per l'infelice esito dell'assalto dato a Quebec si era molto raffreddo quell'ardore, che avevano in sulle prime gli Americani concetto per la novità, e la felicità dell'impresa. Ei pare che il congresso medesimo, o distratto dai troppi negozj, o impotente per la mancanza dei mezzi, abbia quasi tralasciato la cura delle cose del Canadà, od almeno non abbia continuato a fare tutti quei provvedimenti ch'erano necessarj. Invano si eran fatte marciare alla volta di Quebec quelle genti, che per la guardia di Monreale risparmiare si potevano. Le soldatesche, che obbedivano all'Arnold, appena che sommassero ad un migliaio di combattenti. I Canadesi poi, i quali sul primo giungere degli Americani gli avevano amichevolmente accolti e forniti di tutte quelle cose, che per le facoltà loro potevano, ora, essendo manomessi in più guise da quelle bande indisciplinate, cambiato avevano la benevolenza in odio. Del che ne avevan essi gran ragione. I preti cattolici erano stati non solo trasandati, la qual cosa irrita l'amor proprio, ma eziandio scherniti, il che suole ingenerare rabbia e desiderio di vendetta. Queste cose, aggiuntovi le insinuazioni del governator Carleton, e di tutti coloro, che seguivano le parti sue, avevan fatto di modo, che i preti medesimi negavano i sacramenti a coloro, che setteggiavano per gli Americani. E siccome questa risoluzione grandemente impressionava le menti dei Canadesi, e riusciva di un notabile pregiudizio agl'interessi dei provinciali, mandarono dalla Marilandia un prete cattolico, affinchè riempisse presso i Canadesi tutti gli uffizj pertinenti alla sua religione. Ma il rimedio fu tardo; perciocchè le cose già si volgevano a manifesta rovina; e contuttochè gli Americani avessero prosperamente combattuto contro Beaujeu, gentiluomo francese di molto ardire, il quale assembrati molti nobili canadesi ed altre genti, colle quali aveva autorità, aveva fatto una testa grossa e preso il campo, tuttavia questo non bastava per riparar a quei mali, che dalla debolezza loro, e dalle ingiurie fatte agli abitatori di quella provincia erano nati. Si aggiungeva a tutto questo, che si avvicinava la stagione, nella quale gli ajuti, che si sapeva esser partiti d'Inghilterra alla volta del Canadà, dovevan arrivare, e, sciolto il ghiaccio che ingombrava la navigazione del fiume San Lorenzo, avrebbero potuto salire sino alla città di Quebec. Sarebbe stata troppo pericolosa cosa l'aspettargli con sì deboli forze. Perciò Arnold, il quale era stato di fresco tratto dal congresso brigadiere generale, faceva con piccoli apparati, ma con grand'animo, ogni sforzo per rendersi padrone di Quebec. Imperciocchè in tal caso la nimistà dei Canadesi non avrebbe potuto nuocere, se non poco, ed i soldati inglesi avrebbero trovato chiuso il passo alle parti superiori della provincia. Della qual cosa aveva egli qualche speranza. Si trovava Carleton allora con tutto il presidio a molto stretti termini ridotto per la mancanza dei viveri, che i provinciali con eguale diligenza e felicità intraprendevano per ogni dove. Non cessavan nemmeno di noiare e fastidiare la guernigione con ispesse rappresentanze di battaglie, e con nuovi stratagemmi, sperando, che per la debolezza di quella si aprisse qualche via a potersi insignorir della città. Perciò vi si erano accostati più vicino, e già avevan piantate la artiglierie sulle rive del fiume per battere il navilio del governatore, ed avevan posto mano a lavorare nelle trincee. Traevano altresì con palle roventi, e briccolavano ogni sorta di fuochi artificiati dentro la città. Ma il governatore vigilantissimo provvedeva a tutto, e non dava adito alla fortuna. Crebbero vieppiù le difficoltà, in cui si trovavano gli Arnoldesi, quando entrò nel campo loro il vaiuolo, malattia tanto grave in quei climi. Dal che ne nacque, che gli ajuti, che si aspettavano, arrivavano a stento; molti fuggivano, alcuni s'inoculavano, sicchè tra i malati ed i fuggiaschi ridotta era l'oste a pochissimi soldati. Arrivava in questo punto il general Thomas. Prima di scioglier l'assedio vollero gli Americani far l'estrema pruova, tentando di metter fuoco alle navi del governatore, e stando pronti nel medesimo tempo a dar l'assalto, se mai vi nascesse dentro qualche tumulto. Essendo il fiume lungo le rive di Quebec già libero dal ghiaccio, mandarono la notte dei tre maggio all'insù un brulotto. Apparecchiavan le scale, ed ogni cosa per l'assalto. Ma gl'Inglesi, accortisi dell'inganno, incominciarono a trarre; e gli Americani che governavano il brulotto, vedutisi scoperti, lo arsero. In questo stato di cose avendo perduto ogni speranza di poter far frutto, sia per assalto, sia per assedio, scemando ogni di più le genti nel campo sì di numero, che di coraggio, non trovandosi più nelle riposte viveri da logorare, che per tre dì, e temendo grandemente, che arrivassero in sul fatto le navi inglesi cogli ajuti, si risolvettero ad abbandonar del tutto l'impresa, e di ritirarsi verso Monreale. La mattina stessa del dì, in cui si doveva il nuovo disegno mandare ad effetto, arrivava a veduta di Quebec l'Iside, nave da guerra da 54 cannoni, con la fregata la Sorpresa, ed un altro legno minore. Queste, con eguale industria che pericolo, avevano in mezzo ai grossi ghiacci felicemente navigato dalle bocche del San Lorenzo sino alla città. Portavano alcune compagnie di ottimi soldati al soccorso. Furono questi posti incontanente a terra, e le navi fattesi padrone del fiume intrapresero del tutto la comunicazione tra le varie parti dell'esercito americano. Presero eziandio molti navilj appartenenti ai provinciali. A sì improvviso accidente entrarono questi in grandissima consternazione. Abbandonarono tosto e precipitosamente gli alloggiamenti, lasciandovi il bagagliume, le artiglierie, le provvisioni ed ogni altra sorta d'impedimenti; le quali cose tutte vennero in potere dei nemici. Gli ammalati la maggior parte di vaiuolo scampavano, come meglio potevano. I Canadesi n'ebbero pietà, e gli nascondevano qua e là. Intanto il governatore era saltato fuori e gli perseguitava. Fe' non pochi prigioni. Ma i provinciali non si rimasero, finchè non ebber fatto ben quarantacinque miglia all'insù del San Lorenzo, e, preso un poco di riposo, si ritirarono sino alle bocche del Sorel, dove vennero a congiungersi con loro quattro reggimenti. Ivi morì di vaiuolo il generale Thomas, uomo bravo assai, ed in grazia di tutti pell'integrità e valor suo. Successe nel comando Sullivan. Carleton dopo sì prospero successo, trovandosi tuttora assai debole, si rimase dal perseguitare il nemico, e ritornò a Quebec per ivi aspettar gli ajuti, ed allora saltar fuori di nuovo ad onorata guerra. Ma prima esercitò l'umanità sua molto conspicuamente. Gli Americani feriti o malati si erano nascosti nelle selve, o nelle vicine abitazioni dei Canadesi, dove provavano ogni sorta di disagi. Il governatore mandò fuora un bando, col quale ordinò, che uomini a posta ne andassero in cerca, a spese pubbliche gli curassero, ed a tutti i bisogni loro provvedessero. E perchè non temessero di scoprirsi, diè la fede sua, che tostochè ricuperato avessero la sanità, sarebbe fatta loro piena ed intiera abilità di ritornarsene liberi e franchi alle case loro.
Queste cose si facevano nell'incominciar di maggio. In sul finir del medesimo parecchj colonnelli di genti inglesi, e di lanzi di Brunswich arrivarono nel Canadà, inguisachè la forza dell'esercito britannico in questa provincia sommava a meglio di tredicimila soldati, condotti da capitani espertissimi, tra i quali tenevano il primo luogo Carleton, che guidava tutta l'impresa, Burgoyne, Philipps e Reidesel, generale tedesco di buon nome. Questi volendo convertir in prò la rotta degli Americani si consigliarono di portar la guerra nelle parti superiori del Canadà, ed anche più oltre, se la fortuna avesse dato favore ai primi conati. Determinarono adunque di far capo grosso alla Terra denominata le Tre Riviere, situata sulla sinistra riva del San Lorenzo, egualmente distante da Monreale e da Quebec. Verso quel luogo arrivavano tutte le genti loro.
In questo mezzo tempo la fortuna, la quale tanto s'era dimostrata avversa ai provinciali sotto le mura di Quebec, aveva anche la costanza loro cimentata verso Monreale per un'improvvisa fazione fatta loro addosso da una banda d'Inglesi, Canadesi ed Indiani. Occupavano i primi un Fortino situato ad un luogo detto i Cedri, alcune miglia superiormente a Monreale. Sopraggiungevano i regj, ed i Capi Beadle e Butterfield, riguardando più alla propria sicurezza, che all'onor loro ed all'utilità della patria, si arresero a patti. Vi si spedirono tosto alcune bande di rinforzo da Monreale; ma, assalite per via, furon rotte dai Canadesi e degl'Indiani, abbenchè non senza un'ostinata resistenza e molto sangue. Gl'Indiani usarono contro i cattivi ogni sorta di crudeltà. Arnold, il quale si trovava allora in Monreale, non potendo tollerare, che le armi americane fossero superate da quelle degl'Indiani e dei Canadesi, traeva fuori alla campagna i suoi, e si volgeva al lago per presentar la battaglia al nemico. Ma il capitano Forster, gli mandò dicendo, che se venisse tuttavia contro, e non consentisse ad uno scambio dei prigionieri, tutti quei provinciali che in mano sua si ritrovavano, sarebbero senz'altro posti a morte dagl'Indiani. L'Americano, costretto dalla necessità, non senza molta ripugnanza, acconsentì.
Questi eventi contrarj, ed il poco favorevole aspetto delle cose nel Canadà non potettero tanto sbigottire gli Americani, che una fazione non tentassero piena di molto ardire e di non poca difficoltà. Trovavansi le forze inglesi, e brunswicchesi molto disperse e lontane l'une dall'altre. Un grosso corpo aveva i suoi alloggiamenti alle Tre Riviere sotto l'imperio del generale Frazer; un altro, il quale obbediva agli ordini del generale Nesbit, stava sulle navi da carico; ed in fine la banda più numerosa guidata dai generali inglesi Carleton, Burgoyne e Philipps, e dal tedesco Reidesel, divisa in più schiere, stanziava più sotto qua e là sulla via di Quebec, parte sulla riva e parte sul fiume. Alcune altre barche piene di soldati avevano già oltrepassato le Tre Riviere più in su verso il Sorel. Entrarono gli Americani in grande speranza di poter sorprendere e tagliare a pezzi quella schiera inglese, la quale occupava le Tre Riviere, prima che le altre potessero in soccorso loro venire. Fatta la risoluzione, Sullivan ordinò al generale Thompson, che montato con duemila soldati su cinquanta battelli, che a simili usi tenevano apparecchiati, scendesse il fiume. Thompson montato sulle navi andò costeggiando la destra riva del lago di San Pietro, dove il fiume si dilata in una considerabile larghezza, ed arrivò, senza essere osservato, al Nicolet, Terra situata sulla medesima riva del San Lorenzo un poco più superiormente alle Tre Riviere, che si trovano sulla sinistra. L'intendimento dei provinciali era di traversar il fiume di notte tempo, e sbarcati sulla sinistra riva a nove miglia al di sopra delle Tre Riviere, marciar la notte, ed arrivar sopra l'inimico prima che si facesse giorno. Ma trattenuti da molti impedimenti non pensati, non potettero arripare dall'altra parte, se non se a levata del dì. Procedevano ciononostante con incredibile celerità verso le Tre Riviere, allorchè, ingannati dalle guide, si sviarono. Ritornati, camminavano di nuovo. Le strade eran difficili. Intanto s'era alzato il dì, e non tardaron ad esser veduti dai nemici che stavano sulle navi. Diedero questi tosto nei tamburi, e spedirono con grandissima prestezza a dar avviso della cosa al generale Frazer. Gli Americani, vedutisi scoperti, davano anch'essi all'armi, e si affrettavano il meglio che potevano. Arrivarono verso le nove della mattina presso le Tre Riviere, che già il nemico stava in armi ed in ordinanza. Ne seguì un'avvisaglia, dove avendo fatto gli Americani cattiva pruova, e rotti di leggieri gli ordini loro, si diedero alla fuga. Contuttociò si rannodarono. Ma già la giornata era perduta, e non si poteva ricuperare. Nesbit, fatto sbarcare i suoi, assaliva gli Americani alla coda. Si dissolvevano essi, e ciascuno cercava di per sè, e senza nissun ordine serbare, la propria salute nelle vicine selve. Incalzati instantemente da fronte da Frazer, che traeva colle minute artiglierie, e noiati alle spalle da Nesbit, che impediva loro il ritornare ai battelli, ricevettero grave danno al passo di una palude. Riusciti finalmente con incredibile fatica dall'altra parte, s'inselvarono talmente, che gl'Inglesi cessaron di perseguitarli. Raccozzatisi gli Americani, e ritrattisi di nuovo sulle navi se ne tornarono al Sorel. Perdettero in questo fatto molti prigionieri, tra i quali lo stesso generale Thompson ed il colonnello Irwin con molti altri uffiziali di conto. Ebbero pochi uccisi. Delle truppe reali pochi furono i feriti, e pochissimi i morti. Cotale esito ebbe il fatto d'armi delle Tre Riviere, il quale, se fu deliberato con maturità, ed incominciato con ardire, fu certamente con imprudenza continuato; poichè, siccome il successo dell'impresa dipendeva al tutto dall'arrivar di notte, e dal fare un impeto improvviso, così dovevano gli Americani, quando si accorsero di non poter giungere, che dopo fatto dì, e molto più ancora, quando il nemico si era risentito, rimanersene, e, posta giù ogni speranza, ritornarsene là, donde eran partiti.
Le genti americane, sbigottite dall'infelice successo delle cose e trovandosi deboli, pensarono al ritirarsi; le inglesi per lo contrario gagliarde, ed incorate dalla vittoria si determinarono ad usarla con ogni prontezza. Perciò avendo fatta la massa alle Tre Riviere procedettero, quattro giorni dopo il fatto d'arme, verso il Sorel parte per la via di terra, e parte per quella del fiume; nel quale luogo arrivarono, quando gli Americani impotenti al resistere, dopo di avere sfasciate le batterie, e portate via le artiglierie e le munizioni, l'avevano poche ore innanzi abbandonato. Quivi i generali inglesi dividevano l'esercito in due schiere, delle quali la destra pel fiume doveva andare ad impadronirsi di Monreale, e poscia, valicato quello a Longueil, e traversato quel tratto di paese, che è compreso tra il San Lorenzo, ed il Sorel, congiungersi sotto il Forte di San Giovanni colla seconda, la quale guidata da Burgoyne doveva perseguitar il nemico pel fiume sino a quella medesima Fortezza, alla quale intendevano o di dar l'assalto o di por l'assedio. Credevano, che gli Americani si sarebbero rattestati a San Giovanni. Arrivarono tosto i primi a Monreale, ed entrarono senza contrasto nella città, avendo la sera precedente gli Americani, condotti dall'Arnold, questa e tutta l'isola abbandonato. Intanto Burgoyne colla sua schiera procedeva pel Sorel verso San Giovanni molto cautamente, essendo il paese sospetto, e temendo di qualche insidia. Gli Americani parimente si ritiravano con molta circospezione, non volendo dar luogo al nemico di opprimergli con qualche improvvisa fazione, e salvar le bagaglie, le quali portate dalle navi sul fiume seguitavano l'esercito. Infine Arnold arrivò sano e salvo a San Giovanni, e si ricongiunse con Sullivan. Ma quivi alienissimo dal combattere, conoscendo il disavvantaggio, guastato prima ogni cosa, arse le baracche, sfasciato il Forte, si ritirò sicuramente sotto la Fortezza di Crown-point. Burgoyne nol potè seguitare per esser distrutto tutto il navilio. Quantunque questa ritirata non sia stata del tutto senza confusione, fu però essa, se si eccettuano i danni ricevuti alle Tre Riviere ed ai Cedri, senza perdita notabile nè d'uomini, nè d'armi, nè di munizioni, nè di bagaglio. Non tralasciò Sullivan in mezzo a tanti pericoli alcuna parte del suo debito, al quale il congresso rendette poscia per questo fatto pubbliche ed immortali grazie. Qui si fermarono i disegni degl'Inglesi; imperciocchè avevano gli Americani per la ritirata loro sino a Crown-point messo in mezzo tra loro ed il nemico tutta la lunghezza del lago Champlain, del quale pel numero delle navi armate, che vi avevano in pronto, erano padroni. Nè gl'Inglesi potevano sperare di procedere più oltre per la via del lago verso ostro, se prima apparecchiato non avessero un navilio più potente di quello, di cui erano i provinciali forniti; ed inoltre bisognava fabbricar molte piatte per servir ai trasporti degli uomini, delle armi e delle munizioni di un tanto esercito. E quantunque di già sei grossi vascelli armati fossero stati portati dalla Gran-Brettagna a quest'uopo, le cascate del fiume Sorel presso Chambly rendevano il passaggio loro verso il lago, se non impossibile, certo molto difficile. L'opera poi di construr le piatte era di non poca difficoltà, e si ricercava assai tempo. Fecero adunque gl'Inglesi fine alla loro perseguitazione, e gli Americani ebbero tempo a prepararsi con nuove difese contro gli assalti di un nemico potente ed esercitato. In tal modo fu fatto nodo nella gola agli Americani da questa spedizione del Canadà, dalla quale sì grandi vantaggi avevano sperato. Ma fu essa, o per l'inesperienza, per gl'impedimenti soliti a nascere nei governi nuovi, e tumultuarj, incominciata, quando in quelle fredde regioni era già troppo tarda la stagione; non fu coi debiti mezzi, nè colle necessarie provvisioni continuata, e si perdette con una insolenza militare nuova l'antica amicizia dei Canadesi, la quale alla somma delle cose era, non che necessaria, indispensabile. Certo è però, che, se questa impresa fosse stata con prudenza ed efficacia governata eguali all'ardire, col quale era stata incominciata; o seppure solamente non avesse la fortuna in sì grave frangente troncato il filo della vita del Montgommery, ne avrebbero avuto gli Americani una compiuta vittoria. Ma la fortuna non sempre favorisce gli audaci; nè gli audaci sanno sempre bene usare la fortuna. Ne nacque forse per altro da questa fazione del Canadà un insigne errore nel modo di amministrar la guerra dal canto del governo e dei capitani britannici, dal quale solo derivarono la inutilità di tutti gli sforzi loro contro l'America, e la perdita totale dell'impresa. Conciossiachè la correria degli Americani nel Canadà fu forse la prima cagione, che indusse il governo inglese a voler fare una testa grossa in questa provincia, e così dividere l'esercito suo in due parti; una che puntar dovesse dal Canadà pei laghi contro le parti diretane delle colonie, e l'altra che le assalisse di fronte sulle coste. E non è inverisimile, che se in luogo di due avessero gl'Inglesi fatto un esercito solo, avrebbe la guerra un diverso, e forse contrario fine sortito da quello, ch'ella ebbe in effetto.
Il congresso decretò in onore di Riccardo Montgommery, uomo presso gli Americani di laudatissima memoria, si procacciasse da Parigi, o da qualche altro luogo della Francia un monumento con una accomodata inscrizione tramandatrice a' posteri delle virtù e dell'eroiche doti dell'animo suo. Così il congresso coll'esempio di quella dei morti stimolava la virtù dei vivi; e generalmente si può dire, che, siccome per l'ordinario gli autori delle rivoluzioni dei popoli più volentieri e più spesso adoperano i tristi, che i buoni, sia perchè, quelli sono i primi a far maggior rombazzo, o sia perchè, lasciandosi essi solamente guidare all'interesse proprio, più pieghevoli e più arrendevoli sono, che non gli altri alle voglie di coloro che governano, così il congresso americano, la via tutta contraria seguendo, più adoperava e più onorava i buoni che i tristi. Che poi questi ultimi ai tempi della rivoluzione in America più che altrove fossero radi, e gli altri più copiosi, noi non ardiremmo di affermare. Bene ci pare, che, se non mancarono presso gli Americani di quei tempi i vizj procedenti dalla cupidigia del guadagno in sul mercatare, non abbondaron però quelli, che hanno la origine loro nel lusso, nella lussuria e nell'ambizione di soprastare. Nè era ancora appo i medesimi venuta meno l'autorità della religione, o si era la medesima corrotta; nè giunto l'annuale di lodar a scandalo i vizj, o di burlarsi della virtù. Nè a minor ammirazione alle virtù di Montgommery si levarono le menti inglesi, che le americane. Nel Parlamento stesso i più acconci oratori tanto di bene e di lode ne dissero, che gli scrittori delle antiche storie non fecero di vantaggio verso i più riputati uomini dell'antichità. In ciò andarono a gara il colonnello Baré, che con parole orrevoli e molto dogliose lamentò la sua morte; Burke e Fox, il quale giovanissimo, com'egli era, dava saggio già fin d'allora di quell'uomo, ch'egli era, e che poi fu. Lord North gli riprendeva agramente, dicendo: che non era da comportarsi, che tante lodi date fossero ad un ribelle. Concedeva egli, essere stato Montgommery prode, capace, umano, generoso; ma contuttociò stato essere un prode, capace, umano, e generoso ribelle. Citò poscia quel verso dell'Addisson nel Catone, che significa: Maledette le sue virtù, che soggiogato hanno la sua patria! Al che rispose con bellissimo porgere Fox; che poco si curava egli di purgare l'eccellente personaggio dalla nota di ribelle testè datagli; perciocchè non era essa un certo segno di disonore. I grandi stabilitori della libertà, continuava, i salvatori della patria loro, i benefattori dell'umano genere sono stati in tutte le età chiamati ribelli; e che quella costituzione stessa, per la quale avevan essi la facoltà di potere in quella Camera sedere, da una ribellione si doveva riconoscere. Aggiunse quei versi del principe dei poeti latini: Sunt hic etiam sua proemia laudi, Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt.
Ma ritornando ora, dove ci richiama l'ordine della storia, le disgrazie del Canadà furon compensate dai prosperi successi ottenuti sotto le mura di Charlestown nella Carolina Meridionale. Avevano i ministri determinato di fare un grande sforzo contro le colonie meridionali; perciocchè si erano dati a credere, e non senza ragione, che in quelle più che nelle settentrionali fossero frequenti gli amici all'Inghilterra, i quali non avrebbero tralasciato di mostrarsi vivi, tostochè l'esercito del Re fosse comparso gagliardo su quelle coste, o fatto si fosse padrone di qualche posto d'importanza. Speravano allora coll'aiuto dei leali, e colle proprie forze di potere il pristino ordine di cose ristabilire in queste province; e che dalle medesime sarebbero corsi da fianco a danno di quelle del miluogo e delle settentrionali, le quali assalite da un grosso esercito alle spalle dalla parte del Canadà, e da un altro egualmente forte da fronte verso la marina, non avrebbero potuto far resistenza, e sarebbe convenuto agli Americani stare a posa, ritornando all'antica obbedienza. Intendevano, che si facesse impeto primamente, siccome più debole dell'altre, nella Carolina del Nort, e quindi voltare le armi contro la Carolina Meridionale e contro la Virginia secondo l'inclinazione delle cose. Quindi è, che l'armata che doveva trasportar le soldatesche destinate a questa fazione, era partita dai porti d'Inghilterra e d'Irlanda prima dell'altre, e che il generale Clinton, il quale con un'altra buona mano di genti doveva dalla Nuova-Jork venire a congiungersi coi nuovi ajuti, era già arrivato al capo Fear dopo di aver tentato invano la Virginia. Ma dall'un canto l'impazienza dei leali della Carolina Settentrionale nell'aver voluto sorgere prima del tempo aveva guasto l'impresa e prodotto la rovina loro. Dall'altro i venti contrari e le burrasche avevano contro ogni aspettazione tanto ritardato il corso dell'armata, la quale sotto gli ordini dell'ammiraglio Peter-Parker veleggiava alla volta del capo Fear, che non potette arrivarvi, se non molto spazio dopo il convenuto e sperato tempo, ed allorquando i leali erano già stati oppressi, e quando gli abitanti dell'una e dell'altra Carolina stavano non solo avvisati, ma già avevano fatto tutti i provvedimenti alla resistenza. Certa cosa è, che, se i leali della Carolina del Nort avessero qualche tempo indugiato prima di prorompere, o che il mare fosse stato più propizio agl'Inglesi, le cose del congresso avrebbero portato verso ostro grandissimo pericolo. Arrivarono verso il finire d'aprile od il cominciar di maggio al capo Fear le navi di Peter-Parker con molte genti da sbarcare, e coi generali Cornwallis, Vaughan ed alcuni altri, dove si congiunsero col Clinton, il quale, siccome anziano, ebbe il governo di tutta l'impresa. Per la ostinata resistenza dei Virginiani, e per le disgrazie che testè afflitto avevano i Caroliniani del Nort volti a favor dell'Inghilterra, non si poteva sperar di far frutto alcuno in queste due province, e non vi rimaneva altro buon partito fuori di quello di voltarsi contro la Carolina Meridionale. Nel che si aveva anche questo vantaggio, che una volta superata e presa la città di Charlestown si avrebbe avuto agevolmente l'entrata aperta all'acquisto di tutta la provincia, impauriti i popoli dalla perdita della capitale, ed essendo piana ed esposta alle correrie di un nemico attivo e disciplinato. Nè si poteva credere, che l'impadronirsi di Charlestown fosse opera molto difficile, essendo questa città posta sulla costiera. Fatta la risoluzione, si apparecchiarono gl'Inglesi ad eseguirla. Ma i Caroliniani non erano stati oziosi nel procurar le difese, tanto per tutta la provincia, quanto particolarmente per la città. Avevano i Capi del popolo, siccome abbiam già notato, molto affortificato l'isola di Sullivan, lontana a sei miglia da quella punta di terra, che vien formata dalla congiunzion dei due fiumi Ashley e Cooper, sulla quale siede la città di Charlestown. Quest'isola è sì vicina al canale pel quale si va a Charlestown, che da essa coi tiri delle artiglierie si possono danneggiar le navi, che tentassero di passare. Il Forte Moultrie stato era armato con trentasei pezzi di grossa artiglieria e ventisei di minore. Il Forte stesso poi era costrutto con una sorta di legno del paese, che gli abitanti chiamano palmetto, ed è sì spugnoso e sollo, che l'impeto delle palle vi si rompe dentro, e se fan buca, non fan rovina. Si chiamarono con grandissima sollecitudine le milizie da tutta la provincia alla difesa della città. Nello spazio di pochi giorni il presidio sommava a seimila soldati, se non disciplinati, certo molto ardenti. Il reggimento stanziale della Carolina Meridionale fu mandato a presidiar il Forte Johnson, situato sull'isola James, distante a tre miglia da Charlestown, dal quale si poteva trarre a gittata nel canale. Il secondo e terzo reggimento occupavano l'isola di Sullivan, il secondo, di cui era colonnello Guglielmo Moultrie, il Forte, il quale poi dall'onorata difesa ch'ei vi fece, fu chiamato col suo nome. Le altre genti pigliarono i posti più opportuni; le contrade prossimane alle acque abbarrate, i fondachi sulla riviera atterrati, e nuove trincee construtte a riva. Nissuno vi era, che non avesse dato di mano o all'armi, o alla pala, o alla marra. I Neri, che si eran fatti venire dalla campagna, secondavano mirabilmente i Bianchi nell'affortificar la città. Il generale Lee, nel quale i popoli avevano grandissima fidanza, era capitano generale di tutte le genti; e se gli altri erano ardenti, nissuno dubiti ch'ei nol fosse molto più. La rabbia, che da lungo tempo aveva concetto contro il governo inglese, l'amor della gloria ed il voler riuscire all'aspettazione universale attizzavano continuamente quell'animo già di per sè stesso smisurato. Rutledge, uomo di grandissima dependenza nella provincia, si affaticava anch'esso moltissimo per animare i popoli alla difesa. Il suo esempio e le esortazioni sue facevano mirabili effetti. Ognuno stava con grand'animo e con non minore speranza ad aspettar l'assalto. Intanto arrivava la flotta britannica, e sorgeva in sull'ancore a tramontana dell'isola Sullivan. Le navi armate in guerra erano il Bristol e lo Sperimento di cinquanta cannoni, quattro fregate, l'Attiva, l'Atteone, il Solebay, e la Sirena di 28, la Sfinge di 20, l'Amicizia di 22, e due altri legni minori da otto, tra i quali una detta il Fulmine, nave da bombarde. Cosa di somma difficoltà era il valicare lo scanno per entrar nel canale di Charlestown, massimamente pei vascelli più grossi. E non fu senza gran fatica, che gl'Inglesi riuscirono a far entrare il Bristol e lo Sperimento, quantunque alleggeriti gli avessero col tor via le artiglierie e le altre cose da carico. Diedero nonostante nelle secche, e fecero vista di rompersi; ma la perizia degli uffiziali inglesi la perseveranza dei marinari gli preservarono. Si apparecchiavano gl'Inglesi a dar la batteria al Forte Moultrie, per poter, superato quello, andar sopra la città sicuramente. Quivi il generale Clinton mandò fuori un cartello o bando, il quale per mezzo di un trombetto introdusse nella città, e col quale rammemorando il sovvertimento di ogni ordine civile, che nella Carolina esisteva, e la tirannide stabilita nelle mani dei congressi, delle congregazioni e simili altri maestrati insoliti e contrari alla britannica costituzione, ammoniva, prima di procedere alle estremità, e scongiurava i Caroliniani, ritornassero all'antica obbedienza, e con pacifici modi la vendetta di una nazione irritata e potente allontanassero. Offeriva nello stesso tempo il perdono a tutti quelli, che, poste giù le armi, si sottomettessero. Questo bando riuscì del tutto inutile. I generali inglesi per impadronirsi del Forte di Moultrie avevan disegnato di operar in tal modo, che mentre le navi lo assalivano da fronte colle artiglierie, una grossa banda di soldati inglesi, i quali a questo fine si erano sbarcati nell'Isola Lunga, situata a levante di quella di Sullivan, avrebbe traversato lo stretto braccio di mare, che l'una dall'altra divide, e che si credeva facilmente guadoso, e venuta sull'ultima avrebbe assalito il Forte alle spalle per la parte di terra, dove le difese erano molto deboli. Tanta era l'opportunità di questo disegno, che l'istesso Lee, dubitando dell'esito, opinava, si votasse il Forte, e si attendesse solamente alla difesa della città. Ma gli uomini di Charlestown, i quali temevano fuori di misura le bombe, si risolvettero a voler tentare ad ogni modo la difesa del Forte. Essendo ogni cosa in pronto dall'una parte e dall'altra, la mattina dei 28 giugno la nave il Fulmine, protetta da un altro legno armato, andò a pigliar posto, e cominciò a gettar bombe dentro il Forte, mentre la restante armata si faceva avanti. Verso le undici il Bristol, lo Sperimento, l'Attivo ed il Solebay attelatisi di fronte incominciarono a trarre furiosamente contro il Forte. La Sfinge, l'Atteone, e la Sirena andarono a fermarsi verso ponente tra la punta dell'isola Sullivan, e la città, parte per poter colle artiglierie strisciar all'indentro le fortificazioni, e parte per impedir la comunicazione tra l'isola e la terraferma; la quale cosa avrebbe dall'un canto impedito la ritirata alla guernigione, e dall'altro i soccorsi di uomini e di munizioni, che le si sarebbero potuti mandare. In questo modo si proibiva ancora ai Caroliniani di potere con brulotti ed altri ingegni militari disturbar l'assalto. Ma questo disegno per l'imperizia dei piloti riuscì vano. Le tre navi diedero nelle secche su d'un renaio chiamato Middle-Grounds, e quantunque per l'incredibile industria dei marinari, e non senza grave danno, due ne fossero di nuovo tratte a galla, ciò non di meno non potettero eseguire l'intento dei capitani, sia perchè l'ora era divenuta tarda, sia perchè pel danno ricevuto non potettero convenientemente ritirarsi. L'Atteone arenò, e l'indomane fu arso. In questo mezzo la battaglia si era sboglientata orribilmente tra le altre quattro navi ed il Forte, il Fulmine dopo di aver gettato meglio di sessanta bombe, si trovò talmente danneggiato, che cessò il trarre. Ma le altre continuavano; e se gagliardo fu l'assalto, non fu meno forte la difesa. Gli Inglesi stessi ebbero ad ammirare l'americano valore in quest'ostinato conflitto. La guernigione, che consisteva solamente in pochi soldati di ordinanza e alcuni di milizia con incredibile audacia insisteva, cosa, che non si sarebbe potuta credere così facilmente in quelle genti, pressochè nuove sui cannoni, nonostante l'assalto terribile degl'Inglesi. Traevano gli Americani di proposito deliberato, ed imberciavano i nemici a sesta. Le navi inglesi ne ricevettero infinito danno, e molti valorosi soldati ne furono uccisi. Il Bristol più di tutti, essendovisi rotte le stacche del cavo, fu esposto per qualche tempo alle palle nemiche talmente, che ne fu vicino ad esser rotto e fracassato del tutto. Il capitano Morris, che lo padroneggiava, toccate molte ferite, e morti quasi tutti i suoi, che si trovavano sul ponte, rimasto pressochè solo non voleva consentire lo portassero sotto, finchè una palla gli levò una gamba, ed allora fu tolto via senza speranza di vita. L'Ammiraglio stesso Peter-Parker rilevò una contusione. Lord Campbell, quegli stesso, ch'era stato governatore della colonia toccò una ferita, della quale qualche tempo dopo morì. La perdita del presidio fu di niun rilievo. Intanto si rallentò prima, e poscia cessò affatto il trarre degli Americani; perciocchè eran venute loro meno le munizioni; la qual cosa diè per un tempo agl'Inglesi la speranza della vittoria. Ma, ricevutone altre, rinfrescaron la battaglia colla medesima furia che prima. Durò essa sino alle sette della sera, allorquando, accorgendosi gl'Inglesi che facevan poco frutto, avendo le navi loro guaste e sconquassate, e non vedendo comparire i loro dalla parte dell'Isola Lunga, dopo d'aver fatto l'estremo di lor possa, si risolvettero ad abbandonar l'impresa. Avrebbero voluto i generali Clinton e Cornwallis traversare il braccio, che le due isole Sullivan, e Lunga tra di loro disgiunge, e venuti sopra la prima, assalire il Forte Moultrie alle spalle, come era stato il disegno. Ma le acque, siccome fu scritto, si trovarono contro ogni aspettazione sì profonde, che non fu fattibile il valicarle. E da un'altra parte, quando anche quest'intento loro avessero ottenuto, avrebbero probabilmente incontrato sulle rive dell'Isola Lunga sì duro intoppo, che rimasti non ne sarebbero in capitale. Conciossiacosachè il colonnello Thompson con trecento dei primi feritori del suo reggimento, il colonnello Clarke con dugento regolari della Carolina Settentrionale, ed il colonnello Horry con dugento uomini delle bande paesane della Carolina Meridionale, e la compagnia dei corridori di Racoon con alcune bocche da fuoco avevan pigliati tutti i posti sull'estremità a levante, e diligentemente gli guardavano. E' pare, che piuttosto le difese apparecchiate dagli Americani, che la difficoltà del guado, abbia impedito i generali inglesi dal tentare il passo; poichè ei non si può credere, che uffiziali esperti, come questi erano, si siano rimasti per ben nove giorni nell'Isola Lunga, senza sperimentare, qual fosse la profondità dell'acque, ed accertarsi, se esse erano guadose, o no, molto tempo prima della battaglia. Nè meglio si può restar capace, come sia addivenuto, che, veduto gl'Inglesi, che o le acque dello stretto non si potevano valicare, o che gli Americani sull'isola Sullivan erano talmente forti ed affortificati, che non si poteva sperare di sloggiarli, si siano rimasti tuttavia nell'Isola Lunga, e non abbiano fatto la risoluzione di trasportare sulle barche, che avevano in pronto, le genti loro, ed in qualche altra parte dell'isola Sullivan isbarcarle. Certo sonvi nati in questo fatto molti accidenti, dei quali non si può chiaramente conoscere la ragione. Checchè di questo pensar si debba, gl'Inglesi, fattosi notte, si ritirarono, e la mattina del domane le navi loro tutte eran già lontane a due miglia dall'isola. Alcuni giorni poi, rimbarcate le genti, si avviarono alla Nuova-Jork, dove si aspettava anche con tutto l'esercito, ingrossato dai freschi aiuti venuti d'Inghilterra, il generale Howe. In cotal modo si terminò l'assalto dato dagli Inglesi al Forte Moultrie, e le cose della Carolina furono poste per allora in sicuro stato. Il Forte fu poco danneggiato, sia perchè le palle volarono troppo alte, sia perchè la spugnosità delle legna, colle quali era costrutto, aveva diminuito l'effetto loro. In questa battaglia furon notati alcuni fatti da parte degli Americani, che dimostrarono una grandissima ostinazione, e non sono soliti a manifestarsi, se non se ai tempi delle rivoluzioni politiche degli Stati, allorquando gli animi sono a molto ardore concitati. Si ricordò, che un Jasper, sergente in una compagnia di granatieri essendo stata rotta l'asta dello stendardo americano, il quale sventolava in sul Forte, e questo caduto a terra, saltasse giù, e presolo ed attaccatolo al frugatoio d'un cannone, e tenendolo in mano montasse di nuovo sul parapetto, e nel suo luogo il ricollocasse, quantunque attorno di lui molto frullassero le palle del nemico, che contro gli traeva a pruova. All'indomani il presidente Rutledge lo presentò con una spada, commendandolo molto, e pubblicamente. Il sergente Macdonald ferito mortalmente, e già essendo vicino al fine della sua vita, non cessava di gridar ai suoi, combattessero, stessero fermi nella difesa della patria e della libertà. Questi esempj si ricordavano con molta lode, e con ornate parole nei diarj, che si stampavano, e nelle brigate sì private che pubbliche. Per questi prosperi successi i pensieri, ed i desiderj degli Americani si accendevano maggiormente. Avendo i Caroliniani conosciuto per pruova, di quanta utilità fosse riuscito il Forte Moultrie, e da un'altra parte di quanta difficoltà fosse il mandarvi rinforzi per causa del mare, risolvettero di congiungere con un ponte l'isola Sullivan colla terraferma. Questa insigne e difficile opera fu condotta a buon fine dal generale Gadsden, zelatore grandissimo della libertà, ed uno degli uomini più riputati della provincia. Il congresso rendette con solenne decreto pubbliche grazie al maggior generale Lee, al colonnello Moultrie, al colonnello Thompson, ed a tutti gli uffiziali e soldati, che avevano combattuto con sì mirabile coraggio, e con tanto amore della patria loro in quell'ostinata battaglia.
A questo tempo si trovava l'America in una strana, e non mai più veduta condizione costituita. La guerra, che durava già fin più d'un anno, e che con tanta rabbia si esercitava, era contro un Re diretta, al quale si protestava tuttora di voler prestare obbedienza; e quegli stessi, i quali tutti quegli atti commettevano, che alla ribellione si appartengono, non volevano esser chiamati ribelli. Nei tribunali si amministrava la giustizia in nome del Re, e nelle chiese si pregava per la conservazione e prosperità di quel Principe, l'autorità del quale non solamente era cessata del tutto, ma ancora contro la quale si combatteva con incredibile ostinazione. Si andava dichiarando, che si voleva ritornare all'antica obbedienza, ed alla primiera forma del governo regio, mentrechè in fatti già da lungo tempo i popoli vi si reggevano a repubblica. Si diceva di voler arrivare ad un fine, quando tutti quei mezzi si usavano, che ad un altro tutto contrario la cosa pubblica avviavano; nè mai in alcun'altra occasione di rivolgimenti di Stati si era osservata tanta discordanza tra le parole ed i fatti, come in questa. Questo stato di cose non era tale, che potesse lungamente durare; e se il volgare si persuadeva, che la vittoria potesse far piegar il governo alla condescendenza, ed alla passata concordia condurre l'America coll'Inghilterra, i più savj, ed i più prudenti cittadini si accorgevano benissimo, che la ferita era diventata insanabile; e che invano si sperava di poterne agli antichi termini ritornare. Imperciocchè sapevano bene, che l'orgoglio induceva nel governo inglese una grande ostinazione, e le vittorie, che gli Americani avrebbero in tutto il corso della guerra potuto acquistare, per la natura stessa delle cose non potevano esser tali, che fossero abili a far nascere in quel governo un timor lontano, non che vicino circa la propria esistenza; la qual cosa sola lo avrebbe potuto far calar agli accordi. Esercitavano di necessità gli Americani la guerra difensiva, e presupposto anche, avessero la vittoria compiuta contro gli eserciti britannici, avrebbe nonostante la Gran-Brettagna potuto rinnovare un'altra volta la guerra. Nè la perdita sola del commercio poteva il governo indurre a concedere ai coloni le condizioni, che domandavano, esercitandosi esso con tanta frequenza in tutte le altre parti del mondo. Oltrechè si sa da tutti, che le grosse armate producendo negli uomini la sicurezza, sono le vere sorgenti, e le guide del commercio; e che quella nazione, che è più delle altre forte in sull'armi navali, avrà sempre più di tutte il commercio ricco e fiorente. Nè si dee tralasciar di dire, che quantunque in nome si combattesse tra la monarchia meno temperata, e la monarchia più larga, infatti però era venuta la contesa tra la monarchia, e la repubblica; nel qual caso non potevano altro sperar gli Americani, che una intiera independenza e libertà, od una intiera dependenza e servitù. E giacchè a tali termini eran ridotte le cose, nissuno, che avesse fior d'ingegno o pratica delle cose del mondo, non vedeva, che il levarsi la maschera dal viso, ed il discoprirsi, dichiarando apertamente qual fosse il fine, al quale intendevano gli Americani di arrivare, era per essi diventato un partito non solo utile, ma necessario. Stantechè per questo non si accrescevano i pericoli, nè si peggioravano le condizioni; ma per lo contrario si ottenevano presentemente molti vantaggi, e se ne potevano sperare maggiori per l'avvenire. I consiglj loro ne sarebbero diventati più risoluti; della qual cosa nissuna è più utile per la felicità dell'imprese; ed i soccorsi esterni si sarebbero più facilmente potuti ottenere. Poichè ognuno vedeva, che, chiarita l'independenza, e protestatosi una volta dagli Americani, che non mai, nè sotto qualsivoglia condizione ritornati sarebbero all'obbedienza verso l'Inghilterra, sarebbersi fatti più ostinati nelle difese. E perciò essendovi minor pericolo che si accordassero, i principi esterni avrebbero più facilmente la causa loro abbracciata. E forsechè l'Inghilterra stessa per l'orgoglio ed alterigia sua avrebbe avuto minor ripugnanza, nel caso che gli eserciti suoi avessero fatto la guerra infelicemente, a trattar cogli Americani, come con una nazione franca ed independente, che al conceder loro quelle condizioni, le quali erano appunto la prima cagione ed il soggetto della discordia; conciossiachè il più amaro fine di una guerra, quello sia di dover rimettere al nemico quell'oggetto stesso, ch'era venuto in contesa. Per tutte queste cagioni la via, che dovevan gli Americani tener per arrivare a buon fine, non era a niun modo dubbia, nè il congresso l'ignorava. Ma, se utile cosa era stimata, non era meno opportuna, e tutti i circostanti accidenti parevan dar favore alla presente deliberazione. Le armi felicemente usate nel Massacciusset, nella Virginia e nella Carolina Meridionale, province tanto principali, la prosperità delle prime fazioni loro sul mare, e l'abbondanza delle prede fatte sul nemico dai corsali loro davano più che probabile speranza, che gli Americani avrebbero seguitato tutto ciò, che il congresso avesse deliberato. Il terrore delle armi inglesi per quei primi prosperi fatti era negli animi loro scemato maravigliosamente, la confidenza nelle proprie molto accresciuta, il consenso dei popoli confermato; e l'infelicità dei primi tentativi dei leali aveva questi sbigottiti, ed indotto nei libertini la opinione, ch'essi capaci non fossero a tentar alcun moto d'importanza. Ma, se erano impotenti i leali ad ingenerar temenza dell'armi loro, andavano però in questo medesimo tempo facendo congiure, le quali inasprivano grandemente i libertini, ed a maggior odio gli concitavano contro di quel governo, che non contento ad usar la forza, prezzolava ancora, come si credeva, gl'incendiarj e gli omicidi, perchè contro di quelle innocenti città, e contro i cittadini virtuosissimi le orribili arti loro esercitassero. Alcuni leali della Nuova-Jork prezzolati, e messi su, come si divulgò, dal governator Tryon, si erano congiurati ad arrestare, e fors'anche ammazzare il generale Washington e gli altri principali uffiziali, appiccare il fuoco ai magazzini, e pigliare i passi alla città nel momento, in cui le armate britanniche, come si aspettava, sarebbero venute sopra quella. Scoperta la cosa, molte persone, che si erano mescolate nella congiura, furon sostenute, tra le quali due guardie del generale, e lo stesso suo fattore. Alcuni furono giustiziati. L'aver voluto incendiar una sì nobil città, e por le mani nel sangue d'un uomo, al quale portavano i popoli tanta reverenza e tanto amore, eccitò a grandissima rabbia i libertini, sicchè vennero in maggior desiderio di separarsi da quel governo, che secondo l'opinione che avevano, dava le paghe a questi scelerati sicarj. L'Inghilterra stessa colle sue pubbliche risoluzioni aveva dato grand'incentivo a sì fatta determinazione. La concione dal Re fatta in cospetto del Parlamento aveva persuaso agli Americani, che nulla si voleva rimettere del rigore concetto contro di loro, e che formidabili apparecchiamenti di guerra fare si dovevano. Le discussioni poi e le risoluzioni del Parlamento gli fecero accorgere, quanto fosse debole l'autorità di coloro, che in questo la parte degli Americani difendevano. Ma per la risoluzione dei quindici maggio, colla quale si davano in preda le proprietà americane, sì pubbliche che private, a tutti coloro, ai quali il destro sarebbe venuto di pigliarle, erano venuti gli Americani in credenza, che non solo si volessero contro di sè medesimi usare gli estremi dell'ostilità, ma ancora, che non si volesse con elli fare a buona guerra; che s'intendesse, dovessero cessare a riguardo loro tutte quelle leggi, che in mezzo alle nazioni europee scemano, per quanto possibile sia, i mali della guerra, ed inducono qualche sembianza di civiltà per fino in mezzo alle stragi ed alle rapine. Credettero che contro di essi volesse il governo inglese esercitare non che la guerra, la piratica ed il ladroneccio. La qual cosa se non si poteva aspettare da una nazione esterna, che nemica fosse, molto meno comportare lo potevano nei proprj concittadini; e se gl'Inglesi con questo inusitato modo di procedere erano diventati agli occhi loro più che nemici, così volevano gli Americani diventare ai medesimi meno che concittadini. La benevolenza prodotta dalla congiunzion del sangue, e l'unione dello Stato non possono più continuarsi là, dove non solo sono cessate le leggi e gli usi, che corrono fra le nazioni amiche, ma perfino quelli, che durano tuttavia in mezzo alle più crudeli discordie tra le civili nazioni; e se all'uso dei Barbari intendeva la Gran-Brettagna di esercitar la guerra contro l'America, questa doveva di necessità adoperare, come se fosse una nazione esterna. L'aver poi l'Inghilterra condotto a' soldi suoi, e mandati ai danni dell'America i soldati mercenarj della Germania, i quali si rappresentavano agli occhi dei coloni, come gente da ogni umanità lontana, aveva in questi una incredibile alterazione prodotta. Credevano, non potersi più tenere in luogo di padri coloro, che contro i proprj figliuoli sì crudeli esecutori delle volontà loro inviavano. Questi sono, dicevano, i commissarj, i forieri della pace, che manda all'America l'Inghilterra, gli Essiani, i Brunswicchesi, ed i Waldecchesi (imperciocchè un altro trattato di sussidj avevano i ministri concluso col principe di Waldech). Gli ammazzamenti, le rapine e le implacabili ire di questi prezzolati Tedeschi, come pure anche quelle dei crudeli Indiani sono gl'istrumenti, coi quali spera il governo inglese di vincere la costanza nostra, e sottometterci di bel nuovo al giogo suo. Poichè gl'Inglesi i forestieri spingono ai danni nostri, e noi contro di essi combattiamo, come se forestieri fossero. E poichè ancora dopo un'ingiustissima guerra hanno colle crudeli risoluzioni, e coi barbari soldati rotta e spenta, non solo l'antica congiunzione, ma perfino l'ultima speranza della medesima, così noi nella giustissima causa nostra accettiamo la proposta, la quale, se ci sarebbe orribile e pregiudiziale parata ai passati dì, ci deve parere ora indifferente, e non che utile, necessaria. Egli è certo che le raccontate determinazioni dei ministri, colle quali si erano proposto d'intimorir gli Americani, e fargli calare agli accordi, gli misero per lo contrario più in sull'ostinarsi, e diedero occasione al congresso, ed a tutti coloro, che miravano all'independenza, di mandar sicuramente ad effetto l'intento loro. Che anzi molti di coloro, i quali desideravano di ritornare all'antica dependenza, ne pigliarono tanto sdegno, che si accostarono alle parti dei primi, o molto almeno rimettettero dello zelo a difendere gl'interessi britannici; onde accadde, che i nemici antichi, più forti diventarono per la comune opinione cresciuta in favor loro, e per la congiunzione dei nuovi, e gli antichi amici diminuirono di numero e d'ardore. Il che dee servir d'esempio a quelli, i quali nella concitazion loro si persuadono, che le risoluzioni che atte sono a dividere gli uomini tra di loro, e gli uni spingere contro gli altri, quando essi hanno gli animi raffreddi, lo siano del pari, quando sono da qualche gagliarda passione commossi; perocchè in quest'ultimo caso quello, che mitigar dovrebbe, irrita; quello, che intimorire, incora; quello, che dividere, collega e congiunge. A grado a grado il desiderio dell'independenza s'insinuava vieppiù nelle menti americane. Ad altro oggetto non si pensava, che a questo, ne d'altro si favellava, sì pubblicamente che privatamente, che di questo medesimo. Gli animi eran sollevati universalmente, ed in grandissima aspettazione. Stando le cose in questi termini uscì alla luce un libretto, al quale stavano sottoscritte le parole comun senso; ma era opera di Tommaso Paine, uomo nato in Inghilterra, ed arrivato poco tempo innanzi in America, al quale forse più, che ad alcun altro scrittore il cielo aveva concesso, sapere con istile e con pensieri accomodati muovere e volgere a suo talento gli animi della moltitudine. Certamente si può affermare, che il libro del Comun senso sia stato uno degl'istrumenti più efficaci dell'independenza americana. L'autore si sforzò di provare, e con argomenti molto probabili, che la ricongiunzione coll'Inghilterra era impraticabile per la diversità, anzi per la contrarietà delle parti, e per l'orgoglio britannico, siccome pure infedele pel rancore e pel desiderio della vendetta. Da un altro canto discorreva assai acconciamente della necessità, dell'utilità e della possibilità dell'independenza. Aggiungeva certi sprazzi in sulla monarchia molto accomodati a renderla odiosa nella mente dei popoli, e preponeva a quella il governo dei più. Della costituzione inglese, l'eccellenza della quale niuno, o pochi avevano in quei tempi recata in dubbio, parlò molto alla libera, per quanto spetta alla parte della monarchia; con lode degli altri ordini. Riandò i mali e le calamità pubbliche, alle quali, malgrado la lodata bontà della costituzione sua, era andata l'Inghilterra soggetta, e massimamente dopo il ristoramento della monarchia; e quindi argomentava, che qualche vizio essenziale doveva trovarsi in quella, pel quale era insufficiente a procurar la felicità dei popoli; e questi vizj, questo male segreto affermava esser la Realtà. Da questa ripeteva le discordie intestine, e la frequenza delle guerre esterne. Si rallegrava in fine coi popoli americani, che il cielo e la fortuna avessero loro fatto abilità di poter creare quegli ordini pubblici, nei quali fossero raccolte tutte le eccellenze della britannica costituzione, esclusi i suoi difetti, vale a dire, secondo la mente sua, la Realtà. Non si potrebbe facilmente dire, con quanto consentimento dei popoli sia stata ricevuta questa scrittura del Paine. Chi diventava da ardente arrabbiato, chi da tiepido infervorato, e per fino vi furono di quelli, che da leali diventaron libertini. Ognuno voleva l'independenza.
Il congresso determinò di usar l'occasione. Ma per procedere prudentemente, e perchè non gli cadesse, come dice il volgo, il presente in sull'uscio, volle prima tentar il guado, e fece una risoluzione, la quale, se non era l'independenza stessa, certo molto se le avvicinava. Intendeva di starsene ad osservar gli effetti, per poter quindi procedere più oltre sicuramente. Decretò, che, siccome il Re britannico, in congiunzione coi Pari e coi Comuni della Gran-Brettagna, aveva esclusi per gli ultimi atti del Parlamento gli abitanti delle colonie unite dalla protezione della sua Corona, e siccome nissuna risposta era stata, o sarebbe probabilmente data alle umili petizioni delle medesime per ottener la rivocazione delle offenditrici leggi, e la riconciliazione colla Gran-Brettagna; che per lo contrario tutta la forza di quel reame, aiutata anche da mercenarj forestieri, doveva nella distruzione di quel buon popolo adoperarsi; e finalmente, siccome sono cose che grandemente ripugnano alla ragione ed alla buona coscienza di quei popoli il pigliar più oltre i giuramenti, ed il far le promesse necessarie nel prendere, o nell'esercitar i maestrati sotto la Corona della Gran-Brettagna; e ch'egli è necessario, che l'esercizio di ogni autorità qualsivoglia dalla detta Corona procedente sia totalmente annullato, e tutte le potestà del governo esercitate sotto l'autorità del buon popolo delle colonie; e ciò per mantenervi l'interna pace, la virtù ed il buon ordine, siccome pure per difendere le vite, le libertà e le proprietà dai nimichevoli assalti, e dai crudeli rapimenti dei nemici loro, così era raccomandato alle rispettive assemblee e conventi delle colonie unite, nelle quali nissun governo sufficiente all'esigenza degli affari stato fosse fino a quel dì costituito, ordinassero quel tale, che secondo l'opinione dei rappresentanti del popolo fosse meglio conducevole alla felicità ed alla sicurezza dei mandatori loro particolarmente, e dell'America generalmente. Questa risoluzione, mandata speditamente nelle rispettive colonie, ebbe in questa ed in quella diverso incontro. Alcune avevano già di per sè stesse preoccupato il passo, e, recatosi in mano l'autorità del governo, avevano creato ordini pubblici independenti dall'autorità reale, e questi non più temporali come prima, ma durevoli, senza niuna restrizione o di tempo o di condizione. Così adoperato avevano la Virginia e la Carolina Meridionale. Il Connecticut e l'Isola di Rodi non ebbero che cambiare; poichè già fin dagli antichi tempi ogni autorità vi procedeva dal popolo, e da questo si eleggevano tutti i maestrati, sì quelli, ai quali è commessa la cura di far le leggi, come quelli, il cui carico è di mandarle ad esecuzione. La Marilandia, la Pensilvania, e la Nuova-Jork fluttuarono. Ma vinte finalmente dall'insuperabil temporale, vi si accomodarono. Adunque in ogni luogo erano intenti i popoli delle colonie a creare nuove costituzioni, nelle quali, tratte quelle parti, che all'ordinamento dell'autorità regia si appartengono, tutte quelle forme conservarono, che sono della costituzione inglese proprie e private. Generalmente si vollero diligentemente distinguere le tre potestà, legislativa, esecutiva e giudiziale; e specialmente molta gelosia si dimostrò intorno all'esecutiva. La legislativa fu divisa in alcune colonie in due parti; in altre costituita fu in una sola, e da tutte ebbero divieto tutti coloro, che maestrati tenevano, o uffizj dall'esecutiva. I giudici si pagavano o dalla legislativa, o dalla esecutiva. In alcune tenevano il magistrato a tempo, in altre durante la buona condotta. Il governatore poi, secondo la maggiore o minor gelosia dei popoli, si eleggeva a dovere star in uffizio per più breve, o per più lungo tempo. In alcune colonie otteneva la facoltà del divieto, ed in altre no. In queste ei doveva stare per ogni fatto suo; in quelle per nissuno, perciocchè un Consiglio esecutivo, creato a posta, lo doveva rivedere. In tutte queste disquisizioni, le quali tanto importavano alla futura felicità delle colonie unite, non si sentirono, nè minacce, nè corrucci, nè discordie malaugurose, e pareva, che ognuno, posta in disparte l'ambizione, altro non agognasse, che la prosperità e la libertà della patria; memorabile esempio di prudenza, di temperanza e di benevolenza civile, nel quale se risguarderanno gli altri popoli, non potranno non vergognarsi, seppure la corruzion dei costumi non dispoglia anche i cuori smani dell'abilità del vergognarsi, di essersi in tutti i tempi dimostrati dall'americano così diversi e lontani; imperciocchè essi altro non sepper fare, che correre dai dispareri alla discordia, e dalla discordia al sangue.
Trovato il congresso nelle colonie buona corrispondenza alla sua risoluzione, e volendo dare alla incominciata opera compimento, rimaneva, che venisse da quelle autorizzato a dichiarare l'independenza. Questa bisogna fu con tanta prudenza governata, e di già erano i popoli tanto inclinati al disegno, che la maggior parte delle assemblee provinciali inviarono ai delegati loro al congresso il mandato libero per consentire all'independenza. Alcune di vantaggio fecero loro abilità di far leanze coi principi forestieri. Sole la Pensilvania e la Marilandia si opponevano.
Adunque stando le cose in questi termini, nella tornata del congresso degli otto giugno Riccardo Enrico Lee, uno dei deputati della Virginia, posto il partito della independenza, parlò, dicesi, stando tutti intentissimi ad ascoltarlo, nella seguente sentenza:
«Io non so, prudentissimi uomini e cittadini virtuosissimi, se delle faccende nate dalle civili discordie, delle quali sino a questo dì ci hanno gli scrittori delle storie tramandato la memoria, e le quali originarono o il desiderio della libertà nei popoli, o l'ambizione dei principi, alcuna se ne trovi, che più di quella, della quale ora a trattare abbiamo, grave ed importante si fosse, o sia che si risguardi il futuro destino di questo libero ed innocentissimo popolo, ovvero quello stesso dei nemici nostri, i quali, mal grado la crudel guerra e la tirannide nuova, sono pure i nostri fratelli, e dello stesso sangue nati, che noi siamo, ovvero infine quello di tutte le altre nazioni del mondo, le quali attente si sono rizzate in piè per rimirare il grande spettacolo, e presagiscono a sè stesse nella vittoria nostra maggior larghezza di vivere, o nella perdita più stretti vincoli, ed un più duro morso aspettano. Conciossiacosachè qui non si tratti di acquistare il dominio di qualche terra o territorio, o di volere ad alcuno con scelerata cupidigia soprastare; ma sibbene di conservare, o di perder per sempre quella libertà, che abbiamo dai maggiori nostri eredata, e che abbiamo a traverso i mari sterminati, in mezzo alle furiose burrasche cercata, ed in queste terre contro i barbari uomini, contro le crudeli fiere, e contro un pestilente cielo tante volte mantenuta e difesa. E se tante, e sì cospicue lodi date si sono, e tuttora si danno a quei generosi difenditori della greca e della romana libertà, che si dirà di noi, i quali quella, che non sulle voglie di una tumultuaria moltitudine, ma sugl'immutabili statuti, e sulle tutelari leggi sta fondata, difendiamo; non quella che il privilegio era di pochi patrizj, ma quella, che è la proprietà di tutti; nè quella infine la quale cogl'iniqui ostracismi, e collo spaventevole decimar degli eserciti era macchiata; ma sibbene quella, che tutta pura è, e dolce e gentile, e conforme ai civili e miti costumi d'oggidì? Or su dunque, che più s'indugia, o quali dimoranze son queste? Si dia fine alla bene incominciata impresa; e giacchè nella congiunzion coll'Inghilterra non possiamo più oltre sperare quella libertà, e quella felicità trovare, che tanto ci dilettano, si sciolga del tutto il nodo, e si ponga mano a quello, di che già di fatto godiamo, voglio dire all'intiera ed assoluta independenza. Nè voglio nell'ingresso medesimo del mio discorso tralasciar di dire, che se a queste fatali strette condotti siam noi, se a questo passo pervenuti, oltre il quale non potrà più altro tra l'America e l'Inghilterra intervenire, che quella pace, o quella guerra, che tra le forestiere genti esercitar si sogliono, ciò dalle insaziabili voglie, dai tirannici procedimenti, dai replicati, e più che decennali oltraggi dei ministri britannici dovrà solo, ed unicamente riconoscersi. Per noi non istette, che non fossero l'antica pace ed armonia ristorate. Chi non udì le nostre preghiere, e le supplicazioni nostre a chi non son note? Stancarono esse il mondo intiero. Solo l'Inghilterra non volle a quella misericordia verso di noi piegarsi, della quale si mostrarono tutte le altre nazioni liberali. E siccome la sopportazione prima, e poscia la resistenza non bastarono, che le preghiere inutili furono, siccome il sangue novellamente sparso, così dobbiamo noi procedere più oltre, e por mano alla independenza. Nè si creda da taluno, che questo sia un partito, ch'evitar si possa. Tempo verrà fuori di dubbio, si voglia o no, che la fatale separazione dovrà avvenire; perchè così portano la natura stessa delle cose, la popolazione nostra ognor crescente, la ubertà delle nostre terre, la larghezza del nostro territorio, l'industria dei concittadini, gli sterminati mari frapposti, la longinquità dei regni. E se questo è vero, come egli è verissimo, non è nissuno, che non conosca, che il più presto è il meglio, e che sarebbe non dico imprudenza, ma stoltizia il non pigliar la presente occasione, in cui l'ingiustizia britannica gonfiato ha i cuori di sdegno, spirato agli animi il coraggio, indotto nelle menti la concordia, riempiti gl'intelletti di persuasione, e fatto correre le mani alle difenditrici armi. E fino a quando dovrem noi valicare tremila miglia di un tempestoso mare, per andar a chiedere presso uomini altieri ed insolenti, o consiglio, od ordini ai nostri domestici affari? E non si confà ottimamente ad una nazione grande, ricca e potente, come siamo noi, ch'ella abbia in casa propria, e non in quella d'altrui il governo delle cose sue? E come potrà un ministro di uomini forestieri acconciamente delle cose nostre giudicare, delle quali cognizione non ha, e nelle quali non ha interesse? La varcata giustizia dei britannici ministri ci deve accorti fare dell'avvenire, se di nuovo potessero nei nostri corpi i duri artigli loro piantare. Giacchè così è piaciuto alla crudeltà dei nostri nemici di porci avanti gli occhi l'alternativa, o della servitù, o dell'independenza, qual è quel uomo generoso ed amante della patria sua, il quale stia in pendente per la elezione? Con questi uomini infedeli nissuna promessa è sicura, nissuna fede è santa. Pogniamo, il che il ciel non voglia, la soggiogazione, pogniam l'accordo. Chi ci assicura della mansuetudine britannica nell'usar la vittoria, o della fede nell'osservar i patti? Forse l'avere assoldato e spinto ai danni nostri gli spietati Indiani e gl'inesorabili Tedeschi? Forse la fede data, e rotta già tante volte nella presente querela? Forse la britannica fede della punica stessa più infedele riputata? Che anzi dobbiamo noi stimare, che, poichè venuti saremmo nudi, ed inermi nelle mani loro, abbiano contro di noi a disfogare il conceputo sdegno, ad esercitar la minacciata vendetta, a legarci, ed a strignerci con istrette catene per torci non solo la forza, ma anche la speranza di poter un'altra volta prorompere. Ma poniamo, nel caso nostro avvenga ciò, che mai avvenuto non è in alcun altro, cioè sia il governo britannico per dimenticar le offese, e per osservare i patti, crediamo noi, che dopo una sì lunga discordia, dopo tante ferite, tante morti, e tanto sangue possa la riconciliazione, che seguirebbe, esser durevole, e che di nuovo, e ad ogni piè sospinto, in mezzo a tanti odj, a tanti rancori, non nascano nuovi motivi di scandalo? Già son separate d'animo e d'interessi le due nazioni; l'una è consapevole dell'antica forza; l'altra diventata è della nuova; l'una vuol reggere senza freno; l'altra non vuol obbedir nemmeno colla libertà. Qual pace, qual concordia possonsi in tali termini sperare? Amici fedeli posson diventar bene gli Americani agl'Inglesi, sudditi non mai. E quand'anche credere si volesse, che la riunione fosse per riuscir senza rancori, non sarebbe ella senza pericoli. La potenza stessa, la ricchezza della Gran-Brettagna dovrebbero gli uomini preveggenti di timore riempire in sulle cose future. Essendo ella a tanta grandezza pervenuta, che poco o nulla a temere abbia dei potentati esterni, in mezzo alla sicura pace si ammolliranno gli animi, si corromperanno i costumi, invizierà la crescente gioventù, e, venute meno le forti braccia ed i generosi petti, diventerà preda l'Inghilterra di un nemico forestiero, o di un ambizioso cittadino. Se noi saremo tuttavia a quella congiunti, verremo a parte della corruttela e della sventura, tanto più da detestarsi, quanto più sarebbe irreparabile. Separati da quella, e tali quali siamo noi, non avremo a temere nè la sicura pace, nè la pericolosa guerra. E dichiarando la franchezza nostra, il pericolo non sarebbe maggiore, ma bene più pronti gli animi, e più chiara la vittoria. E' bisogna, che noi ci strighiamo da quest'incerti consiglj, e che usciam fuori da questi avviluppati andirivieni. Abbiamo noi la sovranità assunta, e non osiam confessarla; noi disubbidiamo ad un Re, e ci riconosciam per suoi sudditi; noi esercitiamo la guerra contro una nazione, dalla quale protestiamo ognora di voler dipendere. In mezzo a queste incertezze stanno dubbiosi gli animi; le ardite risoluzioni si impediscono; la via da tenersi non è spedita; i capitani nostri nè rispettati, nè obbediti; i soldati nè zelanti, nè confidenti; deboli noi di dentro, e vilipesi al di fuori; nè i forestieri principi potranno o stimare, o soccorrere sì timida, sì dubitamentosa gente. Ma bandita una volta l'independenza, e scoperto il fine, al quale si tende, diventeran ad un tratto più certi, e più risoluti i consiglj; e per la grandezza del proposito s'ingrandiranno gli animi; i maestrati civili di nuovo zelo si vestiranno, i generali di nuovo ardire, i soldati di nuovo coraggio, i cittadini tutti di più costanza, e con maggior prontezza attenderanno tutti alla bella, all'alta, alla generosa impresa. Temono alcuni del pericolo della presente risoluzione. Ma combatteranne forse l'Inghilterra contro di noi con più vigore o rabbia, di quanto abbia ella finora combattuto? Certo no. Chiama ella ribellione la resistenza all'opressione, del pari che l'independenza. E dove sono queste formidabili soldatesche, che abbiano a fare star gli Americani? Non hanno potuto le Inglesi, e potranno le Tedesche? Son queste forse più valorose, più disciplinate di quelle? Certo mai no. Senza di che, se è il numero dei nemici cresciuto, non è altrimenti il nostro diminuito; e l'uso dell'armi e l'esperienza della guerra ne' duri conflitti del presente anno acquistato abbiamo. E chi dubita poi, che l'independenza non ci guidi alle alleanze? Imperciocchè tutte le nazioni siano disiose di venir a parte del commercio nelle nostre ubertose terre, e nei nostri ricchissimi porti, che l'avara Inghilterra chiuso ha col monopolio sino a questi tempi. Nè meno son vaghe di veder una volta alfine l'odiata potenza britannica abbassata; che a tutti puzza questo barbaro dominio; tutti desiderano veder fiaccate quelle corna, e tutti renderanno colle parole e cogli aiuti immortali grazie ai valorosi Americani, per aver essi alla umanissima impresa dato cominciamento. Non altro aspettano i principi per iscoprirsi, che l'impossibilità degli accordi. Che se la risoluzione è utile, non è essa meno alla dignità nostra confacente. Pervenuta è l'America a quella grandezza, per la quale debb'ella fra le independenti nazioni esser annoverata. Di sì alto grado siam noi altrettanto degni, quanto gl'Inglesi medesimi. Perciocchè, se eglino son ricchi, ed anche noi lo siamo; se essi son valorosi, e noi pure così siamo; se essi son più numerosi, e noi per l'incredibile fecondità delle nostre caste spose crescerem tosto in frequenza di popolo, quanto essi cresciuti sono; se essi hanno celebrati personaggi in pace e in guerra, e noi pur ne abbiamo; e questi rivolgimenti politici son soliti a produrre i grandi, i forti, i generosi spiriti. Da quel che già si è da noi in questi primi principj fatto, facilmente arguir si può a ciò, che sarem per fare; poichè la sperienza è la madre degli ottimi consiglj, e la libertà quella degli uomini eccellenti. Già il nemico fu cacciato da Lexington da trentamila armati raccolti in un dì; già i famosi capitani loro dato han luogo in Boston alla perizia dei nostri; già le ciurme loro vanno vagando sulle ributtate navi pei mari immensi, morte di fame. Si accetti il favorevole augurio, e si combatta, non già per sapere con quali condizioni siam noi per servire all'Inghilterra, ma sì per poter fra di noi ordinare un viver libero, fondar un giusto, un independente governo. Combattettero i Greci contro l'innumerevol esercito dei Persiani prosperamente; poichè la libertà gl'ispirava. Afflissero con memorabili rotte la potenza dell'Austria, e sè stessi a libertà rivendicarono gli Svizzeri e gli Olandesi; perciocchè l'amor dell'independenza gli animava. Eppure anche questo Sole americano risplende sulle teste degli uomini valorosi; le nostre armi tagliano pure anch'esse; anche qui si sa, che cosa sia coraggio; anche qui si vede un universale consenso; anche qui si è imparato ad andar, non che animosamente, volentieri incontro alla morte per acquistare alla patria la libertà. Orsù adunque, che più s'indugia, perchè stiamo tuttavia a soprastare? Sorga, sì, sorga in questo faustissimo giorno l'americana repubblica. Sorga ella, non iscorrucciata, non conquistatrice, non fera; ma composta, ma pacifica, ma dolce. L'Europa ha gli occhi fissi in noi. Ella da noi chiede un esempio vivo di libertà, che contrastar possa per la felicità dei cittadini colla ognora crescente tirannide in su quei contaminati lidi. Ella ricerca da noi una gradita sede, dove possano gl'infelici trovar conforto, i perseguitati riposo. Ella ci prega, che noi apparecchiamo un propizio e ben coltivato campo, dove allignar possa, e crescere, e moltiplicare la sua bella e salutevol ombra abbondevolissimamente quella generosa pianta, la quale nata prima, e cresciuta in Inghilterra, ma ora dalle uggie malefiche della scozzese tirannide grama e stremenzita fatta, e dalla sua diletta stanza sbarbata, non trova in tutte quelle orientali terre una, che l'accolga, ed il vitale umore presti alle sitibonde, inferme ed illanguidite sue radici. Questo è il fine, a cui tendono tanti presi augurj; questo vogliono significare queste prime vittorie; questo mostrano il presente ardore, ed il consenso universale, questo presagiscono la fuga di Guglielmo Howe, e la pestilenza nata in mezzo alle genti del Dunmore; questo pronosticano i venti, che soffiarono insolitamente contrarj alle armate, ed alle inviate vettovaglie; questo istesso confermano le portentose burrasche, che sommersero le settecento navi in sulle coste di Terranuova. E se oggidì noi non manchiamo del debito nostro verso la patria, i nomi dei legislatori americani saranno nella mente dei posteri in quel luogo stesso posti, in cui son quelli di Teseo, di Licurgo di Romolo, di Numa, dei tre Guglielmi, e di tutti coloro, la memoria dei quali è stata fin qui, e sarà per l'avvenire cara agli uomini diritti, ed ai dabben cittadini.